LA CROCE DEL POTERE[19]

Ah! l'aveva pur rasòn èl poveta quand al scriveva:

«Non è il mondan romor altro che un vento che esce ora da questo ora da

quello e muta nome perchè muta il lato!»

Basta am la sòn cavà, com dseva quèl ch'aveva la pirocca, e ne

ringrazio il cielo.

An capess davèira, come vi siano di quelli che abbiano l'ambenzione

di dire salisco in alto, sono potente... ma io preferisco d'essere

impotente e di starmene da bass, se per star sù, an s'ha da seinter che

dl'amarèzza, come dseva quèl ch' bveva èl lègn squassi!

Loro hanno già capito che am sòn artirà dalla carica che gentilmente

i m'aveven favurè, e che se la tenghino pure tutta per loro, che me ai

n'ho avò sagg e caparra... Mo, comme dicevo colle mie donne quand a j

eren lè a magnar quèl bcòn da dsnar, dovve è quella beata libertà di

dire faccio quel che mi pare e nessuno ci guarda? Invezi, non cè essere

più sindacato d'un sendich!

Alla matteina la Lucrezia, andava natoralmente col suvo cabà a far

la spesa e tùtt i zercaven di appiccicarci la roba più iniqua che

fosse nel mercato! Sono arrivati perfino a venderci del pesse di due

settimane primma, che quant la veins a casa al pars che ci venisse il

colera... e quant me andò a spalancar el fnèster dal lâ dla piazza, al

fo un urel di gioia per parte dei negozianti sottoposti, ch'j urlaven:

èl sendich l'ha la banda in casa!

La povra Lucrezia, d'altra part, non ne aveva colpa, perchè nel parto

d'Ergia perdette l'uso del naso, che se può andar bene fenna che a s'ha

i bambini piccoli, al dvéinta una dsgrazia, comme nel caso attovale,

quand si deve acquistare una partida ed pèss!

E queste schernie che dimostrano la baseza dei miei incrati suditi,

sono uova e zucchero, in paragòn delle calunnie il quale mi hanno fatto

segno da tùtt i lâ. Per darcene una edea smorta, pallida, basta che ci

dichi che per l'affare d'aver inavgurato i becchi del gas, mi dicevano:

èl sendich di becch, e una note lo venero a scrivere nei muri del

Monicipio col pane di gesso.

E questa guerra sorda, per fortuna suva, che almanch non sentiva le

ingiurie che mi dicevano, l'am era stà dichiarà dagli impiegati del

Comune, i quali lasciati in balìa di loro stessi, dai miei successori

baroni, bisògna direl, venuti primma di me, ci dava fastidi che me a

fùss andà là, coll'animo liberato di fare il suvo dovere e togliere j

abus, gli abuchi, che cè n'erano _sine fidicente_.

Per esempio, j aveven numinà medico condotto, che nessuno poi

conduceva, ùn che aveva studiato da ingeniere... di modo tale che io mi

credetti in obligo d'intervenire.

Premma però di domandarci che mi mostrasse il deploma medicinale, a

ciamò l'impiegato dello Stato Civile, che al s' fava vèdder ogni sette

o otto giorni, per sapere quanti morti si avevano...

Prese tempo una settimana perchè era in aretratto, e perchè lavorando

in casa, èl ragazzol ci aveva portato via qualche nato e due o tre

decessi.

Cossa arêni fatt lòur? Me an al so, mo per parte mia ci aggiunsi ed

purtar sùbit tutta la popolazione in Comune e a mettersi subito in

corrente, tant da psèir savèir, se non preciso, almanch un zirca, i

morti dentro l'anno.

Infatti doppo quindici giorni am purtò una carteina, dov risultava

che a lui non risultava nessun morto, però aveva sentito a dire che

nel cimitero era stà suplè un omarino, che infatti non si vedeva più a

girare per il paiese.

Stabilito quindi su dati statitici che la mortalità non c'era, an

vols più vèdder alter e dissi all'ingeniere che rimanesse pure al suvo

posto, che fava benone.

Il dazio di sportazione per esempio, non era micca osservato. Tanti

donn passaven con la sô brava sporta, e nessuno ci guardava dentro.

A ciamò el guardi daziari e a li amunè; non l'avessi mai fatto! Im

saltonn a j ucc' comme duve galletti, esclamando che la sua spezione

l'era quèlla di badare ch'in purtassen dèinter di bû viv e delle

castellate, e che l'era inùtil guardar al donn nella sporta come sopra.

Mo negli altri siti, comme ci dicevo io, i spunciòunen, punzecchiano,

fino i carri del lettame per vèdder che a n'i foss tramèzz, soja me,

un rifreddo, o una pasta margheritta, e qui invece danno dei calci

idraulici, per vî' d dèl moj ch'j è atach ai stival, a delle sorcenti

inesorabili di ricchezza mobile, mo è per quello che siete così in

bolletta, e se non vi decidete di fare il fisco anche qui, avrete

la bancarotta, com è quèlli del scol comunal, che non cè n'è una che

stia più insieme, tanto sono sguinguagnate. Pensate che sono appunto i

fischi, l'ultima espressione della vera libertà.

Questo io lo dicevo nel Consiglio Comunale, mo i cunsîr favano orecchi

da mercanti, perchè j eren giùst mercant, uno da porci all'ingrosso, ne

comprava uno d'ammazzar in dòu volt per averlo sempre fresco, un'alter

commerciava in erbagg, mazz ed sulfen, fava mareina, spazzareinn,

una specie di bottegajo e quindi quella cossa di dire del dazio ci

dava fastidio — e j aveven propost di metterlo, con un articolo che

esclodesse i consilieri e gli accessori comunali — e non il Sindaco? a

fazz me, dando un pugno sù int la tavla, ma dice uno, lui è estero, non

è dei nostri, quindi deve pagare. Capessni che belle edee di govismo di

dire a noi sì, a lui no?

Mo, non avevano micca da fare con un subiol, con un flauto, io dissi:

mettiamola ai voti, lòur erano duve e i messen int la pgnatta, che favo

servire per urna, un fagioleto bianco caduno e me, ne gettai un pugno

neri, e quant si fu allo scrotinio di lista, c'era 27 di maggioranza

contro duve.

Loro dissero che non era giusta, ma io risposi che nei grandi centri si

fa accosì, e i s' messen quiet. Èl purtir al sguazzò perchè, doppo il

voto, al s' fe la mnèstra... che era cellente.

Un nuovo cespite di risorsa comunale che avevo pensato di metter

su, l'era quèl della Società vespasiana, che essendo un paese

convulsivo piuttosto, si potevano fare ottimi affari, mo per farmi

dell'opposizione anche in questo, i cminzipionn a tirar in ball i

calcol che sono i nemici di tali industrie.

Da qui hanno da capir che strazz, che cencio di una babilogna a m'era

andà a tirar adoss; e che an me pseva aritrovar bene. Aggiunghino,

per piacere, l'aria che non conferiva alla famiglia, che a j era la mî

Ergia che sèimper l'am piulava, mi piallava, perchè la conducessi nel

villino, dsevla lî, che ci aveva detto che era nei pressi d'Ùngia ed

toch, perchè fra quelle mura telluriche non mi ci si posso veddere,

puvreina! La casa poi si capiva che era fatta di fresco, tant es

sintêvel a stari dèinter, con un umido, che ci siamo presi tutti dei

dolori romantici che l'è un piacere. Dal lato dell'interesse non è

possibile che me la cavi, com dseva la Lucrezia che per la colomia

domestica l'è nada a posta. E cossa doveva star a fare allora? Ci fù un

momento che al pareva che alla ragazza ci fosse capitato un partito,

mo sul più bello, l'era partito davèira e lei, poverina, ci venne

il magone, come d'uso, che pianse amaramente e disse: babbo, babbo

involiamoci da queste mura, che non ci hanno dato che dei dolori tanto

interni che di fuori!

Sapendo che i miei buoni amici _dell'Ehi! ch'al scusa..._ mi avrebbero

sempre ripreso di nuovo con essi, gettai il manico dietro l'accetta

e accettai i consigli delle mie donne, abbandonando l'ingrata unghia

tacchina e tornando alla mî Bulògna e nel camerone. È vero che sono

senza casa, ma la trovarò; la mî Ergia è feliz, la Lucrezia anche,

dunque mettiamosi tranquilli e speriamo in venti migliori.

Io poi ci scrivo tutto questo perchè am indspiasrè che i signori dla

_Gazzètta d'Ùngia ed Toch_[20] dovessero menarsi il vanto di dire che

sono essi che mi hanno tronizato, perchè non è vero. Si persuadino

pure che non mi hanno fatto nè caldo nè freddo. Quel suo organo l'era

propri sèinza cann... e se i consir non venivano alle sedute, che tanti

volt ho dovuto deliberare io e l'Ergia che fava da segretario, se non

si pagano le imposte, che giustamente dicano che non le hanno nelle

sue finestre, se gli impiegati comunali in van mai all'uffezzi, se il

dazio delle bestie viene mangiato dai cristiani, questo è usanza del

paiese, e brisa frut di quel giornaletto, che mi fava compassione e

nient'altro.

Am sòn artirà, l'è vèira, ma pr' èl frèdd, pel nervino dell'Ergia,

per la mancanza di mezzi, ma non perchè abbia avuto pavura di quegli

attacchi poverili.

Torno dunque fra voi a fare il vomo pubblico, ben felice di non essere

più al potere che tanti disicanni e amarezze mi ha procurato.

Tersuà a lòur sgnòuri.

Dall'_Ehi! ch'al scusa..._, 3 marzo 1888.

Èl Sgner Pirein · 第 30 / 90 题