VII.

Debbono adunque gli Italiani, per tutto il fin qui ragionato, rimanere

persuasi e risoluti compiutamente di questo; cioè che lor bisogna o

reputare incerto e remoto assai il giorno dell'affrancamento della

patria comune, o non attendere congiunture molto migliori delle

presenti per dar mano all'opera. Della quale necessità non solamente

noi non ci sgomentiamo, ma invece ringraziamone Dio; imperocchè siamo

in questa ferma credenza, l'Italia non poter risorgere mai daddovvero,

se non fidando nel proprio valore e cimentandosi animosamente con lo

straniero. Le macchie antiche e recenti che oscurano l'onor nostro,

non potranno cancellarsi altramente mai, che tra le armi e col sangue:

tra le armi e col sangue avrem battesimo di nazione: tra le armi

ritempreremo l'animo, alzeremo l'ingegno, purgheremo gli affetti e i

costumi. Il genio di Dante e l'ardire di Masaniello, i prodigj della

lega lombarda e il disperato resistere delle Calabrie, lo splendore di

Roma, la libertà di Firenze, le armate Veneziane, i tesori Genovesi,

ogni gloria passata, ogni grandezza caduta lascerà trovare di sè fra le

armi e le battaglie alcuna semenza vivace e feconda, e tutte largamente

inaffiate dal nostro sangue rifioriranno.

Base d'ogni prosperità civile è il sentimento del proprio valore e

della propria dignità: vita delle nazioni è la gloria, e salda difesa

loro è la potenza che spiegano e la suggezione che incutono. Se lo

scoramento e la diffidenza stanno oggidì fra le ragioni precipue

del nostro servire, giammai non ne usciremo che per effetto de' lor

contrarj. Che sarebbe la libertà regalataci dallo straniero, salvo che

apparenze, vacillamento ed umiliazione? e i doni e gli ajuti della

fortuna che diverrebbono, se noi non siamo per ajutare noi stessi

gagliardamente? E ben ci sovvenga che più d'una volta in questa prima

parte di secolo la fortuna ci arrise e porse alle nostre mani tutta

quanta la chioma, e noi non sapemmo afferrarla.

Scritti politici · 第 19 / 310 题