_Nell'Adunanza delli 27 di giugno, accusato il Ministero di_ AVERE
INIZIATO UNA POLITICA DI SEPARAZIONE, _e fattasi la proposta
d'inserire nell'Allocuzione al Principe alcune frasi a ciò
relative, l'Autore uscì in queste parole:_
Io non facea pensiero di parlarvi, o Colleghi, in questo dibattimento
sull'Allocuzione vostra al Principe; considerato che ella è materia
la quale dee più particolarmente esprimere così il vostro proprio
e franco opinare intorno agli atti del Governo, come i peculiari
desiderj e disegni che rivolgete per l'animo. Ma poichè il discorso or
ora udito d'un uomo illustre[20] sembra chiamare i Ministri a render
ragione del loro operato, e di certa diffidenza e separazione che,
dice egli, abbiam seminata dappertutto, e per cui proseguiamo a reggere
la cosa pubblica come di nostro capo e contro il volere d'una persona
augusta e magnanima; io sentomi astretto di addirizzare al deputato di
Viterbo, ed a tutti voi, poche parole ma sostanziose e calzanti; e non
di discolpa, che sembrami non bisognare, ma di più aperta e schietta
dichiarazione. La quale poi sosterrò che possa parere non richiesta ed
inutile a molti, dopo la fiducia espressa da voi per voto due volte. In
materia tanto gelosa, niuna replicata confessione e dichiarazione può
riuscire superflua.
Voi già udiste, o signori, in sull'aprirsi del Parlamento quel discorso
pensato, e dalle circostanze fatto solenne, col quale il Governo poneva
in luce le massime della politica sua. E voi pure udiste, compiutane
appena la recitazione, che il Ministero per la mia voce manifestò
essere quella enunciazione di principj direttivi e ministrativi stata
pienamente ed interamente approvata dal Principe. Ciò non rivela al
sicuro tra i Ministri e lui nè diffidenza nè sconcordia. E di più
dico, che se di principj e di metodi al Governo attinenti il Ministero
differisse dal Capo inviolabile dello Stato, voi ci vedreste salire
affrettatamente in ringhiera per istruirvi che non siamo più in grado
di ben servire la patria e il Pontefice.
Che dunque pretendesi dopo ciò? e qual dubbio e quale sospetto non
diventa fra queste pareti inopportuno affatto e illegale? Volete voi
un Ministero eletto e dichiarato secondo gli ordini e le forme usuali?
voi l'avete presente. Lo desiderate sindacabile in ogni atto suo, e
punibile a tenore di leggi? ed egli è tale in modo ancor più perfetto
che il precedente non era. Lo volete ben adatto ai tempi, partecipe
delle vostre opinioni, proveduto della vostra fiducia? ed egli fu
giudicato sì fatto da voi medesimi con doppio suffragio, e con la
risposta ufficiale e consideratissima che apparecchiate al Principe e
a noi. Oh le forme legali non bastano, e le convenienze parlamentari
non impediscono che fuor di questo recinto si sospetti e bisbigli.
Concedo che sì, e bisbigliano ancora che tali sospetti ed accuse sieno
fomentate e accresciute non meno dai poco amici del principato, che
dagli aperti nemici della libertà. Ma il sospettare e mormorar della
gente mai non à fatto legge a nessuno.
Del resto, guardiamoci, o Colleghi, ne' giorni che corrono
dall'incolpar le persone di certe non dirò discrepanze ed oppugnazioni,
ma differenze vive d'idee, che l'indole varia degli ufficj e
dell'educazione trascina seco; e sopra tutto, asteniamoci dall'accusare
e biasimare gli uomini a cagione di quegli elementi dispari e non
appieno omogenei di cui si compone l'antica e sostanziale forma della
civile comunanza in che ci troviamo. Non possono coteste disparità e
dissomiglianze venire abolite da tale individuo o da tale altro, ma vi
occorre l'azione occulta, travagliosa e ostinata dei secoli; e parecchi
ne sono trascorsi dacchè l'opera ebbe principio, e voi ben sapete che
la perfetta e amichevole conciliazione di quegli elementi ancora non
è compiuta. Per lo certo, a noi corre debito di accelerare con ogni
sforzo e fatica la perfezione e l'assodamento di tale concordia, e di
procurare in essa la gloria più bella e al genere umano più salutifera
del risorgimento italiano. Ma se le fatiche nostre e vostre riescono in
parte manchevoli e non sufficienti al grand'uopo, sieno le scuse e il
compatimento schietti, fiduciali e reciproci.
Che cosa siam noi, Colleghi, e le nostre forze e gl'ingegni a fronte
di questi alti problemi in cui tutta, può dirsi, la specie umana si
occupa e studia da lunghissima età? Spettatori piuttosto che autori,
impariamo dalla storia la travagliosa e lentissima trasmutazione.
Minuti ed effimeri enti, la ruota immensa del tempo ci preme passando,
e trita e confonde con la polvere della sua via, dove appena le intere
generazioni lasciano un segno e un vestigio. Io vi ripeto, signori,
con gran fermezza, che insino a quell'ultima ora che rimarremo nei
seggi ministeriali, nessuna cura, nessuna diligenza, industria e
arrendevolezza, nessun'arte di fina prudenza verrà intralasciata perchè
la più vera e benevola conciliazione mantengasi tra il Principe e gli
esecutori del suo Governo.
Però, a questa sempre cercata e desiderata composizione e concordia,
la natura stessa e la necessità delle cose prescrive un confine; e
rispetto a noi, lo segnano e lo mantengono i santi principj che abbiam
professato tutta la vita, e contro ai quali niuna autorità e possanza
del mondo ci farà pensare e operare alcun atto giammai.
Mi sembra pertanto, raccogliendo in un sol concetto le mie
brevi parole, che ogni cangiamento od aggiungimento al dettato
dell'Allocuzione, proposto con intenzione speciale di far sospettare
una qualchessia diffidenza e discordia fra il Principe e i suoi
Ministri, nè è savio e accettabile, nè punto conformerebbesi agli usi e
alle massime del reggimento costituzionale.