I libri che fanno dormire.

Se soffrite un po' d'insonnia non correte subito dal medico. Questi

incomincia a prescrivervi delle _specialità_ che disgraziatamente

potrebbero farvi dormire per sempre. Ricorrete piuttosto ai libri.

Eh! ci sono dei libri così buoni da conciliarvi finanche il sonno.

Prendete, ad esempio, uno di quei trenta volumi del Padre Bartoli e

vedrete che sonnifero potente!

Il Marietti ebbe la felice idea di pubblicare tutto quel bagaglio

come per dire: dormite. Il Giordani solennemente sentenzia che in quei

volumi “c'è oro macinato e perle strutte„, ma credo che ci sia anche un

po' di oppio. Quegli incisi, che si ficcano a frotta nel periodo, quei

raffronti, quelle citazioni, quelle fila sterminate di nomi cinesi,

arabi, quelle lunghe descrizioni stancano l'occhio; un dolce torpore

vi assale; voi chinate la testa, voi dormite saporitamente e il grosso

volume vi resta aperto dinanzi.

_La Manna dell'anima_ del P. Segneri faceva dormire il Pallavicino nel

carcere e credo che faccia santamente dormire ogni buon cristiano.

Sentite un mio consiglio: chiudete in una gran cassa tutte le opere

del Bartoli, del Cesari, del Bentivoglio, del Giambullari e compagni, e

scrivete sopra a grossi caratteri: _qui si dorme_.

Questi libri, pieni di lambiccature retoriche, di antitesi, di

metafore, di periodi contorti e arrotonditi, meritano il primo posto

tra i sonniferi. Le notizie più curiose, i racconti più commoventi si

scolorano sotto quelle parole di piombo, e voi ad ogni pagina pensate

al D'Azeglio, il quale voleva che al Decalogo si aggiungesse, come

undicesimo comandamento: _non seccare_.

Nè sono libriccini di poche pagine, ma grossi volumi di prosa fredda,

compassata, vuota di ogni calore ed affetto. Qualche volta per

necessità dovete leggerli; vi tocca tenerli in mano parecchi giorni per

sgranarli alla meglio e quando siete all'ultima pagina, quando vedete

la parola _fine_ esclamate trionfante come Diogene: “Finalmente veggo

terra!„

Ma spesso, malgrado tutta la buona volontà, non si arriva a veder

terra. Dopo una decina di pagine la fronte si corruga, le labbra

naturalmente eseguono quella brutta smorfia che precede la nausea: si

sbadiglia, e gli occhi non funzionano bene. Voi resistete ancora: ma è

inutile. Gli occhi vi mettono davanti questo dilemma: o chiudi il libro

o ci chiudiamo noi.

L'Imbriani, a proposito delle poesie dell'Aleardi, confessa: “Presi

il libro, tagliai con la stecca i fogli dissi a me stesso, — coraggio,

avanti, _marche_! — e lessi tutto, tutto„.

Voi alle volte fate lo stesso proponimento, ma che! dopo trenta,

quaranta pagine, non si può andare nè avanti, nè indietro; vi piglia il

sonno e buona notte!

*

* *

Sono molti questi libri che fanno dormire? Molti? ci sarebbe da

compilarne un catalogo sterminato. Ma sia per non perdere tempo, sia

per non far dormire il lettore, li raggrupperemo in categorie.

Innanzi tutto mettiamo fuori concorso i libri degli autori viventi,

non solo perchè il numero è purtroppo considerevole, ma anche per

non venire a polemiche disgustose. Sono così attaccabriga i nostri

letterati!

Prima categoria. Chi vuol dormire placidamente ricorra ai trecentisti

e ai secentisti minori. Tutte quelle novelle, novellette, canzoni,

canzonette, pastorali, madrigali vi fanno addormentare nel bacio degli

angeli. C'è troppo zucchero in quei libri e il troppo zucchero stomaca

e fa dormire.

Il Cavalca, il Passavanti si rinchiudono in argomenti religiosi e

giù miracoli, leggende, visioni, parabole, ammaestramenti, precetti;

voi sognate di stare in chiesa e di ascoltare una di quelle prediche,

noiose e stucchevoli del vostro vecchio pievano, buon'anima.

I tre Guidi, il Gianni, il Guinicelli, Cino da Pistoia, parlano invece

di amore, ma sembrano dei bambini che piagnucolano, dei malati che

si lamentano. Non è un amore sentito; regolato da certe forme o da

certi sentimenti di convenzione, si stempera in frasi comuni e sciupa

venti versi per un'idea. In tutte queste poesie trovate lo stesso

meccanismo, la stessa posa: _trecce d'oro, guance di rose, denti di

perle, occhi di sole_. È una continua ninna nanna, patetica, melata. Le

personificazioni, le allegorie, i bisticci, le rime — che si affollano

in mezzo e in fine del verso — vi ballano davanti e voi dormite.

Seconda categoria. Chi vuol sognare cavalieri, dragoni, maghi,

fate, castelli incantati, ricorra ai nostri poemi cavallereschi.

Fortunatamente essi accennano a scomparire e nessun editore ha la

pazza idea di far risorgere il _Malmantile_, l'_Italia liberata_,

il _Girone_, l'_Aquileia distrutta_, l'_Amadigi_ e tutte quelle

centinaia di poemi che ammorbarono la nostra letteratura. Se togli i

due _Orlandi_ e il _Morgante Maggiore_, tutti gli altri, che vollero

trattare con serietà della cavalleria, riescono pesanti e artificiosi.

Lasciateli dormire nella libreria; se li svegliate, faranno dormire

voi.

Nessuno nega che il Trissino, il Lippi, il Tursini, il Tasso (padre)

tengano un posticino discreto nella letteratura; anzi voi fate di

cappello a questi signori; ma con i poemi, alla larga. Ne assaggiate un

pezzetto nelle antologie, nei manuali di letteratura ed è già troppo.

Leggerli da capo a piedi? Per l'amor di Dio, non lo consiglio neppure

ai miei nemici! Quelle ottave sembrano mattonelle: la stessa struttura,

la stessa posa, la stessa chiusa. Dopo un paio di canti vi sentite come

una stanchezza negli occhi, la testa vi duole e se non smettete, c'è

pericolo di un'emicrania.

Si potrebbe dire; come va? questi libri formavano il diletto dei nostri

padri; si leggevano nelle accademie, nelle corti dei Mecenati, nelle

veglie dei popolani e non c'era mai caso che il lettore o gli uditori

si addormentassero. Verissimo. Ma non sapete? I nostri maggiori, beati

loro, erano tutti Paladini di Francia a tempo perduto. Non andavano in

guerra contro Turchi e Saraceni, non erravano per le foreste in cerca

di Dulcinee, ma in casa e a comodo facevano un po' di cavalleria con

questi poemi.

Oggi non è più il tempo di cicli e di cavalieri erranti. Erranti

siamo un po' tutti, ma non in cerca di avventure, bensì di quattrini,

che spesso, come a farlo apposta, si rendono irreperibili e ci fanno

proprio quei brutti tiri che Angelica faceva ai suoi spasimanti. Una

bricciola di cavalleria è restata nel duello a uso e consumo di quei

fanatici, i quali per far sapere al mondo che hanno ragione, finiscono

spesso col ricevere una sciabolata sul volto e una manata di torto: il

torto è sempre del vinto.

Ma volete sapere perchè i nostri riveriti padri non dormivano nel

leggere quei poemi? Ve lo dico subito: non dormivano, perchè non

avevano sonno. La sera andavano a letto per tempo, la mattina si

levavano col sole, il dopo pranzo facevano il pisolino, che spesso

diventava un pisolone. Data questa grande provvista, potevano

sopportare qualsiasi lettura: il sonno non veniva. Noi no, noi si dorme

poco. Il giorno e gran parte della notte si passa in moto. Di qua,

di là, di sotto, di sopra: non c'è un momento di requie. Chi più e

chi meno siamo tutti dei commessi viaggiatori. Che succede? Il sonno,

vedendosi trascurato, come un impertinente creditore, sta sempre alla

vedetta e quando trova l'occasione propizia si fa avanti.

Terza categoria. Ogni scrittore da Dante al Manzoni, ci ha lasciato

qualche cosa per farci dormire.

Confessiamolo francamente: quante volte non ci siamo addormentati

con il _Convito_ di Dante, con il _Mondo creato_ del Tasso, con

l'_America libera_ dell'Alfieri, con la _Colonna infame_ del Manzoni,

con le _Tragedie_ del Foscolo, con le _Cantiche_ del Pellico, con i

_Panegirici_ del Giordani? E per citare un esempio più fresco il lavoro

drammatico del D'Annunzio _Più che l'amore_ non fa dormire? Il pubblico

che va a teatro per divertirsi, lo fischia maledettamente. L'autore

abituato ai trionfi, è andato in furia, ha detto corna del pubblico,

ha scomunicato tutti, dichiarando modestamente che il suo dramma è

un capolavoro. Ma che volete? _Più che l'amore_ è noioso. Provatevi a

leggere senza sbadigliare quel lungo dialogo fra Corrado Brando e il

suo fedele Rendu; vi piglia il sonno ad ogni pagina.

Questi libri vi indispongono di più, perchè di buona o mala voglia

bisogna leggerli, tanto richiede la vostra professione di letterato.

Ogni cittadino che non ha la disgrazia di essere chiamato o creduto

uomo di lettere, può leggere ciò che vuole, scegliere i libri che più

gli aggradano, farsene il chilo con il poeta che più gli va a genio.

E quando dopo cinque o sei pagine o anche prima si accorge che quel

romanzo annoia, quel dramma è monotono, quella commedia è scipita,

quei sonetti sono fiori appassiti, getta via il volume e buona notte.

Se glie ne domandate, non fa misteri: confessa candidamente che quei

libri lo seccano. Ma voi potreste dire in pubblico: Non leggo il

_Fuoco_, perchè mi fa dormire. Zitto, quel romanzo è un capolavoro. È

stato tradotto in tutte le lingue, è arrivato al cinquantesimo migliaio

in Italia, al ventesimo in Francia, al decimo in America ecc. Dunque

silenzio e buon sonno.

E così senza volerlo siamo entrati in un altro campo... molto fiorito.

Quanti libri degli scrittori moderni fanno dormire? Non parliamo dei

tanti volumi di poesie barbare o paesane, dei tanti romanzi, delle

tantissime novelle, che vengon su alla giornata; questi libri non

fanno dormire, perchè non si leggono. Intendiamo parlare degli astri

maggiori, di quelli che occupano i primi posti nel moderno sistema

planetario della letteratura.

Ma chi ha il coraggio di dirlo? Quando un poeta, un romanziere è messo

sugli altari è un santo; a lui incenso, a lui onore e gloria nel più

alto dei cieli. Si vocifera, si dice a qualche amico che certe poesie

del Pascoli fanno sognare, che in qualche libro del Fogazzaro c'è molto

oppio, ma nessuno ardisce metterlo in piazza. Avreste il coraggio di

dire ad alta voce che la _Nave_ del D'Annunzio fa dormire? Fa dormire!

Ma siete pazzo! Giornali ne leggete sì o no?

Eppure vi posso assicurare che la _Nave_ fa dormire. Il pubblico è

vero, non dormì, perchè fu stordito dalle grida dei Catacumeni e dei

Nàumachi; non dormì, perchè assistette al varo e credè trovarsi a

Castellammare di Stabia o a Spezia. Ma tutti quelli che applaudirono,

che entusiasti chiamarono fuori l'autore, metteteli a tu per tu con

il volume; fate che essi invece di essere spettatori, siano lettori.

Sentite a me, dormiranno alla grossa!

Alla fine dei conti anche il sonno è buono e dormire un'oretta con

un libro in mano non è un gran danno. Vergogna? Ma che vergogna! se

siete solo. Chi viene a casa vostra a spiarvi se dormite a letto o a

tavolino? E poi, parliamoci chiaro, volete dormir voi! Quando vi siete

assicurato che un libro contiene molto oppio, chiudetelo. Non dovete

dar conto a nessuno. L'autore, anche vivente, non potrà offendersi, per

la semplicissima ragione che è lontano.

*

* *

Ma nelle conferenze? Già, il guaio è nelle conferenze. L'autore

è presente, l'autore vi guarda. Voi avete la santa intenzione di

comportarvi sempre da galantuomo, di non fare scortesie ad alcuno, ma

come resistere a certe conferenze noiose, noiosissime che non dicono

nulla di nuovo e di interessante, se pure non vi ripetono ciò che in

una forma migliore avete letto in qualche libro? E fossero almeno brevi

queste cicalate! Passa un quarto d'ora, due, tre, vorreste gridare

— basta, basta, mi hai rotto... i timpani —; ma non si sta mica in

teatro! Vi scuotete, tossite, adagiate sulla palma della mano uno

sbadiglio, un altro, ma gli occhi non vogliono affatto saperne. Che

martirio!

E dire che questo martirio è continuato. Non passa una settimana che un

amico non v'inviti ad una conferenza. E sempre conferenze, conferenze!

È una manìa. Noi ci lamentiamo che oggi si stampa molto, ma non abbiamo

mai pensato quanto si parla. Non tutti sono disposti a comporre un

libro: anche a scriverlo male occorre tempo. Poi vengono le spese

di stampa. Non è così facile trovare oggi un editore che gli faccia

da padre putativo: bisogna sborsare un mezzo migliaio di lire, col

pericolo che il libro se ne resti eternamente nelle vetrine dei librai,

per mancanza di lettori.

Ma la conferenza, che bellezza! Si scrive in due o tre giorni e non

si spende un centesimo: la sala gratis, gli uditori gratis, gratis gli

applausi. Si ha così la grande soddisfazione di far conoscere ad amici

e a nemici che qualche cosa si sa, che non si è perfettamente digiuni

di scienze e di lettere.

Ma è da gentiluomo invitare due, trecento poveri diavoli che hanno

tante noie per la testa, inchiodarli per un paio di ore sopra una sedia

e dir loro: Non vi movete, non fiatate? I poveretti ubbidiscono, ma

spesso, non potendo far altro, dormono, salvo a svegliarsi ad opera

finita, per applaudire e stringere la mano al _bravo_ conferenziere!

Evviva la sincerità!

Nel mondo dei libri: bizzarrie · 第 8 / 36 题