_Discorso pronunziato nella tornata del 26 giugno, in occasione che
alcuni Deputati proponevano di significare nell'Allocuzione al
Principe il desiderio del Consiglio, che intendesse il Governo
particolarmente a giovare ed educare il popol minuto._
Il voto col quale la tornata di jeri l'altro venne conclusa, riferivasi
ad un argomento sì grave e solenne pei tempi nostri, che non si fa
lecito al Ministero di non dichiarare sovr'esso la mente sua; e credo
opportuno, come testè io diceva,[18] tale dichiarazione accadere
innanzi che i commessarj sull'Allocuzione al Principe deliberino
intorno al proposito, e trovino quelle espressioni che parranno loro
più acconce e più rispondenti ai pensieri e alle massime del Consiglio
dei deputati.
Io comincerò dal notare, che sfortunata ed impertinente riesce oggimai
l'appellazione di riforme sociali e di questioni sociali, che molti
dànno per vezzo e per uso a importantissimi studj e a utilissimi
proponimenti. Simili nomi svegliano nella più gente un'apprensione ed
una paura non del tutto irragionevole; perchè il pensier loro corre
drittamente a quelle moderne utopie che non son lasciate spaziare nel
libero campo ed innocuo delle astrazioni accademiche; ma le si fanno
con foga e precipitazione discendere nell'ordine dei fatti civili,
cagionando, come pur troppo si scorge oltr'alpe, fiere e minaccevoli
perturbazioni. Pure, come ciò sia, noi qui non parliamo (od è questa
per lo manco l'opinion mia e de' miei colleghi nel Ministero), non
parliamo noi qui del mutare e rifare le fondamenta al sociale edifizio,
ma del correggere e migliorare la sorte del popol minuto; la quale
sarà sempre in cuore a tutti gli animi generosi e compassionevoli e
singolarmente al cristianissimo popolo di questa città, in cui, diceva
quel nostro,
Giuste son l'alme e la pietade è antica.
Circa l'essere e le condizioni del popol minuto, due estremi debbonsi
ugualmente fuggire. Il primo, di non gittarsi a tutt'uomo in quelle
fantasie onde sono uscite con parto infelice le teoriche strane e
avventate che menano sì gran rumore di sè, ma le quali condotte alle
prime e più semplici applicazioni, subito ànno mostrato la vanità loro.
No, concittadini, alle questioni, come sono pensate e proposte oggidì
in Francia e che piglian nome di sociali, non trovasi, per isventura,
risposta veruna assoluta ed affermativa. Certo, io non ficcherò la
pupilla mia debolissima tra le ombre, anzi nella notte profonda del più
remoto avvenire; ed io non so bene se nel lunghissimo corso dei secoli
la provvidenza riserbi all'intelletto degli uomini qualche, dirò così,
impensata divinazione, per cui giungano elli a risolvere quei problemi,
e interpretare quegli enigmi che alla scienza moderna, e intendo
la solida e verace scienza, permangono chiusi ed inesplicati. Pur
troppo, considerandosi per ogni parte cotale materia delle questioni
sociali, si riconosce apertissimo, che stannovi dentro nascoste certe
disuguaglianze, o naturali ed ingenite, o necessarie ed inemendabili,
e certe discrepanze e contrarietà d'interessi, di facoltà e di uffici,
le quali niun mezzo, niun ritrovato, niuna forma d'istituzioni vale
a rimovere compiutamente. Però, chi ben guarda negli spedienti e
ne' partiti proposti, e medita i sistemi ambiziosi che i socialisti
architettano a lor talento, scorgeli tutti offesi da un peccato
medesimo; imperocchè tutti effettivamente rivolgonsi in un perpetuo
paralogismo, come la ruota d'Issione. Vuoi tu scemare al possibile
l'indigenza? noi siamo nel tuo desiderio. Ma se la vuoi sbarbicare
affatto e per sempre, credi che senza arricchire l'universale
diverrai povero tu. E se ben poni l'occhio alle tue vestimenta, alle
supelletili di tua casa, a quelle minute opere che altri adempiono in
tuo sostentamento e servigio ogni dì, affinechè tu possa vacare alli
studj tuoi razionali: e se quindi fai ragguaglio di tutto ciò con
l'intera famiglia umana, e consideri l'immenso apparecchio di ordigni
e manifatture, e il cumulo e la varietà infinita di materiali opere
che occorre alla civiltà per sussistere, crescere e perfezionarsi,
tu verrai nella nostra sentenza: la quale afferma che la porzione
massima del genere umano nasce destinata alle meccaniche faccende, le
quali d'altra parte senza fatica e travaglio grave e incessante non si
compiscono, e però bisogna cotidianamente agli uomini il pungolo acuto
ed amaro della povertà. Che se presumi, o socialista, di possedere
l'arte di far soave e desideratissimo ogni lavoro il più ingrato e il
più schifo, mediante certi compensi e armonie che dici avere scoperte
nell'uomo e nella natura; io affermo assai risolutamente, che tu
contempli un'altra natura ed un altro pianeta che questo dove abitiamo.
Io veggio bene che tali ubbie fra i nostri dotti non allignano e
non recan pericolo. Ad esse fa ostacolo insuperabile una delle più
comuni e più profittevoli doti che la natura à fornito alle menti
italiane; l'ingegno pratico, io voglio dire, e lo squisito buon senso.
Nè tampoco sono pericolose e attrattive per al presente all'infimo
popolo. Conciossiachè le nostre plebi, la più parte, sono campagnole,
e vivono frugali e modeste e così semplici nelle lor voglie e ne' loro
costumi e pensieri, come la circostante natura, il cui nudo e schietto
sembiante guardano e ammirano a tutte l'ore. Oltre di che, la religione
vive ancora e trionfa con pura fede nelle moltitudini nostre; e per
virtù di lei tollera ciascheduno que' gravissimi mali che crede dovere
infallantemente venir riparati in un mondo migliore; e con serena e
tranquilla pace di spirito non domanda insino a qui a Dio e agli uomini
altra cosa, in compenso del tanto sudore, salvo che uno scarso e rozzo
pane cotidiano.
Ma, signori, al dirimpetto dell'estremo di cui vi parlo, ne sorge un
altro non meno pernicioso, e consiste nell'incuria e nella dimenticanza
del vasto subbietto intorno al quale vi sto intrattenendo. Alcuni se
ne spaurano a modo, che via il cacciano dalla mente come cosa nefaria
e da porsi in tacere per tutti i tempi. Alcuni invece lo sprezzano e
lo deridono, e forse ciò fanno per cortezza d'ingegno e di scienza;
altri viene nel medesimo effetto per secreto movimento d'egoismo e
d'orgoglio, trattandosi della gente minuta, alla quale non appartiene
e che desidera tener soggetta. Altri spera o finge che non badando
alle questioni appellate sociali, si torrà loro importanza e rinomo,
e stancandosi gli uomini di ragionarne, elle andranno in dileguo. Ma
questo guanciale dell'incredulità e dell'accidia mai non à dato un
buon dormire e un buon riposare a nessuno, e non si cambiano per esso
le condizioni peculiari del secolo. Certissimamente, le questioni
dette sociali sono il vero e proprio qualitativo della età in che
c'imbattemmo a vivere; e non è lecito a un popolo da lunga mano educato
e civile, e similmente a un governo provvido e illuminato, il non
curarle quanto è mestieri. Debbe anzi egli cercarne per tempo e con
diligenza la parte sincera e operabile, affine appunto di resistere e
di combattere con pieno e facil successo ai copiosi e funesti errori
che quelle accompagnano. Nè del presente ei si conviene tanto fidarsi
da chiuder gli occhi sull'avvenire, forse poco discosto. In niuna
parte d'Europa s'alza oggi un incendio che non mandi per tutto le
sue faville: e se le materie, per gran ventura, non son qui disposte
a contrarre l'ardore, teniamo bene in memoria potere l'esempio, le
occasioni, le rivolture, la male usata libertà e gli errori nostri
mutarle; e puossi replicatamente diffondere un seme, che in sino
a quest'ora o non cadde sul nostro suolo, o vi rimase infecondo.
Sopratutto, convien ricordare che quanto succede di là dall'Alpi non è
solo da tribuirsi a cagioni locali ed accidentarie, ma sì a parecchie
universali e durevoli, di cui vi prego di fare attenta considerazione.
La storia antica, e segnatamente quella di Grecia e di Roma, appena ci
à tramandato il nome degl'infimi lavoranti e della più umile plebe,
e fatto conoscere alla nostra curiosità che in quell'era vivessero
poveri, e come fossero sovvenuti. Del qual silenzio voi ben sapete
la cagione. I veri derelitti allora e indigenti erano i servi, cioè
gregge umana e non cittadini, cose utili e non persone, enti animati,
incapaci di possedere del proprio nemmanco sè stessi e la luce che
loro mandava il sole. Ma il cristianesimo à, la Dio mercè, rivendicato
per sempre i titoli augusti e inviolabili di tutta l'umana famiglia.
E posto ancora, che il proletario de' nostri tempi viva altrettanto o
più disagiato dello schiavo greco e romano, la qual cosa in generale
non reputo vera; ciò nonostante egli occupa oggi con sicurezza e gode
a suo senno un tesoro eccelso ed inestimabile nel conoscere e praticare
la dignità della propria natura, obbedire ed assoggettarsi per patto e
secondo equità, e trovarsi con gli altri uomini in comunanza perfetta
di diritti e di doveri. Ma, come agli altri ordini di cittadini
bastava per affrancarsi compitamente e abilitarsi ad ogni vantaggio
l'estinzione dei privilegi e l'uso della libertà e dell'uguaglianza
civile e politica, comincia il proletario a discernere che ciò a lui
non è sufficiente, bisognandogli una tutela assai più stretta e più
soccorrevole, e desiderando ch'ella riceva a' dì nostri alcuna forma
legislativa e giuridica, nè sia scontata o con qualche specie di
servitudine e d'umiliazione, o col ritorno dei vecchi mali sott'altro
colore e denominazione. Esce da ciò, come vedete, una condizione non
men generale che nuova di tempi e costumi; e la lor ragione è riposta
così nella progressiva emancipazione delle classi, e nel perfezionarsi
a grado a grado i concetti e la pratica della universale equità e del
comune diritto, come eziandio nell'efficacia secreta e incessante delle
dottrine evangeliche, dentro le quali stanno veracemente inseriti e
racchiusi tutti questi germi benefici di ugualità e di fraterna tutela
a rispetto dell'infima plebe.
Ma, signori, cotali germi divini sono dalla provvidenza medesima
consegnati alla nostra ragione, perchè gl'illumini e li fecondi.
Fu il medio evo caldissimo tutto di carità verso i poveri; ma le
tenebre della mente annullavano quasi l'effetto di tanto ardore. A
noi s'appartiene col senno civile odierno di riparare l'esorbitanze
e gli errori delle vecchie età; e s'ingannerebbero forte coloro i
quali stimassero che la meditazione, l'uso e l'esperimento non abbiano
altresì da cotesto lato raggiunta a' dì nostri molta perfezione di
scienza, nè discoperti di mano in mano e insegnati parecchi progressi
sostanzialissimi.
Distinguiamo (giova ripetere) la porzione fantastica e ne' fondamenti
suoi mal ferma e cadevole delle teoriche odierne sociali, da quella che
pur vi rimane salda, positiva e operabile. Tra i mali veri e presenti
del popol minuto, e l'ultimo e inaccessibile punto di agiatezza e
prosperità che accennano i socialisti, intervengono moltissimi termini
e quasichè innumerevoli, ciascuno de' quali segna od una privazione
cessata, od una miglioranza speciale ottenuta; quando un qualche
incremento di ben essere materiale, e quando alcun progresso comune
d'istruzione e d'educazione. E a questi termini intermedj (notabile
cosa) mai non vedesi una piena impossibilità di aggiungerne altri
ed altri. Tale, o Colleghi, è l'arringo alle presenti generazioni
dischiuso: questo il campo della scienza moderna che tutti con
isquisita cura e massima diligenza dobbiam coltivare.
Così e non altramente il Ministero avverte e considera i fatti e
le dottrine che riferisconsi alle questioni dette sociali. E per
iniziare intorno ad esse l'attuazione graduale di quelle massime e di
que' propositi che sembrano a lui non che salutari e degni oltremodo
del vostro suffragio, ma praticabili in sin da ora, ed ottenibili
in qualche porzione, egli avvisò di proporre ai Consigli, come farà
per l'appunto tra pochi giorni, tal disegno di legge, per cui venga
costituito fra noi fermamente e con estese prerogative uno speciale
Ministero inteso alla beneficenza pubblica e alla educazione del popol
minuto. Datemi licenza, onorandi Colleghi, di porre in vostra notizia e
considerazione la circolare che il Governo à inviata, in ordine a ciò,
a' suoi primi ufficiali.
«Carattere principale del nostro secolo, e titolo vero e degno da lui
posseduto alla lode e conoscenza dei posteri, si è la sollecitudine
grande e sinceramente caritativa che mostra inverso il popol minuto,
nel quale pur troppo s'accoglie la più numerosa e più sfortunata
porzione del genere umano. Fervono da per tutto gli studj e le scienze
denominate sociali, e ad ogni provida e illuminata amministrazione
appartiene l'ufficio d'indurre da quelli ciò che vi si aduna di vero
e di praticabile, e per nulla non contradice ai principj eterni e
moderatori della famiglia, della proprietà e della libertà umana.
»Il Governo, persuasissimo della gravità e importanza suprema di
tal subbietto, à deliberato di proporre ai Consigli legislativi la
istituzione d'un Ministero nuovo speciale, con titolo di Ministero
della beneficenza publica. A questo spetterà in modo particolare
e proprio, la cura gelosa e il carico difficilissimo di emendare
e migliorare lo stato delle moltitudini più bisognose, scemarne
le privazioni e i disagi, combattere da ogni banda le cagioni
dell'indigenza, estirpare l'accatteria, stenebrare le menti, correggere
gli animi e incivilirli.
»Per dare un buon fondamento a siffatta impresa, egli è grandemente
mestieri che al Governo sieno fatte avere notizie ordinate e ragguagli
minuti ed esatti circa le opere e gl'istituti di pubblica beneficenza,
quanti e quali sussistono insino al dì d'oggi in ogni provincia dello
Stato, e sotto qualunque giurisdizione e denominazione.
»Io però invito e prego la Signoria Vostra Illustrissima a voler
commettere ai signori Gonfalonieri, e mediante essi, ai rettori e
ministratori dell'opere e istituti di pubblica beneficenza della
Provincia sua, che nel più breve tratto di tempo sieno raccolte e bene
ordinate le notizie e i ragguagli suddetti, e per mezzo di Lei fatte
giungere speditamente in questo nostro Ministero.
»Trattandosi di cosa che tanto importa, io non ho dubbio nessuno
dell'assaissima sua diligenza e premura, nè di quella de' signori
Gonfalonieri, ai quali le piacerà di vivamente raccomandarla.»
Cotal Ministero, o Colleghi, vòlto al beneficare e all'incivilire
le moltitudini travagliate e indigenti, è a noi comparso molto più
rilevante e proficuo di altri che in altre contrade ànno conseguito un
nome ed un essere proprio e distinto. Scorgesi in Inghilterra (a citar
qualche esempio) un Ministro che cura e vigila unicamente i palazzi
della Regina. Più volte si veggon Ministri a' quali nessuno ufficio
particolare viene affidato, e sembrano se non poco opportuni, certo non
necessarj. In parecchi Stati v'ha un Ministero, il cui solo negozio
è di reggere e provvedere i lavori pubblici. Nè io, per lo certo,
nego la importanza e il pregio di tal reggimento, e nemmanco intendo
di scemarli di verun grado nella vostra e mia opinione. Ma come si
potrà mantenere che i lavori meccanici dello Stato rilevino molto più
che la carità sua e i suoi beneficj nella gente minuta, o che questa
porga materia ministrativa meno ampia e meno implicata e difficile,
o non debba più forse di tutte l'altre cose stare a cuore al Governo?
Eppur mi sovviene, che nelle pagine del Vangelo la persona umana che
maggiormente vien ricordata ed accomandata, e posta in cima ai pensieri
e agli affetti, non è mai l'uomo savio o il potente, non è il dovizioso
o il bello o l'addottrinato o l'illustre, ma sì il pusillo ed il
povero; e della plebe minima e povera è naturale e sollecito padre il
Principe che noi obbediamo.
Io non vi nascondo, che alla istituzione disegnata e proposta da
noi movesi un'altra specie d'accusa. Sostenete che a purgarcene qui
brevemente e con manifeste ragioni, io spenda ancora alquante parole; e
ciò in considerazione di un ingegno elettissimo[19] che quella istanza
accennava.
Dicesi, pertanto, che la beneficenza pubblica affin di recare al mondo
spessi e abbondevoli frutti, dee pertenere unicamente al senno e allo
zelo dei Municipj.
Io son pieno, o Colleghi, di quest'albagia (nè la voglio celare),
che io stimo, cioè, e credo fermissimamente nessuno amare più di
me nè più di me prediligere e rispettare le libertà e le pertinenze
comunitative: sopra che il Governo presto darà a divedere coi fatti
la verità compiuta di tal professione. Ma, d'altra parte, egli accade
di giudicare o non vi essere nella società umana bisogno e desiderio
alcuno di norma universale e di pratica unità, ovvero che si convien
fornire sovente il Governo della facoltà di unire e coordinare lo
sforzo e le opere dei privati e dei municipj, e avviarle tutte a uno
scopo medesimo, sebbene gli s'imponga di usare in cotale atto la sola
efficacia dell'esempio e l'armi della scienza e della persuasione. Che
cosa in tale bisogna pretendono i reggitori dello Stato? null'altro
che di voltare a bene e profitto delle misere plebi quelle facoltà e
quei mezzi che solo essi possiedono. Dall'altezza del loro ufficio non
è egli vero che possono come da specula eminente girare all'intorno
il sicuro sguardo, e del tutto insieme dei luoghi (per seguir la
metafora) farsi un chiaro e distinto concetto, notarne le simiglianze
e le varietà, scuoprirne le rispondenze, le congiunzioni, i passaggi,
indicar delle vie quanto e come divertono e i possibili raddrizzamenti
e le scorciatoie e i tragetti; in quel mentre che ciascun uomo privato
e abitante in basso luogo, le parti conosce e non più dove pone i piedi
e può tirar d'occhio?
Certo è poi, che i censori, con la sentenza loro poc'anzi allegata,
debbono a un tempo scagliare accusa non pure d'inutilità, ma di
soperchieria e di danno contra alcun altro Ministero, e contra
quello massimamente della pubblica istruzione. Non debbono forse o
non possono i Municipj intendere tuttogiorno e con frutto copioso
e durabile all'ammaestramento del popolo? Certo lo possono, ed
anzi lo debbono. Ma sì nell'insegnamento loro, e sì nella scienza
sperperata e sconnessa, e venuta in arbitrio di mille diversi pareri e
consigli, mai non s'adempirà quel vasto e perfetto sistema di studj,
quella unità e vigorezza di discipline, quell'indirizzo potente e
comune degl'intelletti di cui bisogna lo Stato, e il quale nessun
uomo particolare e nessun municipio à forza di conseguire con tanta
pienezza, costanza, università ed autorità, con quanta è necessaria
al mantenimento e progresso di tutto lo scibile, e alla spedita ed
equabile propagazione del comune sapere.
In sostanza, egli m'è avviso che tal nostra controversia pigli
origine e forza più dal dubbio significato dei nomi, che dall'essere
delle cose. Forse a taluni fra noi (nè fa maraviglia) l'azione e
l'intervento ministrativo mette apprensione e paura, e sembra dover
riuscire, come per addietro, importuno, illimitato e arbitrario, e che
scemi pur sempre in alcuna guisa ed inquieti la libertà e l'opera dei
privati e dei municipj. Ma i nomi (bontà di Dio) tornano alle loro
antiche e naturali significazioni, e Governo più non vuol dire nè
signoria nè arbitrio nè privilegio nè forzoso ingerimento nè ipocrita
paternità. A voi piace che tutto il negozio dell'educare e beneficare
le moltitudini stia nelle mani dei Comuni; altri, in quel cambio, il
vorrebbe unicamente affidato e raccomandato al clero. Ed io vi dico
che il Governo non punto disegna di esautorare i Comuni ed il clero.
Ma se tale individuo o tale altro, se questa o quella congregazione,
se parecchi medesimi Municipj ed alcune provincie chiedono, siccome
accade, e ottengono dal Ministero, varie maniere di ajuti, e solenne
ricognizione e titoli e onorificenze, e stretta e particolare tutela
e malleveria e patrocinio, negherétegli voi il diritto d'invigilare e
sopravedere l'opere e gl'istituti di quelli? E se dove non giungono le
private virtù e il privato avere e la sufficienza e abilità dei Comuni,
vorrà supplire e complire il Governo, chiamerete voi ciò soprafacimento
ed usurpazione? In fine, se in questa bisogna dell'educare e
beneficare, franchi sono e liberi gl'individui, e ciascun Municipio e
ciascuna congregazione ed il clero; vorrete voi privare di libertà il
Governo, sì che non possa studiare l'arte egli pure di farsi liberale
e pietoso al popol minuto, e travagliarsi di porgere a tutti norme
ed esempj imitabili d'ottime scuole, ospizj, istituti e prevenimenti
e soccorsi d'ogni maniera? Ciò che il Ministero domanda, è troppo
discreta cosa; entrare in nobile gara di bene con tutti.
E che? non debbono dunque i più miseri e i più derelitti avere nessuna
particolare speranza e fiducia nell'opera del Governo? e questo,
che è naturale difenditore e tutore d'ogni interesse, d'ogni diritto
e d'ogni ordine di cittadini, non avrà licenza di mostrare in modo
effettivo e con segni permanenti e visibili il gran caso che fa della
plebe infelice, e le cure continue e diligentissime che disegna di
adoperare nel bene di lei? Osservisi, oltre di ciò, che recar sollievo
ai mali maggiori e più frequenti del popolo, è somma cosa, ma non è
tutto. Gran parte del beneficio consiste nella sua certa aspettazione,
e nella distribuzione uguale e ordinata, e nel poterlo ricevere
con dignità e senza troppo di stento, e nel non vederlo fluttuare e
mutare giusta i mille accidenti di mille consigli, e secondo che porta
l'ignoranza in un luogo e l'inesperienza e la fantasia in un altro; ma
conoscendo apertissimo, che v'ha una mente superiore ed assidua che
da per tutto penetra e invigila, e le fila sparse e disciolte della
carità procaccia di adunare e di tessere in larga tela e inconsutile.
Mal conosce il cuore dell'uomo colui il quale opina che altrove le
moltitudini non siensi inacerbite ne' lor sentimenti, nè indotte più
facilmente ad esorbitare, credendosi non protette e incurate, e nessun
chiaro ed esterno segno scorgendo della sollecitudine dei governanti
inverso di loro. Quindi il contrario operare, come à in animo il
Ministero presente, è gran saviezza ne' nostri tempi. E conciossiachè
la plebe più numerosa e indigente non manda a sedere su questi scanni
i rappresentanti suoi, e nemmanco li manda ne' Consigli delle provincie
e de' municipii; concedetele questo almeno, che il Governo pontificio,
universal curatore e rappresentante, mostri con ufficio particolare
e ordinatamente pietoso di sempre averla in pensiere, e del tacito
mandato di lei stimarsi fornito sempre e onorato.
Dopo ciò, chiedo perdonanza di avervi intrattenuti, o signori, con
discorso non pure prolisso, ma seminato di concetti e di voci più
cattedratiche assai che politiche. Forse la qualità dell'argomento a
sufficienza me ne scusa. Rimane che avanti di scendere di ringhiera, io
vi manifesti un voto il quale mi dura fervente e profondo nell'animo;
e il voto è questo, che piaccia a Dio provvidissimo di unire e
contemperare insieme nello spirito degl'Italiani, e segnatamente nel
nostro, il sapere dei moderni con la carità degli antichi. Nei secoli
di mezzo ardeva la carità e fiammeggiava, per così dire, insino alle
stelle; se non che l'ignoranza e le tetre superstizioni e le crudeli
giustizie, con l'ombra ed il fumo loro caliginoso, la cuoprivano e
la perturbavano. Sereno invece e splendido come sole è il sapere de'
moderni; ma i raggi che diffonde nè sono ardenti nè scaldano i cuori,
anzi direi che tornano freddi e infecondi, siccome quelli tramandati
la notte dal nostro satellite. Certo, se un simigliante maritaggio
s'adempie della carità antica e del sapere moderno, io non so quasi che
sorta di umane miserie non sia per trovare valido schermo, e conforto
efficace e abbondevole; e sopratutto, quella divina consolazione ch'è
la più dolce e cara, e la meglio accolta e desiderata dall'uomo, il
sincero amore e il fraterno compianto.