_Il dì 6 luglio, mentre gli animi erano turbatissimi della
sconfitta toccata alle milizie romane sotto Vicenza, e
ricalcitravano di assentire ai patti della Capitolazione
seguitane, l'Autore si levò in Consiglio e disse:_ chiedo di
compiere la narrazione insieme e dichiarazione fattavi jeri
dal Ministro di Polizia. _Molte voci allora pronunziarono si
udirà con piacere; e quindi il Mamiani salito in tribuna così
discorreva:_
La materia è molto grave e gelosa; imperocchè inchiude una massima
direttiva della nostra politica e s'attiene da più lati ai principj
fondamentali del giure delle genti. Datemi arbitrio, pertanto, che io
svolga più per disteso i concetti che l'onorevole mio collega Ministro
di Polizia significava jeri facendo breve ed acconcia risposta alla
quistione del deputato Bonaparte. E prima, occorre che si conoscano
interi ed esatti quei casi sui quali dobbiam comporre e fermare la
nostra sentenza. Io li verrò esponendo con piano e preciso discorso,
accompagnato da tutta schiettezza di animo; imperocchè non voglio
nè debbo tacervi o nascondervi nulla, massimamente aspettando da
voi un giudicio formale e terminativo, e però pienissimo di matura
considerazione. Infrattanto, pregovi di quetare ogni febbre di affetti
eziandio generosi e legittimi; e già non dubito che tutti non siamo qui
apparecchiati a posporre ogni altro rispetto a quello della verità e
della universale giustizia.
Quando al Governo fu nota la capitolazione di Vicenza, subito gli
occorse il dubbio (ed era comune a molti) se i termini di quella
impedissero alle milizie romane le fazioni altresì di mera difesa. E
non venendogli trovato nelle storie più note alcun esempio ben chiaro e
bene assestato al caso, rimaneva incerto, e a nessuna ferma risoluzione
appigliavasi. Allora ebbesi ricorso all'acuto senno e alla molta
esperienza di un pubblicista famoso,[21] il quale confessò prestamente
di non conoscere nemmanco esso avvenimenti così conformi al nostro,
da porgere lume di autorità ed agevolare lo sgroppamento del nodo. Nè
si rimase il valentuomo di sfogliare trattati ed altre opere e scritti
all'argomento correspettivi; ed oltre a ciò, mandònne graziosamente una
sua carta, in cui venivano toccate da lui parecchie ragioni ingegnose
(ma sfornite affatto di quella virtù evidente ed irrepugnabile che
conviene si accompagni a tal sorta di prove) per dimostrare che l'armi
pontificie, non ostante il divieto della capitolazione di Vicenza,
mantenevano facoltà di combattere in difesa del territorio.
In quel mezzo tempo, il Commissario generale appresso l'esercito
convocò in Ferrara, sotto la presidenza del Cardinale Legato, gli
ufficiali tutti delle milizie che sgombrato avevano Vicenza e Treviso,
e fece loro presente il dubbio di cui vi parlo, chiedendo quello che
ne pensavano. Tutti concordemente opinarono, non credersi in guisa
veruna disciolti dal patto, si voglia per le offese, si voglia per
le difese. Di più, aggiunsero in forma di nudo e mero consiglio,
che appena (pregovi di notare la cosa) sarebbero bastati tre mesi,
cioè lo spazio appunto del vietamento dell'armi, a bene riordinare
e ricomporre l'esercito, in cui pur troppo era entrata per cento
porte, a così parlare, la diffidenza e la scorrettezza. Non si fermi
alcuno a considerare se perteneva al Commissario di adunare quegli
ufficiali e di adunarli a quel fine. Nemmanco si badi se lo spiegare ed
interpretare la lettera della convenzione competa ai soldati od a voi;
nè quanta esattezza e imparzialità sia nel giudicio di gente di cui
buona porzione è straniera, e sulle cose d'Italia non può sentire ad
un modo con noi. Voglio solo che vi sia manifesto qual'è la lor mente,
e dove penda la volontà di tutti essi, liberamente e spontaneamente
significata.
Dopo ciò, al Governo giunse copia d'un bando dell'Imperiale e Regia
delegazione del Polesine, che così dice: «Dietro ordine del 23
corrente, nº 475, di Sua Eccellenza il Tenente Maresciallo Barone
d'Aspre, si richiamano tutti quelli che avessero emigrato in paesi
rivoluzionarj o all'estero, a dover ritornare entro otto giorni in
patria, sotto la pena di confisca dei loro tesori.»
Alligata con questo foglio giunse altresì una dichiarazione, o protesta
che a chiamar s'abbia, del Governo _provvisorio_ di Milano; la cui
sostanza viene a dire, che vedutosi dai reggitori temporanei di
Lombardia il bando col quale il comandante delle soldatesche austriache
contraviene all'ultimo articolo e patto della capitolazione di Vicenza,
ei risolvono e decretano che tutti i Lombardi stati partecipi di
quelle fazioni militari, sieno riputati come disciolti affatto da
ogni qualunque promessa, dacchè (uso le formali parole della protesta)
_l'infrazione del patto è flagrante_.
Signori, che fece allora il vostro Governo, e a qual partito si attenne
egli? Trattandosi di convenzioni solenni e dell'universal giure delle
genti, opinò che niuno esame e niuna meditazione gli fosse soverchia
per colpire nel segno e non dilungarsi punto dal retto e dal vero: Egli
non chiuse gli occhi sul debito che gli correva di porre in silenzio
il giusto risentimento che noi tutti nell'animo racchiudiamo, e quel
bollore di alti e magnanimi affetti da cui provenne e non cesserà,
spero, di provenire ogni più nobil fatto e migliore del nostro
risorgimento. Lecito è ai privati secondare in tutto e sempre i moti
e gl'impeti generosi del cuore inverso la patria; ma chi soprasiede
al governo investigar dee le cose pacatamente, e da quell'alta sfera
giudicarle, in cui fuor della nebbia delle passioni dimorano il dritto,
l'equità, la ragione, e l'utilità certa e durevole dello Stato.
E prima, a noi parve il capitano dell'armi austriache avesse potuto
così rispondere a chiunque di noi si fosse fatto ad interrogarlo
intorno al proposito. Ma pregovi di tenere ben fermo nella memoria,
che in questo punto io piglio a imitare le parole e i ragionamenti d'un
nostro nemico. Egli avrebbe, dunque, potuto così discorrere. Verissimo
è che l'ultimo articolo della fatta capitolazione annunzia, dovere
il popolo vicentino esser _trattato con li benevoli principj di Sua
Maestà Imperiale_; nè io voglio cavillare su questi vocaboli: principj
e benevolenza nei quali è una molto estesa e troppo indeterminata
significazione. Nel grazioso animo dell'imperatore la benevolenza e
umanità dei principj è grandissima; pur non di manco, ella non può
contraffare nè sovrapporsi d'arbitrio a tutte le leggi dell'impero e
alla general ragione che le informa; e voi sapete che a rispetto delle
colpe politiche, il codice austriaco (ben lo confesso) è il più severo
di quanti ne sieno stati scritti e pensati in Europa. Ma lasciando le
generalità, e scendendo al caso speciale dei Vicentini, io mantengo
saldissimamente, che in fatto ei sono trattati con principj di vera e
speciale benevolenza, ragguagliandola con le leggi e le massime a noi
famigliari e tuttodì praticate. E di grazia, che sono mai i Vicentini
agli occhi dell'Austria? Un popolo ostinatamente ribelle, che due o
tre volte à con deliberato animo resistito e con gagliardia massima à
combattuto le armi fedeli di S. Maestà. Eppure, coteste armi entrate
in Vicenza con piena vittoria e dopo un lungo e sanguinoso conflitto,
non ànno taglieggiata la città, non ispogliata una sola casa, non
appropriatosi nulla. Similmente, la mannaja non s'è bagnata del sangue
d'alcun cittadino; nessuno è sostenuto in carcere per colpa politica.
Forse non sono i feriti vostri con ogni cura e mansuetudine medicati?
ed io Comandante non ò con aspro rigore e difficile sforzo impedito
che la sguinzagliata soldatesca si abbandonasse alla preda e al
saccheggio, il quale in effetto nè cominciò nè con veruna sua mostra
diede spavento? Vero è che abbiamo non già imposta la confiscazione, ma
sol minacciata a que' fuorusciti che in certo termine perentorio non
ritornassero alla nativa loro città. Ma, signori (seguiterebbe a dire
quel capitano), ogni qualunque pietà e benevolenza nei vinti non può
tollerare che, non compiuta ancora la guerra, e instando sempre danni
e pericoli estremi all'integrità dell'Impero, prosieguano i sudditi
nostri senza danno e pericolo niuno ad osteggiarci ed offenderci con
ogni possibile mezzo, e militando alla franca ed alla scoperta sotto
le bandiere e tra le file stesse de' nostri nemici. Per ultimo, vi
risovvenga non si vivere ora in tempi ordinarj, ma in istraordinarj
e di guerra. Il governo militare regna qui come altrove, e necessità
vuole ch'egli segni alcuna transitoria limitazione alla virtù delle
leggi comuni e pacifiche.
Tolgami Dio, Colleghi degnissimi, che io reputi queste ragioni
tutte valide e buone; e riconosco, oltre a ciò, che il cuore stesso
ci vieta di trovarle ben sufficienti e persuasive. Pur nullameno,
elle ci vietano altresì di ravvisare la infrazione del patto così
intera, aperta e _flagrante_, come il Governo lombardo la stima.
Ed anzi, quell'opinar suo tanto fermo e assoluto parrebbe quasi
incredibile, quando la cotidiana esperienza non insegnasse ad ognuno,
come per troppo amore del bene sia facile in politica di travedere e
travalicare.
Ma che d'uopo c'è, dirà qui alcuno, di guardarla così per sottile?
non è l'amor della patria mantello largo e onorato per cuoprire e
onestare sì fatta sorta di errori e di mancamenti? Nelle faccende
politiche, poi, il successo è ogni cosa: e quando noi sarem vinti
e col giogo sul collo, poco ci avvantaggerà il poter ricordare
ai nemici, che nell'osservanza dei patti siamo stati a maraviglia
scrupolosi e leali. Bene sta; ma io non posso pretermettere di notare,
che mostrerebbe giudicio povero molto colui, il quale si desse a
credere che il giure delle genti venga osservato nella più parte dei
casi con perfetta scrupolosità, eziandio da popoli mezzo barbari, a
cagione d'un sentimento puro e profondo di universale giustizia. La
necessità e l'interesse v'à la sua parte, ed anzi ardisco dire, la
principale. Abbiamo noi forse cessato di guerreggiare coll'Austria,
e sono chiuse con lei le partite del dare e dell'avere; intendo, i
danni, le rifazioni e le rappresaglie? o non si prevede in quel cambio,
che lunga, ostinata e sanguinosissima dee riuscire la lotta? E nella
guerra, per dirla con Cicerone, Marte è comune; e s'io quest'oggi son
trascurato ad adempiere i patti, domani potrò dolermi assai d'essere
dagl'inimici anche troppo imitato.
Nè questo ancora sarebbe tutto; ed io vi affermo ed assevero, che il
voto espresso ed unanime degli ufficiali, l'interesse ben calcolato
e la giusta apprensione pei casi avvenire, la dubbia interpretazione
del patto e la più incerta e dubbia contravenzione sua dalla parte
dell'Austria, bastati non sarebbero ad acquetarci la mente e lo
spirito. Conciossiachè al nostro giudicio e alla nostra deliberazione
avrebber dato motivo o il sospetto di non venire obbediti dai
militi, o il timore delle prossime rappresaglie, o la troppo visibile
insufficienza delle ragioni, o tutte insieme cotali considerazioni,
molto più atte a indurre nell'animo una gravosa necessità, che un pieno
e schietto convincimento.
Ma noi abbiamo pensato, nobili cittadini, che i passi primi della
diplomazia italiana dovesser procedere lucentissimi di fede e
di lealtà. Noi ci siam ricordati che nelle politiche relazioni
e corrispondenze coi popoli accade appunto il medesimo che nelle
commerciali e negoziative; in tutte le quali, l'osservanza gelosa dei
patti e il pronto e lieto mantenimento di ogni promessa cresce ed
accumula a poco a poco quel credito che, in mano soprattutto delle
moderne nazioni, convertesi in uno de' più fecondi e maravigliosi
strumenti della forza e grandezza loro. Noi abbiamo opinato che
mette assai meglio in siffatti casi gittare ogni colpa sugl'inimici,
di quello che arrisicare di farcene autori noi, e di non potere
alla finale vittoria dell'armi aggiungere altresì la vittoria del
dritto. A noi è sembrato che se queste massime tornano vere e sante
e profittevoli a qualunque nazione, fannosi tali infinite volte di
più alla gente romana, cui sta in capo il sommo Pontefice, tutore e
serbatore perpetuo dell'umana giustizia. Infine, da noi fu pensato
che il popolo romano, come il discorso ministeriale già l'esprimeva,
non valendo a gloriare ed a sovrastare tra le nazioni per la vigoria
dell'armi e la vastità dell'impero, farsi almeno doveva al mondo
esempio luminoso e specchiato di ogni forma eccellente e perfetta del
viver comune.
In una contrada non molto remota da noi scorre e fuma a questi giorni
un torrente di sangue, e nella metropoli sua le vie più frequenti e più
belle si veggono seminate di strage civile.[22] Quivi non è principio
di sociale giustizia che non sembri oggimai vacillare e disfarsi.
Quivi le nozioni stesse primigenie ed eterne del bene e del vero pajono
ottenebrarsi e travolgersi, e l'impero della forza e lo stato di guerra
farsi naturale e proprio agli uomini, quasi avverando l'abborrevole
sogno del filosofo di Malmesbury. Signori, a noi tocca nudrire ne'
nostri popoli il generoso ed utile orgoglio, che qui nella sacra
città, in cospetto del Campidoglio, al lume dell'antica sapienza, que'
principj e quelle nozioni sbandeggiate anche da tutto il mondo avranno
un certissimo asilo, e poseranno sicure all'ombra augusta del Vaticano.
Dopo ciò, non si stimi da alcuno di voi, che siensi messi in
dimenticanza e in non cale i possidenti di Vicenza tra noi rifuggiti
e dal bando dell'Aspre percossi. Al contrario, noi ci facemmo
debito di scrivere senza indugio al capitano dell'armi imperiali,
raccomandandogli con ogni virtù di parole quei miseri; ed anzi,
prevalendoci assai della nostra religiosità, poco da esso meritata,
nella osservanza dei patti, patrocinammo con tanta più forza e caldezza
la causa dei profughi.
Noi pigliamo speranza che quella nostra scrittura non giacerà senza
effetto: ma quando pure non conseguisse tutto il bene che il cuor
nostro desidera, piaccia a voi di considerare se meglio sarebbero
stati ajutati e difesi i profughi rompendo la fatta capitolazione, e
togliendo con ciò ogni qualunque ritegno alle austriache vendette.
D'altro lato, ricordiamoci che l'Italia tutta è oggimai segnata di
sventure e di martirj, nè serba provincia così riposta e queta e
sommessa, che molti generosi a questi giorni non tingano delle proprie
vene. La via che conduce all'indipendenza e alla libertà (tutte le
storie il confermano) è da ogni parte bagnata e molle di sangue e di
lacrime; e non sono questi per lo certo i danni e gl'infortunj, sotto
il cui fascio l'animo degl'Italiani si piegherà fiaccato e invilito.
E similmente, se per due o tre mesi porzione dell'armi nostre dovrà
ristarsi dal combattere, non perciò la causa nazionale, che è sacra
e perpetua, si verrà meno, o l'armi e le braccia del popolo nostro
mancheranno all'estreme e disperate difese.
Pericolo vero e solo e incessante sovrasta alla causa italiana nel
dissentire degli animi, nel traboccare delle passioni, nel macchinare
dei partiti. Or fa qualche giorno (io nol vo' tacere, o Colleghi, ed
anzi sovvienmi di averlo in altro ragionamento significato), l'anima
mia era contristata infino alla morte. Perocchè dappertutto io scorgeva
spuntare e moltiplicare i germi delle antiche discordie; e il lievito
micidiale delle vecchie invidie e dell'abituale orgoglio riprender
vigore, e le plebi corrompere e i giovani infatuare.
Ma qualche angiolo tutelare veglia per lo certo alla nostra salvezza; e
ne' libri del fato è veracemente scritta l'italiana risurrezione:
Nè sillaba di Dio mai si cancella.
Signori, alle nuove che giungono di Piemonte mal possono i cuori
gentili temperarsi da un dolce pianto, e non mandare voci e grida di
gioja. Il gran decreto dell'Unione è già sulla Dora dai contraenti
popoli sottoscritto, e il Regno formidabile subalpino è fondato. Superò
l'Italia un gran punto, mirando coi propri occhi le vecchie gelosie
e le ostinate borie municipali dileguarsi innanzi alle necessità
della comune salvezza. In cotesto fatto un valor si racchiude ed
una efficacia più stupenda e migliore di qual sia battaglia campale
guadagnata sugli stranieri.