I combattimenti di Goito e di Monzambano recano alle nostre truppe
onor singolare. Il varco del Mincio, qualora gli approcci e le rive
del fiume sieno difese e munite secondo l'arte, non solo è aspra
cosa e difficile, ma compiuta con tanta prestezza come i Piemontesi
ànno fatto, porge prova bellissima di bravura e di abilità; perchè si
computa generalmente dai buoni maestri di tattica, che sia mestieri di
spendervi il triplo di tempo; e tanto ne spesero nelle guerre ultime
d'Italia i Francesi. In Goito s'erano gli Austriaci asserragliati in
più strade, e da ogni casa sparavano addosso agli assalitori. Or, chi
è pratico del guerreggiare, conosce troppo bene quali rischj e fatiche
s'incontrino a smovere e scovare eziandio poca milizia da un luogo in
cui ogni muro le serve di parapetto, e l'è il bersagliare e l'offendere
così agevole, come difficile l'essere offesa.
Ei pare che tutta la schiera cacciata da Goito retroceda verso Mantova;
e quella, invece, che contrastava il passo tra Monzambano e Valeggio,
si ricoveri sotto Verona. Ma non più padroni della sinistra del Mincio,
e rotta la congiunzione loro tra Mantova, Peschiera e Verona, forse gli
Austriaci in cambio di tenere e difendere animosamente quest'ultima,
s'apparecchiano di far sicura ritirata lungo il Tirolo, e salvar
gente, artiglierie e bagagli. Se il Tirolo fosse tutto in fiamme, come
al creder mio poteva essere, accorrendovi i Piemontesi, la ritirata
de' nemici o verrebbe affatto impedita, o non accadrebbe loro senza
molto sangue e senza perdite dolorose. Ma quando, poi, i Tedeschi
indugiassero e dai nostri si trascurasse di proseguir la vittoria e
di occupare le Alpi con buon nervo di truppe, certo, commetterebbesi
errore assai grave e pregiudicioso. Marciano a quella volta alquanti
volontarj comandati dal generale Alemandi; ma perchè marciano soli,
e nessuna porzione dell'esercito li accompagna? a quella fazione non
bisognano nè cavalli nè artiglierie, ma squadre di volteggiatori e
di bersaglieri, che da molti giorni potevano essere in via. A ogni
modo, raccomandiamo con somma istanza ciò che le presenti congiunture
d'Italia ricercano sopra ogni cosa; vogliamo dire, prestezza, ardimento
e buon accordo. Sono nel Veneto i volontarj Romani, Sardi, Napoletani,
Veneziani, Lombardi. A chi obbediscono essi? ad uno o a più capi?
Nessuno ancora l'à significato, nessuno lo sa. Alle operazioni loro
è guida un disegno e un consiglio prestabilito e comune? Speriamo che
sì, ma se ne ànno indizj e avvisi contrarj. Napoli manda truppe, delle
quali certo non si scarseggia; e trattiene invece la flotta sua, che
sarebbe ai Veneziani compiuto ristoro e salvezza.
Ricordiamoci che mai Dio non à mandato all'Italia tempi più fortunati.
Ogni giorno che spunta, reca opportunità di gran fatti, e serra nei
suoi brevi confini l'efficacia di tutto un secolo. Ora, i trattati
son rotti, la diplomazia è dispersa e muta; impaurano i gran potentati
per li guai che ànno in casa; l'Inghilterra medesima vive in qualche
apprensione delle sue cose; Lamagna non è concorde, e travaglia e suda
a ben ricomporsi. In tali condizioni e pressure, l'Europa attende di
ricevere nella sua stemperata materia quelle nuove forme che il senno
e l'arbitrio delle nazioni stanno per imprimerle, giusta la naturale
configurazione dei territorj, e l'indole ingenita e sostanziale dei
popoli. Affrettiamoci pure noi, di stender l'armi e le insegne su tutte
le nostre frontiere, e sieno per sempre ricuperate.
(_Dall'Epoca._)