Sicuro, vado per prendere il pane... perchè bisogna che sappino che
in esequie all'asioma di M.me Pampadur che: A faire les zatins de la
maison on ne se sporch pas le mains, io la mattina vado a fare quelle
piccole provviste che nessuno se ne accorge nemmeno, perchè quanto si
ha il suo bravo fazzolettino da mettercela dentro, voglio vedere chi
la vede. L'è zert che se uno si mette a far l'enalisi vedendo che dal
fagottino saltano fuori i selleri, o èl col dell'impolina dall'olio,
allòura potranno dire quello è uno che ha la serva indisposta, mo per
la maggioranza che vanno dilungo per il suo viaggio e non si perdono
in quei 15 quattrini, pari a soldi 3 e frazione, il fagotino passa
inosservato e il decoro della famiglia resta invulnerabile.
Dunque l'altra mattina vado per prendere il pane, e il sig. Giovanni
che è tanti anni che ci vado, al fa al dice:
— Caro sig. Pierino, per oggi bisogna far senza!! E fava il disinvolto
ridendo, mo as capeva che riddeva coi dolori al ventre comme si suol
dirsi.
— Senza di che? a vleva dir, ma dando un'occhiata all'ingiro scopro il
pane che non c'era!!
— Cossa è suzzèss?! L'hanno forse valigiato?!
— Ah, è lo sciopero dei lavoranti.
— E daila! Mo questo è un bel incalio, perchè in questi giorni di
sudore, con rispetto, della fronte, cossa deve bagnare l'operaio onesto
se non ha il pane?!
C'era li un signore che rimase statico a questa giusta riflessione, e
mi disse: bravo! lei deve proteggere il proletariato, deve riconoscere
il dovere degli ambienti di darne a quelli che non ne hanno...
E mentre diceva accossì, am n'accorz che aveva seco una donina colla
sporta che ci saltava fuori un bel bastone di pane lungo e grosso comme
il mattarello della spoglia, e allora a faz a degh:
— Bravissimo, questi sono di quei sentimenti che non si trovano in
tutti gli usci, e allora mi faccio ardito di chiederci la metà di quel
pane che io non ho.
— Ah, questo che qui è mio, e se lei ne vuole se la distrighi, e vî che
al vultò, lasciandomi col palmo nel naso comme si suvol dirsi.
— Ohi! faccio io, al par che i fatti non corrispondino alle parole...
ma caro èl mî sgner Giovanni, lasciando da banda gli scherzi, comme
debbo fare a cibire la famiglia?!
— Vadi nella Borsa che ce n'è per castigo! dess una duneina che ne
aveva in braccio una tira che pareva un pargoletto.
— Se crede si facciamo compagnia, mi disse un galantuomo che passava,
anch'io ho bisogno di pane.
— Mo ben volentieri, aggiungo io, cossì si facciamo compagnia.
Quando siamo fuvori, il mio amico mi dice:
— Io ci debbo confidarci un segreto, che neanche l'aria lo sa.
— Facci conto di parlare con quella muraglia che lì.
— Sappia che lo sciopero durerà chissà quanto, e purtroppo finiremo per
morire tutti di fame!!
— Mo lui scherza! a fazz me, che mi veniva in mente la vignetta del
sig. Conte Ugolini.
— Scherzo?! Vedrà bene! Mo ci conta sopra lei alla Borsa?
— Oh Dio! per quel poco che cè dentro...
— Parlo del pane che oggi vendono là.
— Ah, non crede che duri?
— Ma che! adesso se va là non ne trova più neanche un grostino, ed è
finito per sempre!
— Mo sa che lei mi fa pavura sul serio — se dovessimo morire di fame,
mi dispiacerebbe.
— Non abbia pavura che sono qua io. Sappia che io ho modo in tutta
secretezza di farci avere il pane vitta natural durante, ma a patto che
non lo dichi con nessuno che sarei compromesso.
— S'accomodi, a fazz me sòuvra pensir — stia certo che l'è l'istèss
ch'al dscòrra con un fittòn, come sopra.
— Bene dunque: lei riceverà sino a casa giornalmente il pane che ci
occorre pei suvoi bisogni, di ottima qualità e sino che dicca basta.
— Ma lei è il nostro salvatore. L'averto che per la Lucrezia ci vuole
di quello tenero perchè l' ha pers, ha smarriti, diversi denti.
— Non dubiti che sarà servito. E quando ce ne abisogna al giorno?
— Oh, siamo in tre, compresa la figlia che il nervino ci toglie
l'apetito, sicchè con 3 soldi campiamo tutta la giornata.
— Va bene, mi favorischi il suvo indirizzo e l'ora del pasto...
— Vicolo Tentinaga, n. 3, colazione alle 12, pranzo alle 6.
— Benone. Adesso lei mi anticipa 5 franchi e accosì si assicura il
vitto per un mese. — Lasci pure che vengano tutti i scioperi.
— O comme ci sono obbligato, che garbata persona. E così dicendo ci
consegno un buvono da 5 franchi, che in quel momento, non mi vergogno
a dircelo, era tutta la mia sostanza; mo boschera! si trattava
d'assicurarsi l'esistenza e non si poteva far di meno!
— E, dissi poi io: per oggi comme faccio, chè a casa m'aspettano colla
spesa?!
— Non ci pensi, che fra mezz'ora riceveranno il pane pattovito, e così
di seguito... mo mi raccomando che non dichi che ce lo finisco, potrei
andare incontro a dispiaceri, lui mi capisce!
— Lo capisco tanto che ci sono finitamente obbligato, e arrivedersi.
Lui gentilmente mi striccò la mano e io pian piano me ne andai
verso casa, guardando con aria di compassione, tùtt quî dsgrazià che
correvano alla Borsa a cumprar èl pan — anzi trovai la serva degli
aquilini che stanno lì disopra e a fazz a degh:
Ohi Carolina, duv curriv con qla speinta?!
E lî, che parla il taliano la fa: — Mi tocca di andare fino in Palazzo
che dice che cè il pane...
Io mi gettai a riddere e ci feci vedere il fazzoletto della spesa
vuvoto.
— Comme non ne ha aritrovato?!
— Mah! Io spero che me lo portino fino a casa...
Quella matazola si mise a riddere anche lei, dicendo: Il sig. Pierino
ne ha sempre delle fresche... e via che scappò.
Allora capî la fortuna che avevo avuto e quant a fo a casa, quelle
donne mi vennero incontro: Babbo ai preso i radicci pel canerino?! e
il latte, e la bistecca per la nemìa e io senza parlare distendo il
fazzolettino vuvoto come il cielo l'aveva creato!
Eh! quell donn!! non è possibile descrivere lo strillo che fecero!
— Mo t'arà pers èl giudezzi!! Dseva la Lucrezia che si sentiva la
languidezza e che aveva la cogomina del caffè di janda in bollorre.
— Ah! babbo, io vengo meno dal finimento di stomaco, ripeteva la povera
Ergia, che aspettava il latte munto dalla bestia; un soldo ci dura
quattro giorni.
— Calma, calma, faccio io, perchè grazie al cielo siamo tutti di carne,
e se faccio senza io che sono il capo di casa, a crèdd che per un
giorno potiate fare altrettanto.
E qui ci venni a spiegare tutta la faccenda della sventura cittadina
dello sciopero e del pane nella Borsa e della minaccia di morir di
fame.
E l'Ergia andava dicendo: Ebbene se non c'era pane, perchè non hai
comprato il resto...
— Del Carlino, a fazz me, per tenerla ilare...
Ma lei che ha la nervalgia, e si arabisce per niente, grida:
— Io dicco perchè se non c'era pane non hai preso altre vettovaglie?!
— Perchè cara mia, se mi lasciaste parlare, quando parlo, sapreste
che per assicurarci la vitta in questi giorni il quale molti saranno
costretti a morir di fame, io ho speso i 5 franchi...
— Senza portare a casa neppure una festucca di cibo?! Esclamò l'Ergia
indignata in causa dei finimenti che ne soffre molto.
— Se hai pazienza, vedrai che avremo il pane fresco e abbondante...
— Chi lo deve portare?!
Allora raccontai tutta la storia di quel dabben uomo, che ci aveva
salvati da sicura morte, e la mia previdenza nell'assicurare il pane
per un mese.
— E comme si chiama questo vomo?! mi domanda la mî ragazzola, che è
furba più dei sette furbi!
— Oh, questo mo non ce l'ho domandato — mo adesso quanto viene a
portare la razione di oggi, ce lo domando subito.
E qui si dà la fatale combinazione, che si muove la sbadiglieria in
famiglia.
L'avranno provato anche loro, che quant'uno comincia l'altro attacca e
così di seguito sino alla settima generazione.
E d'altra banda non ci poteva darci torto, l'era da quell'altro giorno
alle 6 che an aveven guastà, sciupato, il digiuno, e un po' di fame si
faceva sentire.
— Come tarda! Andava digand l'Ergia fra un sbadacc e ql'alter!
— A cminzipièin mal, dseva la Lucrezia, la puntuvalità è la prelogativa
dei Sovrani...
— Però spendere tutte le 5 lire hai fatto male.., cossa si mangia poi
col pane!
— Mo fiola mî! e grazia che ci sia questo, che l'è il capo senziale. Èl
pan sùtt al fa i bî pùtt!
— Mo se non cè neppur questo!
— Abbi pazienza che arriverà...
* * * * *
È già notte, e an s'è vest endson!!! Il languore è al colmo...
All'Ergia cè venuto uno smalvino. Li abbiamo dato da nasare dell'aceto
romantico, che ci regalò un modenese... Dà qualche lontano segno di
vitta...
Si vedde che quel galantuomo ha perduto l'indirizzo!
L'Ergia fa un urlo improvviso che ci fa venire la pelle ochina a tutta
la famiglia:
— Babbo, avrei fame!
— Ah fiola mî, anch'io — ma se non si vede: chi ne ha la colpa?...
Anche a io comincia a capogirare la testa dalla debolezza... le mie
donne fanno già carozino, la vista si infusca; sempre più mi sento
venir meno!...
Tersuà a lòur sgnòuri.
Dall'_Ehi! ch'al scusa... all'Esposizione_, 18 agosto 1888.