A Comacchio.
Io meditavo il mattino seguente su questo fatto deplorevole della
penetrazione di Venere per tutta la materia, quando mi scosse la voce
amica del signor Armuzzi:
— «Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi», sei mai stato a
Comacchio?
— Il paese delle anguille?, dove non si mangia che anguilla: minestra
anguilla, lesso anguilla, frutta anguilla, dove l'aria e l'acqua hanno
odore di anguilla? No, non ci sono mai stato.
— È un paese interessante e fra i più caratteristici. È così poco
conosciuto che lei potrà vantarsi di aver visto Comacchio come d'essere
andato al Polo Nord. Io ho la specialità di condurre le persone
intelligenti a vedere Comacchio. Domani mi ci devo recare.... se
crede....
Ringraziai di quell'«intelligente» e: — Perchè no? Ma e il mezzo per
andare a Comacchio?
— Ce ne sono tanti: per mare, per valle, per diligenza: il più
consigliabile sarebbe per pallone; ma noi andremo in bicicletta.
Fu così decisa la spedizione per Comacchio. Il dì seguente mi sarei
trovato alle tre a Ravenna.
Il signor Armuzzi è un professore di ragioneria, che sa anche di latino
e gode di molta autorità nella nativa Ravenna. A queste pregevoli doti
aggiunge quella di lasciare a casa ogni bagaglio professorale quando
viaggia per isvago. I professori che riescono a far questo sono così
rari che io ricordo ad esempio il detto signor Armuzzi. Oltrepassa
di poco i novanta chili di peso e i quaranta anni di età: ma non ne
ha impedimento per essere un eccellente pedalatore. C'era con lui
ad attendermi alla stazione di Ravenna suo fratello. Questi è assai
giovane e smilzo. Si ripromette di ingrassare quando sarà avvocato.
*
Ci mettemmo in via. Da Ravenna a Sant'Alberto (km. 15) la strada corre
attraverso le melanconiche bonifiche ravennati. Queste bonifiche datano
dal tempo di Gregorio XVI, e avvengono per effetto di colmate del
Lamone. Prima di allora tutta quella gran landa era valle; cioè lagune
e paludi, infeudate a chiese e conventi.
Sant'Alberto, un budello lunghissimo di case, limitato dall'argine del
Po-Reno o Po di Primàro, è il centro di questi lavori di bonifica.
E come per legge fisica le grandi estensioni di acque prendono sapore
di sale, così le grandi masse umane oggi prendono il sapore socialista.
Il socialismo di quella regione si trova in istato torbido, come le
acque del Lamone. Ma io credo che queste si purificheranno prima di
quello.
Molte schiere di questi lavoratori passavano per la nostra via: via
sempre più deserta, fra terreno sempre più selvaggio e palustre,
nudo di abitazioni. Schiere di lavoratori scalzi: pupille torve che
inseguono le biciclette.
Se non v'è una minaccia, certo v'è un rimprovero in quelle pupille e
sempre dice:
— «Voi siete agili! voi vi divertite a correre! noi siamo legati al
terreno melmoso che, pala a pala, smoviamo, per creare a voi il gran
canale: noi, fra la malaria!»
La selvaggia landa si rispecchia nei selvaggi volti, e se non danno
spontaneamente il passo, io credo cosa prudente andar nel mezzo del
polverone e lasciar loro la battuta. Questi socialisti non sono ancora
abbastanza evoluti, ed io desidero di rivedere i miei a Bellaria. Oltre
ai socialisti, vi sono i repubblicani e gli anarchici.
Della loro triplice fede quei lavoratori portano gli emblemi in un
fazzoletto grande, attorno al collo.
I socialisti lo portano a grandi scacchi rossi e neri, i repubblicani
rosso, gli anarchici interamente nero.
Molte volte, specie la domenica sera, quei colori sembrano poco
armonici, e allora con dei salassi di sangue si tingono tutti quei
fazzoletti di rosso.
— Caro Armuzzi, quanto manca ad arrivare al bosco?
— Poco: appena passato il Po.
Nel bosco ero sicuro di non incontrare nessuno, tranne l'_anofèle
clavigero_.
Passato il Po, si entra in un altro clima etnico.
Ecco un'altra prova che io non ho nessuna attitudine a fare il vero
profeta. Io ce l'ho coi falsi profeti. Ma ho torto! Fra questa gente
ci vuole appunto un mezzo profeta, uno che abbia delle affinità
per viverci in mezzo. Io preferivo a questi miei fratelli in Cristo
l'anofèle clavigero. Orribile cosa, ma vera! Siamo almeno sinceri,
giacchè non abbiamo altra attitudine che a fare il filosofo!
Ma oramai la campagna era deserta: eravamo alle Mandriole.
Mandriole — nome cinto di gloria — non è borgo, ma frazione di poche
case disperse nella landa.
Distante non più di un chilometro dall'argine del Po, sorge una grande
fattoria: ultima nella landa.
— Quella, — mi disse il signor Armuzzi, — è la fattoria dove morì
Annita Garibaldi; ah, ecco! ecco il monumento della povera Annita.
Benchè l'ora fosse tarda, scendemmo di sella e, posate a terra le
biciclette, percorremmo il sentieruolo che conduce al monumento di
Annita.
Per la via che tu, o uomo, percorri, se incontri segno di pietà o di
valore; sia imagine, sia lampada, sia croce, sia tomba, scopriti e
prega!
Freme dalla storia e dalla memoria delle gloriose opere un brivido come
di vento che passa continuo, e i vivi ne sentono il gelo e la fiamma
dentro dal cuore.
Oh, guai se i morti non dessero forza ai vivi!
Nella landa sorge una colonna mozza; alcuni fiori gentili sono
coltivati d'attorno: difende il tutto una cancellata: le parole incise
sono sobrie, per rispetto dei vivi e dei morti.
Ci accostammo riverenti.
Il sole declinava nella landa. Odorava forte il gran fiore della ninfea.
Allora una visione di gloria balenò nella mente:
Garibaldi giovane e biondo fuggente (o nobile belva inseguita) con la
sua donna che muore! Egli popolava tutta la landa!
Così e non altrimenti il verso di Dante, che descrive Bonconte, popola
il deserto Appennino della sua eroica persona:
Fuggendo a piedi e sanguinando il piano.
*
Giungemmo a te, Po di Primaro: le verdi acque, chiuse negli alti
argini, si movevano a pena verso il vicino mare! Le acque mormoravano
i versi:
Siede la terra, dove nata fui,
Su la marina dove il Po discende
Per aver pace co' seguaci sui.
Passò un brivido di epopea: io sentii i fatti della storia unirsi nel
vano del tempo, e reclinai il capo. Non ponte. Il Po si passa su di
una chiatta. Il passatore moveva verso di noi dalla riva opposta con
due viandanti in su la chiatta. Costoro riconobbero l'Armuzzi e si
salutarono.
— E avete intenzione di andare a Comacchio? — chiesero allorchè ebbero
posto il piede a terra dalla nostra riva. — A quest'ora? in bicicletta?
in bicicletta e con quella strada? — È roba da matti (questo non
dissero, ma lo capimmo benissimo).
Il professore Armuzzi accolse queste dichiarazioni con un sorriso
di beffa e di superiorità, che era degno non di un professore di
ragioneria, ma di un generale. Se il generale ha paura, che cosa
faranno i soldati? Però, siccome la prudenza spesso si accompagna con
la più grande audacia, anzi l'audacia spesso non è che un calcolo
fulmineo — una specie di combinazione chimica in cui gli innocui
elementi della prudenza danno quel terribile esplodente che si chiama
«audacia» — così il professore Armuzzi domandò:
— Dunque, proprio in bicicletta non si può andare?
— Impossibile: c'è il sabbione alto mezzo metro.
— Ma ci sarà pure la battuta!
— Sì, ma cambia sempre che non ci si può contar sopra.
L'Armuzzi guardò il sole, l'orologio, l'esercito, rappresentato da me
e dal fratello, gli _impedimenta_, rappresentati in questo caso dalle
biciclette, e ordinò l'avanzata verso il bosco.
— Ehi! professore, — disse quel ravennate all'Armuzzi, — che beva
prima un bicchier di vino, lo vendono là (indicava un casamento basso
e tetro dietro l'argine del Po), perchè nel bosco non si trova niente,
e l'acqua è meglio non assaggiarla.
Il savio consiglio fu accolto: ma prima di narrare quale mirabile cosa
avvenne mentre dividevamo in tre l'acerbo vino, voglio dire che cosa è
il bosco.
*
È chiamato bosco, ma non è bosco se non dove alle libere piante piacque
di aggrupparsi in macchie dense e selvose. Esso è formato dal lido
sabbioso, o cordone litoraneo, che — restringendosi alquanto di mano in
mano che si procede verso il Po di Bevano — separa il mare dalle valli
o lagune di Comacchio.
Il bosco è presso che deserto di popolazione. Esso — al tempo presente
— non contiene malfattori, se non uno solo, cioè l'_anofèle clavigero_,
il zanzarone della malaria — la cui terribile rinomanza, come del resto
avviene per tutti i malfattori che vivono e battono la campagna, è
esagerata. D'altra parte il feroce zanzarone non saprebbe in tutto il
bosco chi assaltare, perchè in tutta la prima parte di quella landa non
si incontra che una di quelle solite antiche torri quadrate, erette dai
Papi sul litorale a guardia del mare: oggidì servono pei finanzieri: la
torre di Bellocchio, la _Tor ad Blocc_!
Il territorio del bosco, dopo la detta torre, si fa più culto. Esso
è diviso in poche fattorie a coltura estensiva, o boarie — come quivi
dicono — giacchè non vi dimorano coloni ma un boaro che al tempo dei
lavori chiama le opere per i vitigni: il vino di Bosco. Iddio accanto
all'anguilla ha messo il vino di bosco! I comacchiesi serbano alle loro
amatissime anguille una tomba di questo forte e sapido vino nei loro
stomachi, senza di che non sarebbe digeribile la grassa anguilla. È una
pepsina, quel vino, dell'indigesto cibo, e perciò credo che Dante sia
stato troppo severo contro papa Martino IV, il quale aveva capito da
igienista e gastronomo insieme che le anguille vanno affogate nel vino:
e purga per digiuno
l'anguille di Bolsena e la vernaccia.
Noi ne facemmo straordinario assaggio forzato, come dirò poi.
*
La mirabile voce!
Mentre — dunque — la nostra spedizione si dissetava prima di
intraprendere l'ardua attraversata, del bosco, mentre le acque verdi
del Po si tingevano dei rossi bagliori del vespero, mentre l'_anofèle
clavigero_ si preparava ai terribili assalti vespertini, dalle stanze
superiori di quel casamento si sprigionò una voce di donna. Quella
voce, sorta da prima senza che noi l'avvertissimo, dilagò ed animò
tutta quella gran solitudine.
Era quella una voce di donna, ma non nenia dolorosa quale il vespero e
le basse tristi terre avrebbero domandato: ma voce squillante e in pari
tempo dolcissima, volubile d'uno in altro canto, con una passione che
parea dare a sè beatitudine. Il silenzio della campagna pareva divenuto
maggiore.
Dicevano i miei due compagni:
— Brava! fuori la cantatrice! — e pigliando ardimento: — Bella devi
essere come bella è la voce —; e avendo dalla ostessa preso notizia,
cioè essere la cantatrice la maestra comunale: — Brava la maestrina! —
seguitavano. — La figlia di....? Allora bella, bella e giovane. Fuori
la maestrina, la vogliamo vedere! oramai l'incognito è svelato. Ti
conosciamo, maestrina!
Vane parole: nè si affacciò alla finestra, nè cessò per femminile
riguardo il bellissimo canto; pareva appena sostare alquanto, indi
ripigliava con quell'ebbrezza crescente con cui talora nei boschi
i rosignoli tutta la notte confortano le ascoltanti tenebre. Anche
quella voce parve a me conforto di tenebre: questo antico Po, testimone
di tanta storia, presso il quale eravamo, e fluente a pena; quella
tomba eroica di Annita; quelle feroci anime di lavoratori di Romagna;
quelle selvagge terre parevano alla gentilissima voce domandare alcuna
interpretazione. Gli squilli della voce gentile cadevano su quella
ferocia cupa di aspre terre e di aspri cuori, come colpi di martello
che raffina la dura lamina e la tempera all'opera buona: la lietezza
di quella voce pareva accennare alla luce ridente dell'alba del domani,
non al sanguigno tramonto e all'imminente notte.
— Dunque andiamo, amicone! — e la mano del compagno, generale in
capo, si posò sulla mia spalla. — Già, alla finestra la non si vuole
affacciare.
«Come è eloquente la donna quando tace e quando canta! E anche qui,
Venere! Essa pervade la materia. Però anche noi non facciamo altro che
andarla sempre a cercare!»
A questo punto delle mie considerazioni vidi il generale in capo cader
di sella: il fratello cadde per secondo, terzo caddi io: dissi di no a
me stesso, ma caddi medesimamente. Queste furono le tre prime cadute,
le altre non si contano; cadute innocue sul sabbione, che potevano
tutt'al più provare la resistenza delle macchine.
La ruota affondava dentro il sabbione, e per quanto si cercasse un
poco di battuta dove le graminacee e le erbe rafforzavano la cotica del
terreno, pur dopo pochi metri conveniva scendere ancora.
Questo impedimento al cammino per così lunga e deserta via, le cadenti
tenebre (il sole oramai piombava lento e roggio su la lama livida della
laguna), avrebbero gettato una gran tristezza in un viatore solingo:
ma in compagnia come eravamo quella stessa difficoltà fornì materia
di allegre risa; il condimento mirabile che Dio concesse all'uomo per
compenso del pianto! Ricordo, anzi, come a lungo sostassimo attorno ad
una densa macchia, e, circondatala, la bersagliavamo di grosse pietre;
e ad ogni pietra era un nuvolo di passeri che fuggiva con rombo cupo di
ali. Quante migliaia ne albergavano le nere fronde? E anche le fronde,
vigorose e rubeste, cedendo a stento alla forza delle pietre, avevano
un frusciar cupo di rimbrotto:
«Perchè, uomini, turbate questa pace? Non vi basta asservirci
dapertutto; e per tutto i campi coltivati, e per tutto le siepi
tagliate, o parrucchieri della natura?»
La campagna, lasciata libera a sè, ha una fisonomia ed un linguaggio
che le terre domate dalla coltivazione non hanno di certo.
Ed è singolare la forza che la natura conserva di riprendere — quando
può — il suo dominio e lo stato primiero: di riacquistare — ove cessi
il peso della civiltà — le energie e le impronte che l'uomo per suo
vantaggio le tolse.
Chi passando per quelle arene avrebbe pensato di battere una delle
più antiche e storiche vie dell'Italia? Perchè così è veramente: su
quel lido selvaggio fu già in antico gettato uno dei primi cavi della
civiltà: cioè una strada: e su quelle sabbie che la docile ruota della
bicicletta non riusciva più a varcare, passarono le ultime legioni di
Roma, lampeggiò l'oro delle ultime aquile imperiali, scese il torrente
barbarico. Che via? qual nome di via?
Bello e gran nome: e perchè Galla Placidia la ebbe restaurata, le
fu dato il nome di «Via Regina», e al tempo breve che Ravenna fu
capitale dell'Impero, e durante il regno dei Goti, e per tutto il tempo
dell'Esarcato bizantino e del primo Evo Medio fu frequentatissima,
come lo provano i tre monasteri che lungo essa ricorrono: di Pomposa,
Brondolo, e Fogolana.
Senza aver notizia di questa via sembra assurdo che in così remota
parte fosse edificata la ammirabile abbadia della Pomposa.
Questa via, dunque, litoranea congiungeva le terre dei Veneti, Altino,
Aquileia, con Roma, onde fu detta via Romea, e questa scritta ancora
pur si legge sugli abituri presso Pomposa.
*
Il tramonto, indi il crepuscolo, si protrassero in quel giorno, con
cortesia del sole, oltre il consueto.
— E d'altronde, — dicea l'Armuzzi, — se avessimo battuto questi
chilometri di bosco di pieno giorno, avremmo rischiato un'insolazione.
Ad un certo punto le fratte si fecero più rade, il terreno più sodo,
le cadute dalla bicicletta meno frequenti: le ruote trovarono la via,
liscia, agevole; affrettarono il moto, e con lieta voce salutammo:
— Magnavacca!
Quando una voce ignota ci avverte:
— Volete cadere nel canale?
Era il passatore. Ci fermammo a tempo presso l'argine del canale di
Magnavacca, che appena si intravedea livido tra le tenebre salienti.
Magnavacca è uno dei tanti piccoli porti dell'Adriatico, rifugio alle
tartane ed ai bragozzi: sono poche case deserte, e in cospetto del mare
sorge uno dei soliti goffi monumenti di Garibaldi, in memoria del suo
approdo del quarantanove.
Traversammo, anche qui su chiatta, il canale.
Al di là del canale si apriva la via di Comacchio: un gran nastro che
biancicava ancora, snodandosi nella tenebra purpurea: purpurea, perchè
la via corre fra le acque della valle o laguna, e queste erano imbevute
così di sole che pareano come colorate di sangue; e in mezzo a quel
rosso tragico delle acque immote, spiccava la linea nera, fastigiata
nelle sue torri, della città di Comacchio. Un castello tragico! Una
scena da innamorare uno scenografo! Il Doré avrebbe invidiato quel
paesaggio pe' suoi fantastici disegni! L'Ariosto l'avrebbe popolato di
maghi e di fate.
Era semplicemente la patria delle anguille.
I cinque chilometri che dividono Magnavacca da Comacchio furono
percorsi con una velocità tale che il dirlo offenderebbe la mia
modestia e quella ben più delicata dei miei compagni. Diamone tutto il
merito all'ottima strada, raramente percorsa dai carriaggi.
*
Entrando in Comacchio in quell'ora vespertina ci parve di addentrarci
fra le ruine di un castello disabitato; ma ecco apparire qualche lumino
per la via, lontano, alle finestre; ecco un suono cupo di voci in un
dialetto incomprensibile; e infine ecco uno sbatacchiamento sonoro
di zoccoli come un coro di rane che si leva dal pantano quando vi si
proietta la luna.
— Ma dunque Comacchio è abitata?
— Altro che abitata! Sono tutti raccolti qui, su questa lingua di
terra! — Così il duca nostro.
— Sente nell'aria odor di anguille? — mi domandò l'avvocato
malignamente.
— Non mi pare, — risposi, — però avverto una vibrazione di afrore
speciale nell'atmosfera; ma che ciò sia dovuto alle anguille, non
saprei giudicare.
— Veda, — disse allora l'Armuzzi accortamente, — con quest'aria si
potrebbe fare un'eccellente specialità farmaceutica da consigliare ai
coniugi desiderosi di prole.
— E.... influisce questa atmosfera sulla demografia comacchiese?
— Enormemente!
— Eppure non vedo sciami di bimbi!
— Questo me lo dirà domani di giorno: poi converrebbe addentrarsi nelle
vie minori che incrociano, come lische di pesce, questa maggiore, e
penetrare in quegli antri degni di Polifemo o, meglio, di Caco, che non
appaiono al di fuori, se non per la scritta: «Segue la numerazione»!
— Ma questa via non ha fine?
— Oh, prosegue ancora. Intanto eccoci arrivati all'albergo. Era ora!
L'albergo principale di Comacchio è in un grande casamento
settecentistico.
Prima nostra cura fu quella di ispezionare le stanze assegnateci. Oh,
calunniata Comacchio!
I letti erano nuovi ed a molle, le stanze così vaste che lasciavano
a pena scorgere a lume di candela i confini delle loro modanature
barocche. I catini erano grandi e l'acqua per lavarsi contenuta in
una capace orciola: ciò va segnalato! In molti alberghi italiani, e
non d'ultimo ordine, gli utensili per lavarsi sembrano essere stati
acquistati con riguardo dagli abitanti di Lilliput.
Domandare un supplemento di acqua è un animare di inimicizia e di
spregio la coscienza del cameriere. Nè dimenticherò l'osservazione di
un cameriere:
— Se lei si lava tanto, vuol dire che è molto sporco: io, che ho la
pelle pulita, consumo pochissima acqua!
Cenando, fu ventilato il progetto di visitare Pomposa: la famosa
abbazia.
— Quanto tempo ci vuole, dunque, per andare a Pomposa?
Questa domanda fu rivolta al cameriere, il quale, nella sua qualità
di comacchiese e di autentico garibaldino — come egli si dichiarò —
offriva garanzia di onesta sincerità.
— Per terra, — rispose, — lungo il cordone sabbioso, il viaggio non è
consigliabile. Dunque per laguna: tre ore andare e tre ore venire, con
due uomini in _battana_.
Fatto il computo del tempo, risultò che non sarebbe stata possibile la
gita a Pomposa se non perdendo tutta la giornata con grande strapazzo
e disordine.
Discutevamo di questo al caffè, dove ci eravamo recati dopo la
cena, quando un piccolo signore che spiccava, sia perchè era il solo
avventore, sia per il cranio che aveva rasato a macchina, sia per
alcuni brillanti alle dita, interloquì dal suo tavolino dicendo:
— Se vogliono andare a Pomposa, penso io!
Il signore parlava con cortesia imperiosa, lasciando cadere le parole
tra un buffo e l'altro del sigaro.
Doveva essere uno dei maggiorenti della città.
Egli assicurò in modo da rimuovere ogni dubbio, che due ore sarebbero
state più che sufficienti.
— Del resto, penso io a tutto! — concluse.
Il gesto di questo signore era energico e non ammetteva repliche.
Mandò a chiamare un popolano che doveva essere alla sua dipendenza,
il quale si presentò col berretto in mano e con un rispetto che nel
territorio di Ravenna sarebbe stato un anacronismo.
Il dialetto di Comacchio è press'a poco quello di Ferrara, ma con certe
inflessioni cupe e lente che lo rendono strano e difficile; inoltre il
signore dai brillanti seguitava a parlare a gesti violenti più che a
parole; ma dai gesti dell'altro, benchè umili e rimessi, si capiva che
non v'era molto accordo, nè per il tempo, nè per il modo, e neanche per
il prezzo.
Ma il signore recise il discorso ordinando il tempo, il modo, il
prezzo; al quale ordine l'uomo dagli zoccoli s'inchinò con un atto
tale da ricordarmi quello dei bravi al dito alzato di Don Rodrigo nei
«Promessi Sposi», secondo le classiche vignette del Gonin: inchino di
umile rassegnazione e di commiato insieme. Allora l'imperioso signore
si rivolse con spianata fronte a noi:
— Tutto combinato: domattina alle sei sono io da loro all'albergo: in
due ore sono a Pomposa, alle dieci, sono qui per la colazione: prezzo
lire tre!
Noi protestammo per la modestia del prezzo.
Il signore piegò il braccio e levò la palma violentemente respingendo
ogni nostra protesta come si fosse trattato di ribattere un oggetto
scagliato.
Lo ringraziammo allora dell'essersi improvvisato nostro procuratore:
gesto analogo.
Infine chiamiamo il cameriere, il quale dal banco disse:
— Tutto pagato, signori.
Ci guardammo in viso, indi guardammo il nostro ospite improvvisato.
— Ma signore! — cominciò a dire il signor Armuzzi in tuono in cui
la sorpresa si fondeva con un sentimento di noia per la soverchia
dimestichezza.
Ma l'uomo dai diamanti rispose con un gesto così imperioso da far
capire che egli non ammetteva nessuna protesta contro il suo modo di
operare.
— Respingete quel denaro! — ordinò al cameriere vedendo l'Armuzzi
levare il borsellino.
Che fare? Cedere, e d'altronde è così raro ricevere ordini di non
pagare!
*
Ritornando all'albergo, l'Armuzzi ci spiegava come queste forme
di ospitalità siano frequenti in Comacchio, e ricordava il fatto
occorsogli l'anno prima.
Aveva scritto ad un commerciante di qui, certo signor Felletti Tami,
perchè provvedesse l'alloggio per dieci persone: era con una compagnia
di gentildonne ravennati che vollero far gita a Comacchio, e giungevano
per barca da Sant'Alberto.
Quello che fece il dabben uomo per togliersi d'impegno non è a credere!
Venne poi in fin di tavola arrecando un gran cesto di bottiglie di
finissimi vini e si assise non richiesto alla mensa. Ma le dame gli
fecero scontare con garbatissime beffe l'onore di banchettare accanto
alla loro stemmata bellezza; e la più giovane e maliziosa, in sul
finire delle mense, stimolò il valente uomo a spiegarsi chiaro su
la natura delle anguille, le quali nascono maschi e quindi diventano
femmine; e se da femmine sia possibile diventare maschi.
*
Eravamo giunti all'albergo e già avviati alle nostre stanze, quando
vedemmo all'Armuzzi sbarrata la via della scala, indi scomparire sotto
l'amplesso di un poderoso, altissimo uomo semi-canuto, in maniche di
camicia.
Non vi feci caso e salii alla mia camera: ma poco dopo bussò l'Armuzzi,
ridendo.
— Quello è il signor Felletti in persona: domani siamo tutti e tre
invitati a colazione da lui, qui all'albergo.
— E lei ha accettato?
— Per forza!
*
Lo sbatacchiamento degli zoccoli giù nella via ci destò al primo
mattino: pareva d'essere in una calle di Venezia. Aperta una delle
cinque enormi finestre, ebbi il saluto di uno stravagante campanile,
mozzo e quadro, sorgente davanti a me su di una seicentistica enorme
base marmorea, fatta ad anfora rovesciata.
Il campanile spiccava nella delicata purità del cielo, e l'aria sgombra
da nebule — aveva piovigginato la notte — rivelava i lontani confini
della laguna azzurrina, al di sopra dei tetti. Una gran debolezza e
pace era nelle cose.
Al caffè della vigilia trovai già i miei compagni con l'imperioso
signore dal brillante.
Egli era in grande sparato ed abito nero: credetti che tanto onore
fosse per noi, e guardai, turbato, il mio vestito. Per fortuna il
signore non si era abbigliato così per noi, bensì tutta notte era stato
desto essendosi celebrata la cerimonia nuziale di un suo parente.
— Sarebbe desiderabile, andando a Pomposa, avere una carta, — dissi, e
non l'avessi mai detto! Il signore, quando fu penetrato dell'idea della
carta geografica, voleva ad ogni costo fare aprire le scuole, dove ci
dovevano essere delle carte murali. A stento lo trattenemmo, non però
al punto che non mandasse un messo a casa del maestro di scuola.
Il messo tornò avvilito, riferendo che le finestre erano chiuse e che
il maestro dormiva. Il signore ordinò di svegliare.
Gli facemmo pazientemente osservare che il maestro non poteva a meno di
non aver moglie, la moglie non poteva a meno di esser giovane, e così
di supposizione in supposizione, giungemmo a persuaderlo che per essere
cortese a noi, sarebbe stato scortese altrui. Si persuase.
Allora ci avviammo alla proda (come ad una fondamenta di Venezia) dove
era preparato il battello.
Battello, cioè _battana_, a fondo piatto e breve sponda: una stuoia era
stesa sul fondo e vi ci sdraiammo più che sedemmo.
La _battana_ è, pel comacchiese, ciò che il cavallo è per l'arabo:
questa popolazione, nobilmente oziosa, ama la sua _battana_, istrumento
di libertà: su di essa si spinge per la valle a fiocinare nel riflesso
abbacinante delle acque, con lo stesso amore con cui il cacciatore di
frodo ama la selva.
Nobilmente oziosa?
Eh! quando uno si contenta di un paio di zoccoli di legno, di una fetta
di zucca barucca, di un'anguilla, ha tutto il diritto di vivere nella
contemplazione del sole.
L'ozio del comacchiese — e si noti che si tratta di forte e aitante
popolazione — proviene specialmente da cause ataviche.
Chiusi entro quelle lagune, abituati a non ritrarre la vita se non
dalla pesca, disdegnano e repugnano dagli altri lavori: quello agricolo
specialmente.
Lo stesso prosciugamento delle valli meno pescose, che a giudizio degli
intendenti sarebbe la redenzione di Comacchio, è avversato dal popolo
e dal _fiocinino_ in ispecie.
Chi è il fiocinino?
Il fiocinino è il pescatore di frodo: formano delle corporazioni di
mutuo soccorso e sommano a qualche centinaio.
Come è noto, quelle famosissime valli sono proprietà del Comune,
il quale, o le affitta a compagnie di pesca per un annuo cànone o
le amministra per suo conto. Divieto dunque di pesca ai privati!
Se non che il fiocinino avendo diritto di vivere («ius vivendi et
manducandi»), il Comune assegna al popolo certi specchi d'acqua o
_campi_ — come quivi li chiamano — ove è lecito pescare.
Ma sono per l'appunto i luoghi dove il pesce manca o è in quantità
assai scarsa, e allora il fiocinino va a pescare nella valle pescosa:
fra il diritto della altrui proprietà e il diritto del vivere esistono
in Comacchio antichi e taciti accordi. Il delitto di furto per la
pesca di frodo non è infamante, la condanna del pretore non oltrepassa
la settimana di carcere: in questo tempo poi che il fiocinino rimane
in carcere, gli altri fiocinini soccorrono la famiglia di lui, che,
scontata la pena, torna al suo libero lavoro.
Contro i fiocinini, a difesa della proprietà, esistono i guardiani
delle valli: personaggi interessanti come i fiocinini.
Mi fu assicurato che il numero di costoro supera i quattrocento. Pagati
a lire due il giorno, con diritto di cibarsi delle anguille (e se
non lo avessero se lo prenderebbero questo diritto: «quis custodiet
custodem?») pensi ognuno che cosa costa l'amministrazione delle valli,
senza contare il personale di ufficio, tecnico e direttivo!
I sorveglianti delle valli sono distribuiti in casette bianche, lungo
i cordoni sabbiosi, arsi e solinghi delle valli. Eremi di trappisti!
Ogni custodia è di tre guardie e un caporale: un berretto turchiniccio
li distingue.
Che cosa fanno tutto il giorno?
Vorrei poter riferire la parola colorita e caustica del barcaiuolo che
ne guidava a Pomposa.
Una lieve bava di vento aveva permesso d'issare una piccola vela
di tarchio: e il barcaiuolo ritto a poppa, — bello e placido uomo —
deposto il moto uniforme e lento del _paradello_ (specie di forcola
con cui è spinta la battana quando pel basso fondo non si può usare il
remo), ragionava con noi.
Ma riferire testualmente le parole del barcaiuolo, non potrei. Come
rendere il mirabile stile, a scorci, a figure? Tutte le figure della
rettorica entravano, nembo vivo e fiorito, nel suo parlare. Come
rendere l'arguzia boccaccesca del franco suo dire?
I guardiani il dì oziano anch'essi. Stare sdraiati è il loro ufficio.
Ognuno allestisce con cura il suo desinare. Cominciano con minuto
studio e per tempo a preparare il soffritto e gli intingoli per le
infinite varianti dell'unico cibo, l'anguilla. Anguilla e vin di
bosco, alternati fino a completa stazzatura dello stomaco! Ciò fatto,
accensione della pipa chioggiotta; accesa la pipa, siesta immobile e
buddistica su certi _scarannoni_, disposti intorno all'eremo.
Quando la pupilla non si chiude nel sonno e nell'abbacinìo del sole,
spazia e sorveglia la valle.
Ma calata la notte, comincia il lavoro del custode. Il fiocinino
caccia di frodo la notte. Il guardiano caccia il fiocinino la notte.
Steso nella _battana_, con l'orecchio abituato, percepisce il suono
della fiocina, che batte il fondo. La _battana_ delle guardie scivola
sull'acqua come ombra veloce.
Il fiocinino non si da gran cura di sfuggire alla caccia: un tuffo in
acqua al momento ultimo, e via, se può, con la pesca: la _battana_
rimane confiscata, ma essa di solito non vale che poche lire; molto
meno che il valore della pesca.
Se poi il fiocinino s'accorge di non poter sfuggire, non fa opposizione
e si lascia pacificamente prendere.
Una volta preso, il fiocinino che sa tutti i suoi diritti, vuole
essere condotto davanti al pretore con tutte le regole. Ciò da luogo
a scene comicissime e a pratiche faticose pei guardiani. La cattura
di un fiocinino permette agli altri fiocinini intanto di fiocinare
disperatamente, come sicuramente, per tutta quella notte.
*
Le anguille, che come grossi colubri, si vedevano guizzare e snodarsi
sul limpido fondo, sparso di sassi e conchiglie, non parevano addarsi
di questi ragionamenti. Esse vivono nell'acqua, ma dopo essere state
arrostite, vengono sepolte nell'aceto. Mille e cinquecento quintali
d'aceto fece lo scorso anno venire il signor Felletti dalle Puglie; ciò
può dare un'idea della cosa.
«Il signor Felletti, quello della colazione?» Appunto!
*
Pomposa! Abbadia di Pomposa! che nome fiorito! quanti fantasmi vigili
attorno a quella ruina! Guido di Arezzo, Giotto!
Questa ruina è indegnamente negletta, e il povero prete che l'ha in
custodia deve tener chiusa a chiavistello la porta affinchè gli ultimi
marmi non vengano rubati e staccati gli ultimi affreschi.
Il palazzo dove gli antichi abati rendevan ragione, oggi è ridotto a
stalla e fienile.
Ma certo Dante voi rimirò, o mirabili affreschi del tempio, e Gemma
Donati forse derivò ai versi immortali dall'abside giottesca della
Pomposa!
No! Meglio parlare di anguille in barile, e della colazione del signor
Felletti.
La quale e il quale ci attesero fino alle due dopo mezzodì, perchè
l'uomo dai brillanti avea sbagliato completamente i suoi calcoli.
Sempre così questa gente autorevole!
Alle ore due, in uno stato di mezza paura, come si fa per le anguille
che si arrostiscono prima di esser messe in barile, eravamo all'approdo
di Comacchio. Comacchio sotto quell'immota canicola riposava più che
mai.
Ma non riposava l'ospitale signor Felletti. Per quale miracolo
culinario il signor Felletti seppe far trovare la colazione pronta e a
giusta cottura all'ora inattesa del nostro arrivo?
Ciò rimarrà sempre un mistero.
E così è improprio il nome di colazione: la si chiami agape, banchetto,
simposio. Avete in mente certe descrizioni di mense inverosimili che si
leggono negli antichi e cari libri del Boccaccio, del Cervantes, del
Folengo, del Rabelais? Qualche cosa di quegli antichi costumi doveva
essere sopravissuto nell'anima del signor Felletti, giacchè preparò un
pasto tale da satollare tutti gli eroi di quei racconti.
Evidentemente il signor Felletti non meditò che i nostri stomachi
moderni non hanno più la formidabile resistenza e forza degli antichi,
perchè se a questo avesse pensato, non avrebbe colmati i nostri piatti
e i nostri calici come di continuo, per forza, li ricolmava. E dopo
aver colmato, cantava per conto suo delle ariette. Donne donne, eterni
Dei! La calunnia è un venticello! etc.
Se poi si pensi che il signor Felletti nel doppio fine di congiungere
insieme la sua cortesia e il desiderio di lasciarci un ricordo di
Comacchio, preparò tutte le portate con pesci di ogni famiglia e
cottura, si comprenderà agevolmente in quale stato ci trovavamo all'ora
di montare in sella. Erano le sette quando stringemmo per l'ultima
volta la larga mano del signor Felletti.
Da Comacchio per Ostellato, giungemmo, attraverso la laguna di Mezzano,
a Portomaggiore, capitale degli scioperi agrari del Ferrarese; le
mura erano tappezzate di manifesti, tanto contro l'_anofèle clavigero_
come contro la _squaquerela_ — neologismo creato dai lavoratori della
terra per designare, in modo molto spregiativo, i lavoratori dello
sfruttamento umano.
*
Quando dei ciclisti arrivano a tarda ora in un paese, si recano
all'albergo e pregano un «lavoratore della mensa» affinchè prepari la
cena. Ma quella sera noi fummo costretti a rivolgerci ad un «lavoratore
di farmachi», affinchè ci aiutasse a far dimenticare allo stomaco
l'agape del signor Felletti. Anche i nostri intestini erano in istato
di sciopero per eccesso di lavoro. Ma con tutto questo la memoria
non dimenticherà per lungo tempo l'afrore del brodetto classico, nel
quale la cagnizza e la seppia, la triglia e la torpedine si erano
dato convegno di nuoto nella più acidula e grata delle salse; non
dimenticherà là piramide di calamaretti fritti, aurei, perlacei,
croccanti; non dimenticherà la stesa delle sfoglie brune, arrostite,
con un dito di polpa sugosa e candida; non dimenticherà lo storione
lessato; le anguille affumicate; il risotto di anguilla; l'intingolo
d'anguilla; non dimenticherà la batteria implacabile delle bottiglie
crepitanti, di vino di Bosco; non dimenticherà le ariette di musica
giocosa, dal «Barbiere di Siviglia» alla «Gran Via», con le quali
il signor Felletti — solfeggiando con bell'arte di tenore e grazie
di Falstaff — cercava di farci obliare il già inghiottito cibo, per
farcene inghiottire di nuovo.
Non solo non dimenticherà, anzi ricorderà con desiderio, specialmente
nei giorni di magro.
Il dì seguente ero ancora a Bellaria.