Il giorno, in cui siete ritornato a casa con tanto di laurea in tasca
e i vostri concittadini hanno incominciato a chiamarvi professore,
avvocato, dottore, ingegnere, quei poveri libri scolastici di bassa
forza sono stati gettati in un vecchio armadio.
I classici latini e greci, qualche grammatica, qualche storia
letteraria o politica, che si trova ancora di sana costituzione,
è ammessa agli onori degli scaffali, ma tutti gli altri giù nel
cassettone. La stanza da studio dev'essere elegante, signorile. Non ci
mancherebbe altro che mettere in mostra quei libri, mal ridotti, senza
frontespizio e senza dorso!
Avete ragione. Voi, superbo della vostra scienza, orgoglioso di quella
pergamena che vi dichiara in nome del Re qualche cosa, avete quasi
vergogna di far sapere che quei libriccini furono i mostri primi
maestri.
Questa però si chiama ingratitudine! Venti anni fa eravate un ragazzo
ignorante, credulone, e quei libri vi insegnarono i primi elementi
di storia, di aritmetica, e seminarono nell'animo vostro i germi del
buon costume e del retto vivere. La mamma spesso vi sgridava, il babbo
vi picchiava, tutti, in casa e fuori casa, erano burberi e severi con
voi, solo quei libri non alzavano mai la voce: sempre con amabilità,
sempre con dolcezza a ripetervi che bisogna essere buoni, ubbidienti,
caritatevoli.
Oggi che siete uomo, non li benignate neppure di uno sguardo. Ma
disprezzateli, nascondeteli, essi continueranno sempre nella santa
missione di modesti precettori. Con la medesima cura avvieranno i
vostri figliuoli per il sentiero della sapienza e della virtù!
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* *
In verità si potrebbe scrivere un intero volume sui libri scolastici,
cominciando da quei poveri sillabarî di pochi soldi, macchiati
d'inchiostro, imbrattati di olio, che si portavano nel panierino della
merenda, in compagnia delle ciliege e de' fichi secchi, e continuando
con quei libri, dimenticati sopra un muro, nascosti tra le siepi,
abbandonati sulla riva di un lago, lasciati a pie' di un albero, quando
invece di andare a scuola si prendeva il largo per la campagna.
A principio d'anno questi libri si compravano con gran piacere, si
sfogliavano delicato delicato, per vederne le incisioni; e guai se la
sorella ci avesse fatta una macchia d'inchiostro o una lieve piegatura:
erano pianti eterni, litigi continui, scambio di invettive e di busse.
Ma passati due mesi, addio libri! Non si conoscevano più. Il babbo,
la mamma, il maestro, a turno vi rimproveravano, vi picchiavano,
vi chiamavano sporcone, ma i libri erano già sdruciti, mancavano di
parecchie pagine e a stento si poteva tirare avanti fino agli esami.
Di questi libri non resta che un ricordo vago. Dove sono? Ne conservate
qualcuno? Dov'è il sillabario, il grande ed unico sillabario dalle
lettere cubitali, dalle bizzarre e curiose vignette? Dov'è questo
papà di tutti gli uomini di studio, questo primo pedagogo, modesto
e paziente, che si lasciava sgorbiare e ridurre in cenci? Dove sono
quelle letture graduate, quei raccontini, quelle poesiette, così liete
d'invenzione, così fresche di lingua, così dense di concetti sani?
Dove sono? I vostri figliuoli frequentano le classi elementari, ma non
conoscono quei libri. Oggi, l'insistenza degli editori e la tolleranza
delle autorità fanno entrare nelle scuole primarie certi libercoli,
così scipiti, così pomposamente vuoti. Vogliono sembrare succose
enciclopediette, ma sono invece... molto povera cosa.
Se fossi un Credaro, farei ritornare nelle scuole i libri del Dazzi,
del Thouar, della Baccini. Forse così i nostri ragazzi sarebbero meno
immaturi, dopo l'esame di maturità!
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Ma i libri scolastici, che in massima parte voi conservate, sono
quelli delle classi secondarie. Dopo le scuole elementari, rattoppate
in paese, quasi sempre da qualche prete, si andava in città per il
ginnasio.
Il ginnasio! Questa parola aveva per voi del magico: si sentiva un
gusto matto a far sapere ai parenti, agli amici, a tutto il mondo che
voi incominciavate a far davvero.
E si scrivevano lettere di partecipazione a tutti. “Carissimo papà,
stamane abbiamo avuto la prima lezione di latino„. “Carissimo zio, io
studio sette ore al giorno„. “Carissimo cugino, carissimo„... Insomma a
tutti si comunicava la grande nuova.
A Natale, a Pasqua, toh, una scappatina in paese e subito a farla
da dottore con gli antichi compagni di scuola. Il latino! Eh, non si
scherza con il latino! E in verità, col latino non si scherzava. Si era
indulgenti con la lingua italiana, con la storia, con l'aritmetica, ma
col latino, rigore immenso!
Quei buoni maestri, quasi tutti pedanti, ci imbottivano di Portoreale.
Il primo anno se ne andava con la rituale _Selecta_, poi se ne veniva
Fedro e Cornelio: favola e storia, poesia e prosa; un giorno parlavano
gli animali, un giorno gli uomini. Debbo dire la verità, trovavo
più cortesi i primi. E fin d'allora mi convinsi che gli uomini sono
intrattabili.
Ma ogni anno si cambiava padrone. Cornelio dava il posto a Cesare,
Fedro ad Ovidio; infine se ne veniva Virgilio, Orazio e Livio.
Livio! Oggi è un amico, ma allora vi sembrava un tiranno. Quando dopo
due ore di studio e di meditazione non sapevate come interpetrare
un periodo della sua _Storia Romana_, vi veniva il giusto e santo
desiderio di menargli dietro un accidente!
E Orazio? E Cicerone? Che il Signore li abbia in gloria! Certe sere
galantuomini perfetti. Quella prosa, quei versi si snocciolavano sotto
le dita; altre volte duri come macigni.
Il tiro birbone poi lo combinava Tacito. Si chiudeva a catenaccio
e non c'erano Santi a sbottonarlo. Pensa, ripensa, riscontra nella
grammatica, consulta il vocabolario; inutile, il senso logico non
andava. Che rabbia! Avreste voluto piangere, fuggirvene, andar
ramingo, fare il facchino, il lustrascarpe, pur di liberarvi da questo
carnefice.
Nè parlo del greco. Nei primi mesi si provava un'avversione per
questa benedetta lingua. La sera, dopo aver ingoiato spiriti aspri e
spiriti dolci, consonanti che spariscono con compenso o che vanno via
senza avere un centesimo, vi domandavate: “Ma a che serve il greco?
È necessario mandar giù tutta questa roba, per essere avvocato o
medico?„ Intanto la grammatica di Curtius era sempre là sul tavolo a
guardarvi bieco, e voi, pensando che l'ora dello studio passava, che
il professore era severo, che il rettore la sapeva lunga con la bocca
e con le mani, vi gettavate in quel mare di geroglifici, sicuro di
perdere la vista e il senno!
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* *
Oggi questi classici vi sono cari. Apriteli, scorreteli: vi trovate
pagine ancora piegate, segni di matita, impressioni fatte con le
unghie. Vi sono cari, perchè ricordano i vostri studi, i vostri
compagni, i vostri maestri.
I maestri! Ve li vedete tutti dinanzi, come in una grande fotografia,
queste simpatiche figure di precettori, severi o indulgenti, burberi o
cortesi.
Il professore d'italiano entrava in iscuola sempre frettoloso, come se
fosse stato inseguito, e appena seduto, triii... una scampanellata,
dicendo immancabilmente ogni mattina: “Andiamo, andiamo, oggi c'è
molta roba!„ Il professore di latino, mezzo nevrastenico, si metteva a
declamare due pagine dell'_Arte Poetica_, e poi, gettando il libro sul
tavolo, esclamava convulso: “Che bellezza! Che incanto!„ Il professore
di fisica, selvaggio, picchiava senza misericordia per un nonnulla,
e una mattina, parlando della bussola, la perdè talmente, che si
mise a dare manrovesci alla cieca. Il professore di storia borbonico
sfegatato, si sarebbe fatto ammazzare — diceva lui — per Ferdinando
e Francesco II. Guai a chi proferiva in iscuola una mezza parola a
favore di un certo Vittorio Emanuele II. “Uscite, uscite! voi siete un
carbonaro!„
E i compagni? Chi può ricordare quella schiera interminabile di amici,
che venivano da tanti paesi per formare una sola famiglia?
Ma tra questi giovani intelligenti, svogliati, buffoni, permalosi,
attaccabrighe, sinceri, maligni, vi sono dei tipi che non si
dimenticano: capi ameni che venivano a scuola senza aprire un libro,
che facevano dei tiri birboni al maestro o al prefetto di disciplina
con tale abilità da non avere mai un castigo.
Ma oggi dove sono questi vostri compagni? Vivono? Sono felici?
Qualche volta, trovandovi in città, mentre tutto frettoloso
attraversate il Corso, vi sentite battere dolcemente sulla spalla. Teh!
è un compagno di collegio. Dopo un oh! di maraviglia, dopo due baci
sonori —, ecco un dialogo a fuoco di fila.
— Tu —
“Che baffi!„
— Che barba! —
“Già i capelli bianchi!„
— Sei ammogliato? —
“Sono nonno!„
— Bravo, sempre alla svelta tu! —
Tutto il giorno si passa insieme: insieme a pranzo, insieme a teatro.
La notte non si dorme. Egli racconta, voi raccontate.
“Ti ricordi?„ — Ti ricordi? — Si passano a rassegna tutti gli anni di
studio, tutte le scappate, tutte le scenette curiose.
Ma viene il momento che dovete separarvi.
“Scrivimi, sa', non fare il pigro!„ Una stretta di mano, due baci,
un'altra stretta di mano e via.
Passa un mese, due; silenzio da ambo le parti. Voi vi dimenticate, lui
si dimentica.
Ma ogni secondo giorno si hanno queste sorprese. In treno, mentre ve
ne state tra sonno e veglia, turandovi le orecchie per non sentire
uno sproloquio di un viaggiatore che vi siede a fianco, entra il
controllore.
“Signori, biglietti.„
Un po' seccato, mettete fuori quel pezzettino di cartastraccia, bucato
già tre volte.
Voi stendete la mano, il controllore stende la mano. Ma curioso! lui
guarda voi, voi guardate lui.
“Toh! Sei tu?
— Sei tu! —
È un altro compagno di collegio.
Naturalmente strette di mano e baci.
Si siede al vostro fianco e alla presenza di tutti i viaggiatori
incomincia a parlare del passato e anche del presente. Ne ha sofferto
il poveretto! Morta la moglie, morto un figlio; l'anno scorso a Roma,
mentre...