— Che cossa è la gelosî?
— La gelosî l'è qla gradleina ed lègn ch' sta int el fnèster ch'
guarden sòtta al portgh, comme risponderebbe uno stupido per far dello
spirito.
La gelosî invezi è il colmo del govismo in amore.
Al dice: — Si deve aver fede nella fedeltà della donna che si ama...
— Va benone, mo quando si è struviti e si è sentito il tenore che
canta: «la donna è mobile» e lo dice frulland una scranna, e spesso il
pubblico ne chiede il bis, diciamo bene la verità, anche il vomo più
cieco, l'avrà un uccein in fèssa, per sorvegliare la sitovazione di
dire: ma ho io abbastanza attrative per fermare «la piuma al vento?»
E si guarda nello specchio e ci pare di essere meno bello di un altro
che baziga nei pressi della dona del cuvore, vestito all'ultima moda,
con qualche baiocchino in tasca... e sente che se la fanciulla li mette
sù int la balanza della vitta pratica, lù al va pr'aria fagand vèdder
el bragh arpzà, e ql'alter se ne scende a posare patriarcalmente fra la
mamma che spera assicurato il grostino della vecchiaia e la figlia che
sogna gli sfronzoli, non mai sperabili da quèl boletari!
E ne viene il cozzo della pasione di dire di lui, poverino, che ha la
scufia sul serio; la ragaza che vorebe disfarsene con onore; la madre
che stringendo i freni, e non sonecchiando più nelle lunghe serate
invernali, la spera ed stufar èl ragazz.
Invece succede l'efetto all'incuntrari com è quèl ch' s'era mess el
scarp all'arversa e che cherdand d'andar zò in canteina al s'truvò sù
int èl granar.
Il mosconzino ronzante, eccita viepiù la pasione del fidanzato, che
si sente pungere nello amor proprio, sicchè a quelle donne succede
il fatto di una passareina ciappà con èl vesti che più si dibatte
per scappar, più ci si apicica èl stèch ed granà con la mandleina ed
pulèint.
— Ma quèsta la n'è megga gelosî, è un fondato timore di un rivale
pericoloso.
— Lei dice bene, ma la gelosia, diciamo accosì, per la gelosia, non
esiste, o la diventa una indisposizione fisica, — infatti quel vomo di
cacao e zucchero, che strozò la misera consorte comme un'anadra, ebbe
bisogno di una base: un mogighino, base debole, sisignori, tanto che
una lavandara la poteva perdere, ma pure se non c'era quella pezuola,
le insinovazioni del signor Jago, sbiòssi, sbiòssi non avrebbero
ragiunto la catastrofe racapriciante, riprodotta in oleografia.
E sicom io mi servo spesso e volentieri dei tenori per dar forza alla
filosofia di dire la cossa è accosì perchè è accosì, aggiungerò che
quando Nemorino canta nella _Sonambula_: «Son geloso dell'avra che
spira che ti scherza col crine e col velo». Non si tratta della gelosia
ed cioccolata comme sopra, ma del desiderio di non voler molestato un
oggetto caro, com fa quî ch' teinen el ciav dla porta dèinter int una
burseina ed pèll, e che i porten i ghett perchè i stival non abbiano a
soffrire il freddo.
Cè poi la gelosia che chiamerei: «Perchè la zèint en degga...» che è
forse la più comune, certo la più noiosa.
Èl sgner Carlein è zò vgnò trèi volt int un mèis a fari visita: bisògna
aluntanarel! Jusfein l'ha tolt a teater lo scanno vicino a noi; Pavolo
lo abbiamo incontrato duve volte nello stesso sito — quelli che veddono
diranno che cè la conivenza... e ridderanno alle mie spalle. Sono
certo che lei non ci pensa; posso anche dire che a me comme me, non mi
importerebbe niente... ma an voj che la zèint degga!... Sono mansueto
comme un agnello, mo am indspiasrè ed crèsser!...
— E accosì, secondo lei, la gelosia assoluta?
— Non cè; si tratta sempre di un composto o di un derivato di altre
debolezze umane; di invidia, quando si dice che si è gelosi del bene
altrui; di govismo perchè non si vuvole neanche che il prossimo posi
lo sguardo sull'ogeto del vostro cuvore; di ambizione di poter dire io
solo qui regno; di seticismo perchè non si crede alla saldezza degli
affetti ed alla onestà della dona...
La gelosia insomma, l'è una cossa di lusso, che serpeggia fra quelli
che hanno del tempo da perdere e che fanno la psigolocia. Quant a s'è
tirà int la sèiga tùtt èl dè, e che as va a cà stùff, a s'ha alter
in mèint che vstirs da moro e guardar sòtta al lètt... tant più che
dei fazzoletti non è accosì facile a trovarne... Quel giorno però
che la pisunèinta mett la pùlsa int l'urèccia... vengono in mente i
savi insegnamenti ed Sandròn. Èl mattarèl dalla spoja al dvèinta il
protagonista... Ecco la sola, la vera gelosia, insegnata col sistema
froebeliano...
Ma non ci pare che, acsè, as ciama assrar la stalla quand i bû j ein
scappà?
— Sè, i bû sran scappà, mo a j è arstà la...
Tersuà a lòur sgnòuri.
Dal _Bologna che dorme_, 6 aprile 1899.