E natoralmente acetai, trattandosi di vino. Dichino pure la verità, non
avrebbero acetato anche loro nei miei pagni?
La lettra la dseva: «Lei è invitato a far parte del giurì che deve
giudicare sulla bontà delle bevande vinose, alcovoliche ed arti
affini».
Non so comme quei signori del comitato âven savò che nella bevanda
non mi tiro indietro, ma po che sia compatente in materia, questo non
potrei giurarlo. Sicuro che se uno mi presenta ex abruto un bicchiere
esclamando: È nero o bianco? Ci rispondo di sì o di no conforme il
caso. Basta, è stata una prova di stimma e li ringrazio tanto.
L'altro giorno abbiamo avuto la seduta preparatoria e abbiamo parlato a
lungo sòuvra ai biron, che ve ne sono di diverse dimensioni e io dissi
una materiolina che fu piaciuta dagli intervenuti; a fazz a degh: Sti
biron, che siano mo parenti dèl famòus lord Biron, il poveta inglese?!
Per me del resto il più bel sistema di birone è quello che passa il
recipiente da parte a parte e, con una caveccia, si assicura dall'altra
banda.
Poi pasasimo a oservare i bovinelli e le salvavine, che fanno parte
delle arti affini perchè sono l'agnello di congiunzione, comme diceva
giustamente un giurì che mi era vicino, fra il liquido esteriore e il
recipiente, che va dalla zucca dell'acqua rinfrescativa sino a delle
botti accosì grandi che cè fino l'uscio per andarci dentro. Anzi io
feci l'osservazione dell'inconveniente di uno ch' se dscurdass l'ùss
avert quando cè il vino dentro, e si prese nota per fare l'abiezione
al fabricatore. Io ci misi dentro la testa e non vedendoci perchè
era buio, esclamai: botte da orbi! comme dice l'averbio. Anche questa
riflessione fece efetto e pasasimo ai turacci e bigonzi, tutte cosse
che hanno enologia fra di loro e che dicevano: per sapere l'enologia
bisogna avèir fatt di studi spezial, farmacisti, ma io lo nego,
perchè basta il buvon senso di dire: questo è compagno di questo o si
arvisa... ecco che l'è enologich... l'è tant ciar! com dseva quèl ch'
bveva dèl brod d'ustarì!
Doppo dessimo un'occhiata al pòndghi, ossia sorcie di vetro, quelle
che servano per i travasi che si succhia il vino dalla damigiana per
passarlo in un'altra bottiglia, senza bisogno di prenderla per la
pancia e rivoltarla, che cè il caso che si sfondi mentre il deposito
si dibatte, che è poi per quello che il vino diventa nuvolo e
s'intorbidisce... e quanto si va per berlo o fa le filacce o ha preso
il punto, che è poi per quello che i toscani dicono: non mi piace
_punto_, e hanno ragione.
Dietro le sorcie, si portarono da esaminare quelle altre trombe di
latta e quelle di gottaperca che sono le più comode perchè si possono
portare anch'in bisacca, un bisogno che uno vadi via a pranzo o vogli
bere sèinza tôr sù la butteglia, che ci mette dentro la suva brava
canna e sugge quanto ci pare.
Io proposi il premio e venne approvato alla unanimità di tre voti
contro sette contrari che votarono per la pòndga di vetro comme sopra.
A dir il vero però a cminzipiava averne piene le tasche di tutti questi
assessori, perchè per me quando il vino è buvono e sia mantenuto in
recipienti senza fondo, ossia che non facci il testo nella botte, che
sia poi dentro a un zuccone o a un fiasco, per me è lo stesso.
Ed infatti entrasimo nella stanza dovve c'era una gran tavola tutta
carica di bottiglie, con dei piatti d'olive salate, che è la mia
passione tanto mi piaciono, e diversi inservienti con un casetto di
tirabusoni, che anche quelli erano da sperimentare e cossì dicasi dei
bicchieri che ce n'erano dei grandi e dei piccoli, di quelli verdi per
chi soffre di male agli occhi, degli altri rossi per far credere che
si beve vino anche quando cè l'acqua e per togliere la vista disgustosa
delle mosche che ci cascano dentro.
Dei tirabusoni poi ve ne sono dei graziosissimi. Vi sono quelli che
s'introducono senza romper niente coi busanini nella punta che va a
pescare nel vino e lo fa venir fuori di sopra e doppo si levano via
e si chiude la perforazione con della cera compagna a quella che è
intorno al toraciolo, e pare impossibile che si sia già bevuto.
Quello lì serve per i serventi che vogliono bere i vini navigati, senza
che i padroni se ne accorghino.
Cè quell'altro che si attacca con due catene al soffitto doppo averlo
introdotto nel suvero, poi l'individuo ci si attacca di peso alla
bottiglia e giù, punf!
I più semplici erano quelli pei vini spumanti, che non c'erano, perchè
il turaciolo salta via da sè.
Quando avessimo finito, assegnando il premio a questi ultimi, ci
mettessimo a sedere intorno alla tavola e gli inservienti allòura
si fecero avanti e i messen al col a ognuno dei membri, un cartèl
con nome, cognome e indirizzo per poter sapere poi dov i s'aveven da
purtar, il quale l'ho poi capito doppo, perchè nel momento credetti
fosse uso nelle commissioni, per tenere quell'ordine di dire che uno
non si debba confondersi con un altro.
Il signor Presidente diede il segnale dichiarando che pr'incû, allora
era incû, ma adesso sarebbe un altro giorno, si sarebbero saggiati
quattordici fatta di vino, tutte della stessa famiglia e arti affini.
E per fare il parangone di dire questo è più buvono di quello lì
bisognava, diceva il signor Presidente, berle tutte 14 in una volta
colla divisoria di duve olive cadauna per rimettere il senso palatino
allo stato ormale.
E qui cominciò l'assaggio, e uno che ci piaceva dolce diceva: Come è
buvono! e quell'altro: Buvono! È una melagna, a me piace il vino grosso
di quello che, con rispetto, uccide i vermini ed è stomachevole.
Allora nacquero le diatride perchè dicevano che il giudizio an s'ha
brisa da basar sull'amore del vino, ma sulla qualità; che ve ne
puvò essere del grosso che abbia meno forza di quello che ha l'uno
e l'altro, e cossì per il colore che certuni dicevano il nero non mi
piace, invece un altro non ci piaceva il bianco.
Intanto però o nero o bianco, o grosso o sottile, qui si beveva giù
a cariolino scoperto... e sebbene in origine fossimo stranieri l'uno
per l'altro, fatta cezione per quelli che si conoscevano primma,
cominciassimo a prendersi della confidenza e a dire delle materioline
uno con l'altro, sicchè un signore vicino a me che aveva vuotato tutti
i quattordici bicchieri, mi arrivò all'improvviso uno scopazzone sul
ginnasio che aveva il permesso di tenerlo causa la caduta dei capelli.
A dir la verità am n'indspiasè perchè era un ginnasio quasi nuovo,
lùster col mio sistema, che quanto è unto sino a metà lo faccio ungere
sino in cima, accosì non si capisce più niente; ma il signor Presidente
che fava degli omarini sù int la tavla, bagnand el dida nei bicchieri,
si gettò a ridere comme un mantecato, e disse: Stia tranquillo che un
bel cappello ce lo faccio dare dal Comitato: ne hanno presi tanti!
Io lo ringraziai commosso perchè il vino mi rende tènder d' piccaja, di
attacagnolo, e si seguitò a bere.
Il segretario che doveva fare il verbale della seduta, al s' diverteva
a tirare nel naso agli intervenuti le anime d'oliva, e beveva senza
tener nota del parere che si diceva.
A poch a poch, e bèv e bèv, cominciassimo ad esilerarsi e intonassimo
il coro: _O fosco cielo_, _la notte bruna_... accompagnandosi con i
pugni sulla tavola, che faceva scodociare i bicchieri e le bottiglie.
Gli inservienti, che avevano bevuto a sorci il collo delle bottiglie
che andavano distoppando, si erano esilerati anche loro e ce n'era
uno che arrivava dei copponi al signor Presidente, che si era fatto un
cappello col regolamento della giuria, e cantava a squarzagola.
Un altro si era estratto la uniforme e cossì in busto di maniche diceva
che era Ziotti e giocava al ballone colle bottiglie di vino, insomma
bisogna dire che l'unica etichetta che fosse rimasta, era quella incolà
nel ventre delle medesime.
E qui si seguitava a bere e a mangiare le olive, io a dire proprio
la verità non avevo fatto colazione, perchè credevo che ci fosse lì
— perchè a pinsava che mentre si mangia un boccone si beve il vino, e
cossì ci sembrerà più saporito — laonde nel mio stomaco c'era appena
appena un caffè col latte, senza bagnarci niente dentro, e con èl
stomgh acsè vud, tutto quel vino di diverse qualità più le olive, mi
fece una brutta burla, cioè che mi girava la testa che a pareva sù int
la giostra.
Tùtt j urlaven, sèinza avèir mai fatt j urladur, e insòmma al pareva,
brisa l'ultum dè dèl giudezzi, mo ql'alter sùbit quant dèl giudezzi a
n'i n'è propri più.
E que il giramento seguitava, sicchè mi tenevo duro alla tavola, mentre
gli inservienti favano la corsa dintòuren, e anche loro retribuivano a
far crescere il giramento, sicchè am veins una spezia d'un vèil, di una
trina, dinanz a j ucc' e confesso che non capii più niente.
* * * * *
Dop dû dè am dsdò e mi trovai nel suo letto circondato dalle cure
della famiglia, che mi disse che mi avevano condotto a casa cargà int
un fiacher, assistito da due inservienti che dissero d'avèirum truvà
int la mùccia, ch' s'era furmà sotto la tavola in unione al signor
Presidente, e fortuna che ci erano i cartellini colle annotazioni,
altrimenti chissà dove andavamo a finire. Mi dicano quelle donne che
stettero in pena perchè a pareva un zoch e ci toccò perfino di estrarmi
le scarpe, con rispetto dei lettori gentilissimi; sicchè si temeva d'un
colpo popletico.
Ma poi si consolarono quant am mess a cantar: _Eri tu che bagnavi
quell'angolo_...
Domani si aduniamo per dare il voto, non ai bicchieri, ma proprio a
quelli che sono già stati stabiliti di darcelo, dovve non si sa, ma
pare nel salone dei concerti.
Non ci nascondo che a sòn sbumbanà, mi fanno male le ossa, ho la bocca
che sembra un pantano. Ma cossa sarà stato? Èl sgner duttòur dice che
fossero le olive che ci hanno fatto male, ma me a ritein invezi che sia
stato quel po' di vino a stomaco vuvoto.
Basta all'avèin scappà, l'abbiamo fuggita, e sia ringraziato il cielo.
Tersuà a lòur sgnòuri.
Dall'_Ehi! ch'al scusa... all'Esposizione_, 4 settembre 1888.