CAPITOLO V.

_CARLO M. da Patrizio diviene Imperador romano: sua elezione, e qual

parte v'ebbe LIONE III romano Pontefice._

Mentre che i Franzesi sotto Pipino con tanta ferocia ed ardire

guerreggiavan co' Beneventani sotto Grimoaldo, Carlo M., dopo aver

debellati i Sassoni, e scorsi molti luoghi del vasto Imperio, fermossi

finalmente nell'anno 795 in Aquisgrana, della qual città per l'amenità

del sito e de' suoi luoghi cotanto si compiacque, che di un nobilissimo

tempio adornolla: quivi trovandosi, gli fu recata novella della morte

di Adriano accaduta in Roma l'anno 796. Fu da Carlo inconsolabilmente

pianto, e fu tanto il dolore che n'ebbe, che volle anche manifestarlo

per un elogio da lui medesimo composto, che fece porre al suo sepolcro.

Intese ancora poco da poi, che il Popolo e Clero romano aveva in

suo luogo eletto Lione Prete Cardinale, che Lione III, fu detto: da

costui gli fu data parte della sua elezione per suoi Ambasciadori,

dimostrandogli ancora la sua mente, ch'era, seguitando i vestigi de'

suoi predecessori, di non voler riconoscere altro che lui per protettor

suo e della Chiesa; di vantaggio come Patrizio, ch'egli era di Roma,

gli mandò lo stendardo della città con molti altri doni, pregandolo nel

medesimo tempo di mandare un dei Signori della sua Corte per ricevere

da parte sua il giuramento di fedeltà, che gli presterebbe il Popolo

romano[405], il quale da lungo tempo aveva cominciato a scuotere il

giogo de' Greci, e voleva già assolutamente liberarsene. Carlo accettò

li donativi e l'omaggio che gli rendeva la prima città del Mondo,

e scelse il suo genero Anghilberto, per ricevere il giuramento de'

Romani, che lo riconobbero per loro Signore: ed in fatti, per questi

trattati avuti da Lione con Carlo, il Patriziato mutossi in dominio,

e da questo tempo fu, ch'egli esercitò in Roma il diritto di Sovrano,

rendendovi giustizia per suoi Commissari e per se stesso, come fu

avvertito saviamente da Pietro di Marca[406]: ed oltre a ciò, usando

della sua regal munificenza e generosità, mandò al Papa per Anghilberto

una gran parte di que' tesori immensi, ch'egli avea guadagnati nella

guerra contra gli Unni, da lui poco prima felicemente terminata per la

conquista della Pannonia: ed in tutti i rincontri che gli s'offerirono,

emulo di Pipino suo padre, pose tutto il suo studio ad ajutarlo nelle

persecuzioni che sofferse, e di proteggere ed innalzar quanto più potè

la Chiesa romana, come aveva fatto con Adriano suo predecessore, poichè

avendosi Lione inimicati Pascale e Compolo nipoti d'Adriano e molti

principali Signori di quel partito, che mal sofferivano, che il nuovo

Pontefice innovasse molte cose fatte da Adriano, costoro oltre d'averlo

accusato e fatto reo di molti e scellerati delitti, non potendone

mostrar poi documenti per provargli; un giorno mentr'era in una

pubblica e sacra funzione tutto inteso, gli corsero sopra, e presolo

gli diedero più colpi mortalissimi, lo strascinarono per le strade,

e si sforzarono di cavargli gli occhi e di troncargli la lingua; ma

riparatosi come potè meglio, fu dopo molte ferite, tutto bruttato di

sangue, chiuso nel monastero di S. Gerasimo in una stretta prigione; ma

liberato da poi da' suoi parteggiani, ed accorso in suo ajuto Guinigiso

Duca di Spoleto, questi dopo averlo condotto in Spoleto, lo mandò in

Francia a Carlo insieme con molti Vescovi ed altri Nobili, che vollero

seguirlo nel viaggio. Fu ricevuto da Carlo in Paterbona con uguale

stima, che fu da Pipino suo padre ricevuto Stefano, trattandolo con

infinito onore e somma magnificenza, ove Lione ebbe campo di mostrare

la sua innocenza, ciò che a torto aveva sofferto, ed in che falsamente

era stato da' suoi nemici accusato.

Ma nell'istesso tempo i suoi congiurati in Roma, per l'assenza del

Pontefice fatti più altieri, non mancarono di opporsi a' sforzi di

Lione: essi mandarono a Carlo molte accuse, per le quali mostravano

Lione reo di molti e gravi delitti. Parve al Re rimandarlo in Roma

accompagnato magnificamente, per doversi ivi conoscere giuridicamente

i meriti di questa causa, e lo fece accompagnare da dieci Commissari,

due Arcivescovi, cinque Vescovi e tre Conti e molti Franzesi, per

conoscere di questo negozio. Fu ricevuto il Papa in Roma con solenne

applauso e molta pompa; e venendosi all'esame de' carichi che gli eran

dati da Pascale e Campolo e da' loro complici, per iscusar l'esecrando

attentato da essi commesso nella sua persona; non provandosi niente de'

delitti, de' quali veniva imputato, i Commissari di Carlo mandarono

gli accusatori sotto buona guardia al Re. Erasi Carlo, dopo aver

gloriosamente trionfato degli Unni, incamminato già verso Italia,

invitato da Pipino, il quale mal poteva solo abbattere la alterigia di

Grimoaldo, che il Principato di Benevento reggeva già con libero ed

assoluto imperio: e giunto in Italia volle essere di persona in Roma

per conoscer di questa causa, e render al Papa quella giustizia che

egli dimandava.

Fu da Lione a' 24 novembre di questo anno 799, dal Clero e dal

Popolo romano ricevuto Carlo con segni di venerazione e di stima, i

maggiori che potevan mai praticarsi: e fatto questo Principe, dopo

alquanti giorni del suo arrivo, raunare nella chiesa di S. Pietro gli

Arcivescovi, Vescovi ed Abati e tutti i Signori romani e franzesi,

assiso egli col Pontefice in questa grande Assemblea, fece esaminar

questa causa e proccurò che si facesse esatta discussione de' delitti,

de' quali era stato Lione accusato; ma non essendovi dall'una parte

pruova alcuna, nè alcun testimonio che si presentasse per sostenere

queste calunnie, e dall'altra protestandosi tutti i Prelati, non dover

la Santa Sede ed il Papa esser giudicato da nessuno, e che toccava a

lui stesso di giudicarsi; allora il Pontefice disse, che seguendo le

vestigia de' suoi predecessori, egli era tutto pronto di giustificarsi

nella medesima maniera, che coloro avevano fatto più d'una volta:

perciò il giorno seguente, montando egli sopra la tribuna, tenendo

in mano il libro de' santi Vangeli, nel cospetto di tutti, volle con

solenne giuramento, come innocente purgarsi, altamente protestando e

giurando se essere innocente di tutti i delitti impostigli da' suoi

persecutori. Sopra di che tutta la chiesa rimbombò dell'acclamazioni di

una sì augusta Assemblea, che ricevè questa protesta e giuramento del

Papa come un Oracolo, che l'assicurava pienamente della sua innocenza.

Così Lione essendosi giustificato appresso tutti, ciò ch'era la cosa

che Carlo M. stimava più importante, fu rimesso ad un'altra Assemblea

il giudicio di Pasquale e de' di lui complici.

Ma questo Pontefice riconoscendo da Carlo tanti beneficj, pensò

più seriamente come potesse rendergline quella gratitudine che

meritavano[407], e come in avvenire potesse la Chiesa romana

star più che sicura della sua protezione e del suo aiuto, giacchè

dagl'Imperadori d'Oriente non era più che sperarne, anzi molto da

temerne. Allora fu, che si pose in opra il più bel ritrovato che mai si

potesse uom immaginare, a fin di render questo Principe più tenuto che

mai alla Sede appostolica; e che si proccurasse da poi da' Pontefici

romani una funzione che non essendo in questi tempi reputata altro,

che una pura e semplice cerimonia, d'interpretarla per una delle più

potenti ragioni del dominio temporale, ch'essi vantan tenere sopra

tutto il Mondo cattolico, e che gli adulatori di quella Corte seppero

tanto ben colorire ed inorpellare, che lo persuasero per più secoli a

quasi tutta l'Italia ed a molte parti ancora dell'Occidente. Questo fu

d'innalzar Carlo da Patrizio ch'egli era, in Imperadore romano, ciò

che dissero la traslazione dell'Impero dell'Occidente ne' Franzesi;

e che in verità non fu altro nella persona di Carlo, che d'un volersi

assumere un nome più spezioso ed augusto, il che gli altri Re d'Italia

come Teodorico pure avrebbero potuto farlo, ma non vollero mai porre in

effetto.

Alcuni Scrittori francesi[408] vogliono darci a credere, che Carlo

fosse stato, ad esempio di Teodorico, anche alieno di curarsi questo

spezioso titolo, e che Lione, cotanto a lui obbligato, guidando questa

cosa, avesse concertato il tutto co' Romani e con gli altri Popoli,

che allora si trovavan in Roma, senza che Carlo niente ne sapesse,

di acclamarlo Imperador romano, mentre egli nelle feste del santo

Natale dovea condursi in chiesa, e ponergli la clamide e la corona

imperiale, come si fece; ma ciò lo credano i più semplici, e coloro che

ignorano le circostanze, che precederono a questo fatto; poichè Carlo

per altri riscontri che ci restano nell'istorie[409], è manifesto che

ambisse questo titolo, dovuto per altro a' suoi meriti ed al suo vasto

Imperio, che avevasi, parte per ragion di successione, parte per armi

conquistato, come qui a poco diremo.

Certamente il gran Teodorico Re d'Italia avrebbe forse con maggior

ragione potuto assumere questo titolo d'Imperador d'Occidente, nel che

avrebbe avuto anche il consentimento di Lione Imperador d'Oriente; ma

egli, come si è detto nel libro terzo di questa Istoria, deponendo

l'abito gotico, non già d'imperial diadema, ma di regie insegne

volle coprirsi, e Re dei Goti e de' Romani volle esser proclamato: e

narra Procopio, che a questo Principe solamente il nome d'Imperadore,

ch'egli non volle assumere, mancava, ma che in realtà era tale, così

se si riguardava la sovranità del suo Imperio, come l'estensione

de' suoi dominj. Egli non solo, ad esempio degli altri Imperadori

d'Occidente, aveva stabilita la sua sede in Ravenna, dominando quindi

tutta l'Italia; ma tenne ancora sotto la sua dominazione la Sicilia, la

Rezia, il Norico, la Dalmazia colla Liburnia e l'Istria ed una parte

dei Svevi, e quella parte della Pannonia ov'era Sigetino e Sirmio.

Riteneva ancora parte della Gallia, per la quale co' Franzesi venne

sovente alle armi; e per ultimo reggeva, come tutore d'Amalarico suo

nipote, la Spagna: onde se a Teodorico fosse venuta voglia di assumer

questo titolo, e portarsi in Roma a farsi porre la corona dal Papa,

ch'era suo suddito, e farsi ungere, come cominciarono ad usare in

appresso i Principi cristiani da' suoi Vescovi, si sarebbe anche detto,

che i Pontefici romani trasferiron da' Romani l'Imperio d'Occidente

ne' Goti, come si dice ora di questa traslazione da essi fatta ne'

Franzesi.

Ma perchè si vegga chiaramente che per questo fatto niente altro

s'acquistò a Carlo che il solo nome di Imperador romano, niente più gli

diedero o potevano dare i Romani ed il Papa, che tale lo acclamarono,

che questo titolo, il quale non portò a lui ragione alcuna sopra gli

altri Stati e Regni d'Occidente, i quali per lungo corso d'anni furono

sotto la dominazione d'altri Principi; egli sarà bene di ponderare,

che molto tempo prima, che questo Principe fosse nomato Augusto,

l'Imperador greco aveva già perduto il dominio di quasi tutte le

province d'Occidente, le quali _jure belli_ erano passate sotto la

dominazione d'altri Principi e di Carlo medesimo per la maggior parte;

tanto che per questa acclamazione, siccome egli non si fece più ricco,

così niente per lei si tolse all'Imperador d'Oriente, nè agli altri

Principi sopra i loro Reami e Stati ch'essi possedevano.

Aveva già Carlo discacciati da Italia i Longobardi, che n'erano

Signori, e al suo Imperio aveala soggettata. Roma, che un tempo

fu sede dell'Imperio di Occidente, sin dal tempo di Lione Isaurico

avea cominciato a scuotere il giogo, e se bene lungo tempo i Greci

v'avessero tenuta un'ombra di lor signoria, erasi quella finalmente

data a Carlo M., che ne ricevette il giuramento di fedeltà per

Anghilberto, come narrano i più gravi Istorici; e prima d'assumer

questo titolo aveva esercitato in essa le ragioni di Sovrano, come

può esser ben chiaro a chi riflette l'accuse date a Lione; poichè se

bene lasciasse i Romani vivere colle proprie leggi e sotto i medesimi

Magistrati, però la potestà suprema era come Patrizio a lui riserbata,

e la ritenne da poi come Imperadore; e l'Esarcato di Ravenna, sede

che prima fu degl'Imperadori d'Occidente e poi degli Esarchi, primo

Magistrato in Italia degl'Imperadori d'Oriente, ancorchè tolto a'

Longobardi, fosse stato conceduto alla Chiesa romana, si ritennero

però in quello così Pipino, come Carlo le ragioni della sovranità e

del dominio eminente: in breve quasi che tutta Italia, toltone queste

nostre province, era già passata sotto la dominazione di Carlo prima

dell'assunzione di questo titolo. Parimente egli è certo, che questo

Principe per successione e per conquista possedeva tanto di dominio

nell'Occidente, quanto non ebbe mai nessuno Imperadore dal tempo

della divisione dell'Imperio; poichè oltre alle Gallie, dove egli

regnava per successione come Re di Francia, aveva conquistata parte

della Spagna insin'all'Ebro. Per lo medesimo diritto di conquista

possedeva l'Istria, la Dalmazia, tutta la Pannonia sino a' confini

de' Bulgari e della Tracia, ed ancora tutta la Dacia continente,

la Valachia, Moldavia e Transilvania. E se egli non ebbe la Spagna

di là dall'Ebro, e quella parte dell'Affrica, ch'era dell'Imperio

d'Occidente, prima che i Vandali, e lungo tempo da poi i Saraceni, se

ne fossero impossessati, aveva egli dall'altra parte ciò che i Romani

non poterono mai conquistare, cioè tutta quella vasta estensione di

paese, ch'è tra 'l Reno e la Vistola, l'Oceano settentrionale ed il

Danubio, divisa ora tra tanti Principi, città libere e Repubbliche,

di cui una sola parte compone ciò che si chiama oggi giorno l'Imperio

romano: ed Eginardo[410] scrive, che i Re che dominavano allora nella

G. Brettagna, gli erano talmente sommessi, che nelle loro lettere lo

chiamavan sempre lor Signore, con sottoscriversi di lui servidori e

sudditi.

Vacando dunque per tre secoli l'Imperio d'Occidente, e diviso in tanti

Principati e Regni, essendosene molti uniti nella persona di Carlo,

parte per ragion di successione, e moltissimi per diritto di conquista,

tanto che arrivò a posseder in Occidente molto più che gli altri

Imperadori Occidentali, e precisamente que' che vi furono da Onorio

insino ad Augustolo, non deve per questa parte riputarsi cosa molto

impropria e strana, se i sudditi di Carlo, ciò ch'egli era in realtà,

avessero voluto anche proclamarlo Imperadore, e dargli quest'augusto

titolo ben proprio e corrispondente al suo vasto Imperio, che teneva

in Occidente. In effetto questo nome non dal solo romano Pontefice, che

guidò questa azione, gli fu dato, nè solamente da' Romani, ma da tutti

i Popoli di varie nazioni, che portò seco Carlo in Italia. Narrano

Paolo Emilio[411] e molti altri Scrittori più antichi di lui, che

questo Principe fu accompagnato in Italia, non solamente da moltissimi

Signori franzesi, ma da infiniti altri di nazioni diverse, che a lui

ubbidivano, Sassoni, Borgognoni, Teutonici, Dalmazj, Bulgari, Pannonj,

Transilvani ed altri.

Ed è anche presso a' medesimi certissimo, che dopo il terzo dì che

fu discussa la causa di Lione, essendo quello in cui celebravasi il

giorno Natalizio di Nostro Signore, si portò questo Principe nella

chiesa di S. Pietro a solennizzarlo con grande apparecchio, ed entrò

in essa accompagnato dal Papa e molti Prelati e Magistrati romani, e

seguitato da tutti i Signori franzesi e romani e da tutto il corteggio

degli altri, ove ritrovò un'infinita moltitudine di Popolo non sol

romano ma mischiato di tante altre Nazioni. Mentre Carlo orava a piè

del sepolcro de' Santi Appostoli, il Papa, che per quest'effetto teneva

pronto ed apparecchiato il manto imperiale ed una ricca corona d'oro,

da poi ch'ebbe Carlo finita la preghiera, diede segno a' Magistrati

romani ed a que' Baroni, che erano intorno, e che stavano intesi di

ciò che doveasi fare, e postogli la corona sul capo con tutti gli altri

cominciò a gridare: _A Carlo Augusto da Dio coronato, grande e pacifico

Imperador de' Romani, vita e vittoria_[412]: e risonando queste voci

in ogni cantone, tutti insieme come di concerto, il Papa, il Senato, i

Romani, i Franzesi ed il Popolo misto di tante nazioni, in una voce ed

in un medesimo spirito, si misero a gridare con tutta la lor forza la

medesima cosa, ch'essi ripigliarono sino a tre volte[413]. Sedata che

fu l'acclamazione del Popolo, Lione, che aveva apparecchiato ogni cosa

per una sì augusta cerimonia, gli diede l'unzion sacra, non mai più

per l'innanzi ricevuta da niun Imperadore d'Occidente, e lo vestì d'un

lungo ammanto imperiale alla romana: unse ancora Pipino, che si ritrovò

presente a questa funzione, come Re d'Italia: e da poi che Carlo ricevè

dal Papa, dal Senato e da tutti gli altri che vi furono presenti,

tutti gli onori soliti praticarsi verso gli antichi Imperadori romani,

riconoscendolo per lor Sovrano, egli all'incontro giurò, che sarebbe

stato sempre Protettore e Difensore della Santa Chiesa romana per

quanto saprebbe e potrebbe: da indi in poi, deposto il titolo di

Patrizio, prese quello d'Augusto e d'Imperadore, ch'egli trasmise alla

sua posterità[414].

Ecco ciò che si chiama traslazione dell'Imperio di Occidente a'

Franzesi, dal cui fatto niente possono ricavare i Pontefici romani

per sostentar le altre loro pretensioni; perchè se bene Lione, come

uno de' principali della città di Roma, avesse guidata quest'azione, a

cui più d'ogni altro ciò importava, per obbligar maggiormente Carlo a

protegger la sua Chiesa, e venisse con ciò intieramente a cedere tutto

quello, che i suoi predecessori s'aveano guadagnato sopra Roma, è però,

presso coloro che sono intesi dell'Istoria Augusta, noto abbastanza,

che non altrimente si solevano acclamare anticamente gl'Imperadori

romani. Le acclamazioni si facevano dal Popolo e da' soldati, ma

da alcuni privati era a lor proposta la persona, che essi doveano

acclamare. Niun però sognò d'attribuire l'elezione a que' pochi, che

proponevan la persona e non al Popolo ed a' soldati, che lo gridavano

ed acclamavano Imperadore; ed inoltre queste acclamazioni denotavano

non solo il presente, ma anche l'antecedente consenso del Popolo.

Molto meno potranno sostentar le loro pretensioni per la coronazione ed

unzione che Carlo ricevè per Lione; poichè crediamo esser oggi mai a

tutti notissimo, queste essere pure cerimonie, che non s'appartengono

punto alla sostanza dell'Imperio, in guisa che potesse dirsi, che chi

le fa, dia con esse l'Imperio o il Regno. Furono queste cerimonie

introdotte da' Principi cristiani, forse seguendo l'esempio degli

antichi Re della Giudea, che usavano farsi ungere da' Sacerdoti; ed i

primi, che l'introdussero in Occidente, furono i Re di Spagna e quelli

di Francia, seguitati da poi dagli altri, il che gli Orientali anche

abbracciarono[415]. In Francia il Re Cristianissimo dal Vescovo di Rems

riceve questa cerimonia. In Ispagna quel Re dall'Arcivescovo di Toledo.

I Re d'Italia solevan farsi ungere ed incoronare dagli Arcivescovi

di Milano: quei d'Inghilterra dall'Arcivescovo di Cantorberi: quei

d'Ungheria dal Vescovo di Strigonia: e gli altri Re ciascuno da'

suoi Vescovi: infino il nostro Arechi, come si è veduto, Principe di

Benevento, volle farsi ungere e coronare da' suoi Vescovi beneventani:

e sarebbe privo d'ogni buon senso chi dicesse che da questi Vescovi si

facessero, o costituissero tanti Principi, Re o Imperadori.

Anche in Oriente nel sesto secolo Giustino Imperadore si fece coronare

da Giovanni[416] Patriarca di Costantinopoli: eppure questo Imperadore

dopo sei anni volle essere di nuovo incoronato da Giovanni R. P.

Molti Principi non una, ma più volte vollero usar queste cerimonie:

Pipino padre di Carlo M. si fece ungere la prima volta da Bonifacio

Arcivescovo di Magonza; e tre anni da poi da Stefano R. P. Carlo

stesso ben due volte fu unto ed incoronato, ed imitando suo padre

fece far l'istesso a' suoi figliuoli Pipino Re d'Italia e Lodovico Re

dell'Aquitania[417]. Queste cerimonie adunque non danno Imperj o Regni,

ma suppongono colui che le vuole già Imperadore o Re; siccome non

minor vanità sarebbe, dal giuramento che diede Carlo di voler essere

Protettore e Difensore per quanto potrà della Chiesa romana, ricavarne

alcun frutto, come se quello fosse stato un giuramento di fedeltà o di

ligiomaggio, come alcuni hanno pur sognato.

Ma siccome i Pontefici romani niente possono ricavar da questo fatto;

molto meno ne potè ricavar Carlo stesso o gli altri Imperadori suoi

successori da sì augusto e spezioso titolo, rispetto agli altri

Principi, che a lui non eran sottoposti. Niuna ragione potè di nuovo

recarsegli a riguardo degli altri: e perciò quei Principi ritennero i

loro Reami liberi ed independenti, onde non ragione vantano esser veri

Monarchi, ed i loro Stati vere Monarchie: perciò i Re di Spagna, che

liberi ed assoluti Signori furono sempre de' loro Reami, vantano con

ragione il Regno loro esser Monarchia, nè per conto alcuno all'Imperio

d'Occidente sottoposto. Il Regno d'Inghilterra, dicono i Franzesi e

con essi Gujacio[418], che un tempo salutò l'Imperio come Feudatario,

ma gl'Inglesi, e per essi Arturo Duck[419] costantemente lo niegano.

Carlo istesso, siccome tutti gli altri Imperadori suoi successori,

usarono in Italia la loro Sovranità e Signoria, non perchè forse questo

titolo d'Imperadore portasse loro questa ragione, ma come Re d'Italia

ch'egli era, e siccome furono i suoi successori, i quali si fecero

per ciò in Milano acclamar per tali, ed ungere ed incoronare da quello

Arcivescovo; ed aggiunsero alle leggi longobarde altre lor proprie, non

come Imperadori, ma come Re d'Italia e successori de' Re Longobardi.

Venne sì bene in pensiero a Carlo M., come narra Paolo Emilio[420],

d'unire all'Imperio la Francia e sottoporla alle leggi di quello, ma i

Grandi di Francia abborrirono tal unione: _Cur milites tuos, dicevano,

Regnum tuum, Franciam tuam, Imperii provinciam facere studes Imperioque

subjicere?_ Ond'è che i Franzesi pretendono, che più tosto l'Imperio

fosse membro della Monarchia franzese, che la Francia dell'Imperio.

Che che ne sia, egli per quel che riguarda il nostro instituto, è da

notare, che Carlo M., con tutto questo suo augusto titolo d'Imperadore,

niente rilevò sopra il nostro Ducato di Benevento, sopra quel di

Napoli, e sopra ciò che ritenevano ancora i Greci in queste nostre

province; ond'è che questo Regno dall'Imperio novellamente surto

d'Occidente fu riputato sempre diviso ed independente, e perciò con

ragione vanta i pregi d'una vera _Monarchia_. Si renda più che mai

Augusto e con titoli e con fatti eccelsi Carlo M., che all'incontro

Grimoaldo Principe di Benevento non vuol al suo Imperio sottoporsi.

Le guerre mosse da lui e dal suo figliuolo Pipino contro Grimoaldo,

ora più che mai proseguono ostinate e crudeli; e Grimoaldo altamente

si protestava di voler esser sempre libero così come egli era nato,

resistendo sempre a tutti i Franzesi ed a Pipino impegnato per

abbatterlo, e di ridurre, benchè invano, sotto la sua dominazione

Benevento. E non pure i Popoli di quelle città del nostro Regno,

ch'erano rimase sotto l'Imperio de' Greci, non riconoscevano Carlo

per Imperador romano, reputando questo titolo proprio dell'Imperador

di Costantinopoli; ma gli stessi Beneventani erano ancora di ciò

persuasi, tanto che l'Anonimo Salernitano non merita que' rimproveri

dal Pellegrino, se nella sua istoria, introducendo que' Vescovi che

davano questo titolo a Carlo M. dice, che essi glie lo davano, perchè

così lo chiamavano tutti i suoi Corteggiani e quella gente che portava

seco; poichè, e dice, non può in niun modo chiamarsi Imperadore, se

non colui, che presiede nel Regno romano, cioè costantinopolitano:

e che i Re di Francia allora s'usurpavano quel nome, che essi prima

non avevano mai avuto[421]: nome che per lunga serie d'anni fu sempre

contrastato a' successori di Carlo dagl'Imperadori d'Oriente; poichè

se bene l'Imperadrice Irene e poi Niceforo avessero proccurato tener

alleanza con Carlo, e regolando i termini dei due Imperj, per porvi

ben fermi limiti, e per togliere ogni occasion di contesa, avessero

riputato avere il Principato di Benevento, come un confine ed una

barriera, e col trattato che fu tra di loro conchiuso, avessero

confermato il titolo d'Imperadore a Carlo M., nulladimeno gl'Imperadori

d'Oriente successori di Niceforo, rompendo tutti i preceduti trattati,

mossero ai di lui successori non solamente guerra per le province,

che pretendeano essere state tolte al lor Imperio, ma anche per

questo nome d'Imperadore, che non vollero a patto veruno accordargli;

nè mai Imperadori o Re d'Italia, ma solamente Re di Francia erano

da essi nomati. Anzi l'Imperadore Basilio, avendogli i Legati del

Pontefice Adriano II recate alcune lettere, nelle quali il Re Lodovico

si chiamava Imperadore; ordinò che si radesse in quelle il nome

d'Imperadore, e mandò un suo Legato a Lodovico, al quale per sue

lettere esortò, che per l'avvenire s'astenesse dal nome d'Imperadore;

ma alle querele di Basilio, Lodovico rispose con una ben grave e forte

lettera, che vien rapportata dal Baronio[422] ne' suoi Annali e da

Federico Morelli[423] nelle note a' Temi di Costantino Porfirogenito,

il quale pure, imitando l'esempio di Basilio suo avo, non diede mai

nome d'Imperadore a' successori di Carlo, chiamandogli semplicemente

Re di Francia. Rimasero adunque queste nostre province, sin dal tempo

che risorse il nuovo Imperio d'Occidente, distaccate ed independenti

dall'Imperio, quando lo tennero i Franzesi, e molto più quando

ristretto in una parte della Germania, pervenne in mano degli Alemanni

e d'altre Nazioni, come chiaramente vedrassi nel corso di questa

Istoria.

Carlo intanto, mandati che ebbe ad intercession di Lione in esilio

i suoi accusatori (poichè egli l'aveva condennati a pena capitale)

trattenendosi nel principio di quest'anno 801 in Roma, partì poi da

questa città nel mese d'Aprile, e portossi in Pavia, dove volle agli

editti de' Re longobardi suoi predecessori aggiungere nuove leggi,

che allo stato presente d'Italia fossero più conformi e necessarie.

Molte altre leggi stabilì intorno alle cose ecclesiastiche, praticando

all'uso di Francia, di convocare prima di promulgare, non pur

l'Ordine de' Nobili, de' Magistrati e de' Giudici, come facevano i

Longobardi, ma anche l'Ordine ecclesiastico de' Vescovi, Abati ed

altri Prelati della Chiesa; poichè in questi tempi l'Ordine del Terzo

Stato non era ancora entrato in Francia a parte ne' comuni affari e

deliberazioni[424]. Queste sue leggi, ch'egli stabilì in Pavia come Re

d'Italia, si leggono ancora nel Codice Cavense dopo gli editti degli

altri Re longobardi suoi predecessori: ond'è che ne' tre libri delle

leggi longobarde il compilatore de' medesimi v'inserì anche alcune

di quelle, fra le quali una[425] ve n'è, dove non meno a' Romani

si lasciano intatte le loro leggi, e che secondo quelle dovesser

vivere, che a' Longobardi le loro; e testifica Carlo Sigonio[426]

conservarsi anche in Modena queste leggi, rapportando il proemio delle

medesime consimile a quelli che i Re longobardi solevan preporre a

loro editti. Ciò che i Goti ed i Longobardi chiamarono _Editti_, i

Franzesi appellarono _Capitolari_. Furono così chiamati, perchè, come

dice Doujat[427], erano disposti per capitoli, ovvero capi. Al di loro

esempio gli altri Principi chiamaron pure le loro leggi Capitolari:

anche i nostri Principi longobardi, con tutto che fieri ed ostinati

nemici de' Franzesi, non si sdegnarono in ciò imitargli; onde le leggi

che nel Principato di Benevento furono stabilite da que' Principi,

_Capitolari_ si dissero; e presso Camillo Pellegrino si leggono perciò

i _Capitolari_ d'Arechi, di Sicardo, di Radelchisio e d'altri Principi

beneventani.

Non pure lasciò Carlo intatte le leggi romane e le longobarde, ma,

per quanto la condizione di que' barbari ed oscuri tempi comportava,

si sforzò di restituire la giurisprudenza romana in qualche lustro.

Si riconosceva questa e si racchiudeva non già, come si è veduto, da'

libri di Giustiniano, de' quali in questi tempi in Occidente poca era

la notizia e molto minore l'autorità; ma dal Codice di Teodosio e dal

suo Breviario compilato per Alarico: e quantunque distratto da varie

militari cure, e per la mancanza de' Professori e per l'ignoranza del

secolo, non potesse ridurre ad effetto il suo desiderio, emendò però

come potè meglio il Breviario d'Alarico, donde la legge romana era nel

Foro a' Giudici allegata.

L'esempio del padre imitò Pipino Re d'Italia: ci restano ancora di

lui i suoi Capitolari[428], che come Re d'Italia promulgò, i quali

parimente dopo gli editti de' Re longobardi leggiamo nel mentovato

Codice Cavense: molte sue leggi perciò da quelli estratte, vediamo

inserite nel volume delle leggi longobarde[429]: donde si vede

chiaro, che le leggi che Carlo e gli altri Imperadori d'Occidente suoi

successori stabilirono come Re d'Italia, e che si vedono inserite nel

Corpo delle leggi longobarde, ebbero in Italia forza e vigore, non

perchè fatte come Imperadori, ma come Re d'Italia ch'essi erano. Così

Pipino che non fu mai Imperadore (onde devono emendarsi nel volume

delle leggi longobarde quelle iscrizioni, che portano alcune sue leggi

d'_Imperator Pipinus_) perchè vivente l'Imperador Carlo suo padre era

stato costituito Re d'Italia, fece perciò come tale le sue leggi, le

quali in essa ebbero tutto il vigore, e fra le leggi longobarde de' Re

furono annoverate.

Morì Pipino sul fine dell'anno 810 da poi che Carlo suo padre avea

conchiusa in Aquisgrana la pace con Niceforo, e morì assai giovane in

età di trentatre anni, l'anno 29 del suo Regno, non lasciando che un

figliuolo naturale chiamato Bernardo in età di dodici in tredici anni,

il quale due anni da poi fu dall'avo creato Re d'Italia.

Un anno appresso, sul fine del 811, trapassò ancora Carlo primogenito

dell'Imperadore, a cui il padre avea destinata la Francia colla Turenna

ed una parte del Regno di Borgogna, e morì senza lasciar figliuoli: di

maniera che de' tre figliuoli che egli avea destinati per successori

ne' suoi Stati, non gli rimase che Lodovico Re dell'Aquitania; perciò

associollo all'Imperio, e lo fece coronare in Aquisgrana nel mese di

settembre dell'anno seguente 813. Morì pure in fine, dopo aver regnato

47 anni in età di 70 l'invitto Carlo, Principe che riempiè il Mondo

della sua fama, e che meritamente acquistossi il soprannome di Grande:

morì in Aquisgrana l'anno 814 il dì 28 del mese di gennajo, lasciando

per suo successor dell'Imperio e dei Regni di Francia, di Aquitania e

di Germania _Lodovico_ suo figliuolo, soprannomato il _Pio_, ovvero il

_Buono_, e _Bernardo_ suo nipote Re d'Italia.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2 · 第 32 / 52 题