Ma io non vorrei, uditori, lasciarvi pensare che io vo derivando in
parte le lodi del mio personaggio dalle fonti della poesia. Chè anzi,
spiacemi oltre misura di non possedere parole tanto significative e
semplici insieme, da mostrare la materia che tratto nella sua nuda e
maestosa grandezza, fuggendo i fiori e gli stratagemmi della rettorica.
Pericle pregato dagli Ateniesi di dir le lodi solenni e publiche
de' cittadini morti nel primo anno della guerra peloponesiaca, usò
d'un artificio notato dai buoni maestri dell'eloquenza; e ciò fu
lo spaziarsi da prima con isplendente e copiosa orazione nelle lodi
d'Atene e della republica, descriverne i pregi, dinumerarne i gran
capitani, narrarne i gesti più chiari, espor la sapienza delle leggi,
i miracoli dell'arti e dei monumenti; poi, con subito trapasso e
non aspettato, conchiudere: — per sì fatta città e republica, per
sì gloriosa cittadinanza sono combattendo caduti e morti costoro.
— Convenientissima cosa a me pur sarebbe, o Genovesi, il misurare
dalle grandezze, come dalle sciagure estreme d'Italia, la nobiltà e
grandezza dei fini, dell'ardimento e dei beneficii di Carlo Alberto.
A me pure, dove il subbietto chiedesse ornamenti ed amplificazioni,
bello sarebbe stato entrar nelle lodi d'Italia, e concludere dicendo:
— per questa patria comune, la più gloriosa fra tutte, come altresì
la più sventurata; per questa madre onoranda della civiltà dell'intero
Occidente; per l'Italia due volte dominatrice del mondo e legislatrice;
per la culla sublime de' più sacri ingegni che la stirpe umana abbiano
mai decorato; per gli eredi del nome latino e della magnitudine vera
e pur non credibile del romano impero, è insorto, à combattuto,
à sofferto, è dal trono disceso, à la vita in travagli e angosce
trapassata e chiusa l'Eroe che qui celebriamo. —
Ma non sono ben degne di Carlo Alberto le lodi che a molti si possono
accomunare. Assai gli basta (e vel proverò) ciò che à di singolare
e di proprio; e vi giuro con sincerissima lingua, che io il miro
collocato in una cima di gloria, ove abita solo. E per rispetto
all'Italia, potrebbesi egli tacere ciò che il distingue veracemente fra
tutti, e che forse non tutti ànno a dovere considerato? Io vel dirò
molto in breve. Antichissima è certo la gentilezza di nostra patria,
e comparsa adulta e matura fra gli uomini infinito tempo prima di
quella delle moderne nazioni; imperocchè poco meno di trenta secoli
di civiltà ricorda e narra, giù per continue trasmutazioni, la storia
italiana. In tanto corso, adunque, di tempi e di avvenimenti, egli è
da cercare a quanti principi e capitani (chè degli uni e degli altri
è innumerevole copia) à gradito di sguainare il ferro e pericolarsi a
morte per salvare e redimere la patria comune. A quanti? Dio immortale!
a nessuno. Ricorderemo noi forse gl'imperatori tedeschi che, facendo
d'Italia un feudo alemanno, assumevano come per ischerno il titolo
di romani e di augusti? O, per lo contrario, ricorderemo gli autori
e conducitori della Lega Lombarda? Ahi lombarda l'appellarono con
ragione, e non italiana, dacchè tanta parte d'Italia ne venne esclusa.
Gran dicería si fa (e torna utile che si faccia) del proposito fermo
e virile che dicesi avesse Giulio secondo di smorbare l'Italia dai
barbari. Pienamente voglio credere all'alto e animoso disegno, non
malagevole ad effettuarsi in quel tempo dai Papi, quasichè onnipotenti.
Ma mentre il fatto non à provato la verità di quel desiderio, bene
col fatto si prova, che da verun altro ricevè Carlo VIII impulsi più
frequenti ed acuti per iscendere alla conquista di Napoli, da veruno
gli furono più raccorci gl'indugi, e meglio acchetati e rimossi i dubbj
e vinte le esitazioni, quanto da esso Giulio, allor Cardinale: e certo,
divenuto Pontefice, non incominciava egli da buon italiano la impresa
italiana, collegando seco Francesi e Tedeschi a danno e sterminio
dei Veneziani. Fu inutile presente della fortuna, che quel magno e
terribile delle cui vittorie l'età nostra non si stanca di ragionare,
uscisse dal nostro sangue, e stringesse in pugno tutti i nostri
destini. Sotto il costui impero, Roma, Firenze, Torino, e tu, Genova,
foste città francesi; e il Regno che portava il sacro nome d'Italia,
stringevasi tutto fra l'Olona e il Clitunno. Da ultimo, menzioneremo
noi quel soldato forestiero e audacissimo, che, certo di cadere dal
trono regalátogli poco dianzi da Buonaparte, gridò per estremo suo
scampo — Indipendenza italiana, — pronto a spartire di poi col cognato
la illustre preda, qualora quegli non ruinasse? Chiudiamo il discorso.
Questa meraviglia dovranno attestare i futuri, di questa nessuna storia
potrà tacere: che, cioè, tra l'immenso numero de' potenti a cui venne
per li tempi commesso il freno d'alcuna parte delle Belle Contrade, tu,
CARLO ALBERTO, fosti il primo e il novissimo che snudavi la spada per
riscaldare tutta quanta la terra Ausonica; nè leggiermente o per poco
il pensasti e volesti, ma sempre, e con tutte mai le potenze dell'animo
e le forze della mente e del braccio; nè porzione alcuna dell'essere
tuo rimásesi non addetta, non devota, non sacra all'Italia insino alla
morte; e morte desiderasti nella guerra liberatrice, e che qualche
salvezza ed onore all'Italia fruttificasse.