Che cossa è la Società?
— Secondo: se la fa i ritratt, si chiama Società fotografica bolognese
con Sandrino Buvongiorgi, che per quanto finga di non saperlo, deve
avere più anni di un altro che sia meno vecchio di lui; se si sentono
delle schiopetate, è la Società del tiro a segno, anche che non
colpiscano nel medesimo; poi cè quella delle levatrici emiliane che
aiuta a nascere; quella della «_pro-scola_» che aiuta a insporcarsi le
mani coll'inchiostro; ql'altra del risveglio cittadino, che potevano
risparmiarsela, perchè non si gode altro che a dormire — meno male la
pro-Via Farini, che almeno uno se ha bisogno d'andar in Strasteven, la
percorre libero, o magari non ci passa perchè ci conviene meglio andare
pr'èl stradlein di Pèpol.
Mo dichino la verità, non ci pare che con questo abuso del pro, si
cominci a sentir la voglia di un po' di contro?!
Se si seguita accosì, èl capèl si chiamerà pro-testa; la stiopa:
pro-caccia e un giurnal, se è noioso: pro-cesso!
Mo cossa vado a tirar fuvori, mentre non ci ha niente a che fare col
mio discorso.
La Società l'è un nucleo di persone che si riunisce per vivere in
consorzio nazionale... tgnand èl cadnaz all'ùss, el fnèster assrà, èl
librètt dla Cassa d'arsparmi arpiattà int èl paiazz — che studia ed far
crèdder ed trattarsla brusand dla carta ùnta int l'òura che ai srè da
far l'arrost; zercand di guadagnare sul prossimo, che non è mica vero
che si ami comme sè stesso, prova ne sia che se un vicino muvore, ci
si va dietro pr'èsser zert ch'an tòurna brisa indrî, mentre ciò non si
farebbe se si trattasse del proprio corteo.
Nel momento del maggior gaudio, dirò sociale, quando per uno spettacolo
tutti accorrono nello stesso posto, ùn pesta i pî al fratello che gli
sta accanto o fa le materioline alla sorella che ci volta le spalle,
e ognuno si arrampica sulle membra del confinante nella speranza di
vedder meglio, e rompendo, non di rado, diverse costole ad un ostinato
che, messo fra lui e il muro, non ci lasciava libero il passo.
Ed ecco la poliambulanza che accomoda le costole al ferito, visto che
ora non ci è più bisogno di adoperarle per fare delle donnine, come il
Signore nel paradiso terrestre.
Certo che il vivere sociale ha dei grandi vantaggi, comme quello che ci
si incontra sulle scale senza dirsi neanche: a rivedersi; ma poi se si
va a domandare un fiamifero perchè i nostri si sono accesi tutti in una
volta, come le lampade eletriche in via Nazionale a Romma, si è sicuri
d'avèir l'usio sul naso; e non parliamo di nasi... perchè a fazz com
è èl fazzulètt di cuntadein che al scappa vî premma ch'j al tojen fora
d'in bisacca!
Lor signori forse dirano che io veddo tutto nero, com è quèl ch'
guardava dèinter int èl calamar; ma invece ci so dire che anch'io veddo
benissimo che ogni dritto ha il suo rovescio. Ed infatti, chi è quello,
per quanto ignorante, che non capisca se ùn al va in là o al vein in
zà?! Anch'io so aprezare i vantaggi della convivenza di tante migliaia
d'anime aglomerate entro la cinta daziaria, che la srè comme dire la
gusia d'un grande melone! Usite di casa e cè il lustrascarpe che ve
le fa diventare uno specchio; il giornalista che vi prepara il vostro
parere sulla sitovazione; èl tabaccar che vi somministra i zigari che
non tirano come i due ucelini atacati al carro di Venere: la quale,
hanno un bel dire che era una donina leggera, ma per tirarla su ce ne
volevano altro che duve!... non ci pare?
Eppure, o su o giù, è un fatto che nel vomo cè l'estinto di andare
dovve ve ne sono degli altri — se un benestante di campagna mette
assieme qualche bajocco, ecco che si sente trasinato verso il centro,
lasia la suva modesta casetta, circondata da latuga e cipolle, con
un'aria pura da non consentir spazio fra il pranzo e la cena, con Turco
che baia alla lòuna e Mascarein ch'al fa el canèl in grembo alla spòusa
vstè ed rigadein, si capisce, lî, megga èl gatt!
Viene in città, a un quinto piano, con del stanzieini, che la moglie
paragona ad un alveare; con disopra il proletario, che ubriaco, nel
cuor della note, bastona la compagna della suva miseria... e quattro
o cinque pezzi d'infanzia abandonata; con disotto alle finestre
il fumo d'uno stabilimento di bagni; con di faccia della gente che
vi fa l'inventario delle zangatole, magari a traverso i muri, e il
Don Giovannino che bombarda colle pupille quel boccon di carne che
sa di sole, dalla virtù incavtelata, perchè nata e cresciuta nella
solitudine.
O incavti! Avete trovato bene il parangone dell'alveare, data
l'angustia delle celle, con la differenza che quelle bestie che lì,
guidate dall'estinto, non sbagliano la strada... ma in zittà a se
sbaglia bus, spèss e vluntira!
E ci dicco la verità, che avendo in casa un poch ed zitrà ed magnes,
un persuttein attaccato al soffitto, una zùcca ed vein, una buttsteina
d'arnica pr'el bergnoquel dei pargoli, è pur sempre bella la solitaria
vitta dei campi da cui deve essere venuto il «campare» cioè vivere con
un occ rivolto alle stelle e ql'alter nel sorriso della famiglia. Se lo
figurano un uomo in questo stato? No? Mi dispiace per la pochezza della
loro imaginativa, invezi l'è una cossa che viene da sè, di raccogliere
ciovè da un lato il sentimento della natura e versarlo da quell'altro
sul seno dei propri cari...
Tersuà a lòur sgnòuri.
Dal _Bologna che dorme_, 29 giugno 1899.