CAPITOLO IV.

_Di DESIDERIO ultimo Re de' Longobardi._

Per la morte d'Astolfo, non avendo di se lasciata prole, e Rachi

suo fratello ancorchè vivo, essendosi fatto Monaco, rimase il Regno

vacante. Desiderio Duca di Toscana, che Astolfo, oltre ad avergli

dato questo Ducato, l'avea ancora fatto Contestabile del Regno, non

trascurò l'occasione, co' voti de' suoi Longobardi toscani, di farsi

proclamare Re. Rachi avendo ciò inteso ne arse di sdegno; e diede

in tali eccessi, che in tutti i conti voleva uscir dal monastero, e

rinunciando al Monacato, ritornare al Regno: nè mancò chi questa sua

risoluzione favorisse, e proccurasse di farla venire ad effetto: ma

Desiderio essendo ricorso a Stefano Pontefice romano, a chi offerse

in ricompensa Faenza, Ancona, Secchia e Ferrara, città che non erano

state restituite da Astolfo, se in questa congiuntura l'ajutasse; seppe

far tanto questo Papa con Rachi, che finalmente lo fece quietare, e

deporre que' suoi pensieri d'uscire dal monastero, ed in premio della

sua mediazione ricevè da Desiderio le città promessegli: e poco dopo

avere stabilito nel Regno Desiderio, finì Stefano i giorni suoi a' 26

d'Aprile di quest'anno 757. Pontefice, a cui la Chiesa romana dee molto

più che a' suoi predecessori, che seppe ampliarla di sì belle città

e Stati, e che lasciò le fortune della medesima in tanta prosperità,

che i suoi successori non mancarono d'approfittarsene, come fece Paolo

che gli successe, e dopo lui un altro Stefano, ma molto più Adriano,

che ridusse per trattati avuti con Carlo M. la sua potenza in più alto

grado, come di qui a poco vedremo.

Desiderio dopo due anni del suo Regno volle ad esempio de' suoi

predecessori assumere per collega Adalgiso suo figliuolo: ma non passò

guari che sospettando il Pontefice Stefano III o sia IV, il quale a

Paolo succedette, de' di lui andamenti, e credendo ogni sua mossa in

pregiudizio de' proprj Stati, cominciarono i soliti sospetti, e le

consuete gelosie fra di loro. Finalmente ruppero in aperta discordia,

poichè avendo il Re Desiderio fatto conferire l'Arcivescovado di

Ravenna ad un certo chiamato Michele suo fedele e domestico, Stefano

lo fece scacciare da quella sede. Il Re per vendicarsene fece cavar gli

occhi a Cristofano ed a Sergio mandati dal Papa in Pavia per domandare

le facoltà che appartenevano alla Chiesa di Roma; e prevedendo dove

avrebbero dovute andare a terminar queste discordie, proccurava di

congiungersi strettamente co' Franzesi, perchè non così volentieri

dassero questi a' continui inviti de' Pontefici orecchio: era in questi

tempi già morto Pipino, ed i suol figliuoli Carlo e Carlomanno avendosi

fra di loro diviso il Regno, se ben concordi in prima, non così da poi

senza gelosia regnavano; Desiderio reputò per sua sicurezza stringer

parentado con questi due Principi offerendogli due sue figliuole

per moglie. Stefano avendo ciò presentito, scrisse immantenente per

distornar queste nozze una molto forte lettera a Carlo e Carlomanno,

minacciandogli se v'acconsentissero, _anathematis vinculum, et aeterni

cum diabolo incendii poenam_[280]. Ma non ostante i suoi sforzi,

si sposarono felicemente le due sorelle figliuole ambedue del Re

Desiderio, il quale seppe così bene impegnar Bertrada madre di Carlo e

Carlomanno, che per impulso della medesima si conchiusero i matrimonj.

Il dispiacere del Pontefice non fu minore del contento di Desiderio, il

quale credeva in cotal maniera avergli chiusa ogni strada di soccorsi.

Ma questa alleanza non durò guari, poichè non mancarono modi di far sì,

che Carlo ripudiasse la Principessa sua sposa, sotto pretesto d'esserle

scoverta un'infermità, che la rendeva inabile d'aver figliuoli: nè

alla stranezza del fatto mancò il presidio e l'autorità della legge,

perchè furono presti molti Vescovi a dichiarar il matrimonio nullo, ed

a permettere che Carlo l'anno seguente si sposasse Ildegarda di Svevia.

Si accese per questo ripudio d'ira e di sdegno il Re Desiderio; ed

essendo accaduta poco tempo da poi la morte di Carlomanno, la Regina

Berta rimasa vedova con due figliuoli, temendo di non star sicura in

Francia, e che Carlo non insidiasse la vita de' suoi nepoti, come aveva

loro tolto il Regno, andò precipitosamente a gettarsi co' figliuoli

tra le braccia di Desiderio suo padre, il quale ricevè di buon animo

quest'occasione per potersi un giorno vendicar di Carlo, che gli aveva

poco innanzi rimandata la figliuola.

Tentò Desiderio, postisi in mano i figliuoli di Carlomanno, di formar

un potente partito, e di mettere la Francia in divisione e sconcerto,

perchè occupata ne' proprj mali non potesse pensar alle cose d'Italia.

Era intanto, morto Stefano, stato eletto nel 772 Adriano I, il quale

sul principio del suo Pontificato trattò con Desiderio di pace, e tra

loro fermarono convenzione di non disturbarsi l'un coll'altro: perciò

Desiderio credendo, che questo nuovo Pontefice fosse di contrarj

sentimenti de' suoi predecessori, pensò, per meglio agevolar i suoi

disegni, d'indurlo a consecrare i due figliuoli di Carlomanno per

Re: impiegò quanto potè, e quanto seppe con preghiere e promesse per

obbligarlo di venire ad ungere questi due Principini, ed a fargli

riconoscere per Re dell'Austrasia. Dall'esempio di Pipino e de' suoi

figliuoli erasi già pian piano introdotta tra' Principi cristiani la

cerimonia della consecrazione, la quale appresso i Popoli era riputata

come una marca e nota del Principato, e che quelli, i quali fossero

stati unti, dovessero riputarsi per Re giusti e legittimi, ed esser

da tutti conosciuti per tali. Ma Adriano che internamente covava le

medesime massime de' suoi predecessori, e che non meno di coloro aveva

per sospetta la potenza de' Longobardi in Italia, non volle a patto

alcuno disgustarsi il Re Carlo, ed a' continui impulsi, che gli dava

Desiderio, fu sempre immobile. Onde questi sdegnato, e finalmente

perduta ogni pazienza, credendo colla forza ottener quello a che

le preghiere non erano arrivate, invase l'Esarcato, ed in un tratto

avendo presa Ferrara, Comacchio e Faenza, designò portar l'assedio

a Ravenna. Adriano non mancava per Legati di placarlo, e di tentare

per mezzo degli stessi la restituzione di quelle città; nè Desiderio

si sarebbe mostrato renitente a farlo, purchè il Pontefice fosse

venuto da lui, desiderando parlargli, e seco trattar della pace. Ma

Adriano rifiutando l'invito, ed ogni uficio, si ostinò a non voler mai

comparirgli avanti, se prima non seguiva la restituzione delle Piazze

occupate. Così cominciavano pian piano i Pontefici romani a niegare a'

Re d'Italia que' rispetti e quegli onori, che prima i loro predecessori

non isdegnavano di prestare. Desiderio irritato maggiormente per queste

superbe maniere di Adriano, comandò subitamente, che il suo esercito

marciasse in Pentapoli, ove fece devastar Sinigaglia, Urbino e molte

altre città del patrimonio di S. Pietro sino a' contorni di Roma.

Questo fu che accelerò il corso della fatal ruina dei Longobardi;

perchè Adriano non mancò tosto di ricorrere in Francia, e dimandar non

pure soccorsi da Carlo, ma invitar questo Principe all'acquisto del

Regno d'Italia; e perchè tenevan i Longobardi chiuse tutte le strade di

terra, spedigli per mare un Legato a sollecitar la sua venuta.

Non mancò Desiderio all'incontro, subito che fu avvisato di questo

ricorso, di mostrare al Re Carlo l'inclinazione, ch'egli diceva di aver

tenuto sempre alla pace con Adriano, altamente dolendosi della costui

durezza, che avendo egli offerta la pace, e dimandato di parlargli,

aveva ricusato di farlo; nè cessava in oltre con lettere a varj

Principi, e con pubblici manifesti difendersi dall'accuse d'Adriano, il

quale lo pubblicava appo i Franzesi per distruttor della Toscana, per

barbaro, inumano, fiero, crudele, dipingendolo reo di molti delitti;

tanto che per purgarsene, si trovò Desiderio nella necessità di spedir

Legati a Carlo in Francia, ed assicurarlo ch'egli avrebbe fermata ogni

pace col Papa, e rendutogli ciò ch'e' poteva da lui pretendere.

Ma Carlo, che non aspettava altro, che sì bella opportunità di

vendicarsi di Desiderio, il quale con tenere in suo potere i suoi

nepoti, tentava dividergli il Regno, e che non poteva aspettar miglior

occasione per discacciar d'Italia i Longobardi, ricevè con incredibil

contentezza l'invito fattogli da Adriano. Egli trovavasi allora (per le

tante vittorie riportate in Aquitania ed in Sassonia) tutto glorioso

e formidabile in Tionvilla su le sponde della Mosella: quivi ricevè

il Legato del Papa, e diede insieme audienza agli Ambasciadori di

Desiderio, da' quali subito disbrigatosi, con rimandargli indietro

senza niente conchiudere, accettò con sommo piacer suo la proposta del

Pontefice, e tosto ponendosi alla testa d'un poderoso esercito, sforzò

il passo dell'Alpi in due luoghi, tagliando a pezzi que' Longobardi,

che lo difendevano.

Desiderio dall'altra parte accorse anch'egli in persona col suo

esercito per impedirlo; ma incalzato da Carlo, fu il grosso del suo

esercito disfatto, e costretto a ritirarsi, onde risolse di difendersi

in Pavia, ove si chiuse. Carlo non mancò subito di strettamente

assediarla, e fra tanto con una parte delle truppe sforzò Verona,

dentro della qual città erasi ritirato Adalgiso per difenderla, insieme

con Berta, ed i due suoi figliuoli. Quando questo Principe videsi

stretto, disperando della fortuna di suo padre, e di poter difendere

quella Piazza, se ne fuggì, prima che ella cadesse in poter di Carlo,

e dopo esser andato lungo tempo ramingo, vedendo finalmente, che tutto

era perduto per li Longobardi, salvossi per mare in Costantinopoli,

ove fu dall'Imperador Lione, figliuolo di Copronimo, con molto

piacere ricevuto sotto la sua protezione. Que' di Verona subito che

videro uscir Adalgiso dalla Piazza, si diedero in poter di Carlo, il

quale presa Berta coi suoi figliuoli, tosto gli mandò in Francia,

senza che siasi potuto saper da poi ciocchè seguisse di questi due

infelici Principi, de' quali non s'è mai più sentito parlare. Tutte

l'altre città de' Longobardi sovvertite per opera e macchinazione del

Pontefice, da loro stesse renderonsi a Carlo. Restava Pavia solamente,

la quale difesa da Desiderio si manteneva ancor in fede.

Carlo, cinta ch'ebbe Pavia di stretto assedio, volle passar in Roma

alle Feste di Pasqua: gli eccessi d'allegrezza, che mostrò Adriano,

gli onori, che gli furon fatti da' Romani e dal Clero, guidando ogni

cosa il Pontefice, furono incredibili. Fu salutato Re di Francia

e de' Longobardi insieme, e Patrizio romano, incontrato un miglio

fuori delle porte di Roma da tutta la Nobiltà e Magistrati, e dal

Clero in lunghi ordini distinto con croci ed inni ricevuto: dopo gli

applausi e le feste, si venne a ciò che più importava. Fu tosto dal

Papa ricercato Carlo a confermar le donazioni di Pipino suo padre,

che aveva fatte alla Chiesa di Roma: non volle costui esser molto

pregato a confermarle, come fece di buona voglia, e facendone stipular

nuovo strumento per mano di Eterio suo Notajo, sottoscritto da lui,

da tutti i Vescovi ed Abati, da' Duchi e da tutti que' Grandi ch'eran

seco venuti, _super Altare B. Petri manu propria posuit_, come dice

Ostiense[281].

Anastasio Bibliotecario, come si è detto, molto ingrandisce questa

donazione di Carlo: oltre all'Esarcato di Ravenna e Pentapoli, vi

aggiunge l'isola di Corsica, tutto quell'ampio paese che da Luni

calando nel Sorano e nel monte Bordone abbraccia Vercetri, Parma,

Reggio, Mantova e Monselice, le province di Venezia e d'Istria, ed

il Ducato di Spoleti e di Benevento. La Cronaca del monastero di S.

Clemente narra, che Carlo aggiunse alla donazione di Pipino solamente

questi due Ducati. Sigonio poi, e gli altri più moderni Scrittori,

di ciò non ben soddisfatti, aggiungono il territorio sabinense,

posto tra l'Umbria ed il Lazio, parte della Toscana e della Campagna

ancora. Pietro di Marca[282], ciocchè dee recar più maraviglia, tratto

anch'egli da' vanagloriosi Franzesi, che cotanto ingrandiscono questa

donazione, per magnificar in conseguenza la liberalità franzese, vi

aggiunge tutta la Campagna, e con essa Napoli, gli Apruzzi e la Puglia

ancora, additando con ciò l'origine delle nostre papali investiture.

Altri vi aggiungono anche la Sassonia da Carlo allora soggiogata; di

più, che facesse anche dono di province non sue, e che non acquistò

giammai, cioè della Sardegna e della Sicilia; e che sopra tutte queste

province e Ducati s'avesse egli solamente riserbata la sovranità.

Ma, e gli antichi annali di Francia, e la serie delle cose seguenti,

ed il non averci potuto l'Archivio del Vaticano dare l'istromento di

questa donazione, dal quale n'escono tanti altri d'inferior dignità,

dimostrano per favolosi tutti questi racconti, e convincono, che Carlo

non fece altro che confermare la donazione di Pipino dell'Esarcato e di

Pentapoli. Ed intanto alcuni scrissero, che l'avesse anche accresciuta,

perchè molti luoghi dell'Esarcato e di Pentapoli, che da' Longobardi

erano stati occupati, insieme co' patrimonj, che la Chiesa romana

possedeva nel Ducato di Spoleti e di Benevento, nella Toscana, nella

Campagna, ed altrove, ch'erano stati parimente occupati da' Longobardi,

fece egli restituire. Ed in questi sensi Paolo Emilio[283], e gli altri

Autori dissero, che Carlo non solo avesse confermati i doni di Pipino

suo padre, ma anche accresciuti: ciò che si convince manifestamente

dall'istoria delle cose seguite appresso; poichè Carlo sotto il nome

del Regno d'Italia si ritenne la Liguria, la Corsica, Emilia, le

province di Venezia e dell'Alpi Cozie, Piemonte, ed il Genovesato, che

avea tolti a' Longobardi, e fatti passare sotto la sua dominazione:

nè si legge che questa parte d'Italia fosse stata mai posseduta da'

Pontefici romani.

Molto più chiaro ciò si manifesta dal vedersi, che que' tre famosi

Ducati, del Friuli, di Spoleti, ed il nostro di Benevento mai non

furono posseduti da' romani Pontefici: come nel seguente libro di

questa Istoria si conoscerà chiaramente, cioè che questi tre Ducati

ebbero i loro Duchi, nè Carlo vi pretendeva altro, che quella

sovranità, che v'avevano avuti i Re longobardi suoi predecessori, anzi

i nostri Duchi di Benevento scossero affatto il giogo, e si sottrassero

totalmente da lui, negandogli qualunque ubbidienza, e vissero liberi

ed independenti; nè la città di Benevento, se non molti, e molti anni

appresso fu cambiata colla Chiesa di Bamberga, e conceduta alla sede

di Roma, ma non già il suo Ducato, che fu sempre posseduto da' nostri

Principi.

Dall'aver Carlo fatti restituire i patrimonj, che la Chiesa romana

possedeva nell'Alpi Cozie, nel Ducato di Spoleti, e di Benevento,

nacque l'errore di quegli Scrittori, i quali confondendo il patrimonio

dell'Alpi Cozie colla provincia, il patrimonio di Benevento col Ducato

beneventano, dissero che Carlo donò a S. Pietro que' Ducati, e quella

provincia. Così ciò che nell'epistole d'Adriano si legge de' Ducati

di Spoleti, e di Benevento donati a S. Pietro, non d'altro, se non

di questi patrimonj si dee intendere; siccome quando l'Imperador

Lodovico Pio, Ottone I. e l'altro Ottone Re di Germania confermorono

a Pascale I, ed a Giovanni XII, i patrimonj beneventano, salernitano,

e napoletano, siccome anche fece l'Imperador Errico IV. a Pascale

II, non altro intesero se non di quelle terre e possessioni, che

la Chiesa romana, come patrimonio di S. Pietro possedeva in queste

nostre province, che anche i nostri antichi chiamarono _justitias

ecclesiae_[284]. Solo dunque l'Esarcato di Ravenna, Pentapoli, ed

alcuni luoghi del Ducato romano passarono nel dominio della Chiesa

di Roma, riserbandosi il Re Carlo la sovranità; anzi in Roma stessa,

e nel Ducato romano eran ancora in quelli tempi rimasi vestigi della

dominazione degli Imperadori d'Oriente, i quali tuttochè deboli vi

tenevano tuttavia i loro Uficiali, ed erano ancora riconosciuti per

Sovrani, infinochè a' tempi di Lione III, successor d'Adriano, non si

pose il Popolo romano sotto la sede, e soggezione del Re Carlo, che

vollero anche da Patrizio innalzare ad Imperador romano. Niente dico

dell'isole di Sicilia e di Sardegna non mai da Carlo conquistate, le

quali furon lungamente possedute dagl'Imperadori Greci, infinchè i

Saraceni non gliele rapirono.

Carlo adunque, dopo aver in cotal guisa soddisfatto il Papa ed i

Romani, fece ritorno al campo appresso Pavia, nè restandogli altra

impresa, che di ridurre quella città sotto la di lui ubbidienza, pose

ogni sforzo per impadronirsene, perchè quella presa, essendo capo

del Regno, non restasse altra speranza a' Longobardi di ristabilirsi

nelle città perdute. La strinse perciò più strettamente, e togliendole

ogni adito di poter esser soccorsa, Desiderio che sin all'estremo

proccurò difenderla, essendo la gente afflitta non men dalla fame

che dalla peste, che tutta la consumava; finalmente in quest'anno 774

fu costretto di render la Piazza, se stesso, sua moglie, e i di lui

figliuoli alla discrezione di Carlo, che fattigli condurre tutti in

Francia, finirono quivi i giorni loro in Carbia, senza che mai di loro

si fosse inteso più parlare. Così Carlo in una sola campagna si rendè

padrone della maggior parte d'Italia, ma non già di quelle province

ond'ora si compone il nostro Regno, non del Ducato beneventano, nè

di quel di Napoli, nè dell'altre città della Calabria, e de' Bruzj,

che lungamente si mantennero sotto la dominazione degl'Imperadori

d'Oriente, come vedremo nel seguente libro.

Ecco come cominciarono i romani Pontefici a trasferire i Regni da

gente in gente: quindi avvenne, che calcandosi con maggior espertezza

e desterità le medesime pedate da' loro successori, si rendessero

ai Principi tremendi: i quali per avergli amici, poco curando la

sovranità de' loro Stati, e la propria dignità, soggettavansi loro

insino a rendersi ligi e tributarj di quella sede. Ecco ancora il fine

del Regno de' Longobardi in Italia: Regno ancorchè nel suo principio

aspro ed incolto, pure si rendè da poi così placido e culto, che per

lo spazio di ducento anni che durò, portava invidia a tutte l'altre

Nazioni. Assuefatta l'Italia alla dominazione de' suoi Re, non più

come stranieri gli riconobbe, ma come Principi suoi naturali; poichè

essi non aveano altri Regni, o Stati collocati altrove, ma loro proprio

paese era già fatta l'Italia, la quale per ciò non poteva dirsi serva

e dominata da straniere genti, come fu veduta poi, allorchè sottoposta

con deplorabili e spessi cambiamenti a varie Nazioni, pianse lungamente

la sua servitù. Questa era veramente cosa maravigliosa, dice Paolo

Varnefrido[285], e con esso lui l'Abate di Vesperga, che nel Regno de'

Longobardi non si faceva alcuna violenza, non sortiva tradimento, nè

ingiustamente si spogliava, o angariava alcuno: non eran ruberie, non

ladronecci, e ciascuno senza paura andava sicuro, dove gli piaceva. I

Pontefici romani, e sopra tutti Adriano, che mal potevano sofferirgli

nell'Italia, come quelli che cercavano di rompere tutti i loro disegni,

gli dipinsero al Mondo per crudeli, inumani e barbari; quindi avvenne

che presso alla gente e agli Scrittori dell'età seguenti, acquistassero

fama d'incolti e di crudeli. Ma le leggi loro cotanto sagge e giuste,

che scampate dall'ingiuria del tempo ancor oggi si leggono, potranno

esser bastanti documenti della loro umanità, giustizia e prudenza

civile. Avvenne a quelle appunto ciò, che accadde alle leggi romane:

ruinato l'Imperio non per questo mancò l'autorità e la forza di quelle

ne' nuovi dominj in Europa stabiliti: ruinato il Regno de' Longobardi,

non per questo in Italia le loro leggi vennero meno.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 2 · 第 22 / 52 题