_L'infrascritto discorso fu pronunziato nel Consiglio dei Deputati
il dì 21 di luglio._
Io salgo in tribuna ad adempiere un debito ed un officio gravoso
più che difficile, rispondendo a parecchi e lunghi discorsi che jeri
udiva la Camera sull'operare, ed anzi (a dirla più schietta) in accusa
del Ministero. Sapete l'usanza mia d'andare diritto al segno e non
moltiplicare in parole. Quindi, s'io vi prometto di sciogliere da
lunghezza e da tedio l'ascoltazione vostra, mi confido che la vorrete
concedere silenziosa ed attenta.
Comincerò dal notare una nuova e singolarissima contradizione che va
succedendo tra noi. Sin dal primo suo nascere, il Ministero presente,
che vide egli a rispetto del suo governo? Testimonianze di piena
fiducia da un lato, pronti e ingiuriosi sospetti dall'altro; lodi
magnifiche mescolate a gravi censure, applausi dopo i rimproveri,
favore dopo lo sdegno. Tale vicenda e meschianza non è (per quel che
mi sembra) cessato un dì solo, e alcuna speciale ragione conviene
assegnarle. Io la ravviso in questo, o Colleghi, che il Governo
e voi vi sentite in ugual maniera offesi ed oppressi da durissime
necessità, e giacete mal domi sotto la forza veemente ed irreluttabile
delle cose. Stretta da simil pensiere la coscienza vostra, non che
averci per iscusati e per assoluti, giunge sovente a reputarci degni
d'encomio. Ma, d'altra parte, quell'aspra necessità delle cose premendo
e affliggendo ognuno di noi senza requie ed intermissione, ci fa
impazienti ed irosi, e ci trascina a credere ch'ella può essere vinta
e sopraffatta dall'arte umana: e perciò, in questo noi rassembriamo un
poco agli infermi e alettati, che scorgendo di non guarire o di non
subitamente guarire, muovono alte querele contro ai medici loro, i
quali non sanno o non possono essere taumaturghi.
Un'altra considerazione, o signori, vogliate serbarvi a mente; e questa
è, che nella più parte degli Stati Europei il vocabolo Ministero
suona la pienezza delle facoltà e dei poteri civili e politici, e
vuole indicare pressochè l'apice e il colmo di quelle forze morali
e autorevoli che assicurano e guidano la vita comune d'un popolo.
Ma guardandosi al vero, o Colleghi, il presente Ministero possiede
egli ed esercita senza contrasto la metà di que' poteri e di quelle
forze? Adunque, se giusti e imparziali mantener vi volete a rispetto
nostro, piacciavi di proporzionare le incolpazioni agl'impedimenti e
alle angustie in cui siamo, e alle avversità dolorose contro le quali
dibattesi il nostro coraggio, pertinace almeno, se non fortunato.
Ma scendiamo tosto ai fatti che fornivano jeri ragione molto apparente
e occasione pronta ed accomodata alle accuse. Il più rilevante di
tutti è la sventura dell'esercito nostro. Rendeteci trentamila uomini,
voi esclamate, tutta bella e fiorita gente, che dalle nostre braccia
si sciolse e partì volontaria per combattere gli stranieri. Voi,
come Ottaviano Augusto, gridate: rendimi le mie legioni, o Crasso. E
certo, è sommo infortunio e sempremai lacrimevole vedere il fiore de'
nostri giovani, che, or fa qualche mese, moveva a una santa guerra
tra gl'inni, le feste, le luminarie e i popoleschi tripudj, tornare
scemato per le morti, col volto dimesso, le vesti lacere, scorato,
affralito, disfigurato; e oltre a ciò, vedere iti in dileguo in un
giorno solo (può dirsi) i lieti successi, le prosperità e le glorie che
nel partire ei si tenevano in pugno. Parmi, narrando, di non isminuire
dramma alla gravezza del male, e m'industrio di non ammorzar per nulla
i colori vivissimi che jeri usava taluno in certe sue dipinture con
maestria e caldezza pennelleggiate. E pur nondimeno, oso affermarvi,
o Colleghi, che volendosi far giudizio equo e prudente, debbesi un
tanto infortunio recare non agli uomini, ma solo al destino. E crediate
che io sono, in siffatta opinione, non che imparziale, ma sommamente
discreto e benevolo; perch'io non voglio che la colpa levata di dosso a
me, vada a percuotere alcuno. Ma, come ciò sia, questo rimane certo ed
irrefragabile, che a qualunque altra persona si può tentare di chieder
ragione del tristo caso, eccetto che ai presenti Ministri. E veramente,
ruppero essi la guerra agli Austriaci? No. L'apparecchiarono essi di
lunga mano, la promossero con ardore, le porsero adatte occasioni?
No. Ascrissero, almeno, i soldati ed i volontarj, dieder loro gli
ufficiali, ordinarono l'esercito, miserlo in via, condussero di là dal
Po? Nemmanco. Ma in fine, salendo essi in grado, non ebbero a continuar
la guerra già incominciata? E neppur questo propriamente; perchè il
primo atto loro fu di condurre l'esercito sotto il comando immediato
di Carlo Alberto, e le cagioni vi son note. A noi rimase un ufficio
pien di fatica e sollecitudine, ma senza pericolo, e perciò senza
gloria; e fu, di provvedere ogni giorno agli armamenti, alle paghe,
alle salmerie, alle promozioni e alle altre bisogne ministrative: nè
su queste alcuno ci chiama in colpa; e dove non fosse debito rigoroso
del buon cittadino di adempiere ogni consimile incumbenza il meglio che
può, forse avrebbe il Ministero di che compiacersi e lodarsi, guardando
alle strettezze massime del Tesoro, alla precipitazione dei casi, alle
distanze, alle dispari abitudini e a cento altri contrarj accidenti. Ma
io ripeto, che nella sventura di cui tutti piangiamo, non ci fallisce
almeno questo conforto, di doverla recare necessariamente al solo
destino. Ricordatevi come fu composto ed elementato quell'esercito
nostro; ricordatevi (ed altre volte ne feci menzione) ch'egli s'adunò
quasi a furia di popolo e in modo affatto tumultuario; e che, appena
legate insieme le sue parti, o, a dir più giusto, accozzate, mosse
alle fazioni di guerra, e guerra lunga e campale; e contro a nemici
soverchianti per numero, per artiglierie, per uso, scienza, e vecchia
e provatissima disciplina. La scelta degli ufficiali cadde, la massima
parte, sopra uomini designati non dal criterio e dall'esperienza
di buoni giudici e competenti, ma dall'aura fugace e voltabile del
favor popolare. Ricordatevi che i giovani nostri (colpa dei subiti
avvenimenti e del vivere sfaccendato ed imbelle) corsero alle bandiere
mezzo cittadini e mezzo soldati. Io vo' dire che i giovani nostri, per
la inerzia passata, per la cortezza del tempo, e ancor da vantaggio
pel modo di ordinamento, non erano abbastanza disvezzi dalle comodità
e abitudini casalinghe, nè abbastanza avvezzi allo stento, ai disagi,
alla sommessione, e ad altre esigenze ed asperità della militare
disciplina. Nacque da tutto ciò, e, non poteva non nascere, che
alla prima fazione gagliarda e difficile veramente, e al primo cozzo
di schiere agguerrite e con abilità e ardire capitanate, le nostre
sformaronsi in poco d'ora, e da ogni lato scompaginaronsi.
Ma v'à di più: l'infortunio è gran pietra di paragone degli eserciti
veterani o novelli, bene o male apprestati e composti. Non ostante le
dure percosse e gli scontri sanguinosi e infelici, i ben apprestati
ed antichi cedono, ma non si scompigliano; e se pur questo accade, si
riordinano e si rifanno: ma per contrario, i mal composti e ordinati,
una volta rotti e dispersi, non più mai si raccozzano e si rassettano;
ed anzi, come materia poco omogenea e da poca cera appiccata,
rapidamente pervengono all'ultima dissoluzione. Di ciò appunto fummo
noi tutti, e con gran dolore e rammarico, testimonj. Tornarono non
più le schiere dei nostri, ma gli avanzi di esse; giunsero tumultuando
e disordinando assai peggiormente che non usavano durante la guerra.
Giunsero con mente accesa e avventata, ciascuno accusando i suoi proprj
ufficiali, accusando il Governo, i compagni, i Commissarj, i Piemontesi
e tutti, fuor che sè stessi. E replico che ciò sempre avvenne e avverrà
tuttavia tra soldati subitarj ed accogliticci da somma avversità
sopraggiunti.
Nè io voglio con tali parole menomare il pregio della fortissima
resistenza e dei gagliardissimi combattimenti che ottomila de'
nostri ànno avuto animo d'imprendere e di sostenere contro a più di
40 mila soldati austriaci: e basterà solo, io credo, la memoria de'
monti Berici per dimostrare al mondo come facilmente può ritemprarsi
all'antico valore, e la virtù de' suoi padri ricuperare questo popol
latino infelice e caduto, ma sempre a risorgere apparecchiato. Io
noto, pertanto, ed accuso non la virtù e il coraggio degl'individui, ma
quegli accidenti e difetti che nessuna bravura è bastevole ad impedire,
e la cui riapparizione è certissima dovunque mai l'esperienza, l'arte,
l'esercizio e l'efficacia del tempo, delle regole e delle tradizioni,
non fan riparo.
Dopo quel caso, e visto quel deplorevole scombuiamento, che altro
rimaneva da praticare al Governo? Voi tutti con esso e ad un animo
il venite pronunziando: scioglier l'esercito e con altri metodi
ricomporlo. Ma io prestamente m'appello a coloro, quanti pur ve ne sono
e di quante specie e generazioni è possibile ritrovare, i quali ànno
fiore di cognizione delle cose guerresche, e sentenzino essi se dentro
lo spazio di venti giorni una così complicata e malagevole opera sia
fattibile mai; e venti giorni soltanto, o Colleghi, nè un'ora di più è
trascorsa dal tornar delle truppe a quel frangente improvviso e funesto
che l'anime vostre à con giusta ira commosse.[23] Quello a cui non
varrebbe e non basterebbe uomo nessuno, reputo che voi non convertirete
in errore ed in colpa solo ed unicamente per noi. Credo invece, che
ogni spirito gentile e benevolo senta di doversi astenere non pur
dalle accuse, ma dalle superbe e gravose parole contro di tali, cui
la fortuna fa scontare coi subiti rovesci quel po' di bene che prima
ella lusinghevolmente proferse loro, di render la pace a questa città e
nelle provincie serbarla, ristaurarvi l'ordine, ampliarvi le libertà e
con l'impero delle leggi contemperarle.
Ma io sento voci che gridano: la patria è in pericolo, e questo estremo
frangente non pure debbe eccitare tutte quante le forze e gli spiriti
di chi ci governa, ma suggerir loro partiti straordinarj ed eroici; e
se bisognano prodigj, che i prodigj sien fatti.
Sta bene; ma le imprese eroiche e i miracoli umani altresì debbono
avere cagioni certe e proporzionate. Osserviamo. Per me, la patria
è solo tutta l'Italia, e non applico quel nome augusto ad alcuna
delle provincie sue, per insigne e bene amata che sia: similmente,
non bado a dove io nascessi, o dove abbia le cose mie o i parenti
o gli amici, ma sì ò per amici e parenti e per carissimi compaesani
coloro tutti che nacquero e vivono nella terra sacra che _Appennin
parte e il mar circonda e l'Alpe_. Ora l'Italia, bontà di Dio, non
corre pericolo estremo insino a che ordinato e gagliardo rimane
l'esercito di Carlo Alberto. E se alle schiere di quel re generoso
toccasse grave sconfitta, ondechè la patria nostra vera, cioè
l'Italia tutta quanta, venisse a rischio dell'ultima sua salute, il
meglio sarebbe, o Colleghi, interrompere queste nostre disputazioni,
prendere popolarmente le armi, e moverci tutti di buon accordo, e
senz'altro pensiere che di ristaurare le sorti mutate e periclitanti.
In questo mezzo, rivocando il discorso ai nostri paesi, i quali
pure bisogna difendere, due mezzi di fare ischermo e riparo avea tra
mano il Governo, ed entrambi mise ad effetto. Il primo, di scambiare
subitamente le truppe che ritornavano con le poche disseminate per le
nostre città. Il secondo, di fare istanze sollecite e ferventissime al
re di Piemonte, perchè mandasse ajuti di gente; ed anche pregarlo di
voler permutare porzione de' pontificj soldati, costretti dai capitoli
di Vicenza, con altrettanti de' suoi distribuiti per le fortezze, i
quali accorressero freschi di forze, animosi di voglie, specchiati di
disciplina a custodire le nostre frontiere. Fu il primo atto adempiuto,
o signori, con prestezza e premura maggior dell'effetto: perchè sapete
voi a qual novero per appunto è da recare la milizia allora rimasta
indietro a presidiare le più interne città? appena a quattro mila
uomini. Arrogo che non furono potuti movere tutti immediatamente,
perchè in Spoleto e in Civitavecchia fece mestieri lasciarne più
compagnie a custodia di circa mille forzati, abbandonando i quali,
giudica ognuno che danno gravissimo sovrastava non pure a quelle
città, ma sì allo intero Stato. Poteansi dunque, or domando, munire e
fronteggiare in guisa valida e sufficiente con due o tre mila uomini le
rive del Po, che nel nostro Stato corrono per la lunghezza di poco meno
che ottanta miglia? Ne dia sentenza chiunque è tanto o quanto perito
nelle militari faccende; anzi chiunque à sentimento delle cose, ed
occhi per vedere e senno per giudicare.
L'altra parte di nostra opera nemmeno fu da noi pretermessa, o tardata
o trascurata in veruna guisa, ma con fervore e con la massima diligenza
tentammo di adempierla. Ricorremmo affrettatamente a re Carlo Alberto,
e, come testè io diceva, gli domandammo pronti soccorsi non solo, ma la
permutanza di buona porzione delle soldatesche nostre con altrettante
delle sarde. Mostrammo per noi la necessità dell'ajuto, per esso
l'utilità; ricordammo la devozione di questi popoli alla sua persona,
la fede nella sua causa, i mali della guerra lombarda incontrati sì
lietamente da noi, i nostri apparecchi, il sangue sparso, il lutto
di nostre famiglie; quanto danno e pericolo arrecherebbero alle armi
sue le rive del Po signoreggiate dall'Austria, invase le Romagne,
minacciati i Ducati, non sicura la Toscana. Che avvenne? il re Carlo
Alberto assentì, il Ministro della guerra risolutamente negò. In
ultimo, una specie di permutanza ci è stata offerta. Ma quale? Non
è da tutti l'indovinarsela. Spedire gli Svizzeri nostri in Modena,
e i Piemontesi che quivi stanziavano mandarli a Venezia: che è come
chiedere ad uno che ti presti il mantello, e quegli invece proponga di
accomodarne il compare; senza qui aggiungere che gli Svizzeri nostri,
condotti in Modena, abbastanza non si scostavano dall'occasione e
pericolo di combattere; il che per tre mesi è vietato loro dai patti.
L'offerta, dunque, non profittava per niente alla guardia e difesa
delle nostre frontiere. Tacerò d'alcun partito da noi pensato con poca
speranza, ed a fine soltanto di non lasciar cosa del mondo possibile
e immaginabile di cui non facessimo esperimento. Come lo scrivere, per
esempio, al general Pepe in Venezia, e proporgli o di spedire qui a noi
que' soldati nostri che là combattono; o di spesseggiar le sortite e
ingrossarle sì fattamente, da mettere in seria e vivissima suggezione
gli assediatori, talchè non sia loro più agevole l'assottigliarsi di
uomini, e minacciar d'invasione le nostre provincie.
Or, raccogliendo il tutto, io vi chiedo, se queste vi sembrano
ragioni sode, schiarimenti precisi, allegazioni certe, fatti evidenti
e palpabili? Sa Iddio, quanto io desidero che possibile fosse di
contradirli e negarli, e quindi scemassero i nostri danni e i sospetti,
di quanto crescerebbe il torto e l'errore dei presenti Ministri.
Imperocchè nessuno de' miei avversarj mi reputa così vile e perfido,
che io posponga la salute della carissima patria al mio leso amor
proprio. Ma io sento bene, che la imparzialità de' giudicj non è unque
sperabile laddove il cieco entusiasmo e le offese e i danni di già
sofferti e l'apprensione del peggio farà di nuovo gridare ai più caldi,
e a proposito o no: la patria è in pericolo, e noi vogliamo che ad ogni
costo ella sia salvata.
Signori, giunto il discorso a questi ultimi termini, io vi pronunzio
che due sole specie di guerra conosce e pratica il mondo; due sole,
ripeto, e non più; e sono di esercito contro esercito, e di popoli
armati contro armate milizie. Ora, nettamente e fermissimamente
dichiaro, che guerra di esercito contra esercito, guerra promettente
non dico bella vittoria, ma lungo e onorato combattimento, non siamo
oggi, non saremo domani o il dì dopo in grado alcuno di fare. No, verun
Ministero ritroverete (e cercatelo pure per tutti i canti d'Europa e
d'America), il quale premendo col piede la terra, ne faccia balzar
fuori un esercito. Non v'à Ministero che possa (come usa dirsi)
improvvisare buoni soldati, esperti capitani e ben guerniti arsenali.
Ma dell'altro genere di guerreggiare, cioè quello delle moltitudini
che s'armano, e s'azzuffano coi soldati d'ordinanza, certo, non
si nega che può sempre venire in atto; nè altro che una condizione
ricerca per far probabile il buon successo, ma la vuol piena, la vuol
permanente, la vuole assoluta; e questa è il coraggio e la fierezza
intrepida e disperata delle popolazioni. Qualora ogni città di Romagna
convertasi in una Saragozza, o in qualcosa di somigliante, e debbano
gl'inimici pigliar d'assalto le mura, indi le strade asserragliate,
poi ciascheduna casa dalle canove alle antane; non dieci, non venti,
non forse cento mila bajonette imperiali varranno a sforzarle ed a
sottometterle. Però, d'un ardore siffatto, ogni qualunque Ministero
è piuttosto l'effetto che la cagione; il docile e acconcio strumento,
piuttostochè il fondamento e il principio.
Io so, nullameno, che da un Governo energico veramente e leale, sempre
vigile ed operante, franco, ardito, ingegnoso, e non inferiore,
insomma, alla gravezza minacciosa e straordinaria dei casi, può
accrescersi ed avvivarsi oltremodo la fiamma del popolare entusiasmo;
io lo so. Ma un Governo cotale à gran bisogno della pienezza d'ogni
potere e della libertà intera dell'opere sue; e se a voi piace di
guardar dentro alle cose, confesserete a marcia forza, che non è così
fatta la condizione dei presenti Ministri, i quali già da un mese
sono rinunzianti, ed a cui non è stato mai lecito di proferire nemmeno
quella parola che suona oggi sulla bocca d'ogni verace italiano, e si
attua in fieri e nobili gesti sulle rive del Mincio e dell'Adige.[24]
A questi dì, più assai della consumata politica e della sapienza
legislativa, occorrono le arti con le quali si eccitano e fomentano
le generose passioni. Di tali arti, nudrici del coraggio e della
magnanimità, dar saprebbe qualche saggio onorevole ed utile anche il
presente Ministero; perchè sempre il cuore infiammato avvisa e indovina
ciò che risveglia ed infiamma il cuore; e voi potete vederne forse
gl'indizj leggendo nelle gazzette quel che parliamo e ordiniamo ai
nostri ufficiali nelle provincie. Ma il forte volere non basta; e al
forte operare non abbiam sufficienti le facoltà.
Egli m'è avviso di avere non iscarsamente risposto alle accuse più
generali e più appariscenti che jeri lanciavansi da taluni contro
il Governo. Delle censure particolari e minute, alcune sono di assai
poco rilievo, altre emergono dall'ignoranza dei fatti, ad altre manca
ogni precisione e somigliano a colpi tirati senza pigliar la mira.
Tuttavolta, non vo' tacere di una, e importante per sè e gravosa al
cuore di tutti i Ministri.
Questa è di aver noi invitato a sedere nel Consiglio di amministrazione
e di disciplina il generale Durando, chiamato da taluno in
quest'assemblea ed _apertis verbis_ traditore alla patria. Osservisi,
anzi tutto, ch'egli, per ciò che affermano parecchi deputati, viene
accusato al medesimo tempo e qui e in Piemonte; qui come lancia di
Carlo Alberto, in Piemonte come troppo tenero del Pontefice. Chi
dunque tradisce costui? Nessuno, perch'egli non può ad una ordir
frode al Pontefice e a Carlo Alberto. Io credo convenga andar molto
a rilento nel proferire sentenze cotanto odiose e terribili; e per
fermo, così la pensa la più gran parte de' soldati e de' volontarj
che sotto i vessilli suoi combattevano. Essi (domandatene, o signori)
gli conservano stima grande ed amore cordiale. E sapete voi la cagione
principalissima? La cagione è questa, che dove la mischia ferveva più
calda e più sanguinosa, dove il pericolo era imminente, le bajonette
nemiche più numerose, il grandinar delle palle più spesso, là brillava
pur sempre la spada del Durando, il quale, con nuovo genere di
tradimento, ponevasi tuttogiorno al rischio di affogare la sua frode
nel proprio sangue.
Ora, ditemi, in nome di Dio, se veduto l'aveste fra tante palle e
tante austriache bajonette cadere ferito ed estinto, sarebbe nessuno
di voi stato ardito di domandarlo traditore, e nel cadavere suo ancor
sanguinante e dal ferro dilacerato imprimere un marchio d'infamia?
Ebbene, voi pigliate arbitrio e baldanza di atrocemente accusarlo,
solo perchè la fortuna à conservato quel braccio e quella spada
onorata al profitto d'Italia. Queste sono le ragioni per cui pensò
il Ministero di dar luogo al Durando in seno del consiglio testè
mentovato: e con tutto ciò, abbiamo premesso all'atto una diligente ed
esattissima investigazione dell'opera sua; e in fede di onesti uomini,
vi assicuriamo, che non v'è ombra di colpa e di trascuranza in tutte le
recenti fazioni di guerra del generale Durando. Egli commetteva forse
qualche errore di previdenza e di tattica; ma, con vostra pace, qual
generale non ne commise, o non fu a risico di commettere?
Dopo ciò, io reputo di toccar già la fine del mio troppo lungo
ragionamento; conciossiachè a rispetto dell'avvenire, di cui pure
moveste discorso, o Colleghi, poco o nulla ci conviene rispondere.
Noi da un mese non siamo solo in istato di rinunzianti, ma con viva
istanza e più d'una fiata abbiamo richiesto e pregato che la rinunzia
nostra si accetti. Jeri stesso abbiamo, ad un animo, rinnovato e
compiuto l'ultimo e risolutissimo atto di tale rinunziazione. E però
noi rimaniamo in sin da ora Ministri unicamente per conservazione
e custodia dell'ordine e quiete pubblica, e per tutela dei comuni
diritti. D'ogni rimanente ricade a voi la cura e il consiglio; e ci è
forza da quindi innanzi di non tollerare che si rovesci sul nostro capo
la più ponderosa e formidabile malleveria che premer possa la coscienza
d'un uomo onesto e d'un incolpabile cittadino.
Io mi dispenso dal giudicare se a voi venga meno la volontà o il potere
o l'opportunità o l'unione, per ispalleggiare e protegger quegli uomini
che la fiducia popolare condusse al governo, e, più costante di molti
di voi, sembra non abbandonarli ancora. Ma io so questo assai bene,
che i censori ed accusatori del Ministero, cercando una verità e una
utilità molto dubbia ànno indubbiamente peccato di grave imprudenza; e
quando sieno buoni e leali patrioti, com'io li stimo, tardo e doloroso
rincrescimento cagionerà loro il vedere e conoscere che il nostro
uscire di governo non sarà senza manifesta letizia dei nemici eterni
della libertà e indipendenza italiana.