Nella Nebbia, 1889.
Sono semplici intermezzi, abbozzi buttati giù alla lesta, con molta
bravura, che si leggono tutti con interesse e che commuovono spesso. _Un
desinare_, ad esempio, è uno schizzo che nella sua succosa brevità vale
molte e molte novelle di centinaia e centinaia di pagine. La Sperani al
vigore mascolino della dipintura unisce l'acutezza dell'osservazione
femminile: donde il fascino singolare, quasi pauroso, che emana da certe
sue pagine trasudanti la realtà e pure vibranti di intima emozione.
Giova quindi sperare che questa raccolta di scritti disseminati nei vari
periodici letterari della penisola sia come la prefazione di un lavoro
di maggior lena.
(Dalla _Gazzetta Letteraria_). DEPANIS.
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Si capisce che non sono inventate, ma prese dal vero. Un caso lugubre
avvenuto al rimpianto Ponchielli (caso successogli realmente a Bergamo)
farebbe credere alle predestinazioni... La storia di una miserabile
popolana milanese, il cui marito, pessimo soggetto, le toglie tutti i
figli, gettandoli all'ospizio, è una figura degna di Domenico Induno.
L'ambiente milanese, in cui quella disgraziata patisce, la malignità e
la pietà falsa e tarda delle donnicciuole sue coinquiline, sono ritratte
con verità.
Vedo che i romanzi di BRUNO SPERANI ottengono l'onore di essere
attentamente studiati da qualche pregiato critico francese. Ne godo,
perchè, se ne persuadano alcuni, in Francia se ne intendono... ancora.
(Dal _Corriere della Sera_). RAFFAELLO BARBIERA.
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_Due Case_, l'ultima delle undici novelle, ecco l'ambiente vivo come
solo la mente di fortissimo artista sa dipingerlo!
Quell'angolo remoto, solitario, sulle coste della Dalmazia, sorge
dinanzi agli occhi di chi legge, appassionando. E dietro, il paesello
con la vita della casa, caduta nella più trista miseria: quella che non
vuole svelarsi per orgoglio patrizio, che si nasconde, rinserrandosi fra
le mura del vecchio palazzone nobilesco, altezzosamente vergognosa, è
una meraviglia.
E lì, che dipintura, a grandi tratti efficaci, dei dolori d'una povera
madre, tutta concentrata nella desolazione delle memorie d'un suo povero
figliuolo di vent'anni morto lontano, in America; ove l'autocrazia
paterna l'aveva mandato. E quegli eterni rimproveri muti al vecchio, che
mena la vita disperata dei rimorsi, sentendosi la cagione quasi diretta
della morte del figlio!...
Infine lei, lei l'A... con quanta schiettezza di impressioni narra dei
suoi primi anni e la potente emozione che la fece, di balzo, uscire
dalla puerizia: la scoverta--sotto la tettoia, riposta tra vecchi arredi
di casa--della cassa contenente tutto che servì ai funebri del povero
morto, riposta lì per esser dimenticata!...
Assolutamente in quest'ultima novella c'è tutto BRUNO SPERANI, ed io suo
ammiratore, non ho altro ad aggiungere.
(_Rivista Contemporanea_). A. LAURIA.
Il Romanzo della Morte, 1890.
Titolo grave, tetre pagine, dense di una semioscurità, faticosa alla
mente del lettore. Favola pressochè nulla, immaginazione forte,
razionale del sentimento, serena noncuranza di tutto ciò che non è pura
_anatomia_ del cuore. Opera di donna, ma non letterariamente femminile,
vigorosa anzi e sentita, evidentemente dovuta ad un forte ingegno e ad
una salda coscienza letteraria. BRUNO SPERANI (nessuno ignora più il
nome reale dell'autrice) ci ha da qualche anno abituati a quel genere
speciale d'arte spregiudicata, della quale la donna che l'ha adottata si
fa banditrice, più presto talvolta e con più vibrato accento dell'uomo.
Nel brusco, scabroso argomento del suo romanzo, l'autrice è entrata di
piè fermo, senza esitanze, senza falsi pudori, l'ha vigorosamente
afferrato, lo ha reso, denudandolo. È facile avvertire ch'essa non teme
quello strano fatto determinante ch'è ad un tempo l'intreccio dell'opera
e il nodo della questione. Sin dalle prime pagine, lo accampa,
determinata, mette di fronte ad una vittima che non si osa chiamare
colpevole, un'altra vittima innocente, e questa deve esser partecipe
dell'ingiusta punizione. È tutta una cieca congiura di circostanze; le
volontà, fatte inerti dalla ferrea brutalità di quelle, obbediscono alla
prepotenza di una falsa ma invincibile logica, alle esigenze dispotiche
di un pregiudizio, contro il quale la ragione si ribella, ma che il
sentimento subisce. Lo studio è convinto, sincero, s'addentra e scende
nella malfida regione dei substrati del cuore, facendosi strada
faticosamente, in mezzo alla tristezza quasi ripugnante dell'argomento.
Una vaga incertezza erra per tutte le pagine di quel libro sincero ed
oppressivo, ove si intuisce un'originalità che si spende
coscienziosamente, una forza più latente che espressa. Non si può
mandarlo confuso colla farragine dei volgari romanzi; è d'uopo leggerlo
attentamente, anche provando un bisogno impulsivo di combatterlo, di
muovergli contro obbiezioni e critiche. Si possono non amare i libri di
Bruno Sperani, e il _Romanzo della Morte_ non è certo il più amabile fra
questi, ma torna impossibile lo sconoscere il robusto e virile ingegno
dell'autrice, la sua rara e forte intesa delle cose umane, la sua
poderosa energia di pensatrice.
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