I pessimisti.

Non li chiamate così: chiamateli le vittime del dolore!

Un giorno essi amarono la vita, ma o traditi nell'amore o sconvolti dal

dubbio o combattuti dall'avverso destino, si rinchiusero in sè stessi e

quasi non vissero più: divennero misantropi, scettici, atei.

Poveri genî, che un momento di sconforto precipitò nella gelida apatia!

Nessuno si accorse che i loro occhi erano languidi, che a traverso

la livida fronte aveva sede un terribile mostro: la disperazione!

Cantarono per calmare un po' la tempesta, che sconvolgeva il loro

animo, per rievocare un passato di gloria; ma quel canto è lugubre: è

una tomba che si schiude!

Spesso attratti dall'arte, vinti dalle bellezze della natura, hanno

accenti di arcana melodia, di incantevole dolcezza; ma dopo questa

fugace serenità di spirito, la ferita del cuore si riapre, ritornano

i fantasmi orrendi dello sconforto; ed ecco imprecazioni, bestemmie.

Nessuna speranza, nessun entusiasmo!

Ma sotto quella apparente indifferenza, sotto quello scherno, c'è

un cuore che ancora sente l'influsso vivificatore della vita. Da

ogni pagina dei loro libri esce una voce straziante e supplichevole:

“Pietoso lettore, guariscimi! Io sono infermo! Dammi la speranza, dammi

la luce!„

L'Heine sul letto di dolore grida: “Fantastico, senza scopo è il mio

canto, senza scopo, come la vita, come il creatore e la creazione!„ Il

Leopardi vuol comporre l'arte di essere infelice, “quella di essere

felice — esclama — è cosa rancida, insegnata da mille, conosciuta da

tutti, praticata da pochissimi e da nessun con effetto!„

Ma la terribile bestemmia del primo, il freddo sarcasmo del secondo

è il grido angoscioso di due anime che vorrebbero essere risanate.

Guaritele! E la vita, il creatore, la creazione avranno uno scopo, e

l'arte di essere felice non sarà più rancida!

*

* *

Ma tutti i pessimisti sono davvero gli uomini, del dolore? No.

Taluni, come il Byron e il Rousseau, sono per così dire, pessimisti

di circostanza. Di natura irrequieti, turbolenti, impulsivi, si

lasciano facilmente dominare dalle proprie passioni, e alla più piccola

avversità, ecco a imprecare, a maledire.

Il Byron, ad esempio, oggi erra solitario come il suo Manfredi ed

esclama: “Sono solo come il leone!„ domani lieto se ne sta a spandere

grazie e complimenti nelle sale dei principi e dei conti. Oggi grida:

“Tutti siamo infelici!„ anche Iddio!; domani è nelle braccia della

contessa Guiccioli e canta l'amore.

Altri, come il Lamartine, mentiscono. Un arguto critico a tal proposito

diceva: “Conviene procedere guardinghi, nè è prudente spargere lacrime

su tutte le miserie e su tutti i dolori che siamo invitati a piangere.

In più d'un caso si correrebbe il rischio di veder far capolino fra le

quinte il sorriso canzonatorio del poeta stesso.„

Ed è così. Il Lamartine, questo spavaldo e fortunato poeta, proprio nei

fugaci bagliori della sua gloria, acclamato da tutti, carezzato dalle

donne, si atteggia a pessimista e viene a dirci che la vita è una valle

di lacrime. Non gli credete! La vita potrà essere tale per gli altri,

non per lui.

Il vero poeta del dolore, il vero pessimista per natura, non per

circostanza, è il Leopardi. Convinto che la vita non gli avrebbe

dato alcun conforto, rinunzia al mondo esterno e tormenta il

proprio pensiero con una incessante e dolorosa meditazione. Isterico

nell'anima, trova in altri il suo male e assorge, con la potenza del

suo genio, a cantare l'infelicità di tutti. “A che vale il progresso,

la ricchezza, l'amore, il coraggio? Tutto inganna, tutto è fallace:

l'unico bene dell'uomo è la morte!„ La sua lirica non è personale, come

quella del Byron, dell'Heine, del De Musset, ma universale: chi soffre,

trova nel Leopardi il suo poeta. Egli canta, non perchè spera di averne

un sollievo, non perchè desidera far conoscere agli altri il suo stato

di animo, ma perchè il destino, quasi per renderlo più infelice, l'ha

voluto poeta. Il canto per lui è un bisogno.

Attratto dall'arte, tenta l'epica e la satira, ma non vi riesce: il suo

_pensiero dominante_ non gli permette di cantare imprese eroiche o di

sorridere argutamente. La lirica, solo la lirica è per lui, una lirica

concisa, frutto di quel continuo martirio che egli dà al suo pensiero.

Gli altri poeti imprecano clamorosamente, gridano come energumeni,

bestemmiano da forsennati, perchè il loro stato morboso è momentaneo;

il Leopardi invece non si scompone; freddo, impassibile, pare che

faccia l'autopsia al proprio cuore. Ciò che gli altri poeti esprimono

in dieci versi, egli racchiude, come in una morsa di ferro, in due

parole: ma quelle due parole sono pasticche di arsenico. Scioglietele

nell'acqua: avrete cento litri di veleno potente.

Ecco perchè il Leopardi non potrà mai avere degli imitatori. Per bene

imitarlo, occorrerebbe non solo possedere il suo genio, ma trovarsi

nelle sue terribili condizioni fisiche e morali.

*

* *

Tolti questi pessimisti maggiori, che sono come i capiscuola di una sì

funesta tendenza dello spirito umano, viene fuori tutta una turba di

poeti, di terzo o di quarto ordine, di cui nella vostra libreria c'è

larga rappresentanza. Di cento volumetti di poesie, novantanove veggono

tutto di color nero e tengono appiccicati alla porta d'ingresso qualche

motto desolante dello Shopenhauer, dell'Hartmann, del Puskin, del

Guerrazzi, del Tolstoi.

Oggi il pessimismo è di moda. Un tempo i poeti minori erano considerati

come buontemponi, che stemperavano i loro pensieri in versi, o per

aggraziarsi i potenti o per allietare la conversazione di belle

donne. Spesso l'amore li sconcertava un pochino; e i poveri poeti o

uscivano in istranezze come Orlando o piagnucolavano a guisa di bimbi

stizzosetti. Ma si guardavano bene a maledir la vita!

Si andò così fino alla coda del settecento, in cui, essendo stata

proclamata l'uguaglianza universale, anche i poeti minori alzarono la

cresta e, lasciando i gingilli di una volta, invece di trastullarsi con

i madrigali, con le ballate, con le canzonette, con gli strambotti,

vollero assorgere a nobili ideali. Il poeta — esclamarono — non è un

buontempone, ma un maestro, un apostolo, un profeta.

Disgraziatamente però la poesia è passata da un estremo all'altro.

Le severe e paradossali investigazioni della filosofia tedesca, la

miscredenza religiosa, i malumori e i desiderî non soddisfatti, che

tengono sempre dietro alle rivoluzioni, hanno creato un perturbamento,

nella società moderna.

Distrutta ogni idealità, n'è venuto fuori un pessimismo pratico che,

bisogna confessarlo, è un portato della nostra civiltà e dei nostri

studî. È vero: nell'arte e specie nella letteratura vi è sempre

un'evoluzione di forma e di pensiero che corrisponde ai nuovi stati

dello spirito umano. Oggi il concetto della vita è più grave, le

induzioni più intime, le aspirazioni più alte e per conseguenza le

disillusioni più dolorose. Possiamo dire col Lammenais: “Gli antichi

guardavano ciò che guardiamo noi, ma non vedevano ciò che vediamo

noi„. Essi non sentivano così forte la lotta fra l'ideale e il reale,

fra i bisogni indefiniti dell'anima e le istintive compiacenze del

corpo. L'uomo diventa sempre più adulto. Ogni secolo che passa imprime

sulla fronte dell'umanità nuove aspirazioni. Ma perchè oggi l'arte è

precipitata in un pessimismo sconfortante?

Signori miei, l'arte non è sincera. Quel pessimismo è falso, è

retorico, non nasce da convinzione di animo: è un atteggiamento

artistico e nulla più.

Vedete: i nostri poeti, i nostri romanzieri si godono la vita, ma

appena si siedono a tavolino, appena prendono la penna in mano, ecco

pensieri nebulosi, concezioni lugubri, situazioni raccapriccianti. È un

pessimismo superficiale che si indossa come la veste da camera.

Ci dispiace che il Nordau, il quale ha voluto con tanta brutalità far

conoscere le _Menzogne Convenzionali della civiltà moderna_ si sia

dimenticato di dire che anche questo ultra-pessimismo in letteratura

è una menzogna. Il vero pessimista è un amante che odia, perchè si

vede disprezzato; ma se domani è bene accolto, l'odio cessa e ritorna

l'amore. Leggete le poesie dell'Heine e del Leopardi. Sotto quel

sarcasmo vi è il dolore delle speranze infrante, vi è, quasi direi, la

vendetta dell'entusiasmo deluso.

Ma il pessimismo dei nostri poeti è puro scherno, è pretta buffoneria:

domani, se il gusto cambia, si adatteranno alle nuove tendenze.

Si è detto che la nostra poesia è ritornata al classicismo antico.

Nella forma, non nel pensiero. Il classicismo greco e latino ci dava

almeno il culto per la patria, l'amore al sacrifizio, l'esempio

di virtù pubbliche. Oggi si ricorre al metro greco e latino, si

scrivono odi saffiche, alcaiche ecc.; ma sotto quella veste pindarica,

virgiliana, sbuca una lirica personale, la quale ci offre lo spettacolo

di credenze distrutte, di anarchia intellettuale.

*

* *

Disgraziatamente, o falso o vero, questo pessimismo apporta sempre i

suoi funesti effetti. Ognuno di noi sente in sè l'influenza malefica

di questi libri che tentano strappare tutte le speranze, tutte le dolci

illusioni!

Quante volte, leggendo il _Caino_ del Byron, la _Metafisica_ dello

Schopenhauer, la _Filosofia dell'inconscio_ dell'Hartmann, il

_Ratcliff_ dell'Heine, gli _Spettri_ dell'Ibsen non vi siete domandato:

ma dunque la vita è un male! ma dunque davvero dobbiamo maledire

il giorno della nostra nascita? Quelle frasi terribili vi scendono

nell'anima come la lama fredda di un pugnale. A poco a poco vi assale

un grande scoraggiamento. Addio speranze! addio entusiasmo! Tutto è

lugubre, tutto è desolante; pare che da un momento all'altro debba

sparire financo il sole. E voi vi fate alla finestra per respirare, per

vedere la luce, per confortarvi con la visione della natura. Solo così

il vostro cuore si calma e nell'animo ritorna la serenità e la pace.

Ciò succede, perchè voi avete un'età e un po' di esperienza. Ma guai

se questi libri cadono nelle mani de' giovani, i quali facilmente si

lasciano impressionare! Attenti! attenti! Quando le prime lotte della

vita ci appaiono terribili, appunto perchè il nostro carattere non

si è ancora ritemprato, abbiamo bisogno di chi ci incoraggia, di chi

ci mostra una mèta da raggiungere, di chi ci dica che la vita sta nel

dovere e che nell'adempimento del dovere troviamo il premio al nostro

lavoro. Specie quei giovani che per natura tirano alla malinconia,

dovrebbero star lontani da certi libri, che disseccano ogni germe

d'idealità. Via, via il pessimismo che distrugge e non riedifica,

che imperversa nell'animo, come una bufera devastatrice, che ci passa

davanti come il cavallo di Attila!

Con questo però non si vuol dare l'ostracismo a tutti quei libri, in

cui predomina la nota del dolore. E che? i nostri giovani debbono forse

trastullarsi con le letture frivole, che se non fanno maledire la vita,

la rappresenta come una combriccola di spensierati e di capi ameni?

Debbono gingillarsi con la letteratura cavalleresca, che dilettando

solo la fantasia, fa sognare castelli incantati e ippogrifi?

Oggi il problema della vita è grave: il dolore c'è, il dolore domina

e signoreggia dovunque; e se i giovani non si abituano a guardare

in fronte questo terribile Briareo, non avranno domani la forza di

resistere ai suoi assalti. Cullateli nelle dolci illusioni, dite

loro che la vita è cosparsa di fiori; e domani? I Lacedemoni facevano

assistere i fanciulli alla guerra per far sì che un giorno non avessero

a temere dinanzi al nemico.

Anche noi dobbiamo preparare i nostri figli non alla guerra con i

propri fratelli, ma a quella più terribile, che un giorno dovranno

sostenere con se stessi.

Un poeta persiano del secolo X diceva:

— V'è dolor che dà fuoco senza fumo.

Questo dolore dobbiamo cercare nei libri, questo dolore che è solo

fuoco, fuoco che vivifica, purifica, rinvigorisce!

Attenti: se dopo aver letto un libro, sentiamo un vuoto nell'animo,

uno scoraggiamento, un'apatia, un disgusto della vita: quel libro ha

molto... fumo, fumo che annebbia e annerisce; se invece ci sentiamo

migliori, quel libro ha fuoco.... senza fumo!

Il giornale.

Sapete quanti giornali, giornaletti, riviste e periodici si pubblicano

in Italia? No, non lo sapete; neppure io lo so. Ma tutti — io e voi —

siamo convinti che di giornali, fra grandi e piccoli, se ne pubblicano

una infinità.

Monarchici, repubblicani, radicali, socialisti, cattolici, liberi

pensatori, anarchici: uomini dell'ordine e uomini del disordine hanno

il loro giornale. Un tempo gli organi erano soltanto nelle chiese

per accompagnare gli uffizî divini, oggi ogni partito politico ha il

suo organo: il giornale. E che armonie! Che pezzi a quattro mani! È

una lotta continua, incessante, frenetica di principî, di idee, di

tendenze. Ognuno alza la voce, ognuno ha la pretensione di illuminare

le menti, di risolvere i grandi problemi sociali.

Non li credete: la maggior parte di essi mirano alla soluzione di un

sol problema: afferrare il potere. Lo diceva il Giusti:

Tutto si riduce a parer mio:

Levati tu chè mi vo' metter io.

Ma lasciamo la politica, tanto più che non tutti i giornali parlano di

politica.

Oggi, ogni classe ha il suo giornale. Medici, avvocati, ingegneri,

maestri secondarî e primarî, militari di alta, bassa e media forza,

fotografi, commercianti, impiegati a milleduecento, macellai, barbieri,

facchini, lustrini, spazzini hanno il loro giornaletto. Financo gli

accattoni! Sì, gli accattoni. A Parigi si pubblica un giornaletto per

questi signori. Costa un centesimo ed esce ogni settimana. Certamente

non tocca quistioni politiche, scientifiche o letterarie, — gli

accattoni hanno ben altro pel capo! — ma parla di feste, di fiere, di

nozze, di funerali, dove quei poveretti possono _lavorare_ di più. In

quel giornalucolo si legge, ad esempio:

_Domenica il barone Arsonille festeggia le sue nozze d'argento. La sera

nella sua bellissima villa offre un pranzo a cinquecento poveri. Le

iscrizioni vengono fatte dal portiere: Piazza della Maddalena, N. 36._

_Sappiamo da buona fonte che martedì, 3 corrente, sarà a Parigi la

Regina Madre d'Italia, Margherita di Savoia. Possiamo assicurare i

lettori che l'Angusta Signora è molto caritatevole. Trovarsi alle 5

detto giorno dinanzi all'Hôtel Anglais._

_Ieri alle 4 p. m. è morta la baronessa Bérteux. Lascia trentamila lire

ai poveri della città. Rivolgersi alla Prefettura, sezione III, non più

tardi del 26 corrente._

La pensata, come vedete, è molto pratica. Temo però che andando di

questo passo anche i ladri avranno il loro giornaletto. Eh! sì, dal

momento che i ladri di professione ci sono e ci saranno, perchè non

dovrebbero averlo? Ma io credo che i signori ladri possano risparmiarsi

questa spesa. Il giornaletto degli accattoni può benissimo servire

anche per essi. In tutte le feste c'è posto per gli accattoni e per

i ladri, se pure alcuni privilegiati non facciano l'uno e l'altro,

secondo il caso.

Ma lasciamo i ladri. Oramai l'estate si avvicina e bisogna parlare

di bagni. Farete i bagni quest'anno? E' naturale! Dopo dieci mesi di

lavoro indefesso si sente la necessità di tuffarsi per una ventina di

volte nel mare.

Ma il bagno non è piacevole per tutti. Chi sa nuotare si diverte un

mondo, ma per tanti poveretti, che non sanno muovere un piede, è un

martirio!

Confinati nel loro camerino, con le braccia conserte, sembrano tante

anime del Purgatorio. Che noia starsene una mezz'ora lì, come in una

bolgia dantesca. Se si potesse leggere un giornale! È impossibile:

il giornale nell'acqua diventa pan cotto. Ma quali giornali? Oh! non

sapete che nella stagione estiva, si pubblica, in Francia, un giornale

per i bagnanti: _Le Courrier du baigneur_? Stampato su tela cerata

impermeabile, con inchiostro speciale, resiste all'azione dell'acqua

dolce o salata. Lo si spande come un qualsiasi tovagliuolo, e mentre il

corpo si rinfresca, l'occhio scorre la cronaca del giorno.

A proposito di bagni, avete passato l'oceano, avete fatto un viaggetto

fino in America? No? Sentite: chi ha quattrini e non fa una gita di

piacere in America è uno sciocco. La traversata è bellissima. Che

tramonti, che albe, che serate, che idillî! Ma c'è un inconveniente:

per quindici o sedici giorni voi siete isolati dal mondo; manca il

giornale. Cioè, dico meglio, mancava ieri, ma oggi, grazie al telegrafo

senza fili, i principali piroscafi hanno il giornaletto quotidiano:

_Le Journal de l'Atlantique_. Va in macchina all'una dopo mezzanotte e

la mattina i signori passaggieri, pur trovandosi in mezzo all'oceano,

sanno che cosa si combina nel vecchio e nel nuovo mondo.

*

* *

Convenite con me: l'America s'impone, non per il danaro — il danaro in

teoria è stato sempre considerato vil metallo — ma per civiltà, per

umanità. Noi, ad esempio, trattiamo molto male i detenuti. Appena un

poveretto è stato giudicato dalle Assisi perde ogni cosa: finanche i

baffi vanno via. Rinchiuso nella casa di pena diventa un numero: fa i

tre voti solenni, da vero cappuccino, e ignora tutto ciò che succede

nel mondo. In America, no: i detenuti sono trattati con più umanità. A

New York si pubblica un giornale per i carcerati. Il titolo: _The star

of Hope_, cioè la _Stella della Speranza_. E questo giornale si offre

gratis a quei disgraziati. Opera umanitaria! Anche i detenuti hanno

il dritto di sapere ciò che fanno e pensano gli uomini liberi. E forse

quel giornale li conforta, li distrae e fa sembrare loro meno dura la

vita del carcere. In Italia non si è pensato a questo. Vogliamo fare un

bell'ordine del giorno e mandarlo al Ministro di Grazia e Giustizia?

Padronissimi, ma faremo fiasco: il nostro ordine del giorno andrebbe

a dormire il sonno dei giusti in qualche archivio, dove dormono tanti

ordini del giorno, o meglio della notte. Parlarne al nostro Deputato?

Che faccia lui alla Camera un'interpellanza? Si nega? nossignore: i

Deputati non si negano mai. Temo piuttosto che dopo aver promesso non

mantenga: è loro abitudine.

Io però se fossi al Parlamento proporrei una forte tassa sui periodici

letterarî. E sì, ci vorrebbe! In Italia se ne numerano più di trecento.

È una vera mania. Si incontrano sei o sette disoccupati e il periodico

è fatto a propria immagine e somiglianza. I collaboratori non mancano.

Eh! ci sono tante poesie, tanti bozzetti, tante novelle che marciscono

nei tavolini e che aspettano appunto un periodico, come si aspetta il

Messia.

Poveri noi, siamo ammorbati da riviste e giornaletti. Spesso,

ritirandovi a casa, ne trovate uno, due, tre, quattro; se ne contano

fino a dieci, che arrivano nello stesso giorno. Vi date uno sguardo;

eccetto qualcuno di voce autorevole e redatto da competenti, tutti

gli altri, roba da chiodi. Sono degl'importuni, che vi rubano tempo,

denaro e buona digestione. Alcuni vi gettano o meglio vorrebbero

gettarvi in un mare di polemiche, di quistioni insulse e pettegole;

altri vi affliggono con una eterna geremiade sul regresso artistico.

A sentirli, siamo addirittura degli ignoranti — la poesia è finita,

il romanzo è agonizzante, il teatro è morto. Altri, gli sfruttatori,

vengono col semplice scopo di carpirvi quelle quattro o cinque lire

annue e non dicono nulla di nuovo, nulla di interessante: l'unico loro

pensiero è di far sapere che “una gran parte degli abbonati non hanno

ancora pagato alla nostra amministrazione„, e ve lo dicono in tutte le

forme, ve lo condiscono in tutte le salse, ve lo ripetono in tutti i

toni. Spesso cercano adescarvi con qualche premio. “Chi manda il suo

abbonamento per il 31 corrente riceverà franco di porto un bellissimo

libro.„ Se voi siete sordo vi fanno sapere che in ultimo caso c'è il

tribunale: la Cassazione di Roma ha deciso che “chi riceve per cinque

o sei volte un periodico è considerato come abbonato ed è tenuto al

pagamento„.

Che fare? la stampa dev'essere incoraggiata, e guai a chi si permette

di dire una parola. Ognuno è libero di scrivere spropositi, tanto

più che il Governo Italiano non ha pensato di prenderne la privativa,

come del tabacco, mentre dovrebbe farlo, giacchè sia il tabacco, sia i

periodici si riducono a fumo.

Ferdinando Martini ebbe il primo numero di una gazzetta, la quale si

proponeva di pubblicare solo lavori di studenti, di qualunque classe.

Come vedete: una vera pazzia! Il Martini, da buon padre, sul _Fanfulla

della Domenica_, diceva a quei giovani: “Andate a scuola, e se vi

avanza un po' di tempo, leggete le Ottave dell'Ariosto e le Odi di

Orazio: godrete più voi a gustare quei versi che il pubblico a digerire

la vostra prosa!„

Apriti cielo! Gli studenti si ribellarono, i padri di famiglia l'ebbero

a male, e il povero Martini dovè convincersi che la verità è sempre

dura e che in fatto di stampa bisogna dare il benvenuto a tutti i

giornaletti, salvo a cantarne il _miserere_ dopo pochi mesi, giacchè la

maggior parte muoiono presto e di morte repentina: oggi pieni di vita,

domani nella camera ardente.

Ma — parliamoci chiaro — com'è possibile fare buon viso a tutti?

Il bilancio non lo permette. E voi spesso, senza tanti complimenti,

scrivete sulla fascetta: _si respinge_. Alcuni, a quest'atto che sembra

scortese, ma che è salutare, mettono il broncio e non si fanno più

vedere; altri invece fanno gl'indiani e continuano a venirvi fra i

piedi.

Voi con una santa pazienza tornate a scrivere con carattere più grande:

_si respinge_. Peggio! Dopo otto giorni vi arriva il periodico con una

lettera del direttore. Voi non lo conoscete, ma dovrà essere un uomo

di talento, questo direttore: scrive col _voi_. Un tempo questo lusso

se lo permettevano solo Papi e Imperatori, oggi se lo permettono anche

i direttori di giornali. “Abbiamo appreso — egli scrive — che V. S.

Ill.ma ha respinto il nostro periodico. Le facciamo rispettosamente

osservare che....„ e qui incomincia il panegirico. A credergli, quel

giornaletto è stato lodato dal poeta B., dal critico C., gode la

simpatia di molti professori, se ne tirano diecimila copie, nell'anno

nuovo incomincerà a pubblicare lavori pregevoli del D'Ovidio, del

D'Ancona, dello Zumbini ecc. ecc.

Vorreste rispondere: dunque non vi basta, Ill.mo Signor Direttore,

annoiare ben diecimila poveretti? Ma poi vi convincete che gli abbonati

sono tutt'altro che diecimila, che le poche lire di abbonamento vi si

chiedono quasi per elemosina; e così lo lasciate stare in casa, salvo

a pentirvene a fine d'anno, quando vi tocca sborsare quelle quattro o

cinque lire.

*

* *

Ma insieme a questi periodici spensierati, birichini, ladri,

superbetti, arriva il giornale politico, il grande cicerone del giorno,

il severo Catone dei tempi nostri, l'astuto poliziotto, che spia tutti

i Governi, tutte le Nazioni, tutti gli uomini.

Lasciamo i giornaletti politici di provincia, che gridano l'osanna a

chi li paga, che fomentano tante inimicizie private, che acutizzano le

lotte de' partiti locali, che vivono di vita rachitica, limosinando

per sottoscrizione. Parliamo del gran giornalone politico, che viene

da lontano e che ci parla di tutto il mondo. È galantuomo e villano,

è umile e superbo, è arcigno e gioviale, è dignitoso e pettegolo.

Vede, scrive, commenta, accresce, altera, trasforma! Che burlone! che

verista! che screanzato! che caro amico!

Il Verne faceva compiere al suo lord Fogg il giro del mondo in ottanta

giorni, il giornale ve lo fa girare in pochi minuti: vi balza da un

capo all'altro della terra, senza che voi ve ne accorgiate.

Ma strano! Nella sua corsa vertiginosa, nella sua fretta indiavolata

accoglie tutti i lamenti. Vi hanno fatto un'ingiustizia? avete avuto un

sopruso? non siete stato compreso nel quadro di avanzamento? la Minerva

non vi paga? i vostri superiori sono indolenti? Ricorrete al giornale

e domani lo saprà tutto il mondo. Che! non avete il coraggio di dire in

barba al vostro sindaco che egli non pensa alla pulizia urbana? Glielo

dirà il giornale.

Per mezzo suo, potete far pervenire le vostre dimostranze a tutte le

autorità civili, militari e religiose. Il giornale, questo padrino

universale, questo grande patrocinatore di tutte le vittime, non

conosce mezzi termini, nè ha riguardi per chicchessia. Voi, per essere

ricevuto da un papavero, dovete fornirvi di due o tre biglietti di

presentazioni, dar la mancia a cinque o sei bidelli, attendere un

paio di ore nelle diverse anticamere, e spesso spesso, quando siete

dinanzi alla porta del paradiso, vi sentite dire: “Sua Eccellenza è

occupatissima, Sua Eccellenza riceve alle cinque, Sua Eccellenza deve

partire. Sua Eccellenza è in colloquio colla Sotto Eccellenza.„

E voi, dopo aver seminato quattrini ed inchini, scendete le scale,

benedicendo Carlo Alberto e Figli che ci dettero la salutare

Costituzione, per mettere su _certe Eccellenze!_

Il giornale invece entra dovunque. Dinanzi a lui ogni porta si apre,

ogni cortina si solleva. Il ministro fa colazione? è a letto? Lui

entra, non per augurargli il buon appetito o la pronta guarigione,

ma per dirgli in barba che il suo progetto sul monopolio delle

assicurazioni ha scontentato tutti.

*

* *

Se siete un semplice cittadino e badate ai fatti vostri, il giornale

non vi molesta, ma se riuscite ad afferrare un portafogli o un mezzo

portafogli, avete da fare con lui! Vi segue dovunque, vi consiglia, vi

ammonisce, vi rimprovera, vi insegna come si parla, come si scrive e

— se occorre — come si procede da galantuomo. Sempre vigile, esamina

i vostri progetti, commenta i vostri discorsi, postilla le vostre

circolari. Egli sa quante persone avete ricevuto oggi, quanti strappi

avete dato alla legge, quante grazie o scomuniche avete sottoscritte.

Insomma per lui non ci sono misteri, non ci sono discrezioni di sorta.

Siete un uomo pubblico e dovete dar conto financo di uno starnuto, per

non dir peggio!

Che? è ammalato un ministro? Tutti quei segreti che prima restavano tra

il medico e la famiglia dell'infermo diventano di pubblica ragione.

“_Sua Eccellenza ha il diabete, ha la nefrite, la pleurite. Ieri ha

rifiutato il latte. Stanotte ha dormito poco. Stamane alle 10 non ha

riconosciuto il figliuolo. Alle 19 è entrato in agonia. Ore 21 — è

morto_. Requie all'anima sua! Requie? il giornale non gli dà requie.

Mentre la famiglia piange, mentre gli amici si affrettano a mandare

telegrammi e lettere di condoglianza, più o meno bugiardi, mentre il

Consiglio dei ministri prepara i solenni funerali a spese dello Stato,

il giornale vi tesse la vita dell'estinto: dove fece i primi studî,

dove si laureò in legge, — sono quasi tutti avvocati quei signori! —

quante volte fu Deputato, quante volte mutò bandiera, quante volte fu

Ministro, quanti errori commise; e qui aneddoti, giudizî, interviste.

Neppure il testamento è rispettato. È un atto grande e bisogna che si

metta in piazza. “L'estinto era ricchissimo — è naturale! — aveva forti

possessioni in quel di Bergamo. Egli lascia l'usufrutto alla vedova;

alla figliuola, contessa C., cinquanta mila lire; al figlio avv. cav.

uff. N. il triplo; al nipote....„ Insomma il giornale ci fa sapere come

la defunta Eccellenza ha distribuita quella manna di Stato!

*

* *

Ricordatevi: tre anni fa fece capolino in Russia il colera, un altro

bel galantuomo, fratello germano del tremuoto e della peste. Il

giornale dette subito l'allarme. “Attenti! l'amico è comparso. Ieri

a Pietroburgo 200 casi, 122 decessi. Oggi casi 210, decessi 130.„ I

Presidenti dei Consigli ne scrivono ai prefetti. Nettezza, nettezza,

botti di acido fenico per tutte le strade. Con queste misure igieniche

il pericolo fu scongiurato. Benedetto Iddio. Ma chi operò questo

miracolo? Il giornale! Lui ci mise in guardia.

Potreste dire l'anno scorso avemmo il colera nelle Puglie, nella

Sicilia, nel Napoletano. E che? il giornale forse non dette per tempo

l'allarme? Se il Governo si svegliò, se un Sotto-ministro corse a Bari,

e il Ministro-capo a Napoli, se i prefetti, i sindaci, i sanitarî si

misero all'opera, se il nostro povero Mezzogiorno sfuggì ad una vera

epidemia, bisogna essere grati al giornale, a questa voce misteriosa,

che ricorda a ciascuno il proprio dovere, che protesta a nome di tutti,

che scuote i sonnolenti, che bolla gl'inetti!

E quest'anno? Silenzio. Giolitti vuole che quest'anno non ci sia

colera. C'è? Peggio per lui. Lo Stato non lo riconosce.

*

* *

Chi pubblica il giornale? Gli uomini? No. Sembra che il giornale sia la

voce misteriosa dell'universo; è la grande lettera che il mondo intero

scrive nelle ore della notte.

Voi la mattina state all'ufficio, al tribunale, a scuola, il giornale

arriva e impaziente vi aspetta. Ha tante cose da dire: vi deve parlare

della riforma elettorale, del famoso monopolio, dell'inchiesta alla

Minerva, delle tenerezze che ci usa l'alleata!

E con lui non si può stare mai di malumore. A guisa di un abile cuoco

si presenta sempre con delle salse spiritose. Ecco uno scandalo alla

corte di Berlino, due pagine delle Memorie di Luisa di Sassonia, la

sfilata delle matrone al processo di Viterbo. E poi, l'inevitabile

conflitto tra socialisti e cattolici, la quotidiana catastrofe di un

areoplano. Menelik che muore e non muore, il colera che c'è e non c'è,

il monumento a Vittorio Emanuele che si inaugura e non si completa.

Insomma niente vi è ignoto. Dopo aver letto il giornale, chiudete

gli occhi per dieci secondi e vi vedete dinanzi, come in una grande

fotografia, tanti uomini, tanti avvenimenti lieti e dolorosi, tante

stranezze che la società ha commesso ieri.

Curioso! Il giornale entra in casa e ne ha per tutti. A voi la

politica, alla vostra signora la cronaca, a vostra figlia — debbo

dirlo? — la corrispondenza privata o l'avventura romantica, alla

domestica i numeri del lotto, alla nonna il diario sacro.

Che, non volete politica? siete un commerciante di cereali? Benissimo.

Il giornale vi segna il prezzo del grano, dell'orzo, dei fagioli,

dei ceci; e non v'inganna, come quei signori commessi, che giurano e

spergiurano sulla menzogna e da cui avete un po' imparato il mestiere

anche voi!

Povera donna, aspettate vostro figlio che ritorna dall'America? Ma con

quale piroscafo? Con l'Urania? Ebbene, il giornale vi dice che l'Urania

è partita il 10 da New York, il 15 è arrivata a Cadice, il 17 a Lione,

il 19 sarà a Genova, il 21 a Napoli. Allegra, allegra, buona donna; il

31 vostro figlio sarà a casa e, spero, carico di quattrini.

Giocate alla borsa? Buona fortuna. Però leggete sempre il giornale. Il

giornale vi dice dove la borsa sale, dove scende e dove resta sospesa.

Insomma il giornale è indispensabile a tutti. Voi potete far a meno del

sigaro, del caffè, della colazione, del teatro, non del giornale. È lui

il _deus ex machina_ della vita moderna. Senza il giornale, voi siete

un solitario, un ignorantone, non sapete neppure che cosa succede a

dieci passi di distanza. Vergogna!

*

* *

Si chiama giornale politico, ma non s'interessa soltanto della

politica. Oh! credete davvero che gli uomini politici valgano gran

cosa, e che il giornale sia addirittura a servizio di costoro? Che

servizio d'Egitto! Ognuno può essere l'eroe del giornale. Fate qualche

cosa di straordinario, di sbalorditivo in bene o in male, e il giornale

vi apre le braccia.

Riuscite con astuzia a frodare dei milioni come madama Hubert? vincete

il primo premio alla lotteria nazionale? vi elevate a 2000 metri con

l'aeroplano senza rompervi o anche rompendovi la nuca del collo?

scovrite o fingete di scovrire il polo Nord? il giornale vi mette

in prima pagina. E non fa lo schizzinoso, nè si fa vincere dagli

scrupoli. La prima pagina, i grossi caratteri sono per tutti quelli che

stordiscono il pubblico. Ladri o assassini, viaggiatori o scienziati,

grandi furbi o grandi minchioni: tutti al posto di onore.

Che? siete protagonista di un dramma passionale? Bazzica! Domani tutti

sapranno il vostro nome, cognome e paternità, tutti vedranno la vostra

riverita effigie.

E il giornale non si contenta di lumeggiare, ricostruire, alterare

il dramma, ma vuole l'_antefactum_, vuol sapere il vostro passato,

i vostri parenti, la vostra posizione finanziaria e sociale, e fruga

nelle corrispondenze, e interroga amici, nemici, domestici.

Guai a chi cade sotto i suoi artigli! Il giornale nella sua fretta è

perito, giudice, spia, inquisitore. Voi siete libero di fare quello

che volete; ma cauto, sa! Se domani il giornale ne ha un piccolo

sentore, state fresco! Quello screanzato porta in processione i fatti

vostri, che se sono straordinarî, andranno in prima pagina, con grossi

caratteri cubitali; se comuni, in terza pagina, dove tutte le piccole

notizie si ammassano senza pietà e senz'ordine, dove sono messi alla

rinfusa tutti quelli che muoiono, che viaggiano, che impazziscono,

che si divertono, che rubano, che si uccidono, senza destare molto

interesse.

Il giornale dunque è come l'orologio, che vi segna ora per ora, minuto

per minuto tutto ciò che gli uomini hanno fatto ieri; è come uno

specchio, in cui per un momento appaiono le scene liete e dolorose di

un giorno.

Ma quale contrasto bizzarro ne vien fuori!

Sono delle vedute cinematografiche che si succedono con una velocità

vertiginosa e che non vi danno neppure il tempo di raccogliere le

vostre impressioni: mentre vi affligete per un macabro delitto,

un'avventura comica di due giovani sposi vi fa smascellare dalle risa;

qui uno scontro ferroviario vi strazia l'animo, più sotto un pranzo coi

fiocchi vi stuzzica l'appetito.

Nè mancano le scenette comiche. Il giornale vuole che il pubblico

faccia buon sangue. Vedete: a Parigi un poliziotto ruba ed è incaricato

di scovrire il ladro; a New York una signorina pretende dai fratelli

Wright duecentoventicinque mila lire, perchè l'aeroplano di quei

signori le ha rotto il naso; a Roma una donna di 112 anni mette per la

seconda volta i denti.

E questi fatterelli, questi aneddoti non mancano mai. Ogni giorno c'è

lo spunto di una commedia o di una farsa. Signor Antona Traversi,

signor Butti, signor Testoni, signor Lopez, invece di stillarvi il

cervello per mettere su certe _tele_, spesso inverosimili, leggete la

cronaca del giornale.

E quel birbaccione, pur di far ridere il pubblico, ne combina delle

belle. Inventa? no; altera? no. Fa dello spirito. Ne volete un esempio?

Un bel giorno scrive a grossi caratteri: _Un parto in Vaticano_.

Possibile? in Vaticano? Ma questa è calunnia, ma questa è irriverenza,

ma questo è un insulto, ma il Governo Italiano dovrebbe intervenire...

Signori miei, non vi allarmate. Il giornale non calunnia: il parto c'è

stato. Quella screanzata di leoparda, donata da Menelik a Pio X, ha

messo fuori un leopardino!

Ma qualche giorno questa varietà manca. Il giornale è monotono, è

pieno zeppo di disgrazie: tumulti a Palermo, due scontri ferroviarî

in America, un disastro automobilistico in Germania, un naufragio

nelle Antille, un uragano a Firenze, un incendio a Mosca, sciopero

dei gassisti a Parigi e dei tramvieri a Roma, un palazzo che crolla

a Napoli, crisi ministeriale in Austria, terremoto in Cina, peste in

Egitto, colera in Albania, scoppio di una miniera nel Marocco, due

cassieri di banco che fuggono, cento nichilisti russi condannati a

morte, due processi di reati innominabili, sette necrologie, e per

giunta la puntata del romanzo ha una scena di sangue. Su quel giornale

potreste scrivere: _Dies irae!_

Un altro giorno festa su tutta la linea: corse a Bologna, gare a

Parigi, pranzo di Corte a Berlino, un matrimonio reale, due battesimi

mezzo reali, Esposizione a Venezia, approvazione del progetto di legge

a favore del Mezzogiorno, una donna vince al lotto 200 mila lire,

un'altra donna mette fuori — uno dopo l'altro — tre marmotti rosei e

paffutelli. Vi viene la tentazione di gridare come un pazzo: evviva

l'abbondanza! evviva l'allegria! evviva la pace!

Che cosa è la lettera? La lettera vi parla di una persona sola e alle

volte di una persona a voi indifferente o antipatica, che vi annoia

con certe confidenze, con certi consigli; eppure dovete rispondere,

dovete spendere i vostri bravi tre soldi e ringraziare l'amico che si è

compiaciuto informarvi delle cose sue.

Invece qui sapete che cosa si fa in Italia, in Europa, in Africa, in

Asia, in America, in Oceania, finanche nel pianeta Marte, e non dovete

ringraziare nessuno: avete pagato!

*

* *

Oggi c'è una gran fretta. Si vive poco, quindi il bisogno di

semplificare tutto. Noi moderni siamo un po' ammalati, e due contrarie

e strane malattie ci agitano: la febbre dell'interessante, la mancanza,

quasi direi, di ogni meditazione. Tutte le nostre azioni risentono di

questa doppia malattia morale; quindi una gran paura di perder tempo,

un desiderio continuo di sbrigarci subito. Ditemi la verità: non vi

sembra mille anni che terminiate di leggere questo libro? E perchè?

Perchè si ha fretta. La prerogativa del nostro secolo è la fretta:

tutto in fretta, tutto, anche... la morte! Prima le morti repentine

erano rare, oggi all'ordine del giorno. Colpa nostra che le abbiamo

dato il cattivo esempio! Solo i processi si tramandano alle calende

greche. Ma sentite a me: è provvidenziale. Visto e considerato che

oggi tutti quelli che ammazzano vengono assoluti, un po' di carcere

preventivo, un po' di quarantena non fa male. Se i processi si

manipolassero in fretta, Cifariello, Medugno, Bisogni, Erricone e

compagni, sarebbero restati in gabbia appena un paio di mesi. Troppo

poco, non è vero?

Ma lasciamo stare i processi. È imminente la revisione del codice

penale e non sappiamo che ci regalano quei signori della Commissione.

Forse...; ma ritorniamo al nostro argomento. Volevo dire: noi abbiamo

una fretta indiavolata in tutte le cose. E il giornale, che vive

della nostra vita, ci ha pensato. Oggi c'è ancora la smania di leggere

romanzi, ma il troppo leggere stanca. È passato quel tempo, in cui si

restava dalla mattina alla sera a divorare il _Conte di Montecristo_ o

l'_Ivanhoe_. Il giornale l'ha capito ed ogni giorno, a pian terreno, vi

mette una pagina di romanzo inedito, fresco fresco, or ora uscito dalla

penna dell'autore. Ve ne dà un pezzetto e voi lo potete leggere in

caffè, in treno, nelle anticamere, a letto o... altrove! Sono romanzi

a sensazione; spesso presentati in una lingua saracinesca, ma che

importa? A noi basta succhiarvi il néttare dell'interessante. Ed anche

il giornale ci guadagna: con quella fetta di romanzo vi adesca, vi tien

ligato.

Ma non tutti si accontentano del romanzo.

I mirabili portati della scienza, le molteplici quistioni sociali, il

nuovo indirizzo letterario attira. Ma è mai possibile ritornare agli

studî? Sono tante le noie della vita, tanti gl'impegni professionali

che non vi si dà neppure il tempo di grattarvi il capo. Spesso vi

viene la tentazione di leggere qualche cosa. Tutti decantano le poesie

dell'Aganoor. Vediamo un po' che vuole questa signora. E aprite il

volume.

Ma che, dopo una decina di pagine, sentite bussare alla porta.

“È permesso?„

— Avanti. —

“Buon giorno, avvocato; sono venuto per la liquidazione di quelle spese

di giudizio.„

“È permesso?„

— Avanti. —

“Signor dottore, per carità, venite, venite subito a casa, c'è mia

moglie che non può partorire!„ Voi chiudete il libro e buona notte.

Intanto vorreste stare al corrente di tutto. È vergogna, sa! non poter

aprire la bocca quando gli amici discutono con tanta sicumera.

Non vi avvilite. Il giornale vi viene in aiuto e per meglio servirvi si

trasforma in una vera enciclopedia. Politica, letteratura, drammatica,

filosofia, storia, archeologia, giurisprudenza, medicina, religione,

finanze, agricoltura. Qui, una scena di una nuova commedia dell'Antona

Traversi, che si rappresenta stasera al Costanzi, là, un pezzetto

delle _Memorie_ del Nigra, in cui si parla della fuga dell'imperatrice

Eugenia; sopra, una lunga intervista col Flammarion a proposito del

radium; sotto, cinque sonetti del Trilussa.

C'è poi in permanenza la colonna dei Bollettini. Il Bollettino

Meteorologico per dirvi che se da voi fa caldo, a Catania si brucia,

a Milano si soffoca, a Parigi si bolle, a Cristiania si gela. Il

Bollettino Finanziario per darvi la lieta notizia che mentre il

vostro portafogli è vuoto, la Banca di Londra ha cinquecento milioni,

quella di Roma trecento, quella di Genova duecento, quella di Napoli

appena cento! Che miseria! sempre pezzenti noi del Sud! Il Bollettino

Commerciale, il quale vi informa che in quest'ultima decade è disceso

il prezzo del grano, dell'orzo, dei ceci, dei fagiuoli; solo le

carote sono in rialzo; nè fa maraviglia: le carote van sempre in alto;

appartengono alla famiglia delle zucche! Seguono i concorsi, le aste, i

fallimenti, e in ultimo lo Stato Civile, cioè chi nasce, chi sposa, chi

muore: le tre azioni inconscienti che commette l'uomo e la donna!

Insomma ogni giorno non manca l'articolo letterario, una primizia

poetica, la recensione di un libro nuovo, una conversazione

scientifica. E come se ciò non bastasse, un'intera colonna per

riassumere gli articoli più importanti delle principali riviste del

mondo.

Leggendo per un paio di anni questa quotidiana enciclopedia, senza

toccare altri libri, avete già l'aria di uomo colto e in pubblico

farete sempre bella figura. La scienza spicciola, che si acquista senza

studio e senza lavoro, è qui!

Oggi è inutile comprare libri, è inutile starsene a tavolino dieci ore

al giorno per fare una provvista di scienza. Le provviste son sempre

pericolose: aggravano il cervello e rovinano la salute. E poi, che

bisogno c'è di provviste? Il giornale è lì pronto a servirvi. L'anno

scorso, ad esempio, tutti si preparavano a ricevere la non gradita

visita di una signora celeste, un po' capricciosa, e, diciamolo pure,

un po' pettegola; non per niente la cometa è di genere femminile,

mentre i pianeti e il sole, più serî, più ordinati, sono dell'altro

genere, cioè del genere nostro!

Intanto, in quei giorni di trepidazione chi vi mise al corrente di ogni

cosa? Lo so, voi siete una persona colta, avete fatto i vostri studî,

ma vi ricordate più una parola di astronomia? No. Ebbene il giornale,

senza darsi l'aria di un maestro, vi disse che cosa è la cometa,

che cosa è la chioma, che cosa è la coda, di che si compone l'una e

l'altra; quanto è lunga, quanto è larga, quanti chilometri percorre

al secondo, quanto dista dal sole, quanto dista dalla terra; e qui

fotografia, disegni, interviste con i migliori astronomi del mondo.

In tutti i circoli, in tutti i caffè non si parlava che della cometa.

Se a quelle conversazioni avesse potuto assistere Galileo, avrebbe

esclamato pien di maraviglia: “Corbezzoli, gli italiani son tutti

astronomi con i fiocchi!„

E durante il colera? Il giornale avrebbe dovuto semplicemente

informarci dei casi e dei decessi quotidiani, magari alzare un po' la

voce con il Governo e con le autorità, che nei momenti del pericolo

dormono o fingono dormire, per risvegliarsi poi quando S. M. il

Re spande Croci e Commende; ma il giornale fece molto di più: alzò

cattedra d'igiene. Quali cibi bisogna mangiare, quali saggiare appena,

quali evitare. Niente frutta, niente pesci! Attenti alle sbornie, alle

indigestioni! Pulizia, pulizia interna ed esterna!

L'Ufficio Generale d'Igiene, vedendo che il colera si ostinava a voler

passare anche la stagione autunnale fra noi, si decise finalmente

a pubblicare dieci milioni di opuscoli. Li consegna al Ministero

dell'Interno, il Ministero dell'Interno li manda ai Prefetti, i

Prefetti ai Sottoprefetti, i Sottoprefetti ai Sindaci, i Sindaci

ai brigadieri delle Guardie Municipali... Ditemi la verità, quando

riceveste l'opuscolo? Non vi ricordate? Io lo ricordo e lo dico: ebbi

l'opuscolo nel mese di dicembre, quando il colera ritornava in Siberia

per le sante feste natalizie.

Per fortuna nè io, nè voi avevamo bisogno di questa elemosina che ci

viene da Roma. Il giornale, vero e pronto ufficio d'igiene, ci aveva

per tempo armati contro il comune nemico!

Ma per tutto questo materiale non bastano quattro pagine; bisognerebbe

racchiuderlo in un caratterino minuto, microscopico. No, il giornale

non fa economia di carta, nè vuole che stentiate a leggere. Non bastano

quattro pagine? sei; non bastano sei? otto. E tutta questa roba ben

condita, per un soldo, per cinque soli centesimi!

Ecco perchè si dice che il giornale ha ucciso il libro. Ma non è vero.

Il giornale non uccide: è il libro che si ritira, è il libro che ha

riconosciuto il suo torto. E sapete qual'è questo torto?

Il libro si ostina a volerci far pensare; il pubblico, no, non vuole

pensare più; il pubblico vuole fatti, non idee, vuole la cronaca:

cronaca cittadina, parlamentare, giudiziaria, sportiva; vuol sapere

che fanno i Deputati con quel maledetto monopolio, che dice Fabbroni,

che combina la Germania nel Marocco, che preparano i nazionalisti nel

Portogallo, chi ha vinto la tombola telegrafica!

*

* *

Ma c'è altro. Quel giornalone con la sua carta ruvida, con i suoi

caratteri nerissimi vi favorisce in tutto. Volete un bel villino, una

casetta in campagna per la stagione estiva? Cercate qualche socio per

la vostra ditta? Siete disoccupato? Vi manca la persona di servizio?

Volete arricchire il vostro salotto di quadri antichi e pregevoli?

Volete tirare nella rete un minchione? Volete vendere il vostro vecchio

pianoforte?

Il giornale vi offre la sua quarta pagina. Veramente oggi non dovremmo

chiamarla quarta; dovremmo chiamarla quinta, sesta, ottava, nona,

secondo il caso, ma tant'è, la si chiama quarta pagina. E questo

buontempone tiene la sua quarta pagina per vostra comodità: è il

mercato, la fiera, dove si compra e si vende. Stando comodamente a casa

vostra, potete fornirvi del necessario e del superfluo.

Ma quante bugie! Sentite la voce del ciarlatano e dell'impostore, che

cerca carpirvi qualche liretta. A credervi, ogni malattia ha il suo

rimedio, certo, infallibile, miracoloso, premiato in mille Esposizioni,

sempre con medaglie d'oro, encomiato da migliaia di medici, sempre

celebri. Il vostro medico di famiglia vi ha detto che la tisi, il

cancro, l'epilessia è inguaribile! Che stupido! Tutto si guarisce,

tutto si perfeziona, tutto si corregge. Cucina per gli stomachi forti,

cucina per gli stomachi deboli; pomate che vi abbelliscono al di fuori,

acque che vi lavano al di dentro. Volete ingrassare? volete dimagrire?

volete mandar via i peli superflui e alimentare quelli necessarî?

Signorina, il vostro seno è piallato? Carezzatelo con questa polvere,

vi gonfierà a vista d'occhio. Che? avete dietro una certa protuberanza?

Non c'è bisogno di ricorrere alla sega di butirro, come il gobbo di

Peretola. Eccovi un unguento che farà sparire in men di due ore quel

vulcano spento. I vostri capelli sono bianchi? diventeranno neri

come... il carbone. Siete calvi? diventerete... un orso. Siete gottoso?

ballerete come un indiano. Siete vecchio? avete una certa debolezza?

Per mezzo di questi nuovi Mefistofele, diventerete giovane come Faust e

forti come Ercole. Che? la vostra gallina non fa uova? Ecco una polvere

miracolosa! Sette uova alla settimana, sì, sette, anche la domenica!

La gallina non è tenuta alla legge sul riposo festivo, nè da parte di

Domineddio, nè da parte di Giolitti.

O vedi, vedi! Un occhio vi fissa maledettamente per dirvi che non

ci sono più miopi, presbiti e viste deboli; tre bocche spalancate vi

presentano un esercito di denti bianchissimi e vi raccomandano l'Odol;

due bimbi si deliziano con una grossa bottiglia di Emulsione Scott;

un leone con gli occhiali porta scritto sulla coda: _assaggiatelo!

Migliore del cognac!_ Ma di grazia, che cosa dobbiamo assaggiare? Il

leone? Chi lo sa. Bisognerebbe rivolgersi al signor Bisleri, il quale

ha una tenerezza per le belve. Tutte le sue specialità sono custodite

da leoni, da iene, da tigri, da serpenti!

Ma via, non perdiamo tempo. Vedete: con poche lire potete vestirvi

da principe, comprare una grammatica inglese di nuovo metodo, che vi

renderà professore dopo due mesi, aver franco di porto degli estratti

celebri che vi daranno cento bottiglie de' più scelti liquori.

_Gratis, gratis, gratis!_ Vogliono solo sapere il vostro nome, per

mandarvi opuscoli, libri, abiti, orologi, ritratti, grammofoni.

E tutto questo vi si annunzia con il più grande apparato, con mille

colpi di grancassa. Ognuno alza la voce, ognuno predica insuperabili le

sue specialità. È curioso! in mezzo a questo frastuono di ciarlatani,

di falsi filantropi, una nidiata di teneri amanti — che profanazione!

— si scambiano baci e carezze; un attempato cerca una sposina per

i suoi ultimi anni; un povero diavolo promette cento lire a chi gli

restituisce il portafogli, smarrito o rubato ieri alla piazza C.; un

fanatico collezionista chiede un francobollo di non so qual regno;

un voluto professore è pronto a fare da ripetitore, da segretario, da

cameriere, magari da guardaportone; tre o quattro tabaccai napoletani —

sono tutti cabalisti quei signori! — con novanta miserabili centesimi

vi mandano fin in casa una quaterna secca, che vi renderà grasso alla

prossima estrazione.

Qualche volta tutto questo frastuono tace; la fiera è deserta; la

quarta pagina è vuota. Vuota? no, vedete bene; in un angolo si legge:

_Per la tosse asinina le pillole Bertelli._

Questi grandi colpi di scena sono concessi al Tot, alle pillole Pink,

all'Ischirogeno, all'Olio Sasso, alle Pastiglie Valda, all'Emulsione

Scott, non perchè questi prodotti, iscritti nella Farmacopea Ufficiale

del Regno, giudicati universalmente miracolosi, siano trattati con più

riguardi, ma perchè le rispettive ditte sborsano parecchie migliaia di

lire. Il giornale non ha riguardo per chicchessia, nè può perdere il

suo tempo ad esaminare la bontà della merce: accoglie tutti. Voi dovete

saper scegliere e non farvi infinocchiare!

*

* *

Eppure questo giornale, che vi favorisce in tutto non vive che un

giorno! Oggi è desiderato, aspettato con ansia, letto con avidità,

discusso calorosamente, domani è già in preda alla domestica o nelle

mani dei ragazzi!

La sua presenza annoia: voi non volete cadaveri. Pochi sono quelli che

lo conservano e ne fanno la collezione. Alcuni tagliano quella fetta

di romanzo, componendo dei bizzarri libretti rettangolari, ma tutto il

resto, così deturpato, via!

Coi giornali la vostra signora fa modelli di abiti, coi giornali i

vostri bimbi combinano dei grossi berretti alla napoleone, coi giornali

si rivestono libri nuovi, si fascia l'interno di vecchi armadi, si

avvolgono balocchi e dolci.

Povero giornale, dopo un giorno di trionfo è già vecchio decrepito e

comincia la sua Via crucis! Ridotto in piccoli pezzi va a finire in

cucina, nella bottega del salumaio, in mezzo alla strada o in un altro

luogo... voi m'intendete!

In Cina invece le cose vanno un po' meglio. In ogni famiglia si

conservano gelosamente questi fogli e due volte la settimana girano

dei carretti per farne la raccolta. Trasportati a Man-War-Cher vengono

bruciati in un apposito forno crematorio insieme a bastoni d'incenso.

È una cerimonia religiosa addirittura: dinanzi al forno si rizza un

altare, su cui una lampada brucia dell'olio santo. Le ceneri poi si

chiudono in sacchetti e vengono gettate nel mare.

Voi invece, più moderni, distruggete senza tante cerimonie i giornali,

che pure rappresentano la storia di un giorno.

Ma distruggete, distruggete, datelo nelle mani dei vostri bimbi: il

giornale non muore! Domani ritornerà con altre notizie più belle, più

fresche, più interessanti.

I vostri capelli diventeranno bianchi, i vostri bimbi saranno padri,

ma quel giornale, quel gran Cicerone, quell'astuto poliziotto, quel

gran furbo, quel caro amico vivrà sempre, sempre, fino a che gli uomini

faranno parlare di sè!

Nel mondo dei libri: bizzarrie · 第 32 / 36 题