E da morte aspettar fama e riposo

ritocca di nuovo:

Forse da morte avrò fama e riposo.

Moralità della favola: voleva la fama, e noi gliel'abbiamo data;

speriamo che avesse avuto anche il riposo!

Ma dite la verità: dopo aver letto, riletto queste quartine e terzine,

siete forse riuscito a vedervi davanti la figura del poeta? Eh! i

ritratti si fanno col pennello. Ognuno al suo mestiere. Non tutti i

poeti sono come Michelangelo e Salvator Rosa! Fortunatamente anche

questo vezzo è passato di moda. Dopo il Manzoni, nessuno volle

rinchiudersi in un sonetto.

Ed oggi i nostri scrittori si fanno dipingere così alla buona, senza

sussiego magistrale, senza quell'atteggiamento, pietoso o sinistro.

Vedete: il De Amicis veste come voi, ha i baffi come voi e vi guarda

con una grazia amabilissima. Sul volto del Fogazzaro voi leggete tutta

la serenità dell'anima sua. Com'è simpatico il Panzacchi, il Graf,

il D'Ancona, il D'Ovidio, il Martini! Qua la mano: voi siete amici di

casa!

Ma attenti, attenti; non tutti sono disposti a stringervi la mano. Lo

Zanichelli, innanzi alle Poesie del Carducci ha messo due ritratti del

Poeta. Il Carducci a 30 anni, il Carducci a 70 anni. Il primo sembra un

uomo mezzo rimbambito e pare che allora allora voglia domandarvi: “Che

cosa è successo?„; il secondo ha tutta l'aria di un domatore, il quale

gridi alla belva-pubblico: “Silenzio, io sono il primo poeta!„

Il D'Annunzio invece col capo chino, con gli occhi da asceta, sembra

che vada snocciolando Avemarie. Un suo ammiratore, Carlo Villani, dopo

avergli cantato il _Te Deum_ sulla _Vita Italiana_, gli diceva: “Tu

sei grande, il tuo nome suona dall'uno all'altro mare, alza, alza la

fronte!„ No; il D'Annunzio continua a tenere il capo a terra prono,

forse... per far meglio osservare il suo cranio lucido, eburneo!

E il Rapisardi? Dio mio, ha un gusto matto a comparire come un

masnadiere. Con quella cera sinistra, con quel cappello a cencio

alle ventitrè, sembra un bandito siculo-calabrese. Gli manca solo

lo schioppo per essere qualificato come uno zio paterno di Giuseppe

Musolino. Eppure il Rapisardi — a quanto dicono i suoi scolari — è un

agnello tutto cuore, tutto bontà!

Si hanno queste sorprese. Il Pascoli, ad esempio, è un poeta caro

assai. Che versi! che dolcezza! Dovrà essere una figura serafica la

sua, un tipo alla Bellini. Toh! un bel giorno vi cade sott'occhio il

suo ritratto. Santo Iddio, com'è borghese! Il Pascoli ha tutta l'aria

di un negoziante di coiame! Che peccato, scrive così bene!

*

* *

Non tutti i libri portano il ritratto dell'autore.

Avete mai visto dinanzi all'_Iliade_ o all'_Odissea_ l'effigie

di Omero? Omero? ma è veramente esistito Omero? Alcuni dicono sì,

altri, no; infine di accordo — in sezioni riunite — gli storici hanno

proclamato l'esistenza di Omero! Benissimo. Ma era un bell'uomo? Chi lo

sa? Gli Zeusi e i Parrasii di quel tempo pensavano a dipingere grappoli

d'uva per ingannare gli uccelli, senza ricordarsi che un poeta di

quella forza meritava un ritratto a grandezza naturale.

Nel Museo di Napoli molti e molti anni fa — ero studente allora —

mi fu mostrato un busto con un barbone patriarcale e con un paio di

occhi grossi quanto due uova sode. Nessuna espressione, nessuna grazia

nei lineamenti. “Ecco Omero!„ mi disse la guida. Omero! Avrei voluto

rompere quel busto e gridare come un pazzo: “Questi non è Omero, poeta

sovrano!„ Ma non feci nè l'uno, nè l'altro e mi ritirai a casa.

Lo credereste? quel busto mi si è talmente fitto nella memoria

che appena apro l'_Iliade_ me lo vedo davanti. Leggo il bellissimo

episodio di Ettore e di Andromaca? Sul più bello, proprio quando l'Eroe

Troiano, quasi presago della sua prossima fine, prende fra le braccia

il caro pargoletto, mi veggo presentare quel _coso_! L'_Iliade_ è un

capolavoro, ma, dico la verità, alle volte faccio a meno di rileggere

qualche canto, per non vedermi quel brutto ceffo, che mi fa rabbia!

Ho voluto riportare quest'aneddoto, per dire con argomento di prova che

spesso un ritratto, messo innanzi ad un libro, fa acquistare simpatia o

antipatia, non solo per l'autore, ma anche per l'opera.

Quante volte, vedendo un ritratto che fa paura, non avete chiuso

subito il libro esclamando: “Com'è brutto!„ Invece se alla prima pagina

trovate la figura di un bell'uomo, voi dite subito: “Vediamo un po' che

vuole costui!„

*

* *

Certi editori meriterebbero tre anni di reclusione. Perchè? perchè

guastano l'effigie dei nostri letterati. Una Casa Editrice di Milano

intraprese, molti anni fa, la pubblicazione delle opere complete del

Shakespeare, del Byron, del Monti, del Foscolo, del Manzoni, e credendo

di far cosa grata, volle aggiungervi anche i ritratti. Poveri poeti,

dipinti con cannello di bracia! Il Shakespeare sembra uno scimunito; il

Manzoni è addirittura senza naso, mentre ne aveva abbastanza di naso —

e naso fino! — lo Schiller più masnadiere dei suoi _Tre Masnadieri_; il

Goethe un ubbriaco che va barcollando; il Pellico, un allampanato con

una coppia di occhiali sul naso così grossi, da non potersi sostenere,

tanto che il poverino par che dica: “Mi cascano! mi cascano!„; il

Metastasio è un bambolone degno di quel paese.

Ma, Dio benedetto, occhi ne avete? Sono ritratti questi o caricature?

Un po' di rispetto ci vorrebbe!

E il bel vezzo continua. L'anno scorso nelle nostre scuole secondarie,

fu adottata un'antologia italiana di A. Nota e P. Fontana, dal titolo

_Pagine gaie e Pagine forti_. Non conosco questi due egregi professori

e non so dirvi quindi chi sia più _allegro_ e chi più _robusto_. Posso

dirvi però che quest'antologia ha molti pregi. Prima di tutto, due

prefazioni. La _prefazione degli altri_, — una selva di massime, di

sentenze, di proverbi, di motti, in latino, in francese, in italiano

— che si apre con Salomone e si chiude con Leonardo Bianchi, ex

ministro della Pubblica Istruzione. La _prefazione nostra_, con cui i

compilatori fanno sapere che in Italia mancava un libro gaio e forte,

tanto necessario ai nostri giovani. “La maggior parte delle antologie

— essi dicono — tutti ninnoli e fronzoli, immagini e forme, si aggirano

tra ospedali, manicomî e galere. Il nostro libro invece tratta di cose

gaie! Via, via il _Gobbo di Peretola_ e tutti quei brani che parlano di

ciechi, di zoppi, di storpi, di sordi!„ E per quattro pagine continua

il panegirico di questa nuova cura ricostituente, a base di pillole

classiche.

Secondo pregio. “L'editore Sandron, per rendere più suggestiva l'opera

nostra, ha voluto ornarla di una graziosissima galleria di ritratti.„ E

in verità, ogni pezzetto di prosa o di poesia tiene a fianco l'effigie

del suo padrone. Ma che ritratti! Il De Amicis sembra allora allora

uscito dal bagno: batte i denti dal freddo e i capelli sono ancora

inzuppati d'acqua; il Ferrigni (Yorik) aggrinza il naso, come se gli

avessero cacciato sotto un barattolo di ammoniaca; il Poliziano, un

vero buffo da teatro, con cappello a casseruola e con un naso lungo

un metro; l'Alberti, una mummia; il Boccaccio, una monaca... di Monza;

il Giusti tutto peli; il Tassoni un bravaccio. Il Guerrazzi soffre ai

molari di destra, l'Albertazzi, il Berni, il Pindemonte, il Botta hanno

bisogno di pillole Pink!

Ecco la geniale galleria, di cui bisogna essere grato all'editore

Sandron. Solamente vorrei dire a questo signore: “È da gentiluomo

deturpare così barbaramente tanti poveri cristiani?„

Potrebbe rispondere che duecento ritrattini a modo costano una bella

somma. Siamo d'accordo; ma quando non è possibile una riproduzione

discreta è meglio farne a meno. Di cose brutte ne abbiamo già tante!

*

* *

I signori poeti, non contenti di scambiarsi contumelie e sonetti con

una coda più o meno lunga e indecente, spesso appiccicavano dei versi

sotto il ritratto del collega.

Il Foscolo, ad esempio, vedendo che il Monti gli aveva rotto l'uovo

in mano con la traduzione dell'_Iliade_, arse di ira, _non santa_, e

scrisse a pie' di un ritratto dell'avversario:

Questi è Vincenzo Monti cavaliero,

Gran traduttor dei traduttor d'Omero.

La stoccata era terribile, tanto più che fra i due non correva buon

sangue; e il Monti rispose con quattro versi, meno famosi:

Questo è rosso di pel, Foscolo detto.

Sì falso, che falsò fino se stesso,

Quando in Ugo cangiò ser Nicoletto:

Guarda la borsa se ti viene appresso.

Qui c'è fiele, non arte.

Due secoli innanzi un'altra coppia, uno storico e un poeta, tutti e due

arnesi da galera, si scambiarono lo stesso complimento, in una forma

triviale e villana. Aprì il fuoco il Giovio. Scrisse sotto l'effigie

dell'Aretino:

Questi è Pietro Aretin, poeta tosco:

Di tutti disse mal, fuorchè di Cristo,

Scusandosi col dir: “Non lo conosco.„

E l'Aretino, maestro nel genere, gli rispose subito per le rime:

È questi Giovio, storicone altissimo:

Di tutti disse mal, fuorchè dell'asino.

Scusandosi col dir che gli era prossimo.

Trenta anni fa il brutto giuoco fu lì lì per ripetersi tra il Carducci

e il Rapisardi. Contumelie se ne dissero. La Curia di Bologna scomunicò

il catanese: il cantor di Satana e il cantor di Lucifero si morsero

come due mastini: e continuerebbero a mordersi, se il Carducci non

se ne fosse andato al Limbo a godersi l'eternità con Omero, Orazio

e Lucano! Oggi non c'è più da temere. I nostri poeti sono amici e si

scambiano cortesie a non finire. Anzi il Pascoli e il D'Annunzio si

chiamano _fratelli_. Non lo dico per celia: alla morte del Carducci,

il Pascoli telegrafava al _fratello_ Gabriele, e questi al _fratello_

Giovanni.

Ma, Dio ne liberi! La prima lite micidiale avvenne proprio fra

due fratelli. Il Pascoli sembra un agnellino, ma è sempre poeta.

Ricordatevi che il Tassoni voleva aggiungere alla litania di tutti i

Santi: _ab ira poetae libera nos, Domine_!

Ma non facciamo gli uccelli di mal'augurio! Il D'Annunzio e il Pascoli

diranno ai posteri che la poesia affratella.

*

* *

Nostro Signore Gesù Cristo, a quanto ci dice la tradizione e la lettera

del proconsole Lentulo, era bello, molto bello. Il suo volto incantava,

i suoi occhi avevano un fascino irresistibile. Che sguardo! che

atteggiamento!

Ma si può dire lo stesso di certi suoi ministri?

È un fatto innegabile. I sacerdoti, senza pensare che _in medio stat

virtus_, amano gli estremi: o magri allampanati, o pingui come botte. I

monaci preferiscono la seconda forma, i preti la prima.

Ricordo di aver visto nella biblioteca del Seminario di Salerno un

grosso volume, in foglio, pubblicato a Venezia nel 1823. A destra

il titolo: _Le victorie della Religione Cattolica, ossia i Trionfi

dell'Apostolato_, a sinistra il ritratto dell'autore. Dio mio, che

ritratto! Scarno, stecchito, con gli occhi vitrei, con la bocca

semi-aperta, con gli zigomi sporgenti pareva come se volesse dire:

“Portatemi all'ospedale, io muoio!„ Mi venne da ridere e chiusi subito

il libro. Ma guarda un po' che pretenzione! Voler parlare di _victorie_

mentre non si ha neppure la forza di muovere un dito. Se mi fossi

trovato a Venezia nel 1823 avrei detto a quel reverendo: “Padre, lasci

stare i _Trionfi_. Scriva piuttosto, per lei e per tanti poveretti,

che si trovano nelle medesime condizioni di salute, un buon apparecchio

alla morte!„

Rovistando in una antica biblioteca di un convento, ebbi un'altra

sorpresa. Proprio a fianco a _La Carità Cristiana_ del Muratori, scorgo

un bel volume, rilegato in rosso e con fregi in oro. La curiosità mi

vince; l'apro e mi vedo davanti il ritratto di un monacone, con due

gote rubiconde, che tirandosi fin su la gola, formavano una grossa

pappagorgia. Non si vedeva che il volto, e la metà del petto; ma se

dobbiamo seguire in tutto il sistema socratico — _invisibile a visibili

arguitur_ — immaginate che specie di ventre e compagni doveva averci

sotto!

Di che cosa parlava questo beato, beatissimo figlio di S. Francesco?

Ecco il titolo del volume:

_De jejunio quadragesimali

succincta explicatio

ad intelligentiam omnium fidelium

facili methodo

conscripta._

Sì, questo cuor contento, dal peso di un quintale e mezzo, ebbe il

coraggio di parlare di digiuni e di astinenze!

Non so come l'Autorità Ecclesiastica, così rigida e severa nella

revisione dei libri, abbia potuto permettere quel ritratto. No; quel

ritratto doveva assolutamente essere messo all'_Indice_. Voler parlare

di digiuno e presentarsi in quel modo così provocante! Il lettore

ha tutto il dritto di esclamare: “Questo padre Leonardo da Pericarpo

predica bene e mangia meglio!„

Per la salute dunque delle anime e per la dignità della Chiesa

è necessario che i censori diocesani e la Sacra Congregazione

dell'Indice, diano da oggi in poi un'occhiata anche ai ritratti.

Certi monaci non dovrebbero farsi dipingere in tutta la pienezza della

loro grazia. Quella grazia è tutt'altro che edificante: dà il cattivo

esempio!

Questa lezione però valga per tutti.

Oggi molti autori — piccoli e grandi — si fanno piantonare dinanzi

all'uscio dei loro libri per attirare di più il lettore. Ma attenti!

Prima di dare questo passo pensateci bene. Se avete un volto da buon

cristiano, fatevi avanti: quel ritratto vi fa acquistare un po' di

simpatia, specie nel campo femminile; se invece, per vostra disgrazia,

appartenete alla famiglia dei due sullodati reverendi, per l'amor di

Dio, non vi fate vincere dalla tentazione! Il lettore accoglierebbe con

una sonora risata voi e... il vostro libro!

Bibliomani, biblioclasti, bibliofagi!

Brutti nomi, non è vero? Ma pazienza, oggi c'è il vezzo di ricorrere

sempre alla lingua greca. Ci ricorrono i medici, quando dopo tante

analisi arrivano — beati loro — a scoprire nuove malattie; ci

ricorrono i chimici-farmacisti per dare un nome domenicale a quelle

miscele solide o liquide, più o meno dannose alla salute pubblica;

ci ricorrono gli ingegneri, ci ricorrono i matematici, i fisici; i

letterati potrebbero restare indietro? Essi più degli altri debbono

essere ossequenti all'Alma Grecia. E se questa povera madre è ridotta

a chiedere protezione alle sue figliuole per non cadere nelle mani de'

Turchi, le resta però il vanto di dare il nome di battesimo a tutte le

cose nuove, o che si presentano come tali.

Strano! Proprio oggi che si vuol mettere fuori dalle nostre scuole il

greco e tutto il bagaglio classico, noi siamo addirittura _ingreciati_.

Le parole francesi si usano, ma con una certa parsimonia; le inglesi,

le tedesche, con una certa timidità; con le parole greche invece

giubileo perpetuo. Tutti ne possono usare a sazietà. Per fino sulle

porte de' negozî vengono incisi, a grandi caratteri, paroloni greci.

Un tempo, per dirne una, sul frontespizio di certe botteghe si

leggeva: occhiali, canocchiali, binocoli; oggi, _lenti periscopiche,

isoperiscopiche, iptometri, optalmoscopii_. E chi non ha avuto

la disgrazia d'ingoiare a suo tempo la grammatica di Curtius, è

costretto a leggere scandendo queste parole, senza capirne affatto il

significato.

Noi non siamo pedanti; alle cose nuove un nome bisogna darlo, come

diceva la buon'anima di Giovan Santi Saccenti:

Dobbiam forse aspettar che torni Dante

A insegnarci chiamar la cioccolata,

Il the, la paladina, il guardinfante?

Cosa che viene in uso alla giornata

Bisogna ben che un nome le si ponga,

Perchè si sappia come va chiamata;

ma ricorrere alla lingua greca per tutti i bisogni, grandi, piccoli e

medî, non è una bella cosa.

“Non sarà una bella cosa — esclamano alcuni — però c'è grande economia.

La lingua greca è economica, non ciarliera come la nostra.„

È vero, ma l'uomo ha fatto mai economia di parole? Facciamo qualche

volta economia di tempo, di danaro, di buone azioni; di parole, no.

La cicala canta tre soli mesi, quando il caldo le va alla testa; noi

cantiamo tredici mesi all'anno giorno e notte. E se il Signore non ci

avesse donata una gola di prima qualità, a venti anni dovremmo esser

tutti rauchi, tanto abuso si fa di questo povero organetto!

E poi, pensandoci bene, non credo che la lingua greca sia economica.

Sentite: “l'aver paura di viaggiare sulle strade ferrate„ si dice

_siderodromofobia_. Immaginate ora che un povero diavolo e per giunta

un po' balbuziente — i balbuzienti, come a farlo apposta, si espongono

di più a certi pericoli! — voglia dire appunto in linguaggio illustre

che ha paura delle strade ferrate. Non vi garantisco se il poveretto,

economicamente, possa mettere fuori in mezz'ora e sana e salva la

simpatica parola _siderodromofobo_!

Ma vedi un po', parlando di strade ferrate sono uscito dalle rotaie.

Chiedo venia e mi metto in moto. Del resto ognuno parli e scriva come

vuole. Per parte mia se le parole greche vi urtano, vi autorizzo a

cancellare quelle tre che ho scritto in testa al presente capitolo.

Io intanto entro in argomento.

Bibliomane è quel modesto idolatra di buona fede che passa la vita

a raccogliere libri, a far collezioni di opere rare, siano o no

pregevoli.

Che brutta malattia è quella delle collezioni!

Chi raduna francobolli, chi medaglie, chi bastoni, chi bottiglie, chi

pipe, chi sugheri. Si vedono uomini, divorati dai debiti, che pensano

a comprare quadri antichi; pazzi, che consumano patrimoni vistosi, per

possedere tabacchiere di re e papi; infelici, che non hanno un tozzo

di pane e cercano autografi illustri e non illustri. Un tale — peccato

che il Müller non ce ne dica nome e cognome — spese la bella somma di

quattro mila lire per acquistare — indovinate un po' — una lettera

del padre di Schiller. Che cosa importasse a quel signore un pezzo

di carta, scarabocchiato dal padre oscuro di un uomo illustre, lo sa

Iddio! A Parigi un altro signore comprava per 25 sterline un recipiente

molto... intimo, di cui si era servito il Byron per parecchi anni,

specie la notte!

Noi le chiamiamo manìe dello spirito umano, debolezze innocenti e

puerili, ma sono invece delle vere passioni, che spesso apportano

conseguenze deplorevoli e fatali.

Il Descuret parla di un ufficiale di marina a riposo che s'era dato a

raccogliere fagioli. “Ha molte cassette piene di questi legumi; tali

cassette son divise in spartimenti, suddivisi in una gran quantità di

cellette. A destra fagioli rossi, a sinistra i bianchi, qua i grigi,

là i misti, i variegati, i brizzolati; altrove i tondi, gli ovali,

quei fatti a losanga, i microscopici, finalmente i giganteschi. Venti

volte al giorno costui, d'altronde istruito e di carattere serio, va

ad aprire ciascuna cassetta, poi la richiude per aver il piacere di

riaprirla. E così apri e chiudi, chiudi e apri, i suoi antichi travagli

vanno in oblìo, tutti i suoi dispiaceri divengono un nulla, quando

gode la felicità di contemplare i diletti fagioli.„ Beato lui, che si

accontenta di fagioli!

Ma il poveretto ha un'altra debolezza: adora i bottoni militari.

Che volete? quei gingilli gli ricordano forse gli anni del glorioso

servizio. N'è pazzo e spende qualunque somma per arricchire la sua

collezione. Una mattina, mentre se ne sta alla finestra, vede brillare

qualche cosa sui calzoni di un uomo mal vestito. Corbezzoli! lui

non s'inganna: è un bottone di uniforme, un bottone che manca alla

sua ricca serie. Lesto lesto scende le scale e si precipita su quel

disgraziato.

“A te, quanto t'ho a dare per questo bottone?„

— Ma, signore — esclama maravigliato l'altro — questo bottone? e perchè

vuole questo bottone? Io non lo vendo.

“Come, non lo vendi! Tu lo devi vendere, tu lo venderai, io lo voglio,

io ne ho bisogno; eccoti cinque franchi!„

“Che pazzìa è questa, signore! Io non lo vendo.„

“Eccotene dieci!„

— Ma si tenga il suo danaro, io non vo' vendere il mio bottone.

“Quindici!„

— Ma, signore....

“Ah! tu non vuoi fare a modo mio?„ e in un attimo rovescia a terra il

malcapitato, gli strappa il bottone e via a gambe.

*

* *

Ma la più estesa, la più seducente, la più rovinosa è la manìa dei

libri. Il bibliomane non legge i suoi libri, non li sottopone ad alcun

giudizio, li compra a balle, li accatasta nelle sue camere, ed è capace

di dar fondo a tutti i suoi risparmi pur di aggiungere scaffali a

scaffali.

La storia ci parla di un certo Andreoli De Orchis, che vendette tutti

i suoi beni per comprare libri; ci parla di un certo Semphort, che

divenne ladro e finì la vita in carcere per i benedetti libri.

Ma io credo che il vero tipo del bibliomane, puro sangue, sia il

Boulard. In lui si riscontrano tutte le fasi di questa terribile

malattia. Onesto e intelligente notaio, era stimato moltissimo a

Parigi; ma appena potè cedere il posto al figliuolo maggiore, si dette

forsennatamente a raccogliere libri.

“Una parte del giorno — scrive il Descuret — la passava presso i

librai, un'altra parte presso i venditori di libri usati. Compra oggi,

compra domani, la sua casa era diventata una grande biblioteca. Libri

da per tutto; pieni zeppi gli scaffali, piena la stanza da studio,

accatastava libri financo nella camera da letto, e in ultimo pensò bene

di congedare i pigionali del primo piano per convertire anche questo in

una vasta biblioteca.„

La povera moglie con le preghiere, con il pianto lo supplica a non

comprare più libri. Alla fine il Boulard si commuove e promette, sulla

sua fede di antico notaio, di non comprare più un volume. Mantiene

la parola, ma — incredibile! — dopo un mese, perde a poco a poco

l'appetito e incomincia una febbre nervosa. Febbre, febbre, febbre,

l'infelice non può lasciare più il letto. La sua signora e il medico

per guarirlo ricorsero al seguente stratagemma.

Un rivenditore di libri usati rizza il suo banco dinanzi alla finestra

del nostro bibliomane e ad un segno convenuto, si mette a gridare:

“Buoni libri, buoni libri!„

— Che cos'è? — domanda il Boulard alla moglie.

“Nulla, mio caro; è un rivenditore che cerca esitare qualche libro

vecchio.„

Il malato manda un profondo sospiro.

— Se potessi almeno andarli a vedere! — esclama dolorosamente. — L'aria

aperta mi farebbe bene — e poi oggi non mi sento male. —

“Se vuoi vestirti, — aggiunge la moglie — ci proveremo a scendere.„

— E quei libri?...

“Vuoi comprarne? Beh! per oggi te lo permetto.„

Il malato si veste e scende con molta facilità le scale. Giunto

dinanzi al banco del rivenditore, lascia il braccio della moglie e

pien di gioia percorre rapidamente quei libri. Quali deve comprare?

Nell'imbarazzo della scelta li compra tutti. Giulivo ritorna a casa;

cessa la febbre come per incanto, e dopo pochi giorni è completamente

guarito.

Ma la smania de' libri crebbe con l'età. A sessant'anni si vedeva

ancora per le vie di Parigi, nelle fredde e uggiose mattine d'inverno,

ravviluppato in un ampio pastrano turchino, con le grandi tasche

di dietro piene di libri. E quando morì furono trovati in casa

sessantamila volumi!

Non tutti i bibliomani però somigliano al signor Boulard. Almeno questi

trattò molto bene i volumi raccolti. Ma altri hanno avuto delle smanie

dannose: nientedimeno si è arrivato a guastare libri per far collezione

di indici, di frontespizî, di illustrazioni, proprio come fanno i

nostri bambini, che tagliuzzano i giornali illustrati!

Un tale Giovanni Ragod si dette a raccogliere frontespizî e ne compose

una serie di cento volumi, che ora si conservano al _British Museum_.

Cento volumi di frontespizî! E quante migliaia e migliaia di libri non

furono rovinati da questo maniaco?

*

* *

La storia, questo Regio Notaio, che registra come Atti di Ultima

Volontà, tutte le stranezze degli uomini, ci fa sapere, così di

sfuggita, che i poveri libri sono stati sempre vittime del nostro

capriccio. Chi li raccoglie con gran cura, chi li stima ingombrante

nullità, chi li tratta come ferri vecchi, chi li odia spietatamente.

Si dice e si dirà sempre che noi abbiamo le migliori opere classiche

dell'antichità; ma ad esaminarle bene sono per lo più opere greche e

latine. E gli altri popoli? I Caldei, i Siri, i Babilonesi, che erano

molto innanzi nella civiltà, non ebbero poeti, storici, filosofi?

Conoscevano a maraviglia l'arte dello scrivere e nulla scrissero,

proprio nulla?

E poi, abbiamo davvero le migliori opere dei greci e dei latini?

Di Menandro, per dirne una, che cosa ci è pervenuto? La storia della

letteratura greca ci dice che Menandro fu il papà della Commedia e che

ne scrisse la miseria di 108. Ma dove sono? Noi non abbiamo che qualche

brano di scena, qualche spunto di dialogo e quel bellissimo verso,

logorato per il troppo uso

muor giovane colui che al cielo è caro.

Tutto il resto..... distrutto o smarrito.

Il Califfo Omar, quando seppe dall'astuto Amru che in Alessandria,

caduta sotto la sua dominazione, vi era una ricca biblioteca, se

ne uscì con un dilemma veramente degno di un pascià. “Se tutti quei

libri — disse — sono conformi al libro di Dio diventano superflui,

se contrarî non debbonsi tollerare.„ E così santamente, per dar

piacere a Dio e al Profeta, ordinò che con quei libri si scaldassero i

quattromila bagni della città.

Ecco perdute tante migliaia e migliaia di lavori preziosi!

Disgraziatamente l'esempio di Omar fu seguito dagli ebrei, dai

cattolici, dai protestanti, e quel dilemma ricorda parecchi incendî.

Domandatene al Cardinale Ximenes, che fece bruciare cinque mila volumi;

domandatene agli Anabattisti, che dettero fuoco alla ricca biblioteca

di Langiò; domandatene al Savonarola, il quale, convinto che solo dalla

santa ignoranza procedeva il benessere sociale, faceva bruciare senza

misericordia montagne di codici.

Più barbaro, ma più logico fu Nabonassar, fondatore del Secondo Impero

Babilonese. Costui, non per capriccio — i re non hanno capricci! — ma

per apparire innanzi ai posteri il primo re di Babilonia, bruciò tutti

i libri dell'Impero, volendo così cancellare il più lontano ricordo

della dinastia, da lui distrutta. Non vi riuscì; ma il poveretto mise

tutto del suo. Per un mese intero, per trenta giorni continui, ci fu

fuoco nelle principali piazze.

E il mondo è sempre mondo! Ricordatevi di quel decreto, emanato da quei

_macellai_ della rivoluzione francese. “Bruciamo tutte le biblioteche

di Francia! I libri teologici contengono fanatismi; quelli di storia,

bugie; quelli di filosofia, stranezze; quelli di scienza...„ Quei

signori non seppero dire che contiene la scienza, ma dissero che si

dovevano bruciare anche i libri scientifici, perchè sono inutili.

Per fortuna il decreto non fu eseguito e in Francia restarono i

fanatismi, i cavilli, le bugie e le stranezze.

E i monaci? Sono benemeriti della cultura nazionale, hanno conservato

le migliori opere, sissignore; ma anch'essi ne sanno qualcosa.

Benvenuto da Imola ci fa sapere in quale stato miserando il Boccaccio

abbia trovato la biblioteca di Montecassino. “Essendo il venerabile

maestro mio — egli dice — andato nelle Puglie, si fermò al nobile

monastero di Montecassino e avido di vedere la libreria, che aveva

inteso di essere colà nobilissima, domandò ad un monaco graziosamente

che gli dovesse di grazia aprire la biblioteca. Ma questi rispose

bruscamente mostrandogli un'alta scala: salite, che è aperta. Lieto

vi ascese e trovò il luogo di tanto tesoro senza porte nè chiave ed

entrato vide l'erba nata per la finestra e libri e scaffali coperti di

polvere alta.

Maravigliato cominciò ad aprire ora questo, ora quel libro e vi

trovò molti e varî volumi d'antichi e rari, dei quali ad alcuni

erano strappati dei quaderni, a altri recisi i margini delle carte

e così in molte guise sformati. Compassionando che le fatiche e

gli studî di tanti incliti ingegni fossero venuti in mano di gente

ignorantissima, se ne partì con le lacrime agli occhi. E imbattutosi in

un monaco del chiostro, gli domandò perchè sì preziosi libri fossero

tanto indegnamente mutilati. Il quale rispose che alcuni monaci per

guadagnare due o cinque soldi radevano un quaderno e ne facevano

uffiziuoli da vendere ai bambini e con i ritagli dei margini formavano

_brevi_ per le donne. Or va — conchiude dolorosamente Benvenuto — va,

uomo studioso, e rompiti il capo per far libri!„

Ma non solo i monaci di Montecassino la pensavano così: i colleghi di

Saint Gall avevano per i libri lo stesso culto. Il Poggio, che andava

arrampicandosi per i solai del convento, trovò una gran parte della

Biblioteca in una cantina, in mezzo a ragnatele e a sudiciume. “Otto

_Orazioni_ di Cicerone, le _Istituzioni_ di Quintiliano, tre _Libri_

di Valerio Fiacco li rinvenni — dice il Poggio — in una specie di

prigione, oscura e umida, ove non si sarebbe pur voluto gettare un

condannato a morte.„

Ed anche oggi c'è il bel costume di imitare quei frati; imitarli fino

a un certo punto, perchè i moderni, più pratici, invece di mettere i

libri a marcire accanto alle botti, li barattono con quattrini.

Vedete: muore un letterato, uno scienziato, un porporato? Gli eredi,

dopo cinque o sei mesi, mandano via per poche migliaia di lire la

biblioteca dell'illustre estinto. Peccato mortale vendere il vecchio

pianoforte, anche se deve restare di passatempo ai topi; sacrilegio

mettere al fuoco certi armadi-nonni, lasciati dai capostipiti; insomma

tutto si conserva con più o meno cura e venerazione, solo i libri, via!

Quei volumi che si trovano in buone condizioni vanno a cadere tra gli

artigli dei librai; gli altri, più malconci, perchè più consultati dal

povero estinto, restano per uso di famiglia, cioè per i piccoli bisogni

di casa, in cucina o... altrove.

*

* *

Ma i veri nemici dei libri, i nemici accaniti e brutali, che si possono

a tutta ragione chiamare biblioclasti, sono stati quei Re, quegli

Imperatori, quei Capi di Governo, che si dettero forsennatamente a

perseguitare la stampa.

Questi Dittatori, questi Autocrati, questi voluti Onnipotenti, che si

facevano chiamare _sacri_ e _inviolabili_, che venivano pomposamente

coronati in un tempio, che avevano in mano la vita e la morte di

milioni di sudditi, odiavano la stampa; e spesso per una parola, per

una frase, distruggevano opere pregevolissime. I poveri scrittori erano

tenuti d'occhio e spiati come miseri delinquenti. Guai a pubblicare un

libro senza il _R. Imprimatur_, senza sottoporlo alla censura reale!

Confisca di beni, esilio, ergastolo, rogo!

Il tiranno, circondato da ministri e da consiglieri, forte di cannoni

e di sgherri, aveva paura del libro, che arrivava nella reggia come un

terribile monito, come una sfida, come una minaccia, come la mano nera,

apparsa a Baldassarre.

Egli perdonava al ladro e l'assassino per comprarsi l'affetto del

popolo, per farsi chiamare _clemente, pio, benigno_, ma era inesorabile

con chi avesse alzata la voce in nome della libertà.

Francesco I diceva: “Io voglio sudditi che sappiano ubbidire, non

leggere.„ Ed è giusto. Il dispotismo ama l'ignoranza e vive di tenebre.

Solo così una corona può coprire delitti.

Ma la storia ci dice che il loro desiderio fu vano. Le congiure si

scovrono con l'astuzia e si sciolgono col patibolo; il popolo s'inganna

con le feste e si rende docile con i cannoni, ma contro il libro, —

contro quest'atomo, che sembra meno importante di un granellino di

sabbia, meno pungente di una spilla, scritto da un uomo solo, spesso

povero, sconosciuto, errante, — chi può opporsi? chi può lottare?

Quel libro è la coscienza. E la coscienza non si strappa come i beni di

fortuna, non cede come la vita.

Perseguitate, esiliate lo scrittore; il libro resta. Iddio vuole che

ogni tiranno abbia il suo giudice, ogni Cesare il suo Svetonio!

Nel mondo dei libri: bizzarrie · 第 20 / 36 题