Negrito, il feroce.
Guardate là, là su la spiaggia del benefico mare!
È stata la signora Adele, la mamma, ad accorgersi che Robertino non
c'era più; giacchè, pur conversando, il suo occhio gira ogni tanto e
cerca dov'è quel suo tesoruccio biondo. Non l'ha più visto: ma bene
ha visto Negrito. Mandò un grido d'angoscia; si levò dal crocchio;
accorse.
Accorsero tutti. Dio, il suo Robertino affogava?
No, non affogava: era Negrito, il cuginetto, che lo teneva a forza
nascosto sott'acqua. La signora Adele ritorna col suo piccino sul
petto, che trema come una lepre sfuggita al bracco; con l'altra mano
trascina Negrito, che punta i piedi per non venire.
Ora ognuno ha fatto festa a Robertino; e, per consolarlo, ognuno gli
ha offerto qualcosa: «To' il confetto, to' il cavalluccio, to' la
barchetta!» Egli abbracciò ogni oggetto con le sue manine, sorrise,
obliò.
— Ma che cosa ti ha fatto questo povero bambino che tu lo tenevi
sott'acqua? ma di' che ti ha fatto? ma di'? — domandava la signora
Adele.
Nulla! Negrito stava immobile, sorpreso da quei rimproveri.
E noi dicevamo: — Ti faremo mettere in prigione! — Chiameremo i
carabinieri! — Ma sai che si va in prigione a far così? — Oh, io ti
rimando subito da tua mamma; questa è l'ultima che mi fai, non ti
voglio più con me, più, più!
Ad ogni minaccia Negrito levava gli occhi come per vedere chi era
colui che parlava: ma nulla rispose. Io guardai quegli occhi sereni e
meravigliati di Negrito; e vi lessi questo semplice pensiero: «Ma io mi
divertivo tanto a vedere soffocare nell'acqua Robertino sotto le mie
mani; perchè dunque mi rimproverate? Lui faceva forza; ed io facevo
ancor più forza».
Infine Negrito si accoccolò in un canto e si mise indifferente a
scavare la rena: bisognava pur divertirsi in qualche altro modo!
Or dunque, mentre le donne discorrevano della cattiveria di Negrito
e della innocenza di Robertino, io li osservava entrambi. Biondi,
rosei di volto ambedue. Robertino ha cinque anni; Negrito, sette;
si assomigliano; eppure, osservando attentamente i volti dei due
cugini hanno qualche cosa di diverso. Quello di Robertino è più
mobile: un rimprovero (basta dirgli: «Cattivo, Robertino!»), una lode
(«Robertino è tanto buono, è il cocco della mamma sua!»), si riflettono
nelle pupille ridenti e nel volto diafano come entro uno specchio.
«Robertino, va a prendere lo sgabello e portalo alla mamma!» e lui va,
piano, prudente, barcollando come un vecchietto, e torna felice con lo
sgabello. Il volto di Negrito, invece, rimane rigido; la pupilla non
riflette ciò che è esterno. Se gli si dice: «Negrito, fa la tal cosa»;
«Negrito, non buttare l'arena contro le persone», è quella volta che
Negrito accumula tutto il suo entusiasmo, e fa peggio.
Perchè Negrito è così? I suoi genitori quando lo misero al mondo
dissero forse: «Noi vogliamo che la creatura che nascerà da questo
amore, sia feroce?». Ma nessun padre augurò mai questo! _Buono_
e _bontà_ sono augurate parole dei padri ai figliuoli; anzi sono
meravigliose parole, giacchè il loro senso è inteso da tutti, ma per
scienza non hanno chiara spiegazione. E allora? Mah! Probabilmente
si deve trattare di una specie di microbio, non ancora isolato dagli
scienziati. Certo è che per Negrito era un esercizio piacevole quello
di vedere, sotto la propria forza, soffocare Robertino.
I miei bambini non sono certo come Negrito; eppure anche loro trovano
un compiacimento squisito nell'esercizio della ferocia. Quante volte
non mi sono arrabbiato per quella storia delle frecce!
No, non basta che l'arco della balestra sia robusto. Il godimento non
è pieno se la freccia non ha la punta d'acciaio, che dia l'illusione
di un'arma vera. Io li ho sorpresi, nell'ora della siesta, in cucina,
con altri compagni della stessa proporzione, intenti al lavoro delle
frecce. Uno rompeva la capocchia degli spilli, un altro scioglieva
il catrame sul fornello. E che serietà in quel lavoro! Parlavano
come piccoli uomini: esaminavano le punte su le palme delle manine
e dicevano: «Questa se entra dentro, può ammazzare da vero!» «Almeno
levare un occhio!»
— Ah, sì? — e spalanco la porta: Che terrore, poveri piccini! Hanno
mandato un grido, hanno preso le loro armi e sono fuggiti; ed io li ho
inseguiti, ma un po' per volta mi venne in mente la figura di Gulliver
che insegue gli abitanti di Lilliput. Ciò è abbastanza ridicolo;
anche per il fatto che ad ottenere un certo risultato, bisognerebbe
conservare le proporzioni di Gulliver specialmente rispetto agli uomini
grandi.
È questione di nervi. L'idea della _ferocia_ è diventata per me
da qualche tempo una specie di melanconia fissa, che mi oscura lo
splendore della vita e mi procura molte mortificazioni, del genere di
quelle che mi inflisse l'egregio avvocato Pasqualino.
La virtù del silenzio e del lasciar fare, quando non fanno male a te,
non sarà mai abbastanza lodata.
Che bisogno c'era di investire l'avvocato Pasqualino con parole
sarcastiche?
Egli se ne stava tranquillo come gli altri ad osservare i bei colpi dei
cacciatori, contro le rondinelle del mare, così belle, così candide
e così stupide! Era un divertimento la loro stupidità, perchè i
cacciatori buttavano in aria quelle che avevano ferito; e ciò serviva
da richiamo alle altre, che accorrevano in gran numero, stridendo,
contro i fucili in mira dei cacciatori. Grande era il tripudio dei
bambini e dei cani, i quali a gara si precipitavano nell'acqua a
raccogliere le rondinelle.
Anche quello era un semplice esercizio, perchè da mangiare non sono
buone le sciocche bestiole.
V'erano anche alcune giovinette a guardare; ed una che era tanto
gentile che pareva tolta dalle figure estatiche della Pomposa, chinò la
persona e la testa chiomata sopra una rondinella, stesa supina, con le
bellissime ali aperte, come per meglio lasciare fuggire la vita.
— Ma sapete — disse alle compagne — che queste ali, ma precise a
queste, si vendevano in un negozio di cappelli, sotto il Pavaglione,
due lire il paio?
Le amiche, meravigliando, pur ne convennero. — Bisognerebbe saperle
preparare! — disse una, e l'avvocato Pasqualino, che era lì presso,
disse: — Volete, signorine, che ve le prepari io? Sono un poco
imbalsamatore.
Già io l'aveva un po' su con l'avvocato Pasqualino. Egli era quegli
che, a proposito della mia idea di fare cavaliere del lavoro il pius
_agricola_, aveva assicurato che una fra le cose certe era che io
non sarei mai riuscito, nemmeno deputato. L'avvocato Pasqualino è un
entusiasta trombettiere della modernità; e non manca di un avvenire
politico. In quel giorno la soddisfazione di trovarsi al mondo al
principio del secolo ventesimo, appariva sul florido volto; e i suoi
baffetti neri erano più impertinenti che mai.
— Sì, sì, — pigolarono festosamente le giovanette, e allora egli levò
di tasca un paio di forbicine e cominciò con molta calma a tagliare e
pareggiare quelle povere ali, così care all'azzurro ed al sole: _tic_,
_tac_!
Quel _tic_, _tac_ irritò il mio infelice sistema nervoso, e il freno
del silenzio mi venne a mancare.
Quel recidere ali, quel pareggiare, quello sterilizzare mi parvero
come un atto simbolico di ciò che avviene nella vita. «Ma non
t'accorgi, Pasqualino, che non cresce più un fiore con tutta questa
sterilizzazione?»
Oh, non avessi mai espresso questo pensiero!
I baffetti di lui cominciarono a vibrare, e le sue parole divennero
insolenti. Quante me ne disse! — Lei non capisce niente del movimento
moderno. Lei era degno di vivere ai tempi di Omero.
Oh, egli non avrebbe finito così presto, se non fosse venuta la sua
signora ad interrompere: — Ma Pasqualino, — disse, — i tagliolini sono
in tavola!
Si placò: stette un po' incerto se proseguire a darmi il resto del
carlino, ovvero rispondere all'invito dei tagliolini. Preferì questo
secondo partito, e: — Quello lì, vedi, — disse alla moglie additandomi,
— è un uomo dei tempi omerici!
Pasqualino e gli altri se ne erano dunque andati; ma le sue parole
mi avevano gonfiato il cuore, ed io feci come la loquace moglie che
seguita a parlare anche dopo che il prudente marito ha infilato l'uscio
di casa.
Il mare azzurro rotolava le sue onde canute, ancora come ai tempi
di Omero. Oh, ma dove sono fuggite quelle splendide nudità, dove
sono esulate le parole chiare, semplici, ignude? Sì, quegli eroi di
Omero erano molto sanguinari: ma quando Giove non li investiva della
sua ferocia, dicevano pure meravigliose cose! Quando si pensa, o
Pasqualino, che erano tutti analfabeti a quel tempo, c'è da rimanerne
stupiti.
Però anche Pasqualino non ha torto. Io male provvidi leggendo Omero
e Platone. Questi benedetti greci hanno fatto di me quasi un ateo
della religione moderna: io mi annoio a dire le nuove litanie, come
mi annoiavo a dire quelle vecchie quand'ero bambino. «Tu andrai
all'inferno!» mi ripeteva una mia povera zia, e Pasqualino mi dice
lo stesso. Pasqualino e compagni non si trovano mai bastantemente
abbigliati; l'ultimo stile della loro moda è più complicato del
precedente ed io vagheggio le nudità antiche! È un anacronismo! E più
avresti motivo di vilipendermi se ti dicessi che per trovare un poco di
umanità in istato semplice, ero venuto volentieri fra questi pescatori
seminudi e analfabeti! È meglio vestirli anche loro. Ti ricordi,
Pasqualino, quell'insignificante fatto di cronaca dei giorni addietro
quando è affogato qui quel povero giovane?
Era di pieno giorno, con un sole e un mare belli come oggi: a due
passi dalla spiaggia è affogato; lì, fra compagni e signorine, mentre
faceva salti, capriole, balli nell'acqua. Quando quel leggiadro corpo
fu gettato su la spiaggia col capo riverso (oh, quel dolce volto che
aveva visto la sua morte, come era diventato enorme, terribile!), ti
ricordi con che occhi attoniti gli si affollarono intorno le donne con
le chiome stillanti su gli accappatoi bianchi? Come fissavano a lungo!
Non lo riconoscevano più! Il severo Thanatos, intanto, aveva inalberato
il suo stendardo nero, sotto il sole!
Il buon popolo analfabeta trovò — è vero — alcune espressioni gentili
e semplici; ma come è stato anche lui feroce nella sua superstizione,
il buon popolo! Nessuno dei pescatori ha voluto ospitare il povero
corpo alla notte. «Dopo ci si sente — dicevano —. E come si farà,
ad affittare ai bagnanti?» Non c'è stato che Giacchetto, il piccolo
vecchio sbarbato, Giacchetto, che parla con voce di grande umiltà,
ad aver misericordia di «quel povero figlio!», e l'ha accolto nella
sua capanna per amor di Dio, cioè per sole cento lire, giacchè «il
suo prezzo vero» era di quaranta scudi, almeno; cioè l'affitto di una
stagione! Come potrà più affittare la sua capanna se dentro c'è stato
un morto? «Ma non siamo tutti cristiani?» dicea il buon Giacchetto, ed
ha ospitato il povero morto.
Che terrore quella notte, con quel morto in quella capanna, da cui
veniva fuori il bagliore dei ceri! Le pescivendole che si levano a
mezzanotte per recarsi alla conserva a prendere i cestelli del pesce,
fecero un lungo giro per non passare davanti alla casa di Giacchetto.
Oh, ma fu lo stesso la notte del terrore quella! Due occhi di fuoco
avanzavano, lenti lenti, per la via, bianca sotto la luna; e un grido
ogni tanto, un grido che riempiva la notte e le impaurite si buttavano
contro la siepi. Non era, no, il diavolo che scuotea le catene; è una
vecchia carrozza, è una sonagliera al collo di un cavallaccio; e dentro
la carrozza c'è una vecchia madre che viene da lontano, all'improvvisa
chiamata; giacché a temperare l'antica ferocia furono create le madri!
Il bel funerale il giorno dopo; il bel carro mortuario venuto apposta
dalla città; tutto parato a nero e giallo; e il vecchio becchino
intontito, colla lucerna di felpa; e le corone; e dietro tutti quei
signori ben vestiti; e il prete che era in vena di cantare quel
giorno. «Oh, che cosa vuol dire essere signori!» ripeteva la gente
mentre passava il bel funerale. Va là, Pasqualino, sterilizza questa
natura grezza, e insegnaci l'alfabeto! La natura? Ella se ne ride
bene! Il plenilunio di settembre non è stato per ciò meno luminoso: nè
la sera meno tepida. I bambini accendono lo stesso le loro lanterne
alla veneziana, gialle e rosse, e i giovani accordano i mandolini e
le chitarre lo stesso. La spiaggia del mare è soffice come un divano.
È così bello fare all'amore al lume di luna. Vedi quei due? Essi
fanno all'amore sul serio. Lei così languida e sentimentale, lui così
ardente, e così felice se non dovesse aspettare. Ai tempi omerici,
Pasqualino, non c'era il sindaco e non c'era lo stato civile. Le cose
erano più semplici allora. In questo ne converrai: e suicidi per amore
non avvenivano. Sciocchezze queste, lo so. Ma sai a che cosa penso? A
quella povera vecchia mamma che venne qui, quella notte. Anche lei,
trenta o quarant'anni fa, avrà fatto all'amore come quei due. La
consacrazione in chiesa, il sindaco, poi il bambino che nasce, dice:
«papà! mamà!» ride, poi il primo dente, i balocchi, poi gli studi; poi
un caso; un attimo, e Thanatos eleva il suo stendardo nero!
Tutto ciò come si ripete melanconicamente! come la legge delle cose
domina, e non riuscirai no, a sterilizzarla, Pasqualino!
Vedi, quando io mi affisso nei miei bambini, e penso a queste leggi
invincibili, mi sento irrigidire il cuore. Sai che cosa feci la Pasqua
scorsa? cosa feci io, che rincorrevo i bimbi perchè mettevano le spille
alle frecce? Sta a sentire:
Era sabato santo: si desinava all'osteria del villaggio; noi tre, la
mamma mia, il bambino ed io. Il giorno era pieno di raccoglimento e di
silenzio; un pallido sole indorava le foglie tenere: e l'erba del grano
verzicava fra i papaveri nascenti.
— Dove sono i bambini dell'oste?
— Sono andati a vedere ammazzare gli agnelli.
Allora il mio bambino disse:
— Voglio andare anch'io!
Disse la nonna:
— Non ti vergogni? — e spiegò perchè era vergogna quella curiosità.