Roma, li 20 di aprile del 1848.
Io non temo, signor Generale, che a voi sembri temerario e importuno
che io vi scriva; perchè la vostra cortese natura mi rende certo che il
tempo non è bastato ad estinguere quella tanta benevolenza e parzialità
che mi mostraste in Bologna nel 1831, quando faticavamo entrambi a
ottenere che quel tentamento infelice di libertà e d'indipendenza, non
potendo più reggere, cadesse almeno onoratamente. E prima, vi scrivo
per dolce sfogo dell'animo; perchè in mezzo alle tante e insperate
maraviglie del risorgimento italiano, certo non dee reputarsi l'ultima
il veder voi padrone della città che la fredda e lunga vendetta degli
stranieri aveavi assegnata per carcere. E non è senza gran mistero del
providente consiglio di Dio, che voi per mezzo a infinite sventure e
pericoli, e in modi così straordinarj e quasi direi favolosi, foste
riserbato a questo giorno novissimo in cui s'adempie la redenzione
finale di nostra Patria. Non è senza mistero eziandio, che a voi
toccasse per ultimo campo del valore e del senno vostro guerriero
cotesta città, e cotesti popoli situati ai confini d'Italia e naturali
custodi dell'Alpi. Io non ò meco una sì gran dose di vanità, perch'io
presuma non dico di consigliarvi ma di parlare con esso voi di cose
militari, e di quelle segnatamente che avete ora tra mani. Solo,
ricordandomi dell'indole vostra lontana da ogni albagía, vorrei farvi
intendere, che a voi si conviene al presente di porre in disparte la
naturale ed abituale modestia, e sentire in modo compiuto il molto
profitto ed il gran momento di quella parte della guerra nazionale
italiana che a voi cadde in sorte. Chi non vede che l'Austria, ormai
disperata di proseguire le sue difese negli aperti campi di Lombardia,
e mal sicura altresì di Verona e di Mantova, volterà ogni sforzo dalla
banda del Tirolo, e sulle terre frapposte tra l'Isonzo e la Sava? Ma
voi ben premunito dentro le mura di Palmanova, e presto fatto capitano
(come tutta Italia desidera) d'un giusto corpo di esercito, avrete
arbitrio da un lato di soccorrere i Tirolesi insorti, e dall'altro
di assaltar con vigore le truppe austriache le quali pretendessero
di mantenersi di qua dall'Alpi, vogliamo in Trieste e nella contea di
Gorizia, vogliamo nell'Istria e nella Dalmazia. Però, io non dubito che
a voi non prema di sollecitamente istruire il re Carlo Alberto sulla
molta necessità che vi stringe di venir subito provveduto di numerosa e
scelta milizia, e che quanto maggior quantità di truppe italiane sarà
schierata sull'Isonzo, tanto riuscirà più certa e compiuta la nostra
vittoria adesso e nell'avvenire. E similmente, voi conoscete quello
che in tal fazione potrebbe e varrebbe il soccorso del re di Napoli;
il sol potentato italiano che sia fornito di molte navi a vapore ben
costrutte e ben corredate, e quindi attissime a bloccare i porti,
far mostra lungo tutte le rive dalmatiche della nostra bandiera, e
trasportare e sbarcare speditamente e dovunque sia l'uopo notabil copia
di armi e di armati. Ei bisogna che le Alpi segnino da tutte le bande
i confini d'Italia, come volle natura quando primamente configurolla.
Ma ei bisogna altresì, che questo s'adempia prestissimamente, e mentre
l'Austria giace tutta scomposta e di consiglio sprovveduta, e avanti
che la Germania intera non incominci a riordinarsi in forte e omogenea
confederazione. A voi non rimane ignoto, che ne' Tedeschi è ora più che
mai presente e vivissimo il desiderio di far buona comparsa sui mari,
a dispetto quasi della natura; accorgendosi essi, che il poco aver
prevaluto sull'altre nazioni, e poco aggiunto di peso e d'efficacia
infino al dì d'oggi ai gran casi dell'Occidente europeo, sia proceduto
principalmente dal non avere marineria. Il possedere, pertanto, per via
di Trieste, dell'Istria e della Dalmazia buoni porti sull'Adriatico,
e mezzo di pronta e diretta comunicazione col Levante e con l'Indie,
sembra ai Tedeschi un vantaggio notabilissimo, e circa il quale è
impossibile che non si svegli fra breve molta sollecitudine in tutta
quanta l'Allemagna.
Fa grandemente mestieri, adunque, che prima che ciò succeda, la vostra
gloriosa spada cacci di là dai gioghi dell'Alpi Giulie quel che rimane
di forze austriache, e i non abbondevoli sussidj che possono uscire
in questi giorni da Vienna. Affrancato una volta quel territorio, e
occupati e muniti i passaggi, tornerà più facile senza comparazione
il difenderli, benchè dal lato degli stranieri moltiplicassero le
armi e gli assalti. Quanto, poi, alle coste Dalmatiche, e a quelle
popolazioni tanto fedeli un tempo a Venezia, ei si conviene adoperare
più ancor della spada l'artificio dei negoziati, e subito entrare in
pratiche di buon accordo non già con l'Austria ma sì coi Dalmati, con
gli Ungaresi e i Croati. Quello che importa all'Italia supremamente, si
è che Dalmazia e Illirio non sieno austriaci nè tedeschi. Pel resto,
puossi trovar modo e via di accomodamento durevole; nè bisogna mai
che la nazione Ungarese, fortissima e potentissima, divenga nostra
inimica, ma invece compagna ed amica, siccome ai giorni per essa
gloriosi di Mattia Corvino. Per tutto ciò, mi sembra doversi pregare
con istanza e premura grande il re di Piemonte a mandar di presente
uomini esperti e avveduti appresso i Dalmati, i Croati e gli Ungaresi,
con ufficio espresso di dimostrare e persuadere a ciascuno dei tre,
— come il nemico loro comune sia l'Austria, e come niun d'essi debba
volere che quel potentato o per sè o in nome della Germania possa
tener dominio sulle coste dell'Adriatico. L'Italia desiderare e
pretendere unicamente ciò che natura le à dato, cioè le sue naturali
frontiere dal Varo al Quarnero; del rimanente, non domandare se non
buona vicinanza e amicizia. Una lega commerciale e doganale perfetta
fra Italia, Dalmazia, Ungaria, Transilvania e Croazia, poter mettere
in continua e profittevolissima congiunzione di traffico il Mar Nero
con l'Adriatico, il Levante col Ponente, le Indie col Baltico, il Po
col Danubio. Nessuna ambizione e interesse avere l'Italia d'uscire de'
suoi confini, nessuno di conquistare e predominare sulle popolazioni
slave dell'Albania, della Boemia, della Servia, della Bulgaria; in quel
mentre che l'Austria le va minacciando tuttavia, e da lungo tempo à
in animo di possederle: nè contra l'ambizione di lei potrebbero essi
popoli rinvenire altro collegato sincero e migliore fuorchè l'Italia;
imperocchè il Russo ajuterebbeli per farli soggetti; il Turco è barbaro
e inerme; la Francia troppo remota e incostante. —
Ma io mi stendo di soverchio a parlarvi di cose le quali, dove
s'appongano al vero, a voi non son nuove, e meglio e più profondamente
di me le scorgete e considerate. Nè il mio nome val nulla per
aggiungere a queste opinioni alcun grado di autorità; ma sì vi prego
che voi le pigliate a cuore, e Carlo Alberto insieme con voi le
caldeggi e fomenti, onde poi l'effetto dell'opera segua sollecitamente
alla ferma credenza di entrambi.
Seguitando a distribuire gli scritti del nostro Autore per ordine
di tempo, collochiamo qui alcuni discorsi da lui pronunciati nel
parlamento romano, detto con ispecial nome Consiglio di deputati; e
scegliamo quelli che per la importanza dell'argomento o la caldezza
dell'affetto o qualche lume maggiore recato alla storia degli ultimi
anni, porgono pure al presente materia accetta e non disutile
di lettura. Come poi l'Autore medesimo ne trascrisse più d'uno
nell'opuscolo impresso da lui in Genova nel 1850, e ristampato in
questo volume, noi ci asteniamo di qui registrarli. Invece, poniamo
subito allato ai Discorsi qualche altro breve dettato che in que'
giorni medesimi pubblicava il Mamiani nell'Epoca.
A ciascun discorso si premettono poche parole, per notificarne
l'occasione e le circostanze. A sminuire la noja del ripeter la
data comune a tutti, avvertiamo il lettore, ch'ei furono pronunziati
nel corso del 1848. Dalle stesse parole loro, poi, si rileva quando
l'Autore discorre secondo sua qualità di Ministro, ovvero da semplice
deputato.