XVII.

La morte dei nobili pini.

«Guardateli bene, bambini miei, questi pini, perchè un altr'anno non li

vedrete più».

Questa è la piccola selva dei nobili pini che sorgono lungo l'argine

della via ferrata (anzi la via ferrata, diciotto anni or sono, quando

fu posata su questo litorale — che allora era deserto — squarciò la

selva dei nobili pini; e i pini, ogni volta che il vapore vi passa,

sembrano occhieggiare, con curiosità, e paura insieme, il mostro di

fuoco dall'alto dei loro ombrelli di verdura, e se non avessero le

radici, fuggirebbero. Alcuni di questi pini si sono staccati dal gruppo

dei loro fratelli come per cercar rifugio presso le onde del mare).

Lungo quest'argine mi piace ora andare in compagnia dei miei figliuoli,

verso la detta selva. Essi accettano ben volentieri di venire, perchè

quei giganteschi alberi fanno regali ai piccoli bambini; regalano le

pine pesanti, ma che dentro proteggono e nascondono la mandorla del

pinòlo, dolce e piccina.

Questa foresta era come una gran sala che aveva la vôlta di smeraldo,

ed era sostenuta da cento alte colonne, che parevano metallo brunito.

Il sole vi giocava per entro, e si divertiva a variare i suoi fregi

d'oro: al mattino, per esempio, ci dava una pennellata di rosa; a

mezzodì faceva piovere da per tutto una passione di simboli d'oro,

di bolle, di fregi, di raggi; al vespero li investiva di porpora e di

sangue, come avessero avuto un'anima tragica. E quelle nobili piante

si lasciavano vestire dal capriccio del sole, così come una bella donna

sul palcoscenico lascia cadere su le candide nudità le tinte varie del

proiettore.

Se il vento del mare era dolce, solfeggiavano con lui; ma se spirava

forte, i calami, a somiglianza di canne d'organo, elevavano insieme le

note con un murmure cupo, e facevano concerto con lo scrosciare delle

onde sul lido: ma senza contorcersi, senza piegare o impaurite o goffe

come fanno le altre piante; erano solo i calami che palpitavano, come

ad un giuoco, sul rigido e forte sostegno del tronco e delle branche

ignude. Amiche dunque, al sole, al vento, al mare; care alla madre

terra; nemiche solo alla pallida neve che uccide la loro vita antica:

docili a tutte le forze; ribelli solo al desolato inverno.

Quale re di corona ebbe mai una sala più bella di questa ove voi,

bambini, correte folleggiando, in cerca delle pine? Quando verrà il

tempo che i savi collocheranno in queste aule i loro tribunali, come

già re Luigi, il santo, elevava i padiglioni gigliati del suo trono

sotto le querce?

Voi tornate, o bambini, carichi di preda e non pensate a dire «grazie!»

ai nobili pini. Il più piccino fra voi come è goffo sotto il peso

della sua proprietà di pine! Due volte è caduto sotto il peso della sua

proprietà; e i pini con lento murmure sorridevano.

E la sera, al ritorno, oh, le allegre fiammate delle pine sulla brace!

Le pine incominciano a gemere, a piangere, quindi esalano il loro

incenso, di cui la terra le ha nutrite; gli alveoli crepitano, si

spaccano, si aprono, ed ecco le nocciole dei pinòli! Or conviene dare

opera al martello: le mani si insudiciano. Ma non esiste bambino che

abbia paura di insudiciarsi le mani. Questi pinòli sono confidati alla

nonna: stringono poi alleanza con un po' di zucchero e di chiara d'ovo,

ed ecco le pinocchiate, dolci, bianche e tenerine, a cui sospendete

occhi ed anima.

Voi, cari bimbi, non pensate più in là, quando cogliete le pine.

E in fondo, anch'io, a che cosa pensavo giorni addietro, lungo

quest'argine?

Anch'io pensavo ad un frutto di infinita dolcezza, e ben più sigillato

che non sia il pinòlo entro la pigna! Non passò per quest'argine, per

questa selva, la piccola sfinge dal piede scalzo?

Oh, la buona gente mi loda quando mi vede accompagnare i bimbi lungo

l'argine della ferrata, verso la selva, e dice: «Che buon papà!»

Io lascio lodare, e sto zitto. Sì, va bene, io accompagno a spasso

questi bambini per dovere professionale; ma anche perchè — io non so

come avvenga — questa infanzia mi inspira alcuna castità e purità di

imagini.

Eppure anche voi, bambini, se crescerete, dovrete passare dal desiderio

di questo innocente frutto del pino, al desiderio di ben più acre e

terribile frutto! Anche voi percorrerete questa che a me, oggi come

oggi, pare — a dire proprio il vero — una specie di _via crucis_;

mentre a voi, sino dal primo destarsi del senso, sembrerà la più

fiorita, la più gioiosa via della terra: e allora tutte le energie

della giovanezza vi soccorreranno affinchè possiate percorrere questa

via, e lotterete anche voi per quell'acerbo frutto, antico, eterno,

collocato sul più eccelso ramo dell'albero della vita. E tu, piccino

biondo, che ti pulisci la bocca se io ti bacio, ah, su quante labbra

impure bramerai di posarti e ti poserai! Poveri bambini, io ho paura di

quella sfinge dai denti aguzzi più che della scure che uccide la vita

dei nobili pini! (Essi correvano, coi loro abitini bianchi e rossi, in

fondo agli ondulamenti del prato, smarrendosi fra i tronchi lontani. Io

sorpresi i miei occhi che lagrimavano!)

Ebbene, poichè non sarà possibile nè meno a voi sottrarvi al martirio

dei sensi, quale consiglio darvi a questo proposito, bambini miei?

Ecco, come la nonna vi consiglia di mangiare con moderazione il dolce

dei pinòli che ella prepara, così io vi consiglio di affondare con

moderazione, senza astinenza nè intemperanza, i denti nel frutto per

cui Eva fu creata dal Signore.

*

— Perchè, — essi mi chiesero, — questi pini non li vedremo più?

— Perchè devono morire.

*

Io vidi i più belli di questi pini segnati con una croce di vernice

rossa.

La selva dei nobili pini era stata comperata da un ingordo speculatore:

questi aveva, alla sua volta, ceduto per trenta lire ogni pino. Per

trenta lire caddero in poco tempo i tronchi secolari; e il freddo lampo

della scure splendeva nella dolce sera; e il colpo, vibrato contro i

tronchi, suonava nella mite sera.

Vidi le loro cupole di smeraldo, sconciamente a terra, illanguidire

come recise chiome di giovanetta: poi farsi fulve come intinte di

vero sangue. Vidi le umili piante della campagna circostante guardare

con stupore e con pietà quei giganteschi tronchi caduti e da cadere:

e quelli superstiti ancora intrecciavano le loro chiome come per

difendersi e domandavano al sole, grande e potente, protezione; e

il sole li vestiva nel vespero di ogni più bella luce, tolta allo

smeraldo, al rubino; ma quella bellezza non placò la scure dell'uomo.

Anche ai rozzi uomini del mare chiesero pietà i pini: «Quando con i

barchetti, dalle vele rosse, voi vi accostate alla riva, il nostro

padiglione segna sul litorale il punto del vostro approdo. Perchè,

dunque, ucciderci?»

O tristezze dell'anima ammalata; a me quei colpi di scure contro i

meravigliosi tronchi risonavano nel cuore; tronchi così belli che

parevano d'argento antico, chiome così trionfali, così spesse, così

vive, chiome della terra, recise a colpi di scure; chiome stese sui

miei bambini, come una mano amica: recise per trenta lire!

Ah!, Santo Francesco, meraviglioso nemico della ricchezza, tutto

sempre si vende al mondo per trenta sicli! «Noi fummo già — dicevano

i pini morenti — selva nobile e antica lungo il glorioso mare; e i

padri nostri confortarono Dante, quel grande Umano che tenne gli occhi

rivolti ai regni d'oltremorte, mentre la feroce guerra degli uomini

latrava contro il suo petto! Veniva solitario fra noi; ed egli degnò

la nostra vista e ne trasportò l'imagine armoniosa sull'alto del monte

di purgazione; noi cantammo a prova con gli uccelletti dell'aria per

raddolcir le sue pene; ed egli glorificò l'umiltà nostra e si ricordò

di ogni nostro suono e moto, e «divina» e «spessa» e «viva» chiamò

questa foresta che la barbarie delle nuove genti oggi distrugge!»

*

Queste voci sentendo, io mi attardavo fra gli ultimi pini superstiti;

ma da quella sera che vedemmo per l'argine passare in fila i carnefici

delle nobili piante con le loro scuri nude su le spalle, un gelo mi

corse al cuore.

Scostai i bimbi dal passaggio delle scuri, come se esse avessero

minacciato anche me e quelle giovani vite. Un gelo mi corse al cuore e

alla selva più non tornai.

*

Ma un mattino, dal largo del mare, gli occhi si volsero sul litorale al

luogo ove cento colonne elevavano il loro padiglione meraviglioso.

E non c'era più nulla!

La lanterna di Diogene · 第 26 / 35 题