Nuove lotte.
Pallido, la fronte corrugata, gli occhi stanchi, don Giorgio Castellani
errava per la campagna, come un'anima in pena.
Non parlava con nessuno, o pronunciava soltanto le parole necessarie.
In casa, solo con Cristina, si forzava a parere calmo; le insegnava a
leggere e a scrivere per ingannare il tempo e se stesso. Poi si chiudeva
nella sua camera col pretesto di un urgente lavoro. Una terribile
battaglia si combatteva nell'animo suo.
Dopo quel primo giorno di delirio, in cui l'umanità aveva trionfato
completamente dei propositi e dei pensieri del prete, egli era
ritornato su' suoi passi, tormentato da mille dubbi, da mille angoscie.
Così, mentre i contadini l'accusavano d'avere cacciato Marco per
starsene più libero con la sua amante, egli avrebbe potuto spalancare
usci e finestre e mettere tutta la propria esistenza, sotto agli occhi
indagatori del pubblico.
Non era uomo da crogiolarsi nelle comode transazioni dei costumi e della
religione. Ardente, entusiasta, forte e semplice, non poteva trarsi
d'impiccio con le solite scappatoie dei frolli, degli ipocriti. Per lui
erano le grandi e fatali uscite: le follìe, mai le viltà. Non faceva
teoriche; sentiva così, forse senza ben rendersene conto. Natura
energica, esaltata dal misticismo della prima educazione.
Insieme a ciò gentiluomo fino allo scrupolo, gentiluomo nell'intimo
senso della parola; e recalcitrante a tutte le sottigliezze dello
spirito gesuitico fin dalla prima età. I suoi superiori che lo
conoscevano, avevano di lui una grande stima; ma in generale opinavano
che non avrebbe mai fatto carriera, e che fosse meglio tenerlo in
campagna.
Un suo vecchio amico, impiegato alla Curia vescovile di Pavia, diceva:
Castellani non sa il valore della parola: _distinguo_: non può fare
strada.
Era tutto di un pezzo.
Se fosse scoppiata una guerra patriottica, avrebbe preso il fucile; e lo
diceva; poichè nessuno l'avrebbe potuto convincere che i suoi doveri di
prete escludessero i suoi doveri di cittadino.
Col medesimo criterio giudicava i suoi doveri verso Cristina. Pure
amandola appassionatamente, se ella non fosse stata quella che era--una
creatura, cioè, tutta devota a lui e purissima--egli avrebbe forse
troncato il dolce vincolo, sacrificando l'amore al dovere del proprio
stato. Poichè--non poteva nasconderlo--passato il primo acciecamento
della passione, terribile in lui, il rimorso lo schiacciava. E non tanto
per il peccato commesso: egli sapeva che Dio perdona; ma ben più per il
bivio crudele, in cui si era messo, di dover abbandonare la donna amata,
o mancare all'impegno preso davanti a Dio e davanti agli uomini. Sapeva
che molti preti, messi nelle identiche circostanze, se la cavavano con
la massima disinvoltura.
C'era una vittima di più nel mondo: una donna gettata nell'infamia, o
nella miseria, o nella disperazione; ma il prete si salvava.
Dio perdona.
Quale spirito maligno gli suggeriva che il perdono divino non basta a
riparare il male reale fatto ad un nostro simile? Era la sua squisita
delicatezza di gentiluomo? Il suo attaccamento all'onore mondano?... La
passione, forse, che si mascherava così?... O un intendimento più alto,
più nobile della religione e del dovere stesso?...
Nei primi giorni di sbalordimento, dopo la disfatta, il suo cervello
preso da vertigine, aveva immaginata una via di salvezza, irta di
triboli, ma splendida di poesia e di bellezza.
La giovine che gli si era abbandonata, non aveva più che lui al mondo;
egli era responsabile di quell'anima, di quella vita; nè la coscienza
gli permetteva di scemare con sofismi tale responsabilità: dunque, come
egli stesso aveva detto quel giorno, essa doveva rimanere con lui,
nella sua casa, unico asilo per lei. Su questo, nulla era da mutare.
Ma... non poteva quella convivenza essere senza peccato, santa,
ideale?... Non potevano, libato il calice inebbriante, colto il fiore
divino dell'amore, vivere vicini in casta amicizia, amanti sublimi,
martiri dell'idea?!...
Oh! il bel sogno!...
Ei l'accarezzò quel sogno: volle farne una realtà.
E la ragazza dei campi, la contadina ignorante, ineducata, intese questa
bellezza ideale; e abbracciò con entusiasmo la mistica poesia del
sacrifizio.
Ma dopo quattro mesi, quantunque non avesse mancato in alcun modo alle
sue promesse, don Giorgio non credeva più di poterle mantenere in
eterno. Una grande tristezza era in lui. Capiva d'essere stato
eccessivamente presuntuoso, forse ipocrita, forse gesuita.
Il terribile dilemma si delineava sempre più chiaramente sotto ai suoi
occhi; tanto più dopo che la Cristina aveva cacciato il vecchio
incorreggibile, che si ubbriacava, rubava e li insultava nelle sue
orgie. Nessuna via di accomodamento possibile ormai, nè di fronte alla
coscienza, nè con le circostanze esteriori.
Abbandonare Cristina vigliaccamente, dopo di averla disonorata; gettarla
in balìa ai suoi nemici, nella miseria, nella disperazione; o svestire
quell'abito, spezzare il giuramento: spretarsi, insomma, e sposare
Cristina. Non vedeva altra uscita da quel ginepraio.
Che schianto! che angoscia! che tormenti!
Egli avrebbe dovuto decidere prontamente. Si irritava con se stesso di
quelle titubanze. Ma le sue forze vacillavano.
Ne conosceva parecchi dei preti ritornati laici. Quasi tutti uomini di
ingegno: coscienze rette; ma quasi generalmente infelici. D'altra parte
quelli ch'egli conosceva erano tutti scienziati positivisti, nei quali
la fede era caduta a poco a poco sotto allo scalpello della
investigazione. Avevano deposto l'abito come una maschera menzognera.
In tal caso, ciò doveva essere molto più facile. Per lui, credente,
mistico in fondo, filosofo della vita per l'abitudine di osservare e di
pensare, ma poco addentro nella scienza; per lui povero prete
campagnuolo, ciò era terribilmente difficile.
A lui sarebbe bastato che i vescovi, riuniti in concilio, guidati da una
mira ambiziosa, non avessero decretata la legge contro natura che vieta
l'amore a tanti uomini. Ma la legge esisteva e tutti i colpiti si
sottomettevano o fingevano di sottomettersi.
Prostrato ai piedi dell'altare, egli supplicava nelle lagrime il suo
Iddio generoso a concedergli una ispirazione, un raggio di luce che
gl'indicasse la vera strada.
Che cosa domandava infine? Di poter vivere da uomo onesto, senza
ipocrisie, senza vergogna; e di non avere per questo la coscienza
scissa, l'anima travagliata dagli angosciosi dubbi.
Ma Dio non l'ascoltava; irato, voltava la faccia dal supplicante.
A poco a poco, egli sentiva un gran freddo nel cuore, la coscienza si
paralizzava: la preghiera stessa gli pareva senza senso; vuota la
chiesa, lontano il nume. La sua fede illanguidita non era più che un
miraggio, un fantasma. Poteva rinnegarla quando voleva. Ma neppure
questo stato d'animo gli recava la pace desiderata, la serenità di
giudizio, lo slancio del convincimento. Soffriva di sentirsi così:
rimaneva prostrato, inerte. E poi, una vaga paura sorgeva dal fondo
oscuro del cuore tormentato. Paura materiale, paura delle cose, paura,
secondo lui, bassa, ma gelida, opprimente paura.
Rompere col passato: disdirsi dopo tanti anni; spezzare il giuramento;
farsi vituperare dagli amici più cari; ed entrare solo, senza appoggi in
una società nuova per lui, diffidente, cinica, nemica!
Che cosa avrebbe fatto?... A quale lavoro avrebbe consacrato la sua
forza?... Dove avrebbe cercato un pane per sè e per Cristina?
Nella campagna?... In città?... Prete spretato! Vale a dire, un uomo che
ha il coraggio di confessare: «È stato uno sbaglio: i principî che avevo
abbracciati, non mi soddisfano più;» Oppure: «La superiorità che mi
attribuivo era falsa: sono un debole uomo.» E ciò in mezzo ad uomini che
si forzano a portare la maschera del leone, anche se la natura li ha
forniti di un'anima da coniglio: in un mondo dove tutto si perdona,
fuorchè il dire: «Ho sbagliato: cambio opinione.»
Certo qualcuno lo avrebbe compreso, compatito almeno: qualcuno gli
avrebbe steso benevolmente la mano. Vere anime superiori esistevano nel
mondo; aveva letto tanti libri dettati da un alto pensiero; scritti da
uomini veramente liberi. Ma come presentarsi a quegli uomini?... Come
cercarli nell'ingranaggio della vita quotidiana?... E se sbagliava?...
Se l'uomo apparentemente liberale e superiore, a cui egli si sarebbe
rivolto, avesse nudrito dei pregiudizi, o una di quelle ripugnanze
ereditarie, invincibili, che fanno dire anche ad un uomo di buon senso:
l'unto non si leva mai: il prete resta prete in eterno, e quello
spretato lo è due volte?...
O se, pur trovando l'uomo ideale, fosse mancata in lui stesso la
capacità di farsi comprendere? Se avesse destato delle diffidenze? Era
tanto facile: un prete!... Che umiliazione! Che spasimi in tutto
l'essere!...
Oh! maledetti coloro che l'avevano gettato fanciullo in un seminario,
facendogli pagare a sì caro prezzo un'illusorio beneficio! Maledetti
coloro che, svisando i suoi giovanili entusiasmi e le tenerezze
vereconde della sua anima appassionata, lo avevano ingannato con la
menzogna; e macchiato col nome bugiardo di vocazione, la eterna verità,
il dischiudersi del fiore umano che istintivamente innalza verso il
cielo i suoi primi effluvi!... Maledetti! Maledetti!
Solo, nella piccola chiesa piena d'ombre, gettato sui gradini
dell'altare la faccia contro terra, egli imprecava e piangeva.
Una mattina un uomo fidato gli portò una lettera della Curia.
Ei l'aspettava in realtà quella lettera: eppure, toccandola, ebbe come
una scossa elettrica. Riconobbe la calligrafia del vecchio prete suo
amico, impiegato alla Cancelleria vescovile di Pavia.
--Ci siamo!--pensò con una specie di gioia amara. E subito dopo, come
per una ispirazione segreta:
--Qui è la soluzione!
La lettera conteneva prima di tutto una chiamata del Vescovo: _Ad
audiendum verbum_.
Poi una missiva confidenziale dell'amico impiegato.
Il buon uomo, esperto della vita, pratico di queste faccende, avvertiva
il giovine che qualcosa di troppo azzardato era giunto agli orecchi dei
superiori. La parola «scandalo» doveva essere stata pronunciata. Non
glie ne facevano una colpa enorme, no, Dio santo! si sa, un prete
giovine, e nella noia di quei paesi!... Comprendevano benissimo,
compativano...
Ma lo scandalo dispiaceva a Monsignore. In questi tempi di incredulità,
con tanti nemici della Chiesa, tutto diveniva pericolo, e le apparenze
avevano una straordinaria importanza. Egli però poteva cavarsela con
onore, anzi, a dirgliela in amicizia, quella vecchia amicizia ch'ei ben
conosceva, destreggiandosi un poco, poteva trarre occasione per
migliorare il suo stato, chiedendo un trasloco in paese più ricco; ciò
che non gli sarebbe stato negato; purchè accorresse subito, mostrandosi
pentito e dolente; e purchè si liberasse della pecorella. Levata di
mezzo la pietra dello scandalo egli poteva giustificarsi con grande
facilità. Molte cose si potevano mettere a carico della maldicenza della
gente e della irreligione che infettava città e campagne.
Naturalmente l'amico non aveva neppure il sospetto che don Giorgio
pensasse a resistere. Epperò nessun'altra esortazione; ma sempre
quella, ripetuta, di far sparire la bella peccatrice, fosse pure con
qualche sacrificio. E qui a guisa di suggello, un distico latino, molto
elegante, il quale indicava che il reverendo era un intelligente cultore
delle belle lettere, e, a tempo avanzato, un'amico indulgente delle
belle peccatrici.
A mano a mano che andava leggendo questa curiosa lettera, una gran luce
si faceva nell'anima di don Giorgio. L'ultimo velo cadeva; l'ultimo
dubbio era vinto.
Uno strano sorriso gli errava sulle labbra, e nel petto virile rifioriva
il coraggio.
Vinto! Ma questa volta era lui che vinceva. Gli occhi sfavillanti, la
fronte eretta, andava incontro all'avvenire, conscio del proprio dovere,
sicuro in se stesso.