Egli si confuse e non insistette

Ma quando il desinare fu finito, io stesso mi levai, e preso il

figliuolo per mano, dissi:

— Andiamo!

— Dove?

— A vedere ammazzare gli agnelli.

Andammo.

La bottega del macellaio era lì presso: nella semioscurità erano cumuli

di piccoli lanuti con le zampine legate entro ritorte funi. Quelle

piccole bocche, coi dentini da latte, si aprivano per mandar fuori un

«be!» a tempo, ogni tanto: cessavano, e poi ripigliavano con un «be!»

di fastidio, lungo, straziante, vibrante, come dire: «non è bello

quello che qui avviene. Ieri pasturavamo le prime erbe, saltellando

accanto alle nostre mamme, su la montagna. Qui dove siamo?» Poi, uno

ad uno, erano afferrati dal macellaio che lavorava in un sudicio

cortiletto, e, sciolti i due piedi dinanzi, i due piè posteriori

erano appesi a due cavicchi, infissi in un gelso, così che il capo ne

penzolava. Allora l'uomo (uno scarno, sporco uomo) faceva scomparire

il coltello, lucido (perchè il sangue sull'acciaio mal si fermava) nel

vello dolce, candido: e questa prima operazione avveniva senza che la

vittima desse segno alcuno manifesto: poi, dopo essere scomparsa, la

lama riappariva di fianco rapida, sicura: aveva reciso: dal candore

della lana saltava fuori la canna della gola, e rigurgitava un fiotto

luminoso, rutilante: si capiva che quel fiotto conteneva il segreto

della vita.

Era un momento atteso perchè i bambini se lo additavano quel rigurgito

di sangue col piccolo dito che voleva dire: «Ecco il sangue!»

Allora soltanto l'agnello si risentiva e pareva capire; e le piccole

gambe sospese facevano l'ultimo sforzo per sottrarsi al martirio: ma

l'uomo diceva all'agnello: «Sta buono, va là, che adesso è fatta!»

(come dire «adesso puoi vivere in pace!»). Quindi metteva un cannello

fra la pelle lanuta e la carne e fortemente soffiava, onde tutto il

misero agnellino si deformava gonfiando.

E quel momento era pure atteso dai piccoli spettatori, i quali ridevano

vedendo l'agnello gonfiare da ogni lato.

Dopo che aveva gonfiato, in un attimo lo spogliava del vello.

— E dà ancora calci! — diceva il carnefice, rimproverando l'agnello.

Erano gli ultimi tratti che parevano significare ben altro

dall'incosciente «be!» di prima: significavano: «ora capisco tutto: ora

io so! va, brutta, vile vita!»

Ma come il sacco delle interiora era tolto e buttato, come la corata

bellamente era staccata ed esposta, quasi fosse una decorazione, ai

ganci, non palpitavano più che le tenui fibrille; ma quel palpito pur

diceva: «Va, vita vile!»

— Ho la mano indolenzita, — diceva ogni tanto calmo calmo, il

carnefice, mostrandomi la sua mano grommata di sangue, — ed ho ancora

tutti quelli là! — indicava il cumulo dei lanuti che ogni tanto

gemevano: «be!»

Per la sera egli doveva aver finito, perchè sull'ora del vespero

venivano da ogni termine lontano a comperare l'agnello per il giorno

della Resurrezione.

Oh, melanconica Pasqua della Resurrezione; oh, tristezza di queste mani

insanguinate attraverso tutte le età!

Melanconie fisse, lo so; questione di nervi e di dormire poco la notte.

Tu invece dormi le tue otto ore filate, e al mattino senti la voce

sempre placida della tua signora, che ti dice: «Pasqualino, ecco il

caffè». Fai la _toilette_ elegante, e vedi su lo specchio che l'umanità

gode buona salute: dopo ti pasci lo spirito delle notizie che ti offre

il giornale, e noti le tappe di avanzamento: i punti superati.

Certo, del progresso se ne è fatto! L'effusione del sangue si va sempre

più riducendo agli stretti limiti del necessario; e quando si pensa

che siamo in tanti, che siamo in tanti a far ressa agli sportelli del

Banco di sconto della vita, e si vede che invece di digrignare i denti,

ci sorridiamo l'uno con l'altro, e ci diciamo: «Buon giorno! buona

fortuna!» via c'è da sperare bene. Certo, per mangiare i tagliolini in

brodo, un po' d'effusione di sangue ci vuole. Scusami, dunque, se ti

parlai acre. Vedrò di emendarmi. Tu intanto, Pasqualino, sii buono, non

essere inesorabile come un antico sacerdote, non mi mettere all'Indice.

Anch'io ho qualche cambiale da scontare al Banco della vita.

Ma Pasqualino è su la poltrona a far siesta. Egli ripete il suo gesto:

«Addio, uomo dei tempi omerici!»

La lanterna di Diogene · 第 28 / 35 题