IV.

Le cagioni più gagliarde che ci ànno mossi a formare cotal giudicio

sono le infrascritte:

Tre avvenimenti crediamo noi che sia lecito di prevedere come capaci

di distrarre e occupare fuori d'Italia le forze tedesche: una guerra

fra i potentati d'Europa; una rivoluzione nuova in Francia; una

sedizione grave e durevole in alcune parti dell'impero austriaco.

Noi del primo affermiamo potersi ben dare alcune guerre parziali fra

i potentati inferiori e alcune dimostrazioni ostili fra i superiori

represse tostochè cominciate; ma una guerra generale europea non mai;

principalmente, perchè tutte le corone ne tremano come di certa ruina

loro: e se lo Czar non ci vede pericolo molto vicino per la propria

dominazione, ei non possiede la metà dell'ardire che gli bisogna per

rompere la prima lancia e strascinar seco a forza i paurosi alleati.

Oltrechè, la rabbia rintuzzata ma inestinguibile della Polonia, la

piaga inciprignita della schiavitù in casa, il tesoro insufficiente e

mal custodito, le triste prove fatte, or son pochi anni, a Varna, a

Silistria, a Ostrolenga; e più, la certezza di perdere le nuove sue

flotte e veder disertate dall'Inghilterra le sue marine, terranlo

indubitatamente a segno. E si osservi quante occasioni prossime e

vive di guerra sono sopravvenute in questi ultimi anni, che poi

si conducevano al niente. Noti ciascuno eziandio come nei casi

dell'Oriente, gravissimi, precipitosi e di suprema importanza, gli

sdegni, le minacce e le offese si risolvono d'ambo i lati in vane

mostre e parole. Debbesi egli tenere per vicina e probabile una guerra

europea, quando si pensa che l'Inghilterra è tuttavia travagliata nelle

proprie sue viscere da un conflitto incessante tra le nuove franchigie

e i vecchi privilegi, dall'esorbitanza del suo debito pubblico, dai

repentini turbamenti e sbilanci delle sue industrie; e più d'ogni

cosa, dallo stato inquieto e miserevole dell'Irlanda, inverso la quale

non giova ormai nè la liberalità nè la forza; la prima insufficiente

a placare, e la seconda a reprimere? Che diremo poi dell'Austria e

della Prussia? Nessuno ignora che gli accorgimenti e le arti famose

di Metternich consistono tutte nel rimuovere a suo potere le cagioni

e le occasioni d'ogni qualunque novità, e segnatamente della guerra;

conoscendo egli assai bene, che al primo cozzo gagliardo fra i re

d'Europa, l'impero austriaco n'anderebbe in pezzi. Quanto è alla

Prussia, basti il considerare le sue inquietezze sempre crescenti

per le provincie renane vogliose di libertà, e pel ducato di Posen;

e la povertà delle sue finanze, che durano a mala pena a mantenere

l'esercito, quantunque trasformato tutto in Landver; istituzione, che

se risparmia moneta, nuoce al nerbo ed alla perizia militare.

In fine, si voglia por mente che le guerre (massime una così generale

e rischiosa) neppur ne' paesi retti a governo assoluto si risolvono

e s'imprendono oggi contra il volere dei popoli: e questi, rivolti

come sono al presente alle prosperità materiali e a moltiplicare le

officine e i commerci, non si curano punto di guerre intraprese in nome

di alcuni principj speculativi o d'interessi poco visibili agli occhi

loro, siccome sarebbe quello della bilancia politica fra i potentati,

o l'altro di raffermare il diritto delle monarchie assolute, alle quali

suolsi prestare ancora obbedienza, ma non amore nè devozione.

Non taceremo che alcuni argomentano che appunto per questo scemare di

forza e di autorità delle monarchie assolute, e per questo prevedere

che fanno i principi la caduta poco lontana di lor dittatura, ei

debbono consentire animosamente a scendere in campo, e riguadagnare

ad un tratto colla vittoria quello che perdono a grado a grado in seno

della pace.

Tal ragionamento (a nostro giudizio) non prova più che una cosa,

cioè a dire che ai principi non rimane oggimai partito buono e sicuro

da scegliere. Da una parte, con la guerra, il rischio estremo d'una

ruina immediata e compiuta; dall'altra, con la pace, un perire assai

lento ma certo e finale. Ora, non vi è dubbio nessuno che la tempra

umana ordinaria com'è pusillanime e fiacca, così appigliasi sempre al

partito che lascia tempo e lusinghe in mezzo, dà luogo ai maneggi, alle

transazioni, agli accomodamenti, e non esige lo sforzo e il coraggio

d'azioni impetuose e piene d'audacia.

Scritti politici · 第 16 / 310 题