_Di GRIMOALDO II, SICONE e SICARDO Principi di Benevento; della pace
che formarono co' Franzesi, e delle guerre che mossero a' Napoletani._
Intanto al Principato di Benevento, per la morte accaduta nel 806
di Grimoaldo senza lasciar di se prole maschile (poichè Gottifredo
era a lui premorto), era stato innalzato un altro Grimoaldo, che fu
suo Tesoriero, onde con manifesto errore il Sigonio reputò un solo
Grimoaldo questi due. Fu questi un Principe di genio tutto diverso dal
suo predecessore, di soavi costumi, e molto alla pace inchinato, il
quale per liberar il suo Stato dalle continue scorrerie de' Franzesi,
si risolse di pattuire con quelli una ben ferma pace, ed essendo morto
Pipino, mandò a questo fine suoi Legati all'Imperadore, il quale non
ancora avea dichiarato Re d'Italia Bernardo suo nipote. Carlo che si
trovava allora distratto contro i ribellanti Bretoni, e contro gli
Schiavoni, vi diede orecchio, e contentandosi del tributo offerto
da Grimoaldo, fermò con lui la pace[430]. Da questo tempo innanzi il
Principato di Benevento rimase tributario agl'Imperadori d'Occidente
come Re d'Italia, ed i Beneventani per lungo tempo furono in pace con
i Franzesi.
Diede Grimoaldo all'incontro la pace a' Napoletani: questi due
Popoli, Beneventani e Napoletani, furono quasi sempre in contese,
e non mancavano, come emoli e vicini continue occasioni di guerre.
Questo Principe pose fra loro pace: ma il di lui destino portò, che
quella non guari durasse, per un'occasione che saremo a raccontare.
Governava in questi tempi il Ducato napoletano per l'Imperador Lione
soprannomato l'_Armeno_, Teodoro Duca e Maestro de' soldati, il
quale fermata ch'ebbe la pace con Grimoaldo, amministrava il Ducato
con somma quiete e tranquillità; ma un nobile beneventano chiamato
Dauferio e per difetto di lingua soprannomato il Balbo, di torbido
ingegno e di spiriti ambiziosi turbò pace sì tranquilla; poichè questi
con somma ingratitudine congiurando contro Grimoaldo, da cui in molta
stima era tenuto, eragli venuto in pensiero, dovendo passar questo
Principe, mentre approssimavasi a Salerno, per un ponte di sbalzarlo
e precipitarlo in mare[431]: ma scopertasi la congiura, passando egli
sano e salvo il ponte, fece imprigionar tosto i congiurati: Dauferio
che non ritrovossi presente, ciò conosciuto, tosto si pose in fuga,
e verso Napoli s'avviò, dove da' Napoletani fu accolto, ed il Duca
Teodoro lo ricevè sotto la sua protezione. Se ne offese a dovere
il Principe Grimoaldo, onde per vendicar questi torti, ragunato
all'istante come potè meglio le sue forze così terrestri, come
marittime, verso Napoli incamminossi, e giunto vicino alle mura, vide
opporsi a lui molta gente, che tutti erano in arme per ributtarlo.
Allora Grimoaldo tutto acceso d'ira e di sdegno tentò ostinatamente di
combatterla. Si pugnò ferocemente e per mare e per terra, e fu tanta la
strage de' Napoletani, che per sette e più giorni sì videro l'acque del
lido del mare bruttate del sangue de' morti, narrando Erchemperto[432],
che sino a' suoi dì in terra si vedevano i tumuli de' cadaveri degli
uccisi, essendo restati sul campo cinquemila morti in quella battaglia:
solamente il Duca Teodoro e l'infame Dauferio scamparono dalla
battaglia salvi, e datisi in fuga ed inseguiti, riuscì loro finalmente
porsi dentro le mura della città; ma non perciò trovarono quivi riposo,
poichè piene d'ira e baccanti colle armi alle mani furono inseguiti
dalle donne napoletane, i mariti delle quali eran rimasi uccisi nella
precedente battaglia, ad alta voce sopra di essi gridandogli per
traditori ed infami, e che rendessero loro i mariti, già che per essi
erano stati morti, avendo mossa così ingiusta guerra a' Beneventani.
Intanto Grimoaldo inseguendo i fuggitivi giunse insino alla Porta
Capuana, che trovatala chiusa, col suo stocco la percosse, nè quivi era
chi potesse resistergli. I Napoletani serrate tutte le porte, dentro
le mura si chiusero della città, pensando a difendersi come si potea
il meglio. Sedati intanto per opra del Duca i tumulti e gli schiamazzi
delle donne, cominciò a maneggiarsi la pace, e fu cotanta la destrezza
e l'efficacia di Teodoro, che placato Grimoaldo, Principe per altro
mitissimo e molto inclinato alla misericordia, gliela concedette: si
contentò per ammenda d'ottomila scudi d'oro e che gli fosse restituito
Dauferio; e fu tanta la sua clemenza, che non solo gli perdonò tutti
i tradimenti e ribaldarie, ma anche l'accolse nella sua grazia e nel
pristino favore.
Ma il destino di questo Principe non finì qui per perderlo; poichè
non così tosto Grimoaldo fu salvo di questa congiura, che pochi
anni dapoi glie ne fu ordita un'altra irreparabile, per la quale
finalmente riuscì a' congiurati d'ammazzarlo. Capi di questa congiura
furono Radechi Conte di Consa e Sicone Castaldo d'Acerenza. Era
Sicone uomo di gran autorità in Spoleto, e per doversi opporre a'
disegni di Pipino era entrato in sua disgrazia; onde di lui temendo,
ricovrossi come in sicuro asilo a Benevento, ed accolto dal Principe
Radechi lo creò Castaldo d'Acerenza, lo nudrì presso di lui con tanta
affezione e grazia che lo pose in isperanza di doverlo lasciare suo
successore[433]: Grimoaldo suo figliuolo l'amò anche; ma vedutosi egli
da poi posposto a questo il Grimoaldo, di mal animo lo sofferiva,
aspirando sempre al Principato: unitosi perciò con Radechi, tese
insidie a questo infelice Principe, il quale fu ucciso da costoro
nell'anno 817, ed in suo luogo, guidando il tutto Radechi, fu da'
Beneventani al Principato di Benevento innalzato Sicone ancorchè
straniero. Radechi pentitosi poscia d'una tanta scelleratezza si rendè
poco da poi Monaco in Monte Cassino[434].
§. I. _Di SICONE IV Principe di Benevento._
Sicone quarto Principe di Benevento, per regger con più sicurtà e
stender più oltre il suo Principato sopra i Napoletani, nel primo anno
del suo regno ristabilì di nuovo la pace già prima fatta da Grimoaldo
co' Franzesi, ed in quest'anno 818 confermolla con Lodovico il Buono,
il quale, per la morte di Bernardo, era succeduto anche nel Regno
d'Italia, promettendogli parimente il tributo. Da poi dal suo genio
torbido ed ambizioso fu portato a movere aspra e crudel guerra a'
Napoletani, avendo intanto assunto per Collega Sicardo suo figliuolo,
a cui diede per moglie la figliuola di Dauferio[435].
Il pretesto si narra che fosse, per aver i Napoletani discacciato
_Teodoro_ loro Duca, molto suo stretto e caro amico, e per aver eletto
in suo luogo _Stefano_. Cinse Napoli per mare e per terra di stretto
assedio, infinchè buttata a terra una parte della muraglia verso il
mare, per quivi già meditava col suo esercito entrar trionfando; e
sarebbegli certamente riuscito allora, ciò che i suoi predecessori
non poteron mai conseguire, di sottopor Napoli al suo Principato,
se l'astuzia e l'inganno del Duca Stefano e de' Napoletani non
fossero stati pronti; poichè avendogli il Duca dimandata la pace, con
offerirgli la città, che si rendeva già al vincitore, gli chiese che
per allora si trattenesse d'entrarvi, potendo ciò fare la mattina
del giorno seguente nella quale avrebbe più gloriosamente potuto
entrar trionfando[436]: ed acciocchè Sicone prestasse a lui tutta
la fede, gli mandò per ostaggi pegni assai cari, la propria madre
e due suoi figliuoli. Gli credette Sicone, e mentre s'apprestava la
mattina del seguente giorno per entrar nella città tutto fastoso e
trionfante, i Napoletani presto presto, la notte che si frappose,
rifecero la muraglia e tutti la mattina per tempo si fecero veder
pronti alla difesa. Arse di rabbia e di sdegno Sicone con Sicardo
suo figliuolo, nè lasciarono di batter la città più ferocemente e con
maggior ostinazione per obbligarla a rendersi. Ma ostinati ugualmente
i Napoletani, respinsero con ugual ardire e ferocia gli assalti: tanto
che per molto tempo appresso durò questa guerra vie più ostinata e
crudele. I Napoletani da dura necessità costretti, e vedutisi negli
estremi perigli, finalmente pensarono di ricorrere agli aiuti di
straniere forze: lontani eran gli aiuti dell'Imperador d'Oriente, il
quale implicato in altre imprese a tutto altro avea l'animo rivolto,
che di soccorrer Napoli. Risolsero per tanto di ricorrere al presidio
de' Franzesi; ed avendo mandato a sollecitar l'Imperador Lodovico,
furon loro dal medesimo somministrati, aiuti e ancorchè piccioli,
nulladimeno furon tali, che per qualche tempo poterono prolungare la
difesa e render vani gli sforzi di Sicone. Ma poichè da questi Principi
stranieri, come distratti in cose più premurose, non si continuavano
i soccorsi, e dall'altra parte in Sicone non si vedeva per niente
scemata la ferocia e l'ostinazione; non potendo i Napoletani sostenere
più lungamente l'assedio, proccurarono per mezzo del loro Vescovo
Orso di trattar la pace con Sicone, con quelle condizioni meno dure
che si potesse. Fu tale l'efficacia ed il modo di questo Prelato, che
portatosi da Sicone, tanto lo pregò, che finalmente gliela concedette
con questi patti: che da allora avanti dovessero i Napoletani pagar a'
Principi di Benevento ogni anno il tributo, che chiamarono _Collatam_:
e che il corpo di S. Gennaro, Vescovo che fu di Benevento, che i
Napoletani tenevano nella sua Basilica fuori le mura, e ch'egli si avea
già tolto, seco nel potesse portare in Benevento. Furono accordati i
patti e dati gli ostaggi; con solenne giuramento promettendo il Duca ed
i Napoletani di pagar ogni anno il tributo infra loro accordato. Ecco
come rimase il Ducato di Napoli tributario al Principato di Benevento,
siccome fu per molti anni appresso nel tempo degli altri Principi
suoi successori. Sicone fece ritorno in Benevento, ove seco con gran
tripudio condusse il corpo di S. Gennaro, che ivi per molto tempo
fu venerato[437]. Altri aggiungono, che il Duca Stefano fosse stato
scacciato da Napoli e che per opra di Sicone fosse stato fatto uccidere
da' Napoletani stessi, i quali in suo luogo crearono _Buono_ per lor
Duca.
§. II. _Prima invasione de' Saraceni in queste nostre Contrade._
Intorno a questi medesimi tempi (narra Erchemperto Scrittor
contemporaneo) cominciarono le scorrerie de' Saraceni in queste
nostre contrade; poichè venuti dall'Affrica, a guisa di sciami d'api
ingombrando la Sicilia, dopo aver preso Palermo, e devastate le città e
terre di quell'isola, oltrepassando il mare, assalirono queste regioni,
e prima in Taranto sbarcati, portarono a' Greci e poi a' Longobardi
beneventani tante rivoluzioni e disordini, che miseramente afflissero
queste nostre province.
Li Saraceni egli è certo, che sono venuti da quegli Arabi, che erano
discesi da Ismaele figliuolo della fantesca Agar, i quali per questo
furono chiamati Ismaeliti ed Agareni; perciò, per coprire questa
origine che veniva loro rimproverata, presero un nome più onorevole
e si chiamarono Saraceni, come se Ismaele loro padre fosse venuto di
Sara moglie d'Abramo: così ne discorre un Autor greco[438], benchè
i dotti[439] nella lingua e nell'istoria arabica stimino, che gli
Arabi abbian preso questo nome da una delle più nobili parti del loro
paese nominato Sarac. Altri dissero, che gli Arabi presero il nome di
Saraceni dal modo di vita pastorale e vagante, che menavano in campagna
fra le arene infelici della Beriara, i quali secondo l'invito del
pascolo mutavano abitazione.
(Ma _Adriano Relando_, nella sua _Palestina illustrata _[440], crede
che gli Arabi chiamavano _Saraceni_ questi Popoli, perchè abitavano ne'
luoghi rivolti ad Oriente, ed Eduardo Pocockio in Notis ad Abulfaraium
p. 34 dice lo stesso, che i Saraceni universalmente siano li stessi,
che Orientali, onde Ludewig in Vita Justiniani M. C. 8. §. 138 _num._
847 pag. 585, confermando lo stesso, scrisse: SHARAK _Oriens_, SARACENI
_Orientales universim incolae praesertim Arabiae_).
Avanti a Maometto erano divisi in molti piccioli Regni, e professavano
anche differenti religioni: gli uni avevano abbracciato il Giudaismo,
erano gli altri Sammaritani; ve ne fu medesimamente de' Cristiani,
e la maggior parte erano Pagani. Ma da poi che nell'anno 623 questo
Impostore ebbe pubblicata la sua legge e stabilita a forza d'armi,
tutti finalmente la riceverono e si sottomisero al di lui Imperio,
riconoscendolo non meno per Padrone che per Profeta.
Dopo la morte di questo famoso Impostore, accaduta nell'anno
632, i Principi arabi di lui successori gettandosi sopra le terre
dell'Imperio, si renderono in pochi anni padroni della Palestina,
Giudea, Siria, Fenicia e dell'Egitto. Impadronironsi poi della
Mesopotamia, di Babilonia e della Persia: indi fatti più potenti e
formidabili, v'aggiunsero l'Armenia, donde si diffusero nelle province
dell'Asia minore: e fatti anche potenti in mare conquistarono le
isole di Cipro e di Rodi; dall'altra parte verso Mezzo giorno, passati
dall'Egitto in Affrica, ne scacciarono facilmente i Greci e vi presero
in fine Cartagine. Quindi rendutisi Signori di tutto il paese in
pochissimo tempo, e rinforzati da quella moltitudine innumerabile
di Mori affricani, i quali abbracciarono il Maomettismo, presero
l'opportunità, che loro si presentò d'invadere la Spagna.
Passati anche dall'Affrica in Sicilia posero nell'anno 820 in
iscompiglio quell'isola, e con incendj e saccheggiamenti menavano in
cattività i Cristiani. Distesero le leggi dell'Alcorano sopra tutte
le province debellate: da Abubekir, Alì Mortozà, Omar ed Odonan che
furono i primi successori di Maometto ed espositori del suo _Alcorano_,
ne uscirono le quattro Sette: l'una fu abbracciata dagli Arabi e Mori;
l'altra dai Persiani; la terza da' Turchi; e l'ultima da' Tartari.
Dalla Sicilia sbarcati a Taranto ne discacciarono i Greci, e posero in
ispavento e terrore quella regione; ma maggiori furono le calamità,
quando per le discordie interne de' nostri Principi furono da essi
chiamati per ausiliarj; onde tutto andò in ruina e desolazione come più
innanzi narreremo.
Avea intanto l'Imperador Lodovico in una Adunanza generale tenuta in
Aquisgrana nell'anno 817 associato all'Imperio Lotario suo primogenito,
dichiarandolo anche Re d'Italia; ed a' due altri suoi figliuoli, a
Pipino diede l'Aquitania, ed a Lodovico la Baviera. Confermò poi questa
divisione nell'anno 821 in un'altra Adunanza tenuta in Nimega; ma
entrata, per questa divisione, nella famiglia regale grave discordia,
l'Imperio si rese molto indebolito, tanto che a lungo andare, uscito
dalle mani de' Franzesi, si vide ristretto in una parte d'Alemagna
sotto Principi d'altre nazioni. S'aggiunse ancora, che Lodovico
dopo aver divisi i suoi Stati fra i suddetti tre figliuoli natigli
da Ermengarda, casatosi con Giuditta sua seconda moglie, n'ebbe da
questa un altro nomato Carlo, al quale, a persuasione della medesima,
fu assegnata da principio l'Alemagna, la Rezia e la Borgogna; e
poichè ciò diminuiva la parte degli altri, eglino se ne mostrarono
mal soddisfatti: origine che fu di sì crudeli ed aspre guerre tra
costoro contro il proprio padre e la madrigna, che posero sossopra non
men la Francia che l'Alemagna. La morte poi di Pipino Re d'Aquitania
accaduta nell'anno 838 tornò a sconvolgere l'Imperio, che si vedea
alquanto in riposo; poichè avendo questi lasciato due figliuoli Pipino
e Carlo, l'Imperadrice Giuditta avea stabilito di privargli del Regno
d'Aquitania e di dividerlo fra il suo figliuolo Carlo e Lotario, senza
farne parte a Lodovico di Baviera. Ma Lodovico, postosi alla testa
delle sue truppe, tentava impedire questi disegni; e dall'altra parte
gli Aquitani gridarono per loro Re uno de' figliuoli di Pipino; ed
all'incontro l'Imperador Lodovico vi accorse e vi fece riconoscere per
Re Carlo in un Adunanza tenuta in Chiaramonte: poi lasciata sua moglie
e suo figliuolo Carlo in Poitiers passò in Aquisgrana e di là entrò
in Turingia e costrinse Lodovico a riritirarsi in Baviera. Convocò poi
un'Adunanza in Vormes, dove infermossi ed essendosi fatto trasportare
in un'isola dirimpetto ad Ingelheim vicino a Magonza, finì quivi i suoi
giorni a' 20 giugno dell'anno 840, mandando prima di morire a Lotario
la corona, la spada e lo scettro, insegne della dignità imperiale, che
rinuziava ad esso.
Ci rimangono ancora dell'Imperador Lodovico il Pio, come Re d'Italia,
alcuni suoi Capitolari, che volle aggiugnerli a quelli di Carlo M.
suo padre ed agli editti degli altri Re d'Italia longobardi suoi
predecessori, e si leggono nel mentovato Codice Cavense insieme con
quelli di Lotario suo figliuolo e successore nell'Imperio, e nel Regno
d'Italia, stabiliti nel Pontificato di Papa Eugenio II. Stefano Baluzio
raccolse molti altri Capitolari di Lodovico il Pio, che come Imperadore
fece in Aquisgrana, nè si dimenticò di questi, che da lui stabiliti
come Re d'Italia fra le leggi longobarde s'annoverano[441].
Intanto i nostri Principi beneventani, ancorchè avessero fermata co'
Napoletani quella pace, non durò guari che non si venisse di nuovo
a romperla, ed a ritornarsi agli atti ostili. Col pretesto che i
Napoletani fossero pigri e lenti a pagargli il tributo si rinnovò
coll'istesso Principe Sicone la guerra, la qual continuò fin ch'egli
visse. Morì Sicone nell'anno 832, dopo aver regnato in Benevento
quindici anni, ed i Beneventani gli ersero un magnifico tumulo, in cui
in molti versi esaltarono i suoi gloriosi fatti, che posto avanti la
porta della chiesa Cattedrale di Benevento ora si legge presso Camillo
Pellegrino fra gli altri tumuli de' Principi longobardi[442].
§. III. _Di SICARDO V Principe di Benevento._
Sicardo suo figliuolo, che ancor vivente suo padre fu partecipe del
Governo, gli successe nel Principato, il quale vedutosi solo a regnare,
volle nella ferocia e crudeltà di gran lunga superar suo padre.
Proseguì la guerra co' Napoletani col pretesto, che non gli pagavano
il tributo, i quali però gli fecero tal resistenza sotto Buono lor
Duca, a Stefano succeduto, ch'essendosi i Beneventani fortificati
in Acerra ed Atella, diroccarono questi castelli e posero in fuga il
presidio. Durante il breve Ducato di Buono, che non fu più d'un anno e
mezzo, sotto l'Imperio di _Teofilo_, il quale per la morte di _Michele
il Balbo_ suo padre reggeva allora l'Oriente, le cose de' Greci in
queste nostre regioni e nella Longobardia _Cistiberina_ andarono
assai prospere[443]; ma morto questo Duca nell'anno 834 ritornarono i
Napoletani nell'antiche angustie: perciò essi piansero amaramente una
tanta perdita, e rizzarongli in memoria del lor dolore un magnifico
tumulo, ove in versi acrostici colmarono di eccelse lodi le sue virtù
ed il suo infinito valore, per avere respinti i Beneventani, ancorchè
formidabili e, per forze, di gran lunga a' Napoletani superiori, e
discacciatigli da Atella e da Acerra, luoghi ch'essi avean così ben
muniti e fortificati. Questo tumulo ancor oggi si vede in Napoli nella
chiesa di Santa Maria a _Piazza_ nel quartiere di Forcella, e vien
anche rapportato dal Chioccarelli[444] e dal Pellegrino nell'Istoria
de' Principi longobardi. Morto Buono fu creato Duca _Lione_ suo
figliuolo, il quale non governò più il Ducato di Napoli che sei mesi;
poichè tosto ne fu scacciato da _Andrea_ suo suocero.
Ma siccome i Napoletani per poco goderono le tante virtù di Buono, così
all'incontro i Beneventani per molto ebbero a sofferire la crudeltà
e gl'inumani costumi di Sicardo; poichè questi datosi in braccio
a Roffrido suo cognato, figliuolo che fu dell'infame Dauferio, il
quale d'iniquità sormontava il padre, per li rei consigli di costui
si portò così crudelmente co' Beneventani, che gli pose nell'ultima
disperazione. Per le sue ingannevoli arti e modi accorti avevasi
Roffrido posto in mano il cuore di Sicardo, e ridottolo in tanta
servitù, che niente operavasi senza il suo consiglio. Roffrido fu
l'autore di tutte le scelleratezze adoperate da questo Principe: egli
in prima colle sue arti fallaci l'indusse senza cagione veruna a mandar
a perpetuo esilio Siconolfo fratello di Sicardo: fece imprigionare
quasi tutti i Nobili beneventani, e molti condennare a morte: e ciò per
fine sì reo, affinchè Sicardo abbandonato così da' congiunti, come da'
suoi Baroni, essendo interamente posto nelle sue mani, potesse un dì
più facilmente farlo morire, ed egli occupare il Principato. Per questi
medesimi perversi disegni fece, che Sicardo facesse tosare i capegli
a Majone suo cognato ed in un monastero lo chiudesse; fece strangolar
Alfano, il più fedele e forte, ed il più illustre uomo che avesse
quell'età; tanto che i Beneventani, non potendo più soffrire tanta
indignità e sì dura tirannia, finalmente furono risoluti di trovar modo
d'uccidere il proprio lor Principe.
Intanto da Sicardo con ugual ardore si proseguivano le guerre co'
Napoletani, i quali non potendo a lungo andare sostener le forze d'un
sì potente e crudel nemico, si risolsero finalmente per mezzo del
loro Vescovo Giovanni, accoppiandovi anche l'autorità di Lotario I,
Imperatore ed insieme Re d'Italia, a chi erano ricorsi, di ristabilir
di nuovo la pace co' Beneventani. L'opera e l'industria del Vescovo
Giovanni fu cotanto efficace, che se bene da Sicardo non potesse
ottener pace perpetua, l'ottenne però per cinque anni. Al che Sicardo
ne men sarebbe venuto, se Andrea, che allora governava il Ducato
napoletano, avendo chiamato in suo ajuto i Saraceni, non l'avesse per
timore de' medesimi fatto venire a concluderla[445]: siccome l'evento
lo rese chiaro, perchè rimandati che n'ebbe Andrea i Saraceni, Sicardo
cercava differirne la conchiusione: ma essendo ricorsi i Napoletani a
Lotario, vi mandò questi Contardo, il quale operò, che la pace fosse
con effetto stabilita (dopo il corso di sedici anni di continua e
crudel guerra) nell'anno 836, e furono di buona fede accordati i patti
con Giovanni Vescovo ed Andrea Duca.
L'istromento di questa pace o sia il Capitolare di Sicardo fatto per
la medesima, noi lo dobbiamo alla diligenza di Camillo Pellegrino[446],
dove molte cose notabili s'incontrano intorno a' riti ed alle leggi di
questi Popoli. Si rende ancora per questo istromento manifesto quanto
in que' tempi si stendessero i confini del Ducato napoletano e quali
fossero i luoghi adiacenti ed a quello soggetti. Si vede chiaro, che
oltre a Sorrento ed alcuni altri vicini castelli, abbracciava anche
Amalfi: che i patti e le convenzioni si regolavano secondo le leggi
longobarde, che in questi tempi erano la ragion dominante. Si conviene
ancora espressamente, che i Napoletani, siccome avean promesso in vigor
dell'altra pace firmata con Sicone padre di Sicardo, continuassero
a pagare a' Principi di Benevento ogni anno il solito tributo,
altrimente che potessero essere pegnorati. Che fra questi due Popoli
vi fosse, durando i cinque anni della pace, perfetta amicizia, e che
vicendevolmente non s'impedissero i loro negozj e traffichi, fossero
per mare o per fiume o per terra: che si restituissero con buona fede
i fuggitivi dell'una e dell'altra parte e le loro robe: e molte altre
capitolazioni ivi si leggono, che non fa mestieri qui rapportare.
Conchiusa questa pace, narrasi, che i Saraceni da Sicilia sbarcati a
Brindisi occupassero quelle città e depredassero i luoghi convicini,
ma accorsevi tosto Sicardo per reprimere questa irruzione; ancorchè
fosse stato ne' primi incontri rispinto, ristabilito meglio il suo
esercito, di nuovo andò ad assalirgli; onde vedendo i Saraceni non
poter resistere, datovi prima il sacco, bruciarono Brindisi, e fatti
schiavi molti di que' cittadini, co' medesimi e con la preda fecero in
Sicilia ritorno.
Narrasi ancora, che intorno a' medesimi tempi, surte fra gli Amalfitani
gravi discordie, molte famiglie di quella città fossero andate ad
abitare in Salerno, dove da Sicardo furono benignamente accolte; il
quale approffittandosi della congiuntura, e vedendo quasi vota quella
città d'abitatori, le medesime truppe, che egli avea unite contra i
Saraceni, le drizzò per l'assedio d'Amalfi, e rompendo la pace fatta
co' Napoletani ritornò a devastare i confini di questo Ducato: di
che Andrea Duca fieramente sdegnato, vedendo non poter colle proprie
forze reprimere la ferocia del nemico, spedì di nuovo Ambasciadori
all'Imperador Lotario, pregandolo di nuovi soccorsi: (ricorrevasi
agl'Imperadori d'Occidente, poichè da quelli d'Oriente, per le
rivoluzioni della Corte di Costantinopoli, niente potea sperarsi,
ed i soccorsi eran molto tardi e lontani) Lotario benignamente
ricevutigli, rimandò in Napoli Contardo: ma questi quivi giunto, trovò
ch'era cessato ogni pericolo per la morte opportunamente accaduta
di Sicardo[447], il quale da' Beneventani stessi era stato poc'anzi
ucciso; poichè questo Principe imperversando vieppiù contro i medesimi,
e dando l'ultime pruove della sua tirannide ed estrema avarizia, diede
in eccessi orribili. Per avidità di denaro carcerò _Deusdedit_ celebre
Abate di monte Cassino: spogliò molte Chiese e monasteri de' loro
poderi. Tolse per violenza a molti Nobili ed anche a gente di minor
condizione le loro sostanze; ed insultò di stupro una nobilissima
matrona beneventana. A tutto ciò s'aggiungeva la superbia di Adelchisia
sua moglie, e l'ignominia alla quale espose molte matrone beneventane,
che le fece denudare con esporle in pubblico per ludibrio della
gente, per vendetta che un dì fu lei per casualità veduta nuda da un
beneventano.
Ridotti per tanto i Beneventani nell'ultima disperazione, si risolsero
d'ucciderlo, ed avendo ben disposti i mezzi, fu il tiranno da' suoi
più domestici trucidato l'anno 839 con giusto compenso; poichè siccome
Sicone suo padre fece uccidere Grimoaldo, così Sicardo suo figliuolo
riportò condegna pena della colpa del padre e delle sue crudeltà e
scelleratezze. Non fu pianto da' Beneventani, e perciò di lui non si
legge tumulo alcuno in fra gli altri de' Principi beneventani. Morto
adunque il tiranno, fu concordemente eletto per Principe di Benevento
_Radelchisio_, che fu Tesoriere di Sicardo, Principe di nobili maniere
e di costumi d'ogni virtù adorni: nel cui Principato cominciarono le
cose de' nostri Longobardi a declinare, non pure per le scorrerie di
straniere nazioni, ma molto più per l'interne discordie de' Principi
stessi longobardi, onde si vide finalmente questo Principato diviso in
tre _Dinastie_: origine che fu della caduta dei Longobardi in queste
nostre province, come, dopo aver narrato la politia ecclesiastica di
questi tempi, si vedrà nel seguente libro di questa Istoria.