_Politica ecclesiastica delle Chiese e Monasteri del Principato
beneventano._
Divisa la Chiesa greca dalla latina, e vie più crescendo le occasioni
d'una irreconciliabile separazione, e rimanendo sotto l'Imperio greco
molte città di queste nostre province, si vide la politia delle nostre
Chiese non in tutte uniforme, ma molto varia e discorde: secondando
la politia della Chiesa quella dell'Imperio. Il Regno d'Italia
trapassato da' Longobardi franzesi sotto Carlo M., che fu eletto ancora
Imperadore d'Occidente, era governato da questo Principe non tanto con
questo spezioso titolo, quanto come Re, ed amava non meno intitolarsi
Re d'Italia, ovvero dei Longobardi che di Francia ed Imperadore.
Quindi, ancorchè i nostri Principi beneventani si opponessero alla
sovranità, ch'egli come Re d'Italia, e succeduto in luogo de' Re
longobardi, pretendeva sopra il Principato di Benevento; nulladimanco
il titolo d'Imperadore il rendè da poi più Augusto e più tremendo;
e le occasioni, che si presentarono così a lui, come agl'Imperadori
Lodovico e Lotario suoi successori, resero i nostri Principi longobardi
beneventani agli Imperadori d'Occidente tributari; onde avvenne, che
la politia di tutte le Chiese, ch'erano dentro i confini d'un sì vasto
ed ampio Principato, s'adattò a quella dell'Imperio d'Occidente, ed
alla disposizione che Carlo M. e gli altri Imperadori suoi successori
diedero alle Chiese occidentali, delle quali, anche di quelle ch'erano
dentro il Principato di Benevento, ne presero cura e protezione. Furono
in conseguenza le Chiese di questo Principato sottoposte alla Chiesa
latina, e dal Patriarca d'Occidente come prima erano rette e governate:
in niente potendo in quelle prevalere il potere e l'ambizione del
Patriarca d'Oriente.
Carlo M. adunque eletto Imperadore d'Occidente, e rendutosi per
li segnalati servigi prestati alla Chiesa romana cotanto di lei
benemerito, spinse Adriano e Lione III, romani Pontefici, a ricolmarlo
de' più grandi onori, che si fossero giammai intesi. Fuvvi una
vicendevol gara fra essi di liberalità e cortesia. Carlo in profondere
province, città, giurisdizione ed altri beni temporali: i Pontefici
all'incontro lo ricompensavano di beni spirituali. In cotal guisa
terminaronsi a confondere le due potenze, e quando prima i confini
che le separavano eran ben chiari e distinti, si resero da poi assai
più confusi ed incerti: onde dai savj[448] fu creduto, che Carlo M.
venne assai più di quel che fece Costantino M. ad accelerare non meno
la ruina della potestà politica dell'Imperio, che della Chiesa stessa,
corrompendo vie più la sua antica disciplina.
Quantunque il Baronio[449] e Pietro di Marca[450] riputino favoloso
il Concilio lateranense, che Sigeberto[451] narra essersi convocato
da Adriano in Roma, da poi che Carlo ebbe trionfato del Re Desiderio,
creduto per vero da Graziano[452] che seguì la fede di Sigeberto, dove
narrasi essersi conferita a Carlo M. la potestà d'eleggere il Papa
ed ordinare la Sede appostolica; nulladimanco, se a Carlo non fu tal
facoltà espressamente conceduta da Adriano per quel Sinodo, siccome
fece da poi Lione VIII a Ottone I, ebbe egli in effetto quella ragione,
che niun Papa senza il suo consenso e permesso potesse consecrarsi:
siasi ciò introdotto per consuetudine, come dice Floro Magistrato[453]
che visse ne' tempi di Lodovico Pio: siasi per concessione di Papa
Zaccaria, come credette Lupo Ferrariense[454]: sia perchè non volle
egli esser riputato meno degl'Imperadori d'Oriente, i quali erano in
possesso di confermare il Papa eletto, nè poteva esser consecrato, se
prima l'Imperadore non l'approvava; egli è certo, che Carlo disponeva
della Sede appostolica a suo modo, con compiacimento degli stessi
romani Pontefici, li quali volentieri lo permettevano, così per
rendersi grati a Carlo per li tanti e sì segnalati beneficj ricevuti,
come anche per togliere affatto ogni speranza agl'Imperadori d'Oriente
di racquistare sopra la Chiesa di Roma questa preminenza, della quale,
perduto l'Esarcato e Roma, n'erano stati spogliati.
Stabilì per tanto Carlo l'elezione del Pontefice romano nella stessa
guisa appunto com'era stabilito, quando gl'Imperadori d'Oriente
dominavano Roma, cioè che fosse il Papa eletto dal Clero e dal Popolo,
ed il decreto dell'elezione fosse mandato all'Imperadore, il quale
se l'approvasse fosse l'eletto consecrato. Morto Carlo, li suoi
successori Lodovico Pio e Lotario si mantennero in questo possesso; e
quantunque alle volte i Papi eletti dal Clero e dal Popolo si fossero
fatti consecrare, senza aspettar decreto dell'Imperadore, come accadde
nell'elezione di Pascale; nulladimanco questi mandò tosto a scusarsi
con Lodovico figliuolo di Carlo, che non era ciò proceduto per sua
volontà, ma per forza del Popolo, che così aveva voluto. Restituì
bensì Lodovico per suoi capitolari la libertà dell'elezioni non pur
de' Papi, ma di tutti i Vescovi; ma non perciò derogò all'assenso
ed all'approvazione del Principe, come ben pruova l'Arcivescovo di
Parigi[455]; anzi questo insigne Scrittore, per la testimonianza di
Floro Magistro, Autore contemporaneo, dimostra che Lodovico sempre
fu richiesto dell'assenso, nè permetteva la consecrazione senza il
suo permesso, rapportando ancora, che dopo l'anno 820 essendo stato
eletto Gregorio IV non fu prima ordinato, se non da poi che il Legato
di Cesare giunto a Roma non esaminò l'elezione: tanto è lontano ciò
che alcuni ingannati dall'apocrifo C. _Ego Ludovicus_[456], dissero,
che Lodovico avesse rinunziata questa facoltà di confermare il Papa
eletto. Essendo ancor certo, che non pur Lodovico, ma anche Lotario
di lui figliuolo e Lodovico II suo nipote confermarono tutti i Papi
eletti nelle loro età[457]: e non se non quando s'estinse in Italia la
posterità di Carlo M. nell'anno 884 Adriano III fece decreto, che il
Pontefice si consecrasse senza l'Imperadore.
Si prese anche Carlo pensiero d'ordinare le Chiese d'Occidente con suoi
Capitolari, convocando di sua autorità i Sinodi, dove fece intervenire
non meno i Prelati della Chiesa, che i Signori del secolo, stabilendovi
regolamenti non meno per lo temporale, che per la disciplina delle
Chiese stesse, facendo egli diverse leggi ecclesiastiche per la
distribuzione delle rendite e possessioni delle Chiese e delle decime:
rinovando molti degli antichi canoni, ch'erano andati in disuso.
Ma assai maggiore autorità s'assunse Carlo, eletto che fu Imperadore,
intorno all'elezione ed ordinazione de' Vescovi, ed il tutto fece
con permessione degli stessi romani Pontefici. Restituì egli bensì
la libertà a' Popoli ed al Clero d'eleggere li Vescovi, ma prescrisse
loro più leggi intorno all'elezione: che dovessero eleggere uno della
propria Chiesa o Diocesi: che i Monaci dovessero eleggere l'Abate,
dal loro proprio monastero; e con autorità della Sede appostolica,
e consenso dei Vescovi fugli ancora attribuito, che dopo eletto il
Vescovo o l'Abate si fossero presentati all'Imperadore, e quando
fossero da lui approvati, dovess'egli investirgli, dando loro il
Pastorale e l'anello[458], e poi dovessero essere consecrati da'
Vescovi vicini: donde nacque la ragione delle _investiture_, per cagion
delle quali ne' seguenti secoli sursero tante discordie e contese tra
i Papi e gl'Imperadori.
L'intento suo era, rendendosi in cotal guisa ligi i Vescovi e gli
Abati, stabilir meglio il suo Imperio, e contenere i suoi sudditi con
più stretti legami nell'ubbidienza. Perciò egli, oltre di aver cotanto
innalzata la Chiesa romana, e resala signora di tante città e terre,
arricchì anche l'altre Chiese e monasteri di baronie, di contadi e
di ben ampj e ricchi Feudi, rendendogli signori temporali de' luoghi
ove tenevano i loro benefizj, con unire alla dignità spirituale la
temporale, come a quella accessoria e dependente: ed investivagli
per la temporalità con l'anello e col Pastorale, ricevendone perciò
il giuramento e l'obbligo di molte prestazioni ed angarie, anche
del servizio militare, come qualunque altro Feudatario: ciò che da
Guglielmo Malmesberiense[459] fu riputato un saggio tratto di fina
politica, dicendo che Carlo _omnes pene Terras Ecclesiis conferebat,
consiliosissime perpendens, nolle sacri Ordinis homines tam facile
quam laicos fidelitatem dominii sui rejicere. Praeterea, si laici
rebellarent, illos posse excommunicationis auctoritate et potentiae
severitate compescere._
Accrebbe Carlo eziandio la conoscenza de' Vescovi, e molto più di
quello di Roma: concedè loro _Territorio_ ed il _Jus carceris_[460],
del quale i Pontefici prima di Carlo M., non erano in Roma stessa
stati mai in possesso: e gli altri Principi a sua imitazione lo
concedettero a' Vescovi delle loro città. Ordinò Carlo di vantaggio
ne' suoi _Capitolari_, che indistintamente tutti i Cherici e Monaci o
Monache non potessero essere accusati avanti il Magistrato secolare,
ma solamente avanti il Vescovo; e nel civile che potessero dimandar
la remissione d'ogni causa innanzi al Vescovo[461]. Questo privilegio
fu poi generalmente in ogni causa civile e criminale confermato
dall'Imperador Federico I, e la sua ordinanza fu incorporata nel Codice
di Giustiniano[462], tanto che passò in legge comune; onde nacque
poi quella distinzione, che vi erano due generi d'uomini, Cherici
e Laici; i Laici erano subordinati alla giurisdizione secolare, ed
i Cherici all'ecclesiastica. E se la bisogna fosse rimasta a questi
termini, sarebbe stata comportabile; ma in decorso di tempo, oltre ad
essersi la giustizia ecclesiastica maravigliosamente accresciuta per le
cagioni, che si noteranno nel progresso di questa Istoria, i Papi ed i
Vescovi, a' quali per privilegio de' Principi fur conceduti e Feudi e
giurisdizione, spogliarono i Principi dell'investiture ed assensi nelle
loro elezioni, e si ritennero i Feudi e la giurisdizione, vantando di
vantaggio, che non per loro concessione o privilegio, ma per diritto
divino esercitavan essi giurisdizione sopra le persone ecclesiastiche.
I medesimi favori, morto Carlo, furono continuati da' successori
del suo sangue all'Ordine ecclesiastico, e Lotario I gli concedè
giurisdizione sopra i loro _Patrimonj_, concedendo a richiesta degli
Abati e degli altri Preposti alle Chiese un Giudice particolare in quel
luogo, che chiamavasi _Difensore_, il quale avesse la conoscenza delle
cause, proibendo al pubblico Magistrato di potervisi ingerire[463].
Da questo mescolamento di potenze vicendevolmente comunicate fra'
Principi del secolo e Prelati della Chiesa, ne nacquero in questo
secolo e nel seguente quei tanti disordini e mostruosità: si videro
i Vescovi ed i maggiori Prelati frequentare le Corti de' Principi
ed esser de' loro consigli: guidare come Feudatarj truppe d'eserciti
armati: impacciarsi ne' governi e nelle consulte di Stato: nè in questi
tempi era riputata deformità il vedersi, che chi era Vescovo di Napoli
ne fosse insieme Duca; e quello di Capua essere insieme Vescovo e Conte
di quella città; ciò che fece loro tener a vile ogni altro esercizio
delle cose sacre e spirituali.
Quindi nelle province, che nel Principato di Benevento erano comprese,
come tributarie agl'Imperadori d'Occidente, seguitandosi la medesima
politia, cominciarono i monasteri e le Chiese ad acquistar Feudi e
Baronie; poichè prima di Carlo Magno i Re longobardi nè a' Monaci, nè
a' Cherici concedevan Feudi[464], riputando non ben ciò convenire al
loro stato; ma i Pontefici romani non vi trovarono niun inconveniente,
nè ricusarono la liberalità di Carlo nè degli altri Principi, i quali
a sua imitazione di molti Feudi e Contadi arricchirono le Chiese e
monasteri; ed avendo avuto l'ordine Arnoldo da Brescia di sostenere,
che i Feudi non si potevano concedere alle Chiese, fu nel Concilio di
Laterano condennato per eretico[465].
Non fu riputato inconveniente, che la potenza temporale sia annessa
e resa accessoria e dependente dal Sacerdozio, e che le Chiese e
monasteri investiti dei Feudi, per ciò che riguarda la temporalità,
riconoscessero per signor Sovrano il Principe, dal quale n'erano
investiti, e per ciò che s'appartiene alla spiritualità ed in tutte
l'altre cose il Sommo Pontefice loro Capo e Moderatore. Quindi in
decorso di tempo si videro, particolarmente nella Germania[466], più
Vescovi, Abati e Priori essere Signori temporali delle città, villaggi
e luoghi, dove i loro benefizj erano situati, ne' quali fanno essi
esercitare in nome loro, e sotto la loro autorità tutta la giustizia
civile e criminale come signori laici. E sembrando cosa molto strana,
che per se medesimi esercitassero la giustizia criminale, la fanno
esercitare da' loro Ufficiali, li quali per le ordinanze del nostro
Regno, non altrimenti che si pratica in Francia, devono essere Laici.
Per la qual cosa queste loro Signorie temporali si governano colle
medesime regole, che le altre che sono in mano de' Secolari, e non
ci si può niente notare di particolare, se non che queste essendo
fra i beni ecclesiastici, non sono nè vendibili, ne ereditarie,
ma restano perpetuamente attaccate co' benefizj; donde dipende,
affinchè la sovranità, che vi tiene il Principe, non riesca inutile
ed infruttuosa, togliendosele per ciò ogni speranza di devoluzione,
che siano obbligati a tutte quelle prestazioni, che gli altri Baroni
sono tenuti, esigendosi perciò in vece di rilevj, i _quindennii_[467],
e riputandosi in ciò come tutti gli altri Feudatarj. Quindi parimente
deriva, che presso di noi, secondo l'uso di Francia, le appellazioni,
che s'interpongono nelle cause di queste loro giustizie temporali,
vanno innanzi a' Magistrati regali, non davanti a' Superiori
ecclesiastici[468]: e che le cause debbano essere decise secondo le
nostre Costituzioni ed ordinanze del Re e de' costumi de' luoghi, non
già secondo il diritto canonico[469].
Il primo fra noi, che per concessione de nostri Principi longobardi
abbia posseduto castelli e Baronie, fu il monastero di M. Cassino, onde
a ragione il suo Abate oggi vanta essere egli primo Barone del Regno,
e che ne' Parlamenti generali fra tutti i Baroni gli appartenga il
primo luogo[470]. Marino Freccia[471], dando forse credenza alle favole
di Pietro Diacono[472], continuatore della Cronaca di Lione Ostiense,
scrisse, che Giustiniano Imperadore avesse donato a questo monastero
più città e terre del Regno; quando Lione, che nella sua Cronaca par
che non avesse avuto altro in pensiero, che far un inventario di tutte
le donazioni e concessioni fatte a quel monasterio da varj Principi
e Signori, e da persone private ancora, di cose anche di picciol
momento, non ne fa alcun motto: tralasciando che Pietro Diacono accenna
privilegi non pur di Giustiniano, ma anche di Giustino seniore, che
regnò in Oriente, quando i Goti dominavano tutta l'Italia, e quando
S. Benedetto non ancora era passato nella nostra Campagna, e gito a
Cassino.
(_Niccolò Alemanni nelle note ad Historiam Arcan. Procop. c._ 6,
dove questo Istorico rapporta, che _Giustino_ per non sapere scrivere
fecesi formare certo istromento di legno per sottoscrivere i Diplomi,
per lo quale potesse esprimere con quattro sole lettere la sua firma,
accuratamente ponderò, che i Diplomi di _Giustino_, che diconsi
conservarsi nell'archivio di Monte Cassino, avendo l'intiero suo
nome, siano apertamente apocrifi, dicendo: _Audieram in Archivio
Cassinensi haberi Justini Diplomata ejusdem manu consignata: ex quibus
formam illarum quatuor literarum excipere, earumque longitudinem
latitudinemque et apicum ipsorum ingenium summa, qua fieri potuisset
industria adamussim exprimere, tibique Lector proponere constitueram.
Sed perfertur ad me ibi_ Justini _nomen integrum esse. Quare diplomata,
quae aliis etiam de causis suspectae fidei olim Baronio visa sunt, ex
hoc Procopii loco imposturae jam quisque facile convincat_).
Gisulfo Duca di Benevento, come fu detto, fu il primo che di Castelli
e Baronie arricchì questo monastero; onde in decorso di tempo per
munificenza d'altri Principi si vide signore anche della stessa
città di Cassino, e posseder eziandio Feudi in altre province, come
in Calabria il Cetraro, nel Contado di Molise S. Pietro di Avellana,
nell'Apruzzi Serra dei Monaci e molti altri in altri luoghi, di cui il
Registro di Bernardo Abate e la Cronica di Lione sono buoni testimonj.
Quindi gli Abati del monastero Cassinense agli Imperadori d'Occidente,
da' quali, secondo il costume, si proccuravan le conferme o sian
_Precetti_, chiamati anche _Mundeburdj_ delle precedute concessioni,
prestavano il giuramento di fedeltà, siccome fecero con Lotario II
Imperadore, riputandosi perciò quel monastero Camera imperiale[473]: e
nella divisione seguita del principato di Benevento tra Radelchisio e
Siconolfo, fu perciò eccettuato questo monastero, come immediatamente
posto sotto la protezione dell'Imperadore: ed Errico VI concedè
all'Abate Rofrido privilegio, esentandolo dalla prestazione di soldati,
alla quale come Feudatario era obbligato: ciò che poi non fece il Re
Guglielmo il Buono: il quale nella spedizione di Terra Santa, ricevè da
questo monastero sessanta soldati e ducento servienti[474].
Non meno i monasteri dell'Ordine di S. Benedetto, che tutti gli altri,
in decorso di tempo sotto i nostri Principi normanni, si videro Signori
di castelli e Baronie. Cacciati intieramente da queste nostre province
i Greci, e l'uso de' Feudi disseminato da per tutto, anche i monasteri
sotto l'Ordine di S. Basilio, e sotto altre Regole ebbero Feudi.
Quello di S. Elia dell'Ordine di S. Basilio ebbe la terra di Carbone
intorno al civile. Gli Abati di S. Marco in Lamis, di S. Demetrio e
tanti altri: gli Ordini di S. Giovanni gerosolomitano, di S. Stefano
e moltissimi altri di diverse religioni, che possono vedersi presso
Ughello, tengono Baronie.
Non meno de' monasteri, le nostre Chiese e' Vescovi ne furono
ampiamente arricchiti. L'Arcivescovo di Salerno possedè un tempo le
terre dell'Olibano e di Monte Corvino: quello di Taranto la terra
delle Grottaglie intorno al civile: l'altro di Consa pure nel civile
le terre di S. Menajo e di S. Andrea. L'Arcivescovo di Bari ebbe
un tempo Bitritto, Cassano, Casamassima, Modugno, Laterza ed altre
terre[475]: quello di Brindisi la terra di S. Pangrazio: quello di
Reggio ritiene ancor oggi li castelli di Bova e Castellace: e l'altro
di Otranto altre terre. Il Vescovo di Lecce S. Pietro in Lama, a
Vernotico ed altri Feudi. Il Vescovo di Bojano dominò un tempo la
terra di S. Polo: quello di Tricario la terra di Montemuro; e molte
altre Chiese, come quella di Cassano, di Teramo, di S Niccolò di Bari
ed altri molti Feudi e Castelli possedono; le quali per non tesserne
qui un più lungo catalogo, possono vedersi ne' volumi dell'Ughello
della sua Italia sacra. Per la qual cosa quantunque nel nostro Regno
lo Stato ecclesiastico non faccia Ordine a parte, come in Francia, ne'
Parlamenti generali intervengono i Vescovi e gli Abati per mezzo de'
loro Proccuratori, ma come dell'Ordine de' Baroni e de' Signori, non
già dell'Ordine ecclesiastico.
Questa era la Politia delle Chiese e de' monasteri in questo nono
secolo del principato di Benevento, dipendenti come prima dal Patriarca
d'Occidente, ed alla Chiesa latina in tutto uniti. Lo Stato monastico
si vide sempre più in maggior splendore e grandezza: molti altri
monasteri dell'Ordine di S. Benedetto tuttavia in quello vi si andavano
ergendo per munificenza de' Principi beneventani e degli Imperadori
stessi d'Occidente. Surse nell'anno 872 per Lodovico Imperadore il
monastero di S. Clemente nell'isola di Pescara dell'Ordine di S.
Benedetto[476]. Nel Gargano e presso Siponto quelli di Calena e di
Pulsano, de' quali ora appena serbasi vestigio.
Benevento si vide anche ornata d'un nuovo santuario; poichè i Saraceni
avendo occupata la Sicilia, e devastando nel 831 l'isola di Lipari,
ove narrasi che fin dall'India fossero state trasferite l'ossa
dell'Appostolo Bartolomeo, violarono anche il sacro deposito, e gettate
per terra le gloriose ossa, furono per revelazione dello stesso Santo,
da un certo Monaco raccolte e da Lipari in Benevento trasportate[477];
il Principe Sicardo le accolse con somma stima e venerazione, e per
lungo tempo furon ivi adorate; ed i Beneventani persuasi, che non
fossero state poi da Ottone trasferite in Roma, rendono a quelle
tuttavia i medesimi onori ed adorazioni.
I. _Politia delle Chiese del Ducato napoletano e delle altre città
sottoposte all'Imperio greco._
Ancorchè nella Chiesa greca non si osservasse tanta deformità e
rilasciamento de' costumi e cotanta ignoranza, quanto nella latina,
ne' Preti e ne' Monaci; nè i suoi Vescovi, nè gli Abati si fossero
veduti possedere Castelli e Baronie, poichè i Greci non conobbero
Feudi; nulladimanco assai maggior discordanza in quella si ravvisava
per l'ambizione del Patriarca di Costantinopoli, e per la dottrina che
sosteneva difforme in alcuni dogmi a quella che insegnava la Chiesa
latina, discordante ancora da quella sopra alcuni punti di disciplina,
oltre a' riti varj e diversi; onde la divisione si rendè maggiormente
ostinata e irreconciliabile. Impugnavano i Greci il primato del Vescovo
di Roma, al quale volevano preferire o per lo meno render uguale
quello di Costantinopoli. Insorsero perciò vari contrasti intorno a'
confini de' loro Patriarcati, e quello di Costantinopoli invase perciò
molte province, che s'appartenevano al Patriarcato di Roma. Fuvvi gran
contrasto sopra la Bulgaria, pretendendo i Patriarchi di Oriente,
ch'essendo stato quel paese tolto a' Greci, e prima governato da'
Vescovi greci, al Patriarca di Costantinopoli doveva esser soggetto:
ebbero in ciò anche il favore dell'Imperador _Basilio_ e di _Lione_
suo figliuolo, che avea associato all'Imperio; onde la Bulgaria,
non ostante le opposizioni ed i protesti de' Legati del Papa, fu
aggiudicata a' Greci e cacciati i Vescovi e' Sacerdoti latini.
L'ambizione de' Patriarchi di Costantinopoli, favoriti dalla potenza
degl'Imperadori d'Oriente, tolse al Patriarcato d'Occidente molte
altre Chiese, le quali al trono di Costantinopoli furono attribuite;
onde nacque, che siccome fu fatta nuova descrizione delle province
dell'Imperio d'Oriente, partendolo in più _Temi_, dei quali Costantino
Porfirogenito compilò due libri; e nuova descrizione degli Ufficiali
del Palazzo e della Camera costantinopolitana, de' quali Codino[478]
e Giovanni Curapalata[479] tesserono lunghi cataloghi; così per
ciò che s'attiene alla politia della Chiesa greca e del Trono
costantinopolitano, i loro Patriarchi proccurarono dagl'istessi
Imperadori d'Oriente, che si facesse nuova descrizione, così delle
Chiese sottoposte al Trono costantinopolitano, molte delle quali
eransi tolte al Trono romano, come degli Ufficiali della gran Chiesa
di Costantinopoli, de' quali similmente Codino e Curapalata ed altri
presso Leunclavio[480] rapportano i nomi e gli uffici: affinchè quelle
Chiese, che si tolsero al Patriarcato d'Occidente, facendosi per
autorità imperiale tal disposizione, ovvero _Notizia_, rimanessero
stabilmente affisse e dipendenti dal suo Trono.
Comunemente si crede, che intorno all'anno 887, a' tempi di Lione
soprannominato il _Filosofo_, da poi che il Patriarca Fozio fu
scacciato dalla Cattedra di Costantinopoli, si fosse fatta tal
disposizione; e Leunclavio[481] fra le novelle di Lione il Filosofo
la rapporta; ma Lione Allacci[482] sostiene, che quella fosse fatta
alcuni anni prima nel 813 nell'Imperio di Lione Armeno: che che
ne sia, si vede per questa disposizione, quanto in questi tempi
avessero i Patriarchi d'Oriente stesa la loro autorità sopra molte
Chiese, e particolarmente sopra quelle di queste province, che prima
s'appartenevano al trono Romano, come province suburbicarie.
Nilo Archimandrita cognominato _Doxapatrius_ in un suo trattato _De
quinque Thronis Patriarchalibus_[483], ch'egli scrisse nell'anno
1143 a Roggiero I nostro Re di Sicilia, per una occasione, che sarà
da noi rapportata, quando de' fatti di questo Principe ci toccherà
ragionare, fa vedere quanto prima possedeva il romano Patriarca, e
ciò che poi fugli tolto da quello di Costantinopoli. Possedeva, egli
dice, tutta l'Europa, le Spagne insino alle colonne d'Ercole coll'isole
dell'Oceano Occidentale, le Gallie, l'isole Britanne, la Pannonia,
tutto l'Illirico, il Peloponeso, gli Avari, i Sclavi, i Sciti insino
al Danubio, la Macedonia, Tessalonica, la Tracia insino a Bizanzio,
la Mauritania, l'isole del Mediterraneo, Creta, Sicilia, Sardegna
e Majorica. Tutta l'Italia, cioè _superiores Alpes, et quae ultra
eas extenduntur: nec non inferiores Gallias, quae Italiae sunt, sive
Lombardiam, quae nunc dicitur Longibardia, et Apuliam et Calabriam et
Campaniam omnem et Venetiam et Provincias, quae ultra sinum Hadriaticum
se se effundunt. Haec omnia_, e conchiude, _Romano subdebantur_.
Ma da poi al Trono costantinopolitano furono sottomesse molte province
e città non meno d'Oriente, che d'Occidente. I Metropolitani di
Tessalonica e di Corinto si sottoposero al Patriarca di Costantinopoli,
e molti altri Metropolitani ed Arcivescovi seguitarono il loro esempio:
_Sicilia praeterea_, e' soggiunge, _et Calabria se Costantinopolitano
supposuerunt, et Sancta Severina, quae et Nicopolis dicitur._
_Sicilia autem universa unum Metropolitam habebat Syracusanum: reliquae
vero Siciliae Ecclesiae Syracusani erant Episcopatus, etiam ipse
Panormus et Therma et Cephaludium et reliquae._
_Calabria quoque unum Metropolitam Rheginum, reliquas vero Ecclesias
Episcopatus Rheginus sibi vendicabat._
_Taurianam, in qua Sancti Fantini Monasterium est._
_Bibonem, cujus locum occupavit Miletum._
_Constantiam, quae Cosentia nunc dicitur et reliquos omnes Calabriae
subjectos._
_Erat et Sancta Severina Metropolis, habens et ipsa sub se varios
Episcopatus._
_Callipolim: Asyla Acherontiam et reliquas: et sunt hae Ecclesiae
descriptae in Tacticis Nomocanonis sub Throno Constantinopolitano._
_Adnexae itaque Siciliae, Calabriae, Sanctae Severinae Sedes Throno
Constantinopolitano, a Romano avulsae: quemadmodum et Creta, sub Romano
cum esset, sub Constantinopolitano facta est. Nihilominus Pontifex
viles quasdam partes et Episcopatus nonnullos in Sicilia et Calabria
habere deprehenditur. Metropoles enim et urbes in eadem illustriores
et digniores, Constantinopolitanus possidebat usque ad Francorum
adventum_; intendendo de' Normanni, i quali avendo discacciati i Greci
da queste province, restituirono al Trono romano tutte queste Chiese,
le quali a quel Patriarcato s'erano da' Greci tolte, come al suo luogo
diremo.
_Sic etiam_, soggiunge Nilo, _in Longobardia et Apulia et in
omnibus his Regionibus, maritimas Metropoles antea possidebat
Constantinopolitanus, reliquas Romanus, ut Regiones illae per partes
possiderentur. Namque Melodus ac Poeta Dominus Marcus, Hydruntum a
Constantinopolitano missus fuisse comperitur. Cum autem universae
Longobardiae Ducatus, quae vetus Hellas erat, sub Imperatore erat
Constantinopolitano, Papa vero separatus sub aliis Gentibus vivebat,
propterea Patriarca Ecclesias obtinebat; num Brundusium et Tarentum a
Costantinopolitano Sacerdotes accipiebat; idque nullum latet._
Conforme a quanto scrisse Nilo è la disposizione ovvero _Notizia_ de'
Metropolitani e de' Vescovi a costoro suffraganei, sottoposti al Trono
costantinopolitano, descrittaci dalla Novella di Lione rapportata da
Leunclavio. Egli ne fece tal Pianta, con questo ordine.
_Ordo praesidentiae Metropolitanorum, qui subsunt Apostolico Throno
Constantinopolis, et subjectorum eis Episcoporum._
Novera tutti i Metropolitani co' loro Vescovi suffraganei, ed in primo
luogo colloca il Metropolitano di Cesarea di Cappadocia: nel secondo
l'Efesino dell'Asia, e di mano in mano tutti gli altri sino al numero
di LVII Metropoli. Nel XXXII luogo vien collocato il trono di Reggio,
ovvero di Calabria coi suoi Vescovi suffraganei in cotal guisa.
_XXXII Rhegiensis, sive Calabriae._
1. _Bibonensis._
2. _Taurianae._
3. _Locridis._
4. _Rusiani._
5. _Scylacii._
6. _Tropoei._
7. _Amanteae._
8. _Crotonae._
9. _Constantiensis._
10. _Nicoterensis._
11. _Bisuniani._
12. _Novocastrensis._
13. _Cassani._
Nel luogo XLIX vien collocato il trono di S. Severina co' suoi Vescovi
suffraganei.
_XLIX. Severianae, Calabriae._
1. _Euryatensis._
2. _Acerentinus._
3. _Callipolitanus._
4. _Aisylorum._
5. _Castriveteris._
Si pongono appresso quelle metropoli, le quali non hanno Trono a se
soggetto, cioè non han Vescovi suffraganei, e fra le altre nel LV luogo
si pone Otranto.
_LV. Hydruntino qui subsit, nullus est Thronus._
Ed in fine separatamente si noverano i Metropolitani co' Vescovi
lor suffraganei, che furon tolti al Trono romano e sottoposti al
costantinopolitano: quelli che furon tolti dalle diocesi d'Occidente,
si osserva essere i Metropolitani di Reggio in Calabria, e di Siracusa
in Sicilia.
_Avulsi a Dioecesi Romana, jamque Throno Constantinopolitano subjecti
Metropolitani, et qui subsunt eis Episcopi, sunt hi._
1. _Thessalonicensis._
2. _Syracusanus._
3. _Corinthius._
4. _Rhegiensis._
5. _Nicopolitanus._
6. _Atheniensis._
7. _Patrensis._
_Sub Syracusano, Siciliae._
1. _Taurominitanus._
2. _Messanensis._
3. _Agrigentinus._
4. _Croniensis._
5. _Lilybei._
6. _Drepani._
7. _Panhormitanus._
8. _Thermarum._
9. _Cephaludii._
10. _Alesae._
11. _Tyndarii._
12. _Melitensis._
13. _Liparensis._
I Greci non potendo alle volte innalzar i Vescovi in Metropolitani,
perchè forse loro non veniva in acconcio toglier le Chiese all'antico
Metropolitano vicino ed attribuirle al nuovo, solevano quando
volevan ingrandire alcun Vescovo, decorarlo col nome d'Arcivescovo,
del quale (essendo solo di dignità, non di potestà, come il nome di
Metropolitano) coloro che n'eran fregiati, non acquistavano altro, che
un maggior splendore e prerogativa sopra gli altri Vescovi di quella
provincia, a' quali negli onori erano preferiti ed anteposti: _Quosdam
Antistites_, dice Balsamone, _non propterea vocari Archiepiscopos, quod
Episcoporum Principes et Ordinatores sint: sed quod primi Episcoporum
habeantur_[484]. Quindi nella disposizione delle Chiese sottoposte al
Trono di Costantinopoli, oltre a' gradi dei Metropolitani, si legge
nell'istessa novella di Lione, ed anche nel libro delle Sentenze
Sinodiche impresso pure da Leunclavio[485] un catalogo d'Arcivescovi
sottoposti al Patriarca d'Oriente, ed infra gli altri al luogo XIV si
legge l'Arcivescovo di Napoli, e dopo lui quello di Messina in questa
maniera.
_Archiepiscopatus._
14. _Neapolis._
15. _Messana._
La politia ed il governo delle Chiese del Ducato napoletano, come
compreso nella Campagna, provincia Suburbicaria, s'apparteneva di
ragione al Patriarca di Roma, il quale in effetto, com'è manifesto
dall'Epistole di S. Gregorio M., vi esercitava tutte le ragioni
patriarcali, ancorchè nel politico e temporale all'Imperio d'Oriente
s'appartenesse; ma da poi i Patriarchi di Costantinopoli, favoriti
dalla potenza degl'Imperadori greci, cominciarono a trattar i Vescovi
di Napoli, come di città metropoli d'un non dispregevol Ducato, con
fastosi e resplendenti titoli di Arcivescovi, ed attribuir loro molti
onori e prerogative, per le quali sopra tutti gli altri Vescovi del
Ducato fossero distinti. Si è veduto come Sergio Vescovo di Napoli dal
Patriarca costantinopolitano ricevè la prerogativa d'Arcivescovo; ma
ripreso dal Pontefice romano, pentitosi dell'errore, impetrò da costui
il perdono[486].
Si opponevano a tutto potere i romani Pontefici a queste intraprese
de' Patriarchi di Costantinopoli, ma dopo Lione Isaurico e Costantino
Copronimo Imperadori d'Oriente, crescendo vie più la divisione fra
queste due Chiese, e resi più audaci i Patriarchi costantinopolitani,
per la potenza e favore degl'Imperadori, implacabili nemici de' romani
Pontefici, pretesero che i Vescovi di quelle Chiese che erano rimase
sotto l'Imperio greco, dovessero riconoscergli per loro Patriarchi;
da essi dovessero ricevere le Bolle della Confermazione e della
Consecrazione, ed in tutto ciò che riguardava lo spirituale dovessero
ubbidirgli, siccome nel temporale ubbidivano agl'Imperadori d'Oriente.
E quantunque Bari, Taranto, Brindisi ed altre città della Puglia e di
Calabria si vedessero ora sotto la dominazione de' Principi longobardi:
nulladimeno, essendogli state poi da' Greci, ritolte e ritornate
sotto l'Imperio d'Oriente, come diremo ne' seguenti libri, i Greci
parimente soggettarono le Chiese di quella città al Patriarcato di
Costantinopoli.
La Chiesa di Napoli adunque, se voglia riguardarsi ciò che osarono
i Patriarchi costantinopolitani, fin da questi tempi fu renduta
arcivescovile, non già metropolitana, perchè da que' Patriarchi sol per
onore fugli dato quel titolo di dignità. In Metropoli fu eretta poi nel
decimo secolo da Giovanni romano Pontefice, come diremo al suo luogo;
e per questa cagione nelle Novella di Lione e nel libro delle Sentenze
Sinodiche, Napoli non vien posta nel numero delle metropoli subordinate
al trono di Costantinopoli, ma fra quello degli Arcivescovadi, che il
Patriarca d'Oriente pretendeva a se soggetti. Del rimanente, toltone
questo onore e questa pretensione che vi aveano, non s'avanzarono alla
Consecrazione, poichè i Vescovi di Napoli eletti ch'erano dal Clero e
dal Popolo, andavano come prima in Roma a farsi consecrare da' romani
Pontefici.
Da ciò nacque, che la Chiesa di Napoli, non essendosi mai separata
dalla Chiesa latina, ed all'incontro essendo in città a' Greci
sottoposta, e per lo continuo commercio che avea co' Popoli orientali,
frequentata da' Greci, ebbe Sacerdoti e Cherici dell'uno e dell'altro
rito: due Capitoli, l'un greco[487] e l'altro latino; e più Parocchie
e Chiese non men latine, che greche furono erette, le quali a questi
tempi ed a tali occasioni, non già a quelli di Costantino M. devono
riportarsi. Si noveravano insino a sei greche Chiese parrocchiali,
quella di S. Giorgio _ad Forum_: l'altra di S. Gennaro _ad Diaconiam_:
le chiese de' SS. Giovanni e Paolo: di S. Andrea _ad Nidum_: di S.
Maria Rotonda e di S. Maria in _Cosmedin_[488]: nelle quali i Sacerdoti
secondo il rito greco celebravano i sacrificj ed i divini uffici, i
quali ne' dì stabiliti unendosi co' latini nella maggior Chiesa, con
promiscui riti, e canto latino e greco lodavano il Signore[489].
Dall'aver avuto Napoli due Cleri, un latino e l'altro greco, credette
il nostro Chioccarelli[490], che in Napoli vi fossero parimente stati
due Vescovi, l'un greco e l'altro latino, non altrimenti di ciò,
che narrasi di Cipri a tempo di Papa Innocenzio IV d'aver avuti due
Arcivescovi un latino e l'altro greco: così egli interpretando gli
atti della vita di S. Attanasio Vescovo di Napoli. Ma ciò ripugna a
tutta l'istoria ed a' tanti cataloghi che abbiamo de' Vescovi di questa
città; ne' quali non mai si legge tal deformità nella Chiesa di Napoli;
onde il P. Caracciolo[491] riprovò quest'errore, e spiegò l'ambiguità
degli atti di quel Santo, compilati per Pietro Diacono Cassinese, che
diedero la spinta maggiore al Chioccarelli di così credere.
Il Vescovo adunque di Napoli, ancorchè decorato dal Patriarca di
Costantinopoli con nome di Arcivescovo, sopra i Vescovi del suo Ducato
non esercitava ragione alcuna di Metropolitano, gli precedeva solamente
nell'onore e in dignità, come Vescovo di città Ducale; ed in quest'età
i Vescovi del suo Ducato erano Cuma, Miseno, Baja, Pozzuoli, Nola,
Stabia, Sorrento ed Amalfi: in decorso di tempo, Sorrento ed Amalfi
furono innalzate a metropoli; e Cuma, Miseno, Baja e Stabia distrutte.
Ma se Napoli perdette queste città, resa poi anch'ella metropoli,
acquistò Avversa edificata da' Normanni, Ischia, Acerra, Nola e
Pozzuoli, che lungo tempo al suo Trono furono suffraganei.
Nelle altre nostre Chiese delle città, sottoposte al greco
Imperio, maggiore autorità fu veduta esercitarsi da' Patriarchi
di Costantinopoli, e particolarmente nella Chiesa di Reggio, di S.
Severina e di Otranto: e da poi ch'ebbero i Greci ricuperato Taranto,
Brindisi e Bari ed altre città di Puglia e di Calabria, la medesima
autorità in quelle vi pretesero esercitare.
Costituirono Reggio metropoli, e gli attribuirono, come si è veduto,
tredici Vescovi suffraganei. Eressero in metropoli S. Severina, ed
al suo Trono sottoposero cinque Vescovi. Al Metropolitano d'Otranto
non assegnarono Trono; ma a' tempi di Niceforo Foca intorno l'anno
968, sedendo nella Chiesa di Costantinopoli Policuto Patriarca, gli
furono dati i Vescovi d'Acerenza, di Turcico, di Gravina, di Matera
e di Tricarico per suffraganei, la consacrazione de' quali, come
narra Luitprando Vescovo di Cremona[492], volle che al Metropolitano
d'Otranto s'appartenesse; e dilatò cotanto Niceforo i confini di
questa metropoli e 'l rito greco, che comandò che in tutta la Puglia
e la Calabria, i divini uffici non più latinamente, ma in greco si
celebrassero; ed ampissimi altri privilegi furono a quello conceduti,
che possono vedersi appresso Ughello nella sua Italia Sacra[493].
Brindisi e Taranto, da poi che furono restituite all'Imperio greco,
dice Nilo, _a Constantinopolitano Sacerdotes accipiebant_.
Ritolte anche da' Greci a' Saraceni e Longobardi, Bari, Trani ed altre
città della Puglia, si videro parimente le Chiese loro sottoposte a
quel Patriarca. Teodoro Balsamone nell'esposizione ch'egli, regnando
l'Imperador Andronico Paleologo il Vecchio, fece delle Sedi al
Patriarcato di Costantinopoli sottoposte, oltre le orientali, novera
tra le occidentali la Chiesa di Bari nel numero 31, quella di Trani nel
44, quella d'Otranto al 66 e quella di Reggio in Calabria al 38.
Quindi, secondo che ci testificano il Beatillo[494] e 'l
Chioccarelli[495], nell'Archivio del Duomo di Bari si conservano molte
greche Bolle originali spedite dai Patriarchi di Costantinopoli agli
Arcivescovi di quella città, per le quali agli Arcivescovi eletti si
conferma l'elezione: ciò che durò per tutto il tempo che Bari (renduta
anche metropoli d'uno non dispregevol Ducato, dove il Magistrato
greco fece sua residenza) fu colla Puglia al greco Imperio soggetta,
e fin che da questa provincia i Greci non furono scacciati da' nostri
valorosi Normanni. Quindi è che ancor oggi serbino tutte queste città
molti vestigi di greci riti e costumanze; e ritengano ancora molti
nomi greci denotanti dignità ed uffici, come Reggio ancor ritiene il
Protopapa, ed altre città i Cimiliarchi ed il Clero non men latino, che
greco. E quindi eziandio avvenne, come notò anche Lione Allacci[496],
che per lungo tempo nel nostro Regno la dottrina della Chiesa orientale
si vide anche sostenuta da' Monaci, particolarmente dell'Ordine di S.
Basilio, nel che si rendè celebre appresso noi il famoso Barlaam, di
cui a suo luogo farem parola.
Quando gli Ottoni imperavano in Occidente, fu tentato da questi
Imperadori togliere nella Puglia e nella Calabria questa servitù
dalle nostre Chiese, e ridurle tutte come prima sotto il Patriarca
d'Occidente. Fu spedito perciò intorno l'anno 968 all'Imperadore
Niceforo Foca Luitprando Vescovo di Cremona, ma con inutile ed
infruttuoso successo: poichè questa riduzione di tutte le nostre Chiese
al Pontefice romano, stava riserbata a' nostri Principi normanni, i
quali avendo dalla Sicilia e da queste nostre province discacciati non
meno i Saraceni che i Greci, renderonsi cotanto benemeriti della Chiesa
di Roma, che oltre agl'importanti altri servigi a lei prestati, unirono
tutte le nostre Chiese, com'erano prima, sotto la cura e disposizione
del romano Pontefice, al quale di ragione si appartenevano, come si
vedrà ne' seguenti libri di questa Istoria.