IV.

Finito l'esame dei diritti individuali, a voi toccherà trattare e

discutere le leggi e le istituzioni che determinano e prescrivono il

debito dei cittadini inverso lo Stato, e gli uffici eminenti di questo

circa la comune prosperità. L'oggetto primo che si affaccia al pensiero

sono le imposte, cioè il contribuire che fa ognuno secondo sue forze ad

empiere e ristorare il pubblico erario.

Intorno alle imposte e alle altre sorgenti della ricchezza del

Tesoro, sono sei cose da meditare, e ciascuna di gran momento. La

prima, che i dazj e le tasse d'ogni maniera non eccedano le giuste

esigenze e necessità dello Stato; perché, quantunque non torni

vero (come piacque a moltissimi economisti di dire) che le imposte

sieno danaro infruttifero, o sottratto almeno alla più fruttifera

industria e solerzia privata, pur nondimanco è da pensare che, per

diritto naturale, l'uomo pretende di adoperare e fruire ad arbitrio

suo la propria pecunia, e ne cede allo Stato quella sola porzione

che divien necessaria alla generale comodezza e tutela. Seconda

condizione d'un buon assetto d'imposte, si è ch'elle sieno equamente

spartite, mantenendo la miglior proporzione possibile con l'avere

dei contributori. Perciò voi escluderete, o signore, tutte le tasse

personali, e parecchie di quelle denominate indirette, e che sono

di qualità da gravare il povero con isproporzionata misura, e senza

altronde fornirgli proporzionato compenso. Importa similmente all'equa

distribuzione dei dazj il riordinamento e raddrizzamento del catasto;

cosa da lunghissimo tempo desiderata. Terza condizione si è, che il

Tesoro non s'impingui giammai di denari ritratti per vie non buone

e alla pubblica moralità perniciose; siccome avviene pel giuoco

funesto del lotto, per l'enormità veramente importabile delle tasse

giudiciarie, per le leggi di confiscazione, e in gran parte altresì

per l'imposizione delle multe, essendo che il ricco di quelle non

sente disagio e il povero rimane oppresso. Illecite sono similmente

di lor natura le tasse e gabelle che rompono o scemano notabilmente

lo spaccio, il trasporto e la permutazione dei libri, e di tutt'altro

che giovi l'incremento dello scibile e la comunicazione del sapere;

illecite le tasse che inceppano e difficultano la manifestazione e

pubblicazione del pensiere. Quarta condizione si è, che le imposte

non cadano mai sui primi elementi generatori della ricchezza e del

commercio, e sugli strumenti primi dell'arti più necessarie e proficue:

i quali sconci avvengono (a citar qualche esempio) laddove, per le

tariffe smodate e per effetto di appalti esclusivi, incarar si fanno

gli utensili contadineschi, e dove con imposizioni e diritti eccedenti

si scema nei porti la frequenza delle navi e dei carichi. Quinta

condizione si è, che le materie le quali servono in diretto modo

al sostentamento del popolo, vengano tassate o nulla o pochissimo.

Chè quantunque gli economisti sembrino voler provare, il prezzo dei

salarj proporzionarsi altresì col buon mercato o il caro del vitto,

ciò non ostante gli è da notare che non tutti vivono di salarj, nè le

braccia sempre riescono più numerose della ricerca ed uso che se ne fa.

Oltrechè, nel caso qui divisato, scemando i salarj, scemano le spese di

lavorazione: quindi viene il miglior mercato delle manifatture, quindi

l'operajo provede con poca moneta a molti bisogni. Ad ogni modo, noi

dobbiamo continuamente avere in proposito di sminuire per via diretta

e immediata le privazioni e gli stenti della plebe: questo ci comanda

la carità e la saggezza civile: nè dobbiamo badare se altri accidenti

e viluppi d'interessi e di negozj possono menomare e combattere il

buon effetto da noi voluto. A voi dunque, o signore, starà in animo di

considerare per bene tali specie di dazj, e quelli segnatamente sul

sale e sul macinato, che molto affliggono il popolo nostro minuto. I

compensi, poi, alle rendite diminuite sono da trovarsi tassando invece

le robe di moda e ciò che serve al fasto ed al lusso, e decretando,

laddove occorra, l'imposta progressiva o scalata (come i vecchi nostri

dicevano); la quale, al nostro sentire, è nelle gravi emergenze più

che legittima e ragionevole, ma solo domanda opportunità e senno per

essere effettuata discretamente e con buon successo. Altro compenso

daranno le male spese abolite e le superflue risecate; ed altro

l'aumentato consumo, che sempre tien dietro allo sbassare delle tasse.

Rinfranco altresì dell'Erario saranno i molti capitali immobili ed

infruttiferi che possiede lo Stato, fatti (come dicono) circolanti e

fruttiferi mediante le pratiche nuove economiche, e l'arte d'ampliare

e fermare il credito pubblico. Sesta ed ultima cosa da ponderare nella

materia dei dazj, a noi sembra che sia la lor riscossione medesima,

la quale conviene che si operi senz'ombra di vessazione, con metodi

semplici e speditivi, e con ogni possibile risparmio di spese. Gravi

ed inveterati abusi avrete su tal proposito da censurare e abolire;

dappoichè sembra, a giudicare dalle partite di alcune statistiche, che

più del quinto di ciò che si manda al Tesoro vada sperperato e perduto

in ispese di riscossione. In tal subbietto entra pure la considerazione

dell'appaltare i dazj e le rendite, sul che c'è assaissimo da riformare

e correggere; e v'è altrettanto, e ancor più, in quelle regole e usanze

ministrative che da lunghissimo tempo non sanno impedire la frode e il

peculato. Noi vi raccomandiamo, da ultimo, di fare accorto il governo

di quanto sia pernicioso l'abito da esso contratto di rinnovare e

moltiplicare i prestiti, e quanto riesca illusorio il bene che stima di

ricavare dalle casse d'estinzione.

L'altra parte più che importante delle dottrine economiche a rispetto

del Tesoro, consiste ad aprir nello Stato fonti larghe e più sempre

copiose di produzione e ricchezza; chè quanto maggiormente abbonderanno

amendue, tanto se ne avvantaggerà il Tesoro senza giunta di aggravio

per li privati. A tale oggetto, pertanto, rivolgerete le vostre cure

e le forze dell'intelletto. Voi ben sapete che primo mezzo e prima

efficienza per arricchire lo Stato è la rimozione d'ogni maniera

d'ostacoli. E qui cade, in ordine alle proprietà, la questione del loro

spedito e facile affrancamento e trapasso, e in ordine alle industrie

e commerci la questione delle tariffe. Per compiere lo affrancamento

dei beni, a noi non pare audace nè intempestivo di dichiararvi, che

è in nostro desiderio l'abolizione ed inibizione dei fedecommessi e

dei maggioraschi, così temporarj come perpetui, e così universali come

parziali; perchè qui non dubitiamo di offendere la individuale libertà,

essendo ch'ella dee trovar sempre un limite saldo e non valicabile

nella naturale giustizia, e nelle leggi eterne dell'amore e della

parentevole imparzialità e uguaglianza. L'affrancamento dei beni vuol

essere unito alla malleveria delle ipoteche, la quale crescendo il

credito e la sicurezza, conduce eziandio la frequenza dei contratti e

spegne le usure. Il sistema, adunque, delle ipoteche debbe al possibile

conciliare tali due opposti della massima guarentigia, e del massimo e

agevole permutamento dei beni. Ognun vede che ciò rende difficile assai

la disposizione generale e le riforme parziali a introdurre in esso

sistema.

In risguardo delle tariffe, a noi è avviso che l'opinione dei così

detti protettoristi, considerata che sia in massima e nella università

dei casi, mostrasi falsa e divien perniciosa. Ma non pertanto vogliamo

escludere affatto qualche uso transitorio ed accidentale che possa

farsi delle tariffe. Solo intendiamo che in ogni questione in cui si

disputi e si controverta la libertà di commercio, siavi caldamente

raccomandato di seguir sempre le dottrine e la pratica de' padri

nostri, e perciò favorire gli slegamenti e le franchigie d'ogni

ragione: dalle quali essendosi discostate nei tempi più bassi le

nostre grandi città marittime, e segnatamente Venezia, il commercio

e l'industria italiana n'ebbe danno gravissimo e inemendabile. La

seconda scaturigine della ricchezza comune, anzi la maggiore e che

tutte le altre comprende, sì è il vivo eccitamento delle facoltà umane

e della umana operosità. Il governo provvidamente l'ajuta ed accresce

non col solo toglier da mezzo gli ostacoli e fare scorrere in ogni

cosa gli spiriti potenti di libertà, ma promovendo le associazioni e

consorterie, scavando canali, moltiplicando le strade e ogni altro

mezzo di accostamento e comunicazione, soccorrendo e mallevando il

credito pubblico, proteggendo con l'armi e l'autorità in ogni parte

del mondo la propria bandiera. Noi non siamo di quelli che pensano

il governo dover tutto fare e tutto provvedere, ma nemmanco siamo

di quelli che il vogliono spettatore inerte dei traffichi e delle

industrie private: bensì giudichiamo che l'ingerimento e l'ufficio d'un

saggio governo nell'universale ricchezza debba mostrarsi ed operare

assai più discosto e per indiretto che prossimamente e direttamente,

e preparar debba le remote e profonde cagioni piuttosto che gli

ultimi effetti; nè mai turbi quel naturale equilibrio d'interessi e

di profitti che il libero moto delle faccende umane produce; ed anzi

procacci e studi che gli effetti medesimi delle sue provvidenze pajano

al tutto spontanei e indipendenti da lui, e perciò moltiplichino

e durino. Un mezzo, però, immediato ed efficacissimo di aumentar

le ricchezze è in potestà e in arbitrio d'ogni governo, e consiste

nell'iniziare e diffondere la istruzion popolare, e quella segnatamente

che à maggiore attinenza con le arti e il commercio; e tale istruzione

entra debitamente nel novero delle cagioni efficienti e primarie che

noi veniam registrando della ricchezza e industria comune. Scendendo

voi col pensiero ad applicare siffatti principj alla nostra patria,

scoprirete, o signore, se male o bene si apponga al vero quello che

noi crediamo con gran fermezza; dovere, cioè, l'Italia moderna imitare

e gareggiar con l'antica eziandio in questo di cavare e dedurre ogni

sua ricchezza primamente dalle arti agrarie, e secondamente da quelle

industrie che meglio all'agricoltura si legano, in ultimo luogo dalla

navigazione. Egli occorre persuadersi (e vi preghiamo ad averlo molto

in memoria) che ai popoli meramente coltivatori fallisce di grado in

grado la facoltà di competere con le nazioni manifattrici, e sostener

con esse la utilità dei baratti e dei cambj. Per fermo, nell'arti

agrarie i miglioramenti e i trovati non vestono quella varietà e

moltiplicità infinita e maravigliosa di che son capaci le altre

industrie: oltre a ciò, l'agricoltura soddisfacendo alle primitive e

comuni esigenze del vivere, le quali di lor natura sono semplici ed

immutabili, cede pure da questo lato ai lavorii ed agli opificj d'ogni

maniera, da cui si promovono e soddisfano mille desiderj novissimi

e svariatissimi, e per cui si producono all'infinito gli agi, i

ricreamenti e le morbidezze. Ciò scorgendo i nostri progenitori,

all'arte agronomica, in cui furono solenni maestri, congiunsero la

industria dei lanificj e dei setificj, siccome quella che riceve dalla

coltivazione i suoi materiali, e con lei si annoda e collega.

A noi non vien fatto di conchiudere questi cenni brevissimi intorno

alle imposte ed alla ricchezza pubblica, senza mover parola speciale

delle strade ferrate, caldo e antico desiderio di queste popolazioni.

Insistete, o signore, per la effettuazione la più pronta ed estesa di

quei veicoli meravigliosi; mostrate che se dovunque apportano utilità,

in Italia l'apporterebbero centuplicata, raccostando paesi e genti che

sembran disgiunte e spartite da mari e deserti. Mostrate che quelle

strade non tanto sono da riguardare siccome effetto, ma eziandio, e

molto di più, come cagione iniziale di prosperità pubblica e di rapido

incivilimento. Mostrate, in fine, che lo spendio il qual sosterrebbe

il governo per ciò, sarebbegli in grandissima parte risarcito e

ricompensato dal certo e sollecito aumento d'ogni maniera di rendite,

pel fatto della ricchezza generale accresciuta.

Scritti politici · 第 65 / 310 题