Di donne? Sì, di donne. O non vi siete ancora convinto che la donna fa
davvero?
Date uno sguardo ai vostri scaffali. Vedete: tra i romanzieri trovate
donne, tra i poeti donne, tra gli storici donne, tra i filosofi donne,
tra gli scienziati donne. Insomma ce n'è una rappresentanza dovunque.
E poi qual maraviglia? scorrendo le nostre storie troviamo che la donna
ha messo lo zampino in tutti i rami dello scibile e n'è uscita sempre
con onore.
L'Agnesi a sedici anni parlava già molte lingue ed era dottissima nelle
discipline filosofiche e matematiche; l'Ardighelli a quattordici anni
teneva un forbito discorso sulla forza dell'elettricità; l'Amoretti,
molto encomiata dal Parini, a quindici anni sosteneva per due giorni
una lunga disputa filosofica con un fanatico accademico e una brutta
figura non la fece; la Cicci a dieci anni, quando voi sgranate a
stento un libriccino di quarta elementare, sapeva a memoria la _Divina
Commedia_! Orologi caricati! Si fa presto a dirlo. Il fatto si è che la
donna sa fare qualche cosa.
Se avessi tempo vorrei scrivere un libro su queste donne, che si
sono distinte nelle scienze e nelle lettere, che hanno dato il loro
contributo, forse minimo, ma sempre efficace, finanche in quei tempi di
schiavitù, in cui la donna, condannata a restarsene in casa, come umile
ancella, dava occasione a far discutere se avesse perfino... un'anima.
Questo libro dovrebbe essere dettato senza quell'aria di superiorità
che siamo soliti prendere noialtri uomini, quando parliamo delle donne;
ma giacchè non posso scrivere il libro, non ho diritto di dare consigli
a chi forse un giorno lo scriverà e a modo. Anzi metto da parte le
donne scienziate. Non ho letto i loro libri, non li ho neppure visti.
Dovrei ricorrere alle grandi biblioteche e starmene un paio di mesi a
divorare diversi volumi, che, quantunque dettati da amabili signorine
e da rispettabili dame, potrebbero farmi un gran male. Di scienze son
quasi digiuno e credete che bastino due e quattro mesi per assaporarne
un pochino? Ingoiando così alla diavola tutta quella roba, correrei il
rischio di una indigestione a onore e gloria del sesso gentile. Dunque
lasciamo stare. Delle donne scienziate ne parlino con competenza gli
scienziati. Ognuno faccia il suo mestiere. La coscienza mi va ripetendo
di aver già detti molti spropositi in questo libro e non voglio di
proposito aggiungerne altri. Solo Pilato poteva permettersi di dire
_quod scripsi scripsi_. Noialtri dobbiamo pensarci bene; in caso
contrario ci tocca rimangiare ciò che abbiamo scritto.
Dunque saluto rispettosamente queste donne scienziate, e parlo di
quelle non meno rispettabili, che si dettero a coltivare le lettere.
La storia letteraria ci dà un elenco sterminato di poetesse, che in
tutti i secoli hanno cantato più o meno melodiosamente. Sempre così! La
scienza è la _sancta sanctorum_, dove pochi sono ammessi, è la ricca,
ma severa matrona, che prima di concedere le sue grazie impone un
lungo noviziato. Ma la letteratura — che democratica! — accoglie tutti.
Potrebbe meritare, se non fosse profanazione, quella coppia di versi
che Dante scriveva per la misericordia di Dio:
. . . . . ha sì gran braccia
Che prende ciò che si rivolve a lei.
Un povero diavolo, che vuol ottenere il nome di scienziato, deve
logorarsi per una ventina d'anni nei gabinetti fisici, nei gabinetti di
anatomia, negli orti botanici, negli osservatori meteorologici. Ma la
letteratura, sia sempre benedetta, non impone tutti questi sacrifici.
Basta che sappiate leggere un po' da cristiani e mettere insieme un
periodo che non zoppichi; avanti! la letteratura vi apre le braccia:
potete scrivere, pubblicare sonetti e canzoni. Nessuno avrà che dirvi,
nessuno potrà domandarvi “come sei entrato?„
Quindi non fa maraviglia se le scienziate sono poche e le... poetesse,
una legione. Le donne più degli uomini sono nate col bernoccolo della
cicala. O allora perchè la cicala è di genere femminile?
Ma lasciamo stare lo scherzo. Volevo dire che in ogni secolo ci
sono state delle poetesse, le quali hanno meritato congratulazioni
e applausi dai letterati del tempo. Per lo più le principesse, le
baronesse, le dame di corte, le mogli e le figlie di artisti, passavano
la vita in mezzo ai poeti. Ogni sera sentivano declamar poesie;
senti oggi, senti domani, finivano coll'imparare il mestiere, e prima
timidamente, poi con disinvoltura, dettavano poesiette, per lo più
amorose, tanto per far sapere che un po' di gusto l'avevano anch'esse.
E i signori poeti, un po' per cortesia cavalleresca, un po' per
rispetto alle padroncine, un po'... voi m'intendete, si davano subito a
battere le mani, a chiamarle _Saffo novelle_!
Ma oggi chi ricorda più quelle poetesse, encomiate dall'Ariosto, dal
Tasso (padre e figlio), dal Bembo, dal Poliziano, dal Varchi, dal Caro,
dal Firenzuola, dal Berni e compagni? Una certa Giulia Rigolini ebbe
vaghezza di comporre una dozzina di novelle sul metro del Decamerone,
e i sopracciò della letteratura sentenziarono che tali composizioni
_insigni argumento, artificio mirabili, eventu vario, esitu
inaspectato_, stavano alla pari col modello, anzi erano un tantino
_clariores_!
Tarquinia Molza, figlia del poeta Francesco, fu sollevata tanto in
alto che forse perciò noi oggi non la vediamo più, neppure con forti
telescopî. Venne chiamata _la più dotta fra tutte le più illustri
matrone che sono, che fûro e che saranno in avvenire_. E questa corona
di superlativi non le fu intrecciata da un poeta, il quale si lascia
facilmente prendere la mano, ma da un filosofo, da Francesco Patrizi,
che doveva essere poco tirato all'entusiasmo. Il Tasso fece di più,
volle eternarla nei suoi _dialoghi_. Ma questa volta sia il filosofo,
sia il poeta non riuscirono che ad imbalsamare un cadavere. La Molza è
morta e seppellita.
*
* *
Il Sonzogno ha raccolto in un modesto volume della Biblioteca Classica
le poesie di Vittoria Colonna, di Gaspara Stampa e di Veronica Gambara,
come per dire: “Solo queste tre donne meritano di essere chiamate
poeti. Fino all'ottocento non c'è altro.„
Ha torto il Sonzogno? Non credo. Del resto così la pensano tutti i
compilatori di antologie. Aprite le nostre migliori antologie e non
trovate che un paio di canzoni della Colonna, qualche sonetto della
Stampa e una dozzina di strofe della Gambara. E delle altre poetesse?
Silenzio.
Solo il Torraca nel suo _Manuale di letteratura_, fa un'eccezione
per la Torelli e ne riporta un sonetto. Ma che volete! quel sonetto
sembra bellissimo al Carducci e il Torraca per mostrarsi ossequente al
dittatore ha dato uno strappo alla consuetudine.
Dunque se alcuno desidera conoscere come le nostre donne maneggiassero
il verso nei tempi andati, deve ricorrere a quel volume del Sonzogno,
che costa appena una lira. Una lira, venti soldi tutta la produzione
poetica del sesso gentile!
Ci dispiace però che queste tre gentildonne sono presentate dallo
Stecchetti con una _prefazione critico-biografica_. Che bel cavaliere!
È vero che qui lo Stecchetti prende il vero nome di battesimo — Olindo
Guerrini — e non ricorda affatto l'autore di _Postuma_. Corretto,
correttissimo: non una parola equivoca, non una frase men che onesta.
O credete che lo Stecchetti sia davvero uno screanzato! Io non credo
niente, dico semplicemente: il Sonzogno avrebbe fatto meglio a dare un
altro maggiordomo a quelle tre poetesse. Lo Stecchetti è indicato per
una prefazione alle _Novelle_ del Casti o alle _Poesie_ del Marini, —
si troverebbe nel suo mondo. Per quelle distinte signore ci voleva o il
Pascoli, o il Fogazzaro, o il Panzacchi!
Ma ritorniamo al nostro argomento. Queste tre poetesse — che si sono
salvate dall'oblío, che hanno vinto il gran concorso bandito dal tempo
— sono tre infelici amanti, e le loro poesie sono quasi sempre un
pianto, un pianto monotono, reso più monotono dalle continue figure
retoriche. Non manca il sentimento, specie nella Stampa, ma quel
sentimento spesso si raffredda a traverso i contrasti, le metafore, le
similitudini artificiosamente ricercate.
Vittoria Colonna erra di convento in convento, di ritiro in ritiro
e non sa parlare d'altri che del povero marito morto; ne canta la
bellezza, ne enumera i pregi, ne immortala le imprese. Che eroe, che
eroe! Se fosse vissuto al tempo di Roma, Virgilio l'avrebbe preferito
ad Enea!
Spesso ha momenti di vera disperazione:
. . . mi sforza la nemica sorte
Le tenebre cercar, fuggir la luce,
Odiar la vita e desiar la morte.
Poi ricorre alla religione, pensa ai dolori della Vergine, medita sulla
caducità della vita umana: ma che! sul più bello, il pensiero dello
sposo ritorna: siamo daccapo, l'elegia incomincia:
Or vedi come
m'ha cangiato il dolor fiero ed atroce,
Che a fatica la voce,
Può dar di sè la conoscenza vera.
La seconda, la Stampa, molto più infelice, va dietro al Conte
Collatino, il quale, dopo averla amata, non vuol saperne più e si tedia
di quei piagnistei. La innamorata fanciulla non sa rassegnarsi a questo
abbandono e come per richiamarlo all'ovile gl'indirizza una sequela
sterminata di sonetti, di canzoni, di capitoli. Lo bamboleggia, lo
carezza, lo chiama con i nomi più dolci, lo paragona al cielo, al sole,
al Parnaso. O il Conte! il Conte! io voglio seguirlo dovunque.
Ponmi ove il mare irato geme e frange,
... ove il sol più arde e più sfavilla;
Ponmi al Tanai gelato, al freddo Gange,
ove per l'aria empio velen scintilla:
io sono sempre lieta,
Purchè le fide sue due stelle vere
Non rivolgan da me la luce usata.
Difatti, finchè questo benedetto Conte (poeta anche lui!) le fa buon
viso, la fanciulla è contenta più degli angeli che se ne stanno presso
il trono di Dio.
Io non vi invidio punto, angeli santi,
Mentre ho davanti i lumi almi e sereni,
Di cui convien che sempre scriva e canti.
Ma quando il Conte l'abbandona, la poveretta è disperata: piange,
piange da commuovere le pietre.
Piangerò, arderò, canterò sempre.
Finchè morte e fortuna il tempo stempre.
All'ingegno, occhi e cor, fuoco e pianto.
Fortunatamente la morte, più pietosa del Collatino, venne e la povera
Stampa cessò di piangere e di cantare.
In ultimo si presenta la Gambara, la quale in mezzo alle noie del suo
piccolo stato, spesso tocca la lira. È una donna di animo virile, che
canta in una forma piuttosto classica, ispirandosi all'arte greca e
latina, di cui è amantissima.
Appena le muore il consorte riveste di nero gli appartamenti, i cocchi,
i cavalli e anche... la lira; ma non si avvilisce, non si dispera: chi
si dispera, si danna e lei vuol andare invece in paradiso per rivedere
lo sposo:
La tema di non andar ove il bel viso
risplende sopra ogni lucente stella,
mitigato ha il dolor
sperando in paradiso
l'alma veder oltre le belle bella.
Brava la Gambara che pensava all'eternità! Oggi è certamente felice,
perchè ha ritrovato il consorte!
Ma abbiamo pianto abbastanza con queste tre gentildonne; è tempo
di presentare i nostri ossequi ad altre poetesse, che non ebbero la
disgrazia di restare vedove.
Ecco: in mezzo alle opere del Foscolo, del Giusti, trovo le poesie
della Guacci. È un volume del 1847, resosi oramai raro, perchè i nostri
editori non credono opportuno farne una ristampa; nè il Croce, che
raccoglie, cura, commenta i lavori del De Sanctis, dell'Imbriani, dello
Spaventa, ha finora pensato alla Guacci.
Eppure questa nobile e cara poetessa meriterebbe di entrare nella
moderna letteratura. Mi sembra vederla, quando ancora giovinetta
declamava le sue poesie alla presenza del Puoti, del Poerio, del
Dabbono, del Leopardi e del Giusti.
Il suo genere preferito è la lirica, lirica forte che ricorda quella
del Foscolo e del Prati. Il Settembrini, sempre un po' eccessivo nei
suoi giudizî, presenta il volume della Guacci come “uno scrignetto di
gioielli, diamanti di acqua purissima, di lavoro perfettissimo„. Questa
volta il Settembrini merita venia: una fanciulla che canta con tanta
grazia e leggiadrìa innamora.
Ma, checchè si dica, queste poesie hanno un valore indiscutibile. La
Guacci non piagnucola per amore, non si rinchiude in argomenti sacri,
per terminare il suo canto con un sospiro alla petrarchesca o con una
giaculatoria: nessun frastuono, nessun rimbombo; la forma classica,
naturalmente castigata e densa di pensiero, rivela un animo virile, più
di certi poeti moderni, che trattano la poesia come un gingillo.
Qui debbo fermarmi e prendere fiato.
Sono giunto a metà del cammino e quel che è peggio sto per entrare in
un campo molto vasto. Mi tocca parlar delle letterate moderne. Dio mio,
che esercito! Se fossi poeta ricorrerei alle Muse per essere illuminato
e sorretto; ma non posso invocarle in un modesto lavoro di prosa. Le
nove verginelle se ne stanno in Elicona a solo uso e consumo dei vati!
Mi tocca dunque entrar solo nell'agone.
Innanzi tutto metto fuori le letterate straniere. Ognuno decanti le
sue eroine. E poi come parlare della Sand, la quale cambiandosi il
nome e vestendosi spesso da uomo, quasi rinnegò il proprio sesso? come
parlare di Madama De Staël, di questa amazzone che scrisse di politica,
di storia, di sociologia e che ebbe l'audacia di voler insegnare ai
filosofi come va intesa la vita, ai re, come si governa?
Unica eccezione dovremmo farla per Carmen Sylva, che di tanto in tanto,
fa sentire la sua voce melodiosa: ma le regine debbono essere giudicate
dalle regine! Noi siamo monarchici e rispetto ne abbiamo per le signore
coronate, specie quando sono colte, amabili, caritatevoli.
Sentite: se l'Alighieri, il Petrarca ecc. potessero ritornare in
vita, resterebbero molto maravigliati nel vedere che le nostre donne
somigliano poco alle Beatrici e alle Laure. Oggi le donne scrivono
romanzi, novelle, studî critici, storici; sono ascritte a circoli di
cultura, dirigono riviste e periodici, danno brillanti conferenze,
facendo restare con un palmo di naso noialtri uomini.
Un tempo una donna che si presentava in pubblico era accolta con una
certa indulgenza; tutti la guardavano con benevole superiorità, come
per dire: poverina, è una donna! Ma oggi, eh! oggi dinanzi a una donna
colta siete voi che vi sentite piccino!
Un secolo fa la Guacci, timida, aveva quasi vergogna di far sapere che
scriveva versi e solo per le continue insistenze di parenti e di amici
dette alle stampe le _liriche_; Ada Negri invece, confinata a Motta
Visconti ad insegnare l'abbecedario, sente una voce interna che le
dice: Tu non devi consumare così la tua vita:
Vedi laggiù nel mondo
Quanta luce di sole e quante rose!
Senti pel ciel giocondo
I trilli delle allodole festose
Che sfolgorío di fedi e d'ideali
Quanto fremito d'ali!
No, non può restare in quel paesello, ella vuole la sua parte di sole e
di gloria. E quanto la Bisi la presenta all'Italia, l'umile maestrina
lascia i quaranta scolaretti stizzosi e poltroni e si consacra
all'arte. Non si nasconde sotto un pseudonimo. Nascondersi! e perchè?
Mi chiamo Ada: sono una donna, come tua sorella, come la tua sposa.
Che! non ho anch'io un cuore che palpita?
E non solo la Negri coltiva con successo le lettere.
Guardate: quello scaffale a destra è pieno di libri di donne.
Ecco le poesie della Fusinati e della Brunamonti, le due care poetesse
che accordano in bell'armonia i santi affetti domestici col sacro
amor di patria. Sono due mamme, due buone mamme; l'una un po' austera
per la sua forma classica e, quasi direi, aristocratica; l'altra più
dolce anche quando tocca la molla potente dell'amor di patria. Qui
gli _Amanti e l'albero della Cuccagna_ di Matilde Serao, di questa
instancabile lavoratrice, vero ritratto della vita napoletana; là gli
_Innamorati_ della Contessa Lara. Povera Evelina! vittima delle proprie
passioni, avventuriera per natura, trascorse una vita infelice. Leggete
i suoi versi: sotto quell'ardore sensuale, sotto quella sete di voluttà
peccaminosa si sente una voce di tristezza languida. È rimorso? è
disgusto? Lasciamola in pace nella sua tomba insanguinata, ricordando
per lei quella massima del Vangelo, tanto sublime e tanto modernamente
giusta: _molto le va perdonato, perchè molto ha amato_.
Qui due nitidi volumi della Deledda. Come è simpatica questa giovane
sarda! Le popolane della sua isola, ignoranti e superstiziose,
gridano allo scandalo, vedendo che una fanciulla si è data a scrivere
libri. Ella intanto, rinchiusa nella sua romita Nuoro studia,
studia indefessamente e senza essere ascritta ad alcuna conventicola
letteraria, senza la comoda _reclame_ di amici, arriva a farsi un buon
nome nell'arte, rievocando con i suoi romanzi il passato glorioso della
sua isola. Noi abbiamo sempre creduto che la Sardegna fosse un covo di
briganti, una terra semi selvaggia. La Deledda ci dice: no, vi siete
ingannati, i sardi non sono briganti, sono uomini forti, uomini di
cuore.
Qui un numero della _Moda del giorno_ fa pensare a Donna Paola,
questa brillante e bizzarra scrittrice. Sentite: se il feminismo va
avanti, nel 2000 le signore e le signorine saranno tutte sul tipo di
lei. Poveri uomini! avrete che fare con delle donne spregiudicate e
originalissime.
Curioso! tra le _Tempeste_ della Negri e i _Momenti lirici_ dalla cara
e sventurata Aganoor, ecco le poesie erotiche e scarmigliate di Annie
Vivanti, la quale con un forte spintone del Carducci fu messa in prima
fila e brillò come un pianeta. Ma oggi che il dittatore è morto, la
poverina si trova a disagio e ha pensato bene a ritirarsi e a non aprir
più bocca: scrive romanzi, sì, ma non canta più.
Là, in fondo _Le liriche_ di Luisa Anzoletti, di questa simpatica
trentina, che educata allo studio profondo dei classici, riveste
di eletta forma le dolci aspirazioni del suo cuore. Cattolica per
convinzione, canta la carità, l'amore per tutti, e dedica i suoi versi
alle
genti meste
Che lagrimar non vidi indarno mai!
E la Baccini, la Bisi, la marchesa Colombi, la Vertua Gentile? Queste
buone signore entrano nelle scuole primarie e con i loro libriccini
dànno dei buoni consigli, dei sani ammaestramenti ai nostri bimbi. Sono
le mamme di tutti, le quali pare che dicono come Cristo: lasciate che i
fanciulli vengano a me!
E noi fidenti li mettiamo tra le vostre braccia i bimbi. Parlate loro
di Dio e della patria, spargete i semi di quella sana morale, di cui la
donna dovrebbe essere la banditrice e la gelosa custode!
Ma chi può parlare di tutte queste poetesse, romanzieri, educatrici?
Voi ve le vedete davanti, come in una grande fotografia, con quel
fascino, con quella dolcezza, con quella soavità che incanta e
conquide.
Sono madri, sono spose, sono figliuole, che pur non tralasciando i
sacri doveri domestici, coltivano l'arte con vero intelletto d'amore.
Oh! siate benedette! Voi affermate in modo solenne che la donna può,
e deve sollevarsi dall'abbiezione, in cui il pregiudizio e l'ignoranza
l'avevano trascinata.
*
* *
Ma appena staccate l'occhio da questi libri vi assale un grande
sconforto.
— Perchè — vi domandate — mentre nell'Italia settentrionale e centrale
fioriscono tanti eletti ingegni, la maggior parte delle nostre donne
meridionali sono ancora ignoranti e superstiziose? È inutile andare
arzigogolando pretesti; la colpa è nostra che siamo ancora attaccati
agli antichi sistemi educativi. Com'è mai possibile che la donna possa
sollevarsi dall'abbiezione in cui si trova, se appena ha terminate
le classi elementari, le dite imperiosamente: _basta!_ — I giovani
debbono ad ogni costo continuare gli studî ed anche se svogliati,
poltroni, deficienti, frequentar licei ed università; alle fanciulle si
dice invece: _basta_. Basta e perchè? perchè condannarle a consumare
i migliori anni sui merletti, nelle trine, su tanti altri puerili
ornamenti, i quali non fanno che svegliare quel basso sentimento di
vanità, cui la donna, per un principio atavico, è naturalmente tirata?
Confessiamolo: i doni, i ricordi, che le nostre fanciulle ricevono
dai genitori, dai parenti, dai fidanzati sono sempre oggetti di lusso
— cappellini, guanti, sciarpe, ecc. — giammai un libro educativo, che
parli al cuore, che arricchisca la mente di utili cognizioni.
Se vi permettete di dire a qualche padre. “Sa', la sua figliuola ha
una bella disposizione allo studio; perchè non le fa frequentare il
ginnasio?„ vi sentite rispondere: “Non ci mancherebbe altro!„
Qual maraviglia dunque se le nostre figliuole vengono su piene di
pregiudizi e passano il loro tempo ad ornarsi, ad imbellettarsi,
per apparire un po' più leggiadrette e vezzose? Inaridite le facoltà
intellettive, non resta che darsi ai gingilli e alle moine. Così si
presentano all'altare, così si preparano ad essere madri.
Quante signore conosco, signore rispettabili per censo e per nobiltà
di natali, che leggiucchiano appena la cronaca del giornale e il
libriccino della messa! Quando vi trovate in conversazione con
queste poverette vi tocca discorrere di faccende domestiche, trattare
argomenti frivoli; più in là non si può andare: quelle nobili matrone
non avrebbero la forza di seguirvi.
Si dice in una forma più o meno enfatica che la donna deve essere la
vestale domestica, destinata da Dio ad alimentare la fiamma dell'amore,
della carità, del sacrificio; si dice che la donna ha il dominio intero
della casa; si dicono tante cose sulla donna. Ma di grazia, che potrà
mai compiere una vestale superstiziosa, una regina semi ignorante?
Oggi l'uomo sente il bisogno di trovare nella sua compagna non solo
la buona massaia, la semplice madre dei figli, la muta e involontaria
ispiratrice, ma una creatura intelligente e colta, che lo consigli,
lo sorregga nelle aspre lotte della vita moderna. Intanto si vede a
fianco una donna piena di pregiudizii, che crede ancora alle fate, che
non sa decidersi a viaggiare di venerdì, che chiama opera diabolica il
cinematografo, che ignora in breve tutto quello che l'umano ingegno ha
prodotto in questo secolo.
Non sono un femminista, nè credo vantaggioso per la società che la
donna entri nella vita pubblica, sieda al banco del governo, si covra
della toga del magistrato, declami dalla cattedra universitaria. Ciò
che vorrebbero alcuni fanatici innovatori è un'utopia! La differenza
fra l'uomo e la donna ci dev'essere. L'uomo assennato per logica, la
donna per sentimento, l'uomo giudica per riflessione, la donna per
istinto.
Ma rendete _ragione_ quell'_istinto_, e la donna, pur restando donna,
pur restando l'amabile e fedele compagna, non sarà più ciarliera,
superstiziosa, ciecamente impulsiva. Istruitela, fatele comprendere
che ha un'anima, che ha un'intelligenza e la donna, conoscendo così
la propria dignità, potrà compiere intera quella santa missione cui la
Provvidenza la destinava.
Gli umili e i superbi.
Un tempo i libri si pagavano un occhio.
Nel secolo XIII una Bibbia, ad esempio, costava la bella somma di 60
fiorini d'oro. Nel 1392 una baronessa di Germania dette alla propria
figliuola per dote, e parve dote grandissima, pochi libri usati; un
vescovo lasciò un breviario per comprare delle terre; il Poggio, con
la vendita di un Tito Livio acquistò un villa; Luigi XI di Francia per
leggere non so qual libro dovè dare in pegno tutte le sue argenterie;
un certo Goffredo di Saint Leger nel 1332 confessa “avanti notaro aver
venduto, ceduto, trasferito sotto ipoteca di tutti i singuli suoi beni
e garenzia del corpo stesso al Signor Gerardo di Montagu lo _Speculum
Historiale_.„ La moglie di un altro Goffredo, Conte di Augou — a quanto
dicono gli annali Benedettini — comprò da un vescovo una raccolta di
omelie, pagando “ducento pecore, un moggio di frumento, uno di segale,
uno di miglio e finalmente cento pelli di martora„. Pochi libri sacri
e qualche classico greco e latino costarono al Cardinale Bessarione la
bellezza di trentamila zecchini.
Nè ciò dovrà far maraviglia. Si scriveva sopra le foglie di palme o
sulle fibre del papiro, e fortunato chi possedeva un libro.
E quando il papiro d'Egitto venne a mancare per la dominazione degli
Arabi, si raschiavano le scritture per sovrapporvi delle altre e la
_Repubblica_ di Cicerone, il _codice_ di Teodosio dovè cedere il posto
a qualche antifonario o trattato di confessione.
I poveri letterati mancavano di libri. Bisognava ricorrere alla Corte o
al Santo Padre, perchè solo re e papi si potevano permettere il lusso
di una discreta biblioteca. E noi sappiamo di molti scrittori che
non potendo possedere un esemplare dell'_Iliade_ o dell'_Odissea_ si
accontentavano di un compendio, di un estratto, come se si trattasse di
un'opera filosofica o scientifica.
Il Petrarca dovè copiarsi di sua mano le opere di Cicerone e si
lamentava sempre dei copisti.
"Chi recherà — egli esclamava — efficace rimedio alla loro ignoranza e
viltà? Non parlo dell'ortografia già da lungo tempo smarrita. Costoro
confondendo insieme originali e copie, dopo aver promesso una, scrivono
cosa affatto diversa, sicchè tu stesso più non riconosci quanto avevi
dettato.
Se Cicerone, Livio, Plinio Secondo risuscitassero, credi tu che
intenderebbero i propri libri? Non v'ha freno, nè legge alcuna per tali
copisti, senza esami, senza prova alcuna prescelti: pari libertà non si
dà per i fabbri, per gli agricoltori, per i tesserandoli, per gli altri
artigiani.„
Questo lamento non era solo del Petrarca, ma di tutti gli studiosi.
Quei benedetti amanuensi si servivano spesso di abbreviature, di
ghirìgori, di tratti verticali più o meno inclinati da rendere la
scrittura bizarra e indecifrabile. Un salterio latino, trovato a
Stramburgo dal Tritennio, si credeva scritto in lingua armena. Alle
volte nello stesso manoscritto si trovavano brani di opere disparate,
parole sconnesse; “c'era sempre da dubitare — dice il Petrarca — se era
opera di scrittore o di barbaro.„ Qualche buon copista o calligrafo
non mancava. Il Petrarca negli _Scrittori Parmensi_ parla di sedici
calligrafi valenti; nella _Storia di Parma_ ne ricorda altri otto.
Sappiamo pure di un certo Jacopo Fiorentino, frate camaldolese, il
quale, con una pazienza tutta monastica, copiava con caratteri nitidi
opere latine e greche. Fu molto stimato in vita e in morte: basti
dire che la sua mano destra fu conservata in un tabernacolo come una
reliquia di santo. Ma fatta eccezione di questo Jacopo e di altri
pochi, i copisti erano una ciurma di speculatori e d'ignoranti che
guastavano o sconvolgevano ogni cosa con grave danno delle lettere.
Evviva Giovanni Guttemberg che dette il bando alle tavolette incerate,
ai papiri, alle pergamene, ai palinsesti! La stampa, la stampa!
I sonnacchiosi copisti strillarono contro questo nuovo ritrovato e
chiamarono la stampa col nome di magìa.
Sì, quale scoperta è stata più magica della stampa? Neppure il
Guttemberg poteva mai immaginare che i suoi modesti caratteri
mobili, perfezionati attraverso i secoli, avrebbero apportata così
straordinaria innovazione nel campo del sapere. Oggi i libri non sono
più il patrimonio di pochi privilegiati, nè c'è bisogno di zecchini per
avere l'_Iliade_ o l'_Eneide_. Con una lira avete fino a casa la vostra
brava _Divina Commedia_; l'_Iliade_ tradotta, annotata, commentata,
preceduta da cenni biografici sull'autore, una lira; _Le storie_ di
Erodoto, una lira; le _Tragedie_ di Sofocle o di Euripide una lira.
Abbiamo biblioteche classiche, biblioteche romantiche, biblioteche
amene, biblioteche scientifiche ad una lira al pezzo. Ed ogni pezzo è
costituito da un volume più o meno tarchiato, ma sempre pregevole.
Fino a pochi anni fa quel capo ameno del Perino vi mandava per
cinquanta centesimi i _Promessi Sposi_, le _Poesie_ del Giusti o del
Leopardi, la _Gerusalemme Liberata_ o l'_Orlando Furioso_. È vero; i
caratteri sono un po' minuti, di tanto in tanto sfugge qualche errore
di stampa; ma paragonate questi volumi con i manoscritti antichi e c'è
da ringraziare la Provvidenza.
Con cinque soldi il Sonzogno vi offre un volume della _Biblioteca
universale antica e moderna_, in cui trovate i migliori lavori
letterarî, storici, scientifici, filosofici, politici di tutti i
tempi e di tutti i paesi. Come sono preziosi questi volumetti che vi
fanno gustare le più belle creazioni dell'arte! Non avete familiarità
col greco? con cinque soldi potete leggere nella vostra bella lingua
italiana le _Odi_ di Anacreonte, le _Rane_ di Aristofane, il _Manuale_
di Epitteto, le _Storie scelte_ di Erodoto, le _Odi_ di Pindaro, i
_Detti memorabili_ di Socrate. Balbettate appena l'inglese? vi sa duro
il tedesco? leggiucchiate lo spagnuolo? Questa benemerita biblioteca vi
offre tradotti i più bei lavori del Cervantes, del Moro, del Calderon,
del Goethe, dell'Heine, del Klopstock, dell'Ibsen, del Wal Wsitman: vi
traduce finanche dal Cinese lo _Scic-mai-ghan_, e per cinque soldi vi
dà un _Dente di Budda_.
Quel benemerito editore va ancora più in là: tre soldi una bella Vita
di Dante o del Petrarca o del Manzoni; una piccola grammatica francese,
o inglese, o spagnuola; una modesta antologia di prose italiane; brevi
racconti morali, un manualetto dei sinonimi più comuni, un compendio di
storia.
Evviva il progresso! evviva il buon mercato! Con un centinaio di lire
potete acquistare un discreto numero di libri, e metter su una piccola
biblioteca a modo.
Romanzi però non ne comprate nè a una lira, nè a cinquanta centesimi. O
non sapete che quest'anno un editore di Firenze, il Quattrini, ha avuto
un'idea genialissima? Ha detto o pure ha pensato così: “Il romanzo non
è un poema, una storia, un saggio critico o filosofico che va letto,
riletto, studiato e postillato. Il romanzo si legge e basta. Dunque
perchè dargli la forma di un libro e farlo pagare col pepe? Facciamolo
comparire sotto gli abiti di un giornale.„ E il signor Quattrini
pubblica ogni giovedì un _giornale-romanzo_, che costa tre miserabili
soldi e che contiene un intero romanzo. E che romanzi! _Il Padrone
delle Ferriere_, il _Quo vadis?_, l'_Olmo e l'Edera_, _La signora dalle
Camelie_, _La vita Militare_, _Un giorno a Madera_, _La torpediniera N.
39_, _Una sonata a Kreutzer_.
Insomma per farla breve con sette lire, cinquantadue romanzi completi.
E dategli un po' di tempo a questo Sig. Quattrini. Egli promette la
serie B, per i romanzi di avventure, la serie C, per i poemi. Insomma
fra dieci anni tutti i libri diventeranno giornali.
*
* *
Ma anche oggi ci sono i libri superbi.
Gli scrittori moderni somigliano alle donne: alzano un po' troppo la
cresta, quando si vedono corteggiati.
La _Divina Commedia_, cinquanta centesimi; il _Canzoniere_, cinquanta
centesimi; i _Promessi Sposi_, cinquanta centesimi; ma l'_Idioma
Gentile_, quattro lire; _Maternità_, quattro lire; _il Santo_, quattro
lire; _la Cena delle Beffe_, quattro lire; _Leila_, cinque; _la Nave_,
sei; _Fedra_, sette.
E poi questi signori si lamentano che i loro libri non sono popolari.
Che pretenzione! popolari a quattro lire? Con i tempi che corrono,
pochi possono metter mano al borsellino e sacrificare quattro lire per
un romanzo, per un dramma, per una dozzina di novelle o un centinaio di
sonetti.
Lo so, altro è un libro che si ristampa, altro è un libro nuovo, ma da
cinquanta centesimi a quattro lire ci corre.
Sentite a me: come si fa in teatro? C'è posto per tutti. Il principe,
il conte, il barone, l'onorevole, l'alto magistrato si pavoneggia nel
suo palco; l'agiato borghese si sprofonda nella poltrona; il povero
operaio se ne sta là impalato sul loggione. Si tratta di maggiore o
minore comodità, di sedere sul damasco o sulla nuda panca, ma la musica
e il canto arriva all'orecchio di tutti con egual dolcezza.
Fate anche voi così. Di ogni opera due edizioni: una economica e
un'altra di lusso. Date le illustrazioni, gli acquerelli, i tagli
in oro, le legature rosee a chi le vuole; noi studiosi, noi modesti
insegnanti, vogliamo sapere semplicemente che cosa avete scritto.
Alcuni l'hanno capito. Lo Zanichelli, ad esempio, raduna tutte le
opere poetiche del Carducci: le _Odi barbare_, le _nuove Odi barbare_,
le _Terze Odi barbare_, le _Rime nuove_, _Iuvenilia_, _Levia Gravia_,
_Giambi_, _Epodi_, _Intermezzi_ ecc. e dice: Andiamo, tutta questa roba
per dieci lire! E questa roba, com'è da immaginarsi, è andata a ruba.
Imitate lo Zanichelli; sarete più popolari e... farete quattrini!
Il vocabolario.
Prima che lo diciate voi, lo dico io: il De Amicis ha parlato del
vocabolario e ne ha parlato da par suo. Questo simpatico scrittore
somiglia un po' a Victor Hugo: vuol far amare tutto ciò che egli ama.
Seguendo le orme del Manzoni, che ebbe la pazienza di “spogliare e
rispogliare il vocabolario„, volle anche lui mettersi all'opera e
leggerlo da capo a piedi.
“Che bellezza! Che incanto! Il vocabolario diletta più di un romanzo.„
E per due pagine il De Amicis tesse il panegirico di questo librone,
che nessuno, a quanto mi sappia, aveva pensato di mettere sugli altari
con tanto entusiasmo.
Però dopo averlo letto e postillato a dovere esclama: Italiani, noi
siamo poveri di lingua, noi siamo anemici. Ognuno di noi non conosce
che poche centinaia di parole e di modi, e stiracchiando, ricorrendo a
perifrasi, cerca di esprimere alla meglio ciò che vuole. Perchè questo
sforzo? perchè questa miseria? La nostra lingua è ricca, straricca.
Aprite il vocabolario. Voi, ad esempio, dite: — Ho mangiato qualche
cosa prima del pranzo, ho preso un piccolo pasto dopo il pranzo, quel
piatto era così squisito che n'ho mangiato un'altra porzione. — Che
sciupìo di parole inutili, che noiosa ripetizione del verbo mangiare!
Colpa vostra, signori miei. Se aveste un po' più di familiarità
col vocabolario, direste semplicemente ho fatto uno _spuntino_ o un
_ritocchino_ o un _contentino_.
E il De Amicis da bravo medico prescrive una cura ricostituente
per questa anemìa. “Prendete il Fanfani, ultima edizione, mille e
settecento pagine, otto volumi di sesto ordinario, di quattrocento
pagine l'uno, cinquanta pagine al giorno. Un anno„.
Benissimo. Un anno di cura, un anno per imparare la lingua, un anno per
scrivere davvero con arte!
Molti — piccoli e grandi — vollero far tesoro di quella ricetta e
subito si misero all'opera. Ogni mattina, a stomaco vuoto, cinquanta
pagine di vocabolario.
Ma che! chi dopo una settimana, chi dopo un mese, chi dopo due, tutti
incominciarono a sentirsi male; quelle pillole erano indigeste: ognuno
interruppe la cura e non volle più sapere di vocabolario.
Era da immaginarsi. Con questi chiari di luna chi volete che consumi un
anno sul vocabolario? Oh! il De Amicis non sa che nel nostro secolo c'è
una fretta indiavolata in tutte le cose? Oggi i libri un po' voluminosi
si presentano sotto forma di dizionarî o almeno offrono un indice
alfabetico analitico, per comodità dei lettori, che non hanno tempo da
perdere!
I nostri padri — beati loro! — si leggevano da capo a fondo un grosso
volume e spesso ritornavano volentieri a leggerlo; ma oggi, oggi no:
i libri che pesano più di duecento grammi ci danno noia e si lasciano
dormire nello scaffale.
Proprio in questi giorni, scorrendo un catalogo di opere sacre, ho
letto che un certo prof. Sestili ha pubblicato un _Dizionario Tomistico
ad uso degli studiosi di Teologia e Filosofia_. Un tempo gli studiosi
postillavano, commentavano la _Somma_ dell'Aquinate, oggi si contentano
di leggerla tagliuzzata in un dizionario. Che volete? quella _Somma_ ai
giorni nostri è diventata _Soma_ e per conseguenza molto pesante.
Dunque, se i libri si riducono a vocabolarî, è mai possibile che un
vocabolario possa diventare un libro e leggersi per disteso come una
storia, o un trattato, o un romanzo, tenerlo sul tavolino da notte e
portarlo, a fascicoli, nelle passeggiate in campagna? No.
Ma non credete che quel libro abbia perduto il suo dominio! Non volete
seguire l'esempio del De Amicis? peggio per voi. Di buona o mala
voglia, dovete ricorrere sempre a quel grosso libro. Disprezzatelo,
guardatelo con occhio bieco, ma dovete convincervi una buona volta che
il vocabolario è il solo, il vero libro indispensabile a tutti. Potete
fare a meno della Divina Commedia e della Bibbia (e molti ne fanno a
meno); del vocabolario, no.
Prima di tutto bisogna comprarlo. Avreste il coraggio di dire ad
un amico “Mandami un po' il vocabolario Italiano?„ Vi sentireste
rispondere: “Non hai il vocabolario? compralo.„
Nè basta comprarlo. La maggior parte dei libri si fanno rilegare per
lusso: il vocabolario per necessità. Quel librone, a differenza di
tutti gli altri, lavora, lavora molto: occorre quindi che sia rilegato
in pelle e pelle fortissima. Di più, tutti i libri, piccoli e grandi,
belli e brutti, utili e inutili, se ne stanno negli scaffali. Appena
comprati, restano pochi giorni sul tavolino; alcuni si leggono,
altri si sfogliano; ma tutti, letti o non letti, raggiungono la loro
residenza stabile. Il vocabolario invece, dal primo giorno che è
entrato in casa, se ne sta sempre sul tavolino. Accanto al calamaio,
alla penna, alla cartella, il vocabolario. Spesso per i vostri studi
avete bisogno di consultare molti libri; ne prendete uno, poi un altro.
Dopo una settimana il tavolino n'è pieno: quei libri si accavallano
maledettamente. Che disordine! Che oppressione! Bisogna far piazza
pulita, bisogna che ognuno ritorni al suo posto. Ma il vocabolario non
si muove: il suo posto è là, sul banco del lavoro.
Sentite: se entrando in una stanza da studio, non trovate sul tavolo il
vocabolario, dite subito: “Qui non si legge, nè si scrive„! Infatti è
mai possibile leggere o scrivere, senza ricorrere a lui, consigliere,
maestro, despota del nostro patrio linguaggio?
La legge ha il Codice, la Chiesa il Concilio di Trento, la lingua
il vocabolario. Potete rasentare il codice, ignorare il Concilio di
Trento, ma il vocabolario, no. Dal giorno che avete incominciato a
scrivere due parole siete suo suddito.
Che dittatore, che autocrate! Non discute, decreta; non consiglia,
comanda. Il giudice per formulare e rafforzare la sua sentenza
richiama articoli e testi unici; il vocabolario non ha bisogno di altre
autorità: è lui la Legge, lui la Cassazione, lui l'Alta Corte.
Come è modesto nella sua grandezza, come è superbo nella sua
pedanteria! Sempre pronto alle vostre chiamate, sembra un servitore, ed
è un padrone!
Non è botanico e vi parla di piante; non è medico e vi fa conoscere le
malattie, cui andate soggetto; non è un Santo Padre e vi descrive il
Paradiso. Entra nei postriboli e nelle chiese, vi porta in mare e in
cielo! Che verista! Ciò che voi non avete il coraggio di dire neppure
con gli amici più intimi, egli lo dice, senza sottintesi, a tutti:
lo dice ai vecchi, agli adulti, ai ragazzi, alle fanciulle. Non ha
scrupoli, nè reticenze, non professa nessun sistema, non appartiene
a nessuna scuola, non impone nessuna morale. Dite quello che volete;
predicate in chiesa o nella camera del lavoro; calunniate o incensate;
pregate o bestemmiate; educate o corrompete; incitate alla guerra o
consigliate la pace: il vocabolario vi seconda sempre.
Cattolici, protestanti, ebrei, panteisti, razionalisti, modernisti,
massoni, atei: aprite il vocabolario; per formulare a dovere il vostro
_credo_, avete bisogno di lui!
Monarchici, repubblicani, socialisti, anarchici, terroristi,
nichilisti, il vocabolario! Per predicare il vostro _verbo_, dovete
ricorrere a lui.
Che gran complice! Eppure chi glie ne fa una colpa? chi lo chiama
responsabile delle utopie, delle stranezze, dei paradossi, delle
abberrazioni che si pensano e si scrivono?
Il vocabolario, pure essendo di tutti i colori, di tutte le tendenze,
resta sempre il grande areligioso, apolitico, amorale. È l'unico libro,
che mentre fornisce a tutti il materiale, può, in ogni quistione, in
ogni polemica, esclamare come Pilato: — Io me ne lavo le mani! —
Questo furbo non fa che definirvi le parole, registrarvi le frasi, i
motti, i proverbi. Non tenta, non solletica, non seduce; siete libero
di scegliere ciò che volete: ne ha per tutti i gusti.
Agli innamorati presta il dolciume, al pessimista le parole di colore
nero, al rivoluzionario le mitraglie, all'asceta le vaghe aspirazioni,
all'umorista le arguzie, al maligno i sarcasmi, all'invidioso gli
scherni.
Dovete scrivere in prosa? Il vocabolario vi offre parole piane, facili,
casalinghe. Amate scrivere in versi? Il vocabolario vi presta parole
dolci, diafane, armoniose. Che? dovete preparare un discorso che faccia
rumore? ricorrete a lui: ha un centinaio di parole rimbombanti che
fanno al caso vostro.
Ah! se aveste la pazienza di cercare, frugare, rovistare quel librone,
potreste esprimere una vostra idea in venti, trenta modi differenti e
produrre venti, trenta effetti diversi.
*
* *
Eppure questo libro che vi favorisce in tutto, che è sempre pronto a
servirvi, non è amato, no; è sopportato, lo si considera come un grande
importuno; che vuol ficcare il naso in tutte le cose.
Domandate ai vostri ragazzi che ne pensano del vocabolario. Dio mio,
è il libro più antipatico! Almeno quegli elementi di storia hanno
dei fatterelli piacevoli, il libro di lettura attira con qualche
raccontino; ma il vocabolario? pesa un mondo e annoia per dieci.
Ogni giorno bisogna portarlo a scuola, ogni giorno bisogna riscontrare,
trascrivere e mandare a memoria dieci vocaboli. Il maestro spesso
grida: — Come, roba con due b! perchè non l'hai trovato nel
vocabolario? — E così i vostri poveri ragazzi, per non avere rimproveri
a scuola e castighi a casa, ricorrono al vocabolario. È un libro
che li perseguita sempre e da cui non possono liberarsi. Scrivono il
componimento italiano? Dopo aver consumato due ore a mettere insieme
dieci periodi, vocabolario per i benedetti errori di ortografia.
Mandano a memoria una poesietta, un brano di prosa? vocabolario per
assicurarsi del significato di tre o quattro parole.
Hanno torto i ragazzi a considerarlo come un libro noioso? Non credo.
Hanno torto invece gli scienziati, i quali vorrebbero fare a meno del
vocabolario. Essi dicono: “Il vocabolario a noi? Ma non sapete che
la scienza ha un linguaggio proprio, ha parole tecniche, che non sono
italiane, nè francesi, nè tedesche, ma scien-ti-fi-che! La scienza è
universale, e quindi è libera di servirsi dove vuole e come vuole!„
E così i medici, ricorrono direttamente al greco antico e, per
intimorirci di più, battezzano le malattie con parole lunghe un metro;
i naturalisti si servono del latino; gl'ingegneri rubano un po' da per
tutto. E la lingua italiana? Si lascia ai letterati di professione.
Finchè si frequentano le scuole secondarie, si studia un po' di
lingua; ma dopo il liceo, si manda a quel paese. Ognuno prende la sua
strada. Chi entra nelle cliniche, chi si cristallizza coll'algebra
e con la trigonometria, chi si dà anima e corpo all'elettricità, chi
si rinchiude in un osservatorio per studiare, la luna, il sole, e le
stelle fisse o erranti, chi si ostina e restarsene, giorno e notte, in
un sotterraneo per darvi la lieta novella che all'ora B, al punto C,
c'è stata una forte scossa di terremoto, e chi va ramingo per piani e
per valli, in cerca di piante rare. E così ognuno vive nel suo mondo,
ognuno legge i libri del proprio mestiere.
La letteratura? Che letteratura! Ricordano come un sogno di aver un
tempo letto l'_Iliade_, il _Furioso_, i _Promessi Sposi_. Oggi hanno
altro per il capo.
Eh! signori miei, fate male; potete dare il ben servito a tutti i
libri, ma al vocabolario, no. Prima di essere medici, astronomi,
naturalisti, ingegneri, siete italiani ed avete il sacrosanto dovere
di parlare e scrivere in lingua italiana. E poi... non vi siete
accorti che il vocabolario si vendica degli apostati? Voi consumate i
migliori anni nello studio, vi affaticate, incanutite innanzi tempo,
ma la scienza resta sempre il patrimonio di pochi. Perchè? Perchè i
vostri libri sono scritti in una forma arida, stucchevole, saracinesca.
Ricorrete al vocabolario, fatevi guidare da lui. La scienza sarà
popolare e un po' di popolarità l'avrete anche voi.
*
* *
Faccio una proposta: presentatevi a un uomo di Governo, a
un'Eccellenza, a una sotto-eccellenza e parlate di lingua! Sareste
accolto con un sorriso canzonatorio! Questi signori del Ministero, che
hanno in mano i destini della patria, non possono pensare alla lingua.
L'alta politica assorbe, l'alta politica è come l'amore: fa perdere
tutti i sensi. Appena un giurista, uno scienziato, un cultore di
lettere ha la fortuna o la disgrazia di afferrare un portafogli o mezzo
portafogli, addio professione, addio studî! Non è più medico, avvocato
o letterato, è un uomo politico.
Valga per tutti l'esempio dell'on. Sacchi. Chiamato per la prima volta
da Sonnino a guardare i sigilli reali, corre a Torino, licenza clienti
e scrivani e chiude bottega. Che avvocato e avvocato! Il ministro è
ministro! Roma, la potente incantatrice, lo chiama a sè, e lo trasforma
in un matematico; gli presenta dieci, dodici problemi — problema
economico, problema finanziario, problema del mezzogiorno (siamo
diventati un problema, noi del Sud!) e gli dice: “risolvi„.
Eppure questi uomini, che volontariamente, per la salute... della
patria, si espongono alla terribile prova, e diventano vittime
del quarto potere, che li spia, li sorveglia, li censura; oltre a
doversi parare i colpi mortali delle estreme destre e sinistre, —
oggi veramente non più: gli estremi si son toccati e l'opposizione la
fanno i liberali del centro —; oltre al pericolo di trovarsi domani
dinanzi all'Alta Corte di giustizia per il _redde rationem_, questi
uomini debbono pensare, — guardate un po'! — alla lingua e consultare
il vocabolario. Specie il Ministro della Pubblica istruzione, questo
Pontefice Massimo dei nostri studi, deve maneggiar bene il patrio
linguaggio. Nè lo dico per celia: il ministro Baccelli si permetteva
di dire in pubblica Camera, che il Bonghi _guardava il letto_.
Subito l'Imbriani a rimbeccarlo: “Guarda il letto! Ma non sa il
signor ministro della Pubblica Istruzione che _guardare il letto_ è
francesismo?„
Il Baccelli tacque: aveva torto.
Ricordate lo scandalo di quattro anni fa? Dalla Minerva vennero fuori
certi temi d'italiano! I professori si guardarono in faccia e a bassa
voce si andavano susurrando, non senza compiacimento: — hanno perduto
la testa quei signori! — Ma il ministro non aveva perduto la testa,
no; aveva solo dimenticato di consultare il vocabolario. E questa
dimenticanza continua. Spesso dopo aver letto una circolare vi viene
la tentazione di scrivervi sotto a grossi caratteri — _vocabolario_ —
e spedirla raccomandata “_a Sua Eccellenza il Ministro della Pubblica
Istruzione_„.
Al ministro? Ma è lui che scrive le circolari? Quel poveretto non ha
neppure il tempo di grattarsi il capo: firma, non scrive. Questa, però,
non è una buona ragione: chi firma, ne assume la paternità. Anche la
cambiale si firma, e noi, disgraziatamente, sappiamo a prova quali
danni morali e finanziari può regalarci quel pezzetto di carta, a cui
appiccichiamo la nostra riverita firma.
Il Ministro è occupatissimo. Ne convengo. Ma, Dio benedetto! invece
di mandar fuori in un anno, centinaia e centinaia di _circolari_, di
_normali_, di _ministeriali_, che lasciano il tempo che trovano, se
pure non si contraddicono e non ingarbugliano di più la matassa, ne
scriva una dozzina, una al mese, avrà così il tempo di studiarle meglio
e di presentarle, con l'aiuto del vocabolario, in bella forma italiana.
*
* *
Dunque vi siete convinti che il vocabolario è indispensabile a tutti!
Chiamatelo pedante, importuno, seccatore, ma dovete tenerlo sempre sul
tavolo, anzi... Qui mi fermo, voglio prima raccontare un aneddoto.
Siamo in un caffè. Un signore dall'aspetto aristocratico, sorseggiando
una bella tazza di moka, dice al cameriere:
“Di grazia, potrebbe favorirmi una cartolina postale?„.
— Presto servito. —
In un attimo il cameriere ritorna con penna, calamaio e cartolina. Il
signore lo ringrazia con un sorriso, dà l'ultimo sorso al moka, inforca
gli occhiali e si mette a scrivere. Scrive, scrive; ad un tratto si
ferma. Dà uno sguardo all'intorno, resta un po' sopra pensiero, carezza
i suoi enormi scopettoni, riprende la penna, la immerge nel calamaio
e resta così. Poi di botto, con la sinistra preme il campanello
elettrico.
Si ripresenta il cameriere.
— Il signore desidera? —
“Scusi, sa', mi favorisca il vocabolario italiano.„
— Il vocabolario! non l'abbiamo il vocabolario! —
Tutti, a questo breve dialogo, se la ridono sotto i baffi; anzi due,
imprudenti, ridono così forte che quel signore stizzito, esclama in
tono minaccioso: “C'è poco da ridere! Sono un galantuomo e non ho detto
mica una sciocchezza, io!„ Poi, getta pochi soldi sul tavolo, prende
bastone e cappello, e via!
Appena si fu allontanato, cominciarono nel caffè i commenti. “Sarà un
pedante! Sarà un maniaco! Che bel tipo da commedia!„. E qui a ridere,
a celiare, a mettere in canzonella tutti i puristi passati, presenti e
futuri.
È comodo tagliare i panni al prossimo, mentre si gusta un gelato o un
bicchierino di Strega!
Ma ripensando a quel signore, veggo che alla fin fine non aveva torto,
no.
Siamo ragionevoli! Noi italiani, più degli altri popoli, si ha sempre
bisogno del vocabolario. Ogni regione del nostro bel regno possiede
il suo dialetto, e nel dialetto parla, impreca, bestemmia, ride,
piange, delira, sogna. Specie noi del mezzogiorno, siamo abituati fin
da bambini a trattare col nostro dialetto, gaio, vispo, birichino,
licenziosetto, che è un miscuglio bizzarro di latino, greco, spagnuolo,
francese — sacra reliquia dei nostri antichi padroni. — In famiglia,
tra gli amici, nelle conversazioni casalinghe, tutto è dialetto. La
parola, come è naturale, non ci viene mai meno: sempre pronta, sempre
propria. Le frasi, gl'idiotismi, i vezzi si succhiano col latte
materno. Siamo degli artisti nel raccontare un aneddoto, nel ritrarre
una scena, nel rimbeccare — botta e risposta — chi vorrebbe divertirsi
a nostre spese.
Ma tutta questa geniale gaiezza si estingue, ogni qualvolta siamo
costretti di ricorrere alla lingua italiana. Con le persone di
riguardo, con le signorine bisogna parlare in lingua ufficiale.
Quale martirio! Si piglia la rincorsa, ma che è che non è, il carro
stride: voi vi sentite inceppato, le labbra quasi non sanno pronunziare
una parola. Si va avanti barcollando, ricorrendo agli _insomma_, ai
_perciò_, ai _naturalmente_, passando dal _lei_ al _voi_, aiutandovi
col gesto, con gli occhi. Spesso per pensare a uno strafalcione detto,
vi ingarbugliate di più e ne dite altri. Spesso fate a meno di prendere
parte alla discussione, il silenzio in quel caso è oro di ventiquattro
carati; e se non è possibile tacere, rispondete a monosillabi,
servendovi di un vezzoso e comodo: _Sì, signora! No, no! Non ci
mancherebbe altro! È verissimo!_
E quando, come Dio vuole, la conversazione è finita sembra esservi
liberato da un peso enorme. Vi resta però il rimorso, e tra voi e voi
andate ricordando gli spropositi e i farfalloni pronunciati con tanta
solennità. Che bella figura! e dire che libri ne avete letti, studi di
lingua ne avete fatti!
Finchè si parla, passi pure: _verba volant_ e volano pure le
improprietà, i francesismi, le sgrammaticature, le lunghe perifrasi
scialbe e inconcludenti, i periodi lasciati in asse. Del resto, mal
comune è mezzo gaudio. Ognuno ha sull'anima di tali rimorsi e non
potrebbe gettare la prima pietra!
Ma il guaio, il guaio serio è quando si scrive: le idee vi frullano
nel cervello e fanno ressa per uscire: voi le ordinate, le accarezzate
e giù in fretta a versarle sulla carta. La penna corre, vola! Che bei
pensieri! Modestia a parte, voi siete uno scrittore coi fiocchi. Bravo,
bravo! Domani starete sugli altari a fianco al D'Annunzio e al De
Amicis.
Ma che! quella prosa che calda calda vi sembra bellissima, dopo due
ore ha perduto tutto il suo incanto. È accademica, slavata, piena di
francesismi, di provincialismi, di contorsioni, di luoghi comuni.
Voi non siete più contento dell'opera vostra. Quanti dubbi, quante
incertezze! Questa parola è italiana? e quest'altra? Questa frase mi
sembra di averla letta, dove? nell'epistolario del Giusti? No, nei
_Proverbi_? Quali proverbi! nelle lettere! e qui a scartabellare, a
ricercare, a perder la testa!
Noi siamo infelici nella lingua. Le cose più comuni non sappiamo
esprimerle con garbo. Spesso per nascondere la nostra povertà, si
ricorre ai punti sospensivi, alle interiezioni. Tutto questo perchè?
perchè facciamo poco uso del vocabolario. Lo teniamo sul tavolo, sì, ma
lo consultiamo di rado. Ecco l'errore. Noi dovremmo avere sempre fra le
mani quel libro.
Signori proprietarî di hôtel, in ogni camera, oltre le sedie, la
spazzola, il pettine, non dimenticate di mettere sul tavolo il
vocabolario della lingua italiana; vocabolarî nei palchi dei teatri,
vocabolarî nelle pullman dei treni diretti, vocabolarî negli uffici
postali e telegrafici, vocabolarî nei caffè, nelle trattorie, nei
tribunali, vocabolarî... debbo dirlo? nel Parlamento. Ogni deputato
abbia il suo _Petrocchi_, legato in pelle e oro. Forse così, molti
nostri Rappresentanti, prima di domandare la parola e metter fuori
certi discorsi, che per maggiore disgrazia vengono stenografati e
conservati gelosamente negli Atti della Camera — _ad perpetuam rei
memoriam_ — avranno la comodità di consultare quel libro e parlare meno
barbaramente. E i senatori? Lasciamo stare questi poveri vecchi. La
vista è debole, le mani sono rattrappite e poi... parlano tanto poco!
Ma i deputati, questi signori che sono pieni di vita, che rappresentano
il popolo italiano, dovrebbero parlar bene e dare il buon esempio.
E voi, signor Ministro della Pubblica Istruzione, non alzate la voce a
difesa del nostro “Idioma Gentile?„.
Eccellenza Credaro, invece di accarezzare gl'insegnanti primarii
e secondarii, i quali, ringalluzziti come i ferrovieri, sono
incontentabili e tirano sempre calci, pensate al vocabolario.
Oggi tutto è Stato. Chinino dello Stato, Ferrovie dello Stato. E la
lingua non è dello Stato?
Sta bene combattere la malaria, che infesta le nostre campagne e
miete migliaia di vittime; ottima idea disciplinare ferrovieri e treni
diretti con un nuovo Ministero; ma la lingua? Avete mai pensato che noi
italiani non sappiamo parlare? avete mai pensato che quando una povera
recluta del Napoletano è spedita, a grande o a piccola velocità nel
Veneto o nel Piemonte crede trovarsi nella California, perchè parla e
nessuno l'intende, è interrogato e non sa rispondere?
Eccellenza, gl'Italiani sono stranieri tra loro per la lingua.
E che bisognerebbe fare? Abolire i dialetti? No; rendere popolare la
lingua per mezzo del vocabolario. E poichè so che vostra Eccellenza,
in tutt'altre faccende affaccendata,
a questa roba è morta e sotterrata,
mi permetto abbozzarvi un progetto di legge, che dovreste avere la
bontà di caldeggiare in seno al Consiglio dei Ministri e in seno alla
Camera. I nostri cinquecento l'approveranno, non dubitate. Del resto
si tratta appena di due o tre articoli e andrebbe sotto la categoria di
leggina. Sentite.
Art. I. Dal 1 Gennaio 1912 tutti gl'impiegati civili e militari del
Regno e della Colonia Eritrea avranno per proprio uso e consumo il
vocabolario della lingua italiana.
Art. II. Sorgerà in Roma, sotto la dipendenza e vigilanza diretta del
Ministero della Pubblica Istruzione, la Tipografia dello Stato per la
esclusiva pubblicazione del vocabolario della lingua italiana.
Art. III. I Primi Presidenti e Procuratori Generali di Corte d'Appello,
i Comandanti di Corpo d'Armata, i Prefetti, i Direttori Capi delle
Poste e Telegrafi, gl'Intendenti di finanza faranno pervenire, per il
tramite del proprio Ministero, non più tardi del 10 Novembre, l'elenco
nominativo dei loro subalterni, affinchè ogni impiegato abbia per il 31
Dicembre un esemplare del Regio Vocabolario.
Ecco tutto: appena tre articoli, ma siate sicuro che la lingua se
ne avvantaggerà di molto. Dal Primo Presidente di Corte d'Appello
all'ultimo usciere di Conciliazione; dal Generale di Corpo d'Armata
alla più ingenua ordinanza del più ingenuo sottufficiale, tutti, tutti
impareranno a maneggiare con più urbanità la propria lingua. Forse
così i signori Prefetti, Sotto-prefetti, segretarii, sotto-segretarii
daranno il bando a certe lettere stereotipate, che si tramandano di
generazione in generazione e che sotto la forma burocratica, nascondono
una lingua barbara.
Ma, Eccellenza, scusate: bisogna aggiungere un altro articolo al
progetto di legge.
Art. IV. Ogni comune del Regno, in ragione dei suoi abitanti, riceverà
gratis un numero di esemplari del Regio Vocabolario. I Consigli
comunali avranno cura di distribuirli ai cittadini che ne fanno
richiesta.
Sì, sì, seminate vocabolarî da per tutto, in cielo, in terra, in ogni
luogo. Dopo un paio di anni in Italia si parlerà davvero la lingua
italiana.
Signor Ministro, il giorno in cui lascerete la Minerva, potrete dire ad
alta voce: Ho salvata la lingua!
Ma che, voi fate boccuccia! Non vi va, è vero? Ebbene, questo aureo
e salutare progetto di legge lo farò proporre dal Deputato del mio
collegio, cui parlerò alla vigilia delle prossime elezioni generali.
Son sicuro che mi dirà di sì, salvo a vedere se il furbo manterrà la
parola. Sanno così bene promettere e non mantenere i nostri Onorevoli!
*
* *
Tempi beati i nostri! Oggi con dieci, quindici lire avete fino in casa
il vostro bravo vocabolario della lingua italiana. Non vi piace il
Fanfani? comprate il Petrocchi. Non vi garba il Petrocchi? eccovi il
Rigutini. Volete il nuovo vocabolario del Giorgini e del Di Broglio?
Padronissimo.
Del resto tutti seguono lo stesso metodo. Dopo aver data la spiegazione
di una parola, vi mettono sottocchio proverbi, motti, frasi, in cui
sempre artisticamente è incastrato quel vocabolo.
Un esempio pratico. Che cosa significa _mano_? Mano — direte voi —
significa la mano. È vero. E nient'altro, proprio nient'altro?
Aprite il Fanfani. Due pagine fitte, quattro colonne, per questa
parola. Significato ufficiale: _membro dell'uomo, attaccato al braccio
e per cui mezzo fa tutte le sue operazioni_. Significato speciale per
i medici: _tutto l'organo possessorio che suddividesi in omero, cubito
e mano estrema_; per i costruttori di corda: _forca di ferro, con la
quale si tiene il filo nella conca, quando si vuole incatramare_.
Ma basta con i significati, diamo piuttosto uno sguardo alle frasi.
Noi tutto facciamo con la mano. Il Montaigne, non so se per il primo,
ebbe la pazienza di notare tutto ciò che l'uomo fa con la mano.
“Con la mano — egli dice — si domanda, si supplica, si rifiuta,
s'interroga, si dubita, si teme, si insegna, si comanda, si imita,
si dà coraggio, si accusa, si condanna, si assolve, si disprezza, si
sfida...„ e continua così per una pagina, conchiudendo trionfalmente
“la mano gareggia con la lingua nelle molteplici sue variazioni„.
Sono celebri le sfide di Roscio e di Cicerone: il primo pretendeva
di esprimere col gesto tutto ciò che con la lingua esprimeva
l'eloquentissimo oratore.
Credo però che nessuno abbia mai pensato quante cose noi diciamo con la
parola mano. Sentite. Due persone si aggruffano? _Vengono alle mani_.
Tizio ruba? _lavora di mano, giuoca di mano_. Caio gode la simpatia di
tutti? _è tenuto in palma di mano_. Chi ama l'ozio, _sta con le mani
alla cintola, con le mani in mano_. Quel signore è spilorcio? _ha una
mano!_; è prodigo? _è largo di mano_; è severo? _che mano di ferro_; è
debole? _si fa prendere la mano_.
Un mal vivente, dopo averne fatto di cotte e di crudo cade in trappola?
_è la mano di Dio!_ In questo affare non c'entro, _me ne lavo le mani_.
La cosa è così, ne sono certo, _metterei la mano sul fuoco_. È colpa
tua? _morditi le mani_. Invece di consumare venti parole per dire ad un
amico o ad un seccatore, che siete dispostissimo a favorirlo, ma che
non dipende solo da voi, bisogna parlarne anche a Tizio, vi sbrigate
subito — _lui con una mano ed io con due_. Il _do ut des_ dei latini,
che sa molto d'egoismo, si raddolcisce col vezzoso _una mano lava
l'altra_. _Dammi una mano_, aiutami. _Hai le mani in pasta_ non si
dice dei fornai, ma di molti uomini politici — voi m'intendete — che
spandono grazie e favori. Aspettate l'occasione per rendere la pariglia
a quel farabutto? s_e mi cade in mano!_ Il cavallo si sbizzarrisce? _ha
guadagnato la mano_. Chi perdona, _alza la mano_, chi riesce in ogni
cosa _ha una mano benedetta_„.
Ma mi accorgo di fare un lavoro inutile. Aprite il vocabolario; ne
trovate a bizzeffe di queste frasi.
E quanto il vocabolario vi ha detto che una frase è italiana,
servitevene a vostro bell'agio: mangiatene a colazione, a pranzo, a
cena e andate a letto senza pensieri. Nessuno potrà attaccarvi sulla
lingua.
Ma prima di addormentarvi, pensate un po' a quei poveri letterati
antichi, che si trovarono in ben altre condizioni. Fino al cinquecento
si scriveva senza vocabolario. Ognuno doveva accattar voci, frasi,
regole sui classici canonizzati, formando così un zibaldone più o
meno grosso per proprio uso e consumo. Si passavano anni e anni per
un estratto di parole sulla _Divina Commedia_, sul _Canzoniere_,
sulle _Vite dei Santi Padri_; e di ogni parola bisognava esibire il
certificato di nascita, “L'ha detto Dante? ma dove? in qual verso?
L'ha usata il Boccaccio? Ma santo Iddio, il Boccaccio non è sempre
imitabile.„
Di qui polemiche, discussioni eterne che spesso andavano a finire in
contumelie ed insulti. I pedanti stizzosi, cocciuti si ostinavano a
scrivere l'oro di lega del trecento e non volevano d'un palmo staccarsi
dal toscano, servendosi di parole rancide, imbalsamate; altri, di
maniche larghe, mettevano in campo l'uso e quindi la lingua parlata;
altri infine pur non dando troppo peso a tali pettegolezzi, per non
venire alle mani con i pedanti, piegavano la testa. Il Bembo, vedendo
che questa benedetta lingua bisognava cercarla con la lanterna di
Diogene, diceva all'Ariosto: “Senti a me, scrivi in latino: il tuo
Orlando potrà impazzire come vuole e nessuno avrà che dirci„.
E perchè? perchè mancava il vocabolario. Veramente un certo Padre
Ambrogio Calepino (da cui ne venne Calapino, vocabolario) volle tentare
la prova e mise fuori un lessicon. Ma che dizionario! Basti dire che il
buon monaco agostiniano ingarbugliò di più la matassa.
E così la povera lingua italiana, disprezzata, bollata col nome di
volgare, serviva per i piccoli atti, per gli atti grandi c'era il
latino.
Ma un giorno, cinque accademici degli Umidi: Giambastista Dati, Anton
Francesco Grazzini, Bernardo Canigiani, Bernardo Zanchini e Bastiano
de' Rossi si distaccano dai compagni, si radunano in luogo ameno e
alterando squisite cenette con spensierato cicalare, passano parecchie
ore della sera.
Il Salviati, che più degli altri conosceva le misere condizioni della
lingua, si mette in mezzo a questi cinque capi ameni e dice loro:
“Perchè non compiliamo un vocabolario? Nella nostra lingua, insieme
alla farina c'è molta crusca: dunque fondiamo l'Accademia della
Crusca.„
Della crusca! Bisognava fondare l'Accademia della farina. Ma tant'è,
vollero chiamarla della Crusca e vada per la Crusca. In quei tempi
tutte le accademie, anche le più assennate, prendevano nomi bizzarri,
per non dire ridicoli.
Anzi questi signori, continuando la celia, presero per stemma
un frullone, lasciarono il nome di battesimo e si chiamarono
l'_Infarinato_, l'_Inferigno_, il _Rimenato_, l'_Insaccato_. Solo il
Grazzini restò col primitivo pseudonimo di _Lasca_, perchè la lasca è
un pesce di fiume che va fritto con un po' di farina.
Questo comitato dei cinque il 1612 pubblicò il _Vocabolario della
Crusca_. Finalmente! Ma che, credete che cessassero le polemiche? Non
era mica il vangelo, la Crusca. Chi ne rise, chi l'accolse come un
brutto scherzo, chi ne disse corna.
Aprì il fuoco il Beni con la viperina _Anticrusca_, ma gli restituì
capitali e interessi il Pescetti con la terribile _risposta
all'Anticrusca_.
Curioso fra tutto il Gigli. Fa un estratto di voci occorrenti nelle
opere di S. Caterina e le dona ai Cruscanti, affinchè arricchissero
il vocabolario di un tanto tesoro. Gl'Infarinati però fecero gli
schizzinosi. “Santa Caterina, ne facciamo di cappello; ma quelle voci,
no!„
Apriti cielo! Il Gigli si piccò e mise fuori il _Vocabolario
Cateriniano_, con cui menò colpi da orbo a destra e a sinistra,
attirandosi l'odio dei grandi e dei piccoli.
Ma se volessimo andar ricordando tutte le dispute, non la finiremmo
più. Basti dire che dal Tassoni al Monti e cognato, moltissimi
assalirono la Crusca.
Eppure, malgrado tutte queste lotte, la Crusca è restata l'Arca Santa
ed è arrivata a noi come il più grande documento storico della nostra
lingua. Or combattuta, or difesa, or calunniata, or disprezzata,
la Crusca è stata sempre il codice supremo, il fuoco sacro della
nostra nazionalità. Ed oggi? Oggi l'accademia della Crusca, lavora
indisturbata. Ogni anno una seduta plenaria. Il Segretario Capo, Guido
Mazzoni, legge la sua relazione e dice all'Italia che si è giunto alla
lettera N; cioè vorrebbe dirlo all'Italia, ma lo dice ai compilatori e
ai pochi socii che si trovano in quell'occasione a Firenze.
Quest'anno s'è fatta un po' di festa: si è celebrato il centenario del
decreto di ricostituzione dato dal Bonaparte, il 19 Gennaio 1811. Tutte
le autorità presenti. Mancava solo l'On. Luzzatti, allora Eccellenza,
il quale si fece rappresentare dal ministro dell'Istruzione e da un
telegramma classico.
Ferdinando Martini, socio corrispondente, fece il suo bravo discorso
commemorativo.
Naturalmente vi furono applausi e strette di mano, e in ultimo ognuno
se ne andò per i fatti suoi, un po' seccato, non del discorso, che fu
bellissimo, ma della funzione. È tempo di pensare alla Crusca! Che
Crusca e Crusca! Non ci mancherebbe altro. Noi vogliamo il fiore di
prima qualità, anche a costo che questo fiore bianchissimo risulti da
una miscela più o meno dannosa allo stomaco.
Fino a pochi anni fa avevamo la classe dei puristi, che si erano
dati anima e corpo allo studio della lingua e alla compilazione di
vocabolari. Ne vollero un po' troppo questi signori. E come sapete chi
tira la spezza. Il soverchio rompe il coperchio e noi per conservare
questo benedetto coverchio, abbiamo messo da parte ogni pedanteria. In
Italia si parla e si scrive — e quanto! — ma non in lingua italiana.
Le parole francesi e un tantino anche le inglesi abbondano nel nostro
linguaggio. Appena esse arrivano da oltre Alpi si scrivono con riserva
e in carattere diverso, come per far vedere a tutti che è merce estera;
ma a poco a poco diventano pan di casa e non ci si bada più.
_Hôtel_, per esempio, oramai è concittadino. I nostri padri dicevano
_albergo_, noi _Hôtel_. Che volete! _Hôtel_ è più aristocratico, più
signorile. I borghesi, i modesti negozianti vanno all'albergo, ma
i principi, i marchesi, i conti, i deputati, i pezzi grossi della
magistratura, dell'esercito e anche del socialismo vanno all'Hôtel. Si
predica l'uguaglianza, è vero; ma un riguardo bisogna sempre averlo per
il sangue bleu e per i gallonati!
Una persona vi passa frettolosamente di fianco e non volendo o pur
volendo — chi lo sa, sono tanti i gusti! — vi pesta un piede. Voi
mandate un grido, aggrizzando il naso, lui con un sorrisetto vi dice
_pardon_ e via. E perchè _pardon_? perchè questa parola antipatica? Non
basta il dolore al piede, bisogna sentirne un altro all'orecchio?
È vero che oggi siamo amici dei francesi, è vero che il nostro Re
fu accolto a braccia aperte a Parigi, ma non è detto che agli amici
bisogna conceder tutto. E l'esempio l'ha dato proprio Sua Maestà.
Il nostro Re, un paio di anni fa ordinò che il menu dei suoi pranzi
ufficiali fosse redatto in lingua italiana. E n'era tempo: Perchè
ricorrere al francese?
In quell'occasione il _Giornale d'Italia_ fece un passo avanti e disse
ai suoi lettori: “Perchè non mandar via anche _menu_ e sostituirlo con
parola italiana?„
La proposta piacque e per dieci o dodici giorni non si parlò che di
_menu_. Chi voleva sostituirlo con _lista_, chi con _elenco_, chi
con _nota_, chi con _minuta_. Lo Stecchetti, sempre all'erta quando
si tratta di pranzi, cene e altro ben di Dio, rispose: “Zitto!
_Lista_ è antipatico, perchè ricorda il conto da pagare: _elenco_
è troppo solenne e cattedratico; _minuta_ è d'italianità dubbia,
specie in questo significato. O dunque come si fa? Come facevano
i nostri antichi!„ E citando esempi di molti cuochi, conchiuse che
“sul cartoncino si potrebbe scrivere: “Pranzo offerto da S. M. il Re
d'Italia al corpo... diplomatico.„
Ma anche lo Stecchetti parlò al deserto. _Menu_ può dire come Vittorio
Emmanuele II: “Ci siamo e ci resteremo„. Non vedete come è dolce questa
parola? _Menu_ ci fa venire l'acquolina in bocca e ci prepara alla
bella funzione. Chi volete stomacare con lista, elenco e nota?
E così allegramente, in nome del buon gusto, si dà il benvenuto alle
parole straniere, e il ben servito alle paesane. E quel che è peggio,
i nostri letterati maggiori, questi Santi Padri, che più degli altri
dovrebbero essere gelosi custodi di un tanto tesoro, sono di maniche
larghe, se pure non si arrogano il diritto di arricchire la lingua con
parole di nuovo conio.
Il D'Annunzio, che dopo la morte del Carducci, a dispetto del
_fratello_ Pascoli, dell'amico Graf e degli altri dignitari, si è
solennemente dichiarato, come il leone della favola, re della poesia,
del romanzo, del teatro; ha il vezzo di incastrare nei suoi lavori
parole nuove. Potrei fare un menu, cioè un elenco, di queste parole,
che egli ricava dal suo dialetto, dal latino e forse dall'arabo o dal
fenicio. Ma è inutile: leggendo una sola pagina di una sua tragedia
o di un suo romanzo ne avrete piene le tasche o meglio le orecchie,
perchè le parole non hanno mai riempite le tasche, quantunque spesso
le.. rompono.
Fra tante parole nuove, introdotte dal D'Annunzio ne scelgo una:
_sororale_. Che significa? Ecco: abbiamo detto sempre fraterno per
indicare tutto ciò che appartiene a fratello o a sorella. Ma ciò non
garba al D'Annunzio. Egli dice: “Mettiamo le cose a posto. Oggi che
la donna deve emanciparsi, bisogna che abbia un aggettivo proprio.
Per il fratello, fraterno, per la sorella, sororale. È un vocabolo
un po' ruvido, poco degno del sesso gentile? Eh, come v'ingannate!
Assaporatelo bene, mettetelo in circolazione e vedrete come è dolce e
armonioso„.
Potreste dire: Il Fanfani non la registra. Bella ragione. Chi è
Fanfani? Fanfani comanda a casa sua, o meglio comandava, perchè è
morto già da un trentennio. Ma ammesso pure che il Fanfani fosse vivo,
potrebbe imporsi al D'Annunzio e compagni? Oggi libertà per tutti.
Chi ha il coraggio di alzar la voce a favore della lingua? Vocabolarî
ce ne sono, ma che vocabolarî! Se togli il Petrocchi, che si ostina a
voler purificare il patrio linguaggio, tutti gli altri letterati che
potrebbero insegnarci un po' a parlare o si danno alla politica, come
il Martini, o sonnecchiano, come il Morandi.
Oggi il vocabolario si è trasformato in una piccola enciclopedia: la
lingua è in terza o in quarta linea.
Scorrete per un momento il _nuovissimo Melzi_, che corre per le mani di
tutti e che ha invaso le nostre scuole: 1600 pagine — 4420 incisioni
— 78 tavole di nomenclatura figurata — 40 carte geografiche — 1072
ritratti — 1005 figurine e tipi dei diversi paesi — 12 cromolitografie.
Questo signor Melzi, imitando l'esempio del Larousse, ha detto che il
vocabolario va scritto per tutti; dovrà essere un succoso prontuario
di storia, di geografia, di scienze naturali, d'igiene; già, anche
l'igiene! La salute del prossimo innanzi tutto, e perciò l'umanitario
autore mette una tavola a colori, fuori testo, indicando i funghi
velenosi e i funghi mangiabili.
È sconfortante, non è vero? Si studia il francese, l'inglese, il
tedesco; l'italiano no: si ha la pretensione di saperlo.
Meno male che fra un centinaio di anni e forse prima avremo la lingua
universale.
Il Trombetti ci ha dimostrato che in principio il linguaggio era
uno; non fa dunque maraviglia se ritorni ad essere uno. L'umanità —
è un fatto assodato — dopo essere andata avanti, avanti, avanti, deve
tornare indietro, indietro, indietro. E poi della lingua universale se
ne parla da un pezzo e siate sicuri che dopo la larghissima riforma
elettorale, dopo l'ascensione dei socialisti al Potere, dopo aver
aggiustata la faccenda con le donne, che ad ogni costo vogliono un
posticino nei parlamenti nazionali, si penserà alla lingua.
E sì, una lingua per tutti.
Avete mai pensato in quante lingue i signori uomini e donne parlano,
scrivono, imprecano, mentiscono? Abbiamo le lingue monosillabiche
o a bocconi, indicatissime per chi soffre di cardiopalmo; le lingue
agglutinanti, in cui radice e desinenza non si uniscono in matrimonio,
ma restano eternamente fidanzati; le lingue inflessive, le quali
imbrogliano talmente le radici, che per scovarle c'è da perdere il
senno.
E poi ognuna di queste tre lingue si divide in famiglie. E che
famiglie! Famiglie patriarcali.
Non sarebbe dunque una bella cosa, mandare a far benedire tutte queste
lingue e scegliere tra esse la più facile per le nostre bisogna?
Noi mangiamo, i Francesi mangiano, mangiano gl'Inglesi, mangiano
gl'Indiani, mangiano i Cinesi, e perchè il pane, questo primo elemento,
comune a tutti, deve essere chiamato con diversi nomi? Che anarchia!
Che torre di Babele!
Signori miei, questo si chiama disordine, si chiama confusionismo. Io
mi reco ad esempio in Austria e debbo restare lì muto come un pesce,
esposto ai motteggi dei riveriti alleati, senza poterli ricambiare con
egual cortesia.