“Virgines ardentes„.
Quel volto di cammeo ingiallito della vecchia marchesa, quella sua
gorgia quasi toscana, quella voce che parea filtrata nel languore del
confessionale, non mi riuscivano nuove.
Caspita! — dissi poi fra me. — È la marchesa X...., e quelle sono
le sue figliuole! Oh, che vengono a villeggiare qui, adesso? E non
hanno la loro villa a Colgiardino? Ben la vedo ancora con gli occhi
della mente quella severa, grande, antica villa, un che di mezzo
tra il convento, la chiesa, il castello. Quella gran villa, quando
io ero povero bambino, formava il termine delle mie passeggiate sul
colle ameno, e mi rivedo ancora, con gli occhi pieni di meraviglia,
contemplare quella villa che aveva tante finestre e tanti fiori e vasi
grandi di limone. E sentivo un gran rispetto per il signor marchese,
padrone di tanta magnificenza e di tanti poderi. Se mi avessero detto
allora: «Bambino, guarda che il signor marchese è padrone anche di te,
e tu stai al mondo per sua degnazione», io gli avrei ben creduto.
(Da quel tempo ad oggi io ho perduto ogni rispetto per i signori
possessori di grandi ville e anche per i signori marchesi; molta fede
è stata distrutta dall'erosione critica; e fra le credenze infantili
non mi è rimasta che quella per gli asini volatori, compreso quello
d'Empoli. Povero bambino allora, oggi povero uomo, con troppa fede
allora ed oggi con poca!)
Mi ricordai, adunque.
Il vecchio signor marchese — uno dei tanti nobili di creazione papale
in questa regione — era morto anche lui. Ma la sua morte era stata
come la rottura di una trave di quercia in un'antica casa. Il figlio
maggiore aveva ereditato quasi tutto il patrimonio e lo faceva andare
in fretta da due parti: da un lato ci aveva attaccato un disperato
automobile; dall'altro una vezzosa carnosa moglie, i cui nervi diffusi
per l'epidermide perlacea, rabbrividivano di pena se non erano
al contatto di sete profumate e trine preziose. Quel suo corpo di
alabastro pareva soffrire al peso delle troppe vesti.
Moglie e automobile erano di alta marca, e il giovane signor marchese
pareva molto soddisfatto di possedere quei due invidiati attrezzi di
voluttà.
Dunque a lui era rimasta la gran villa. La madre con le figliuole erano
venute qui a villeggiare.
E queste marchesine qui, donne oramai, ma dagli atti e dalle parole di
zitelle, perchè sono rimaste zitelle? Non piacquero? Oh, ma qualcuna
se ne deve essere maritata, o deve essere morta, perchè erano tante
una volta: il vecchio _marchio palatinus_ procreò secondo il precettò
evangelico e non tenne forse in debito conto l'esistenza del signor
Ricevitore del registro, rinvigorita dal nuovo Governo. Ricordo che
queste nobili giovanette formavano lunga compagnia, a due a due, quando
uscivano dal tempio, pudibonde, con gli occhi bassi, insieme ai loro
fratelli, anch'essi composti, vestiti di nero, come tanti piccoli San
Luigi, vigilati dagli occhi severi del babbo e della mamma. E il gran
carrozzone marchionale, tirato da due cavalli da monumento antico, un
carrozzone che prendeva tutto lo spazio delle melanconiche strade, che
svegliava tutti gli echi storici delle case della città morta? Quanti
anni sono passati!
Rimase il tempio, passò il tempo!
*
Io ero intento a considerare queste vicende della vita, la quale nel
fatto e nella successione giornaliera è continua, ed uguale, quasi
monotona, mentre osservata da lontano è così discontinua, varia e
strana, quando in un praticello solingo, che si occultava dalla strada
dietro l'abside della chiesa (e si elevava nel mezzo una gran croce
nera di legno con iscritto su di uno svolazzo bianco I. N. R. I.), vidi
una giovane donna, appoggiata alla bicicletta; quella che non sapeano
«dove fosse rimasta», cioè Imperia, la marchesina ciclista.
In quel praticello una famiglia di zingari, che percorrevano in qualità
di calderai la nostra contrada, aveva piantata la tenda. Il sudiciume
di molte terre peregrinate, il sole e le piogge di vari climi avevano
deposto una specie di vernice, un impermeabile protettore su quelle
carni, su quei volti, dove brillavano pupille ardenti, torve, rapaci.
Due fieri cani da guardia guatavano, meno fieri di quelle pupille
umane.
La giovane nobile donna parlava con loro domesticamente. Anche lei
bruna, alta, superba nelle membra. Bella? Non so, non vidi. Già cadeva
la sera: bella e audace la figura. Un torso amazzonio si scopriva sotto
la camicetta sciolta; un fine piede, sollevando la gonna succinta,
posava sul pedale della lucida macchina: ma gli occhi erano di una
bellezza imperscrutabile e nera.
— .... a Belgrado, lo scorso anno, eravamo, — diceva lo zingaro
seguitando.
— Quando uccisero la regina Draga? — chiese ella.
— No, dopo.
— Così che non l'avete vista, la regina Draga?
— No.
— Ora andate?
— Nelle Marche: noi siamo di Fano.
— Vi credevo boemi o slavi.... (accennò agli stivali ed ai metalli che
pendevano dalle vesti).
— No, di Fano, proprio: ma noi si prende un po' il costume di tutti i
paesi.
— Ma vi facevate intendere laggiù?
— Noi ci si fa capire in tutte le lingue; si piglia l'aria di tutti i
paesi.
— E sempre così viaggiate?
— Sempre così. Una settimana in un luogo, dieci giorni in un altro....
secondo il lavoro.
— E stabilite una strada, un paese da andare?
— No! si va avanti.... così, avanti. Se c'è lavoro si sta; se non c'è,
si va.
— Bella vita, libera.
— No, brutta!
— Ma siete liberi!
Lo zingaro non parve ben capire il valore di questa parola «liberi!»
giacchè le cose del mondo male si comprendono per sè, ma per il loro
contrario si comprendono solitamente. Adunque lo zingaro sospirando le
disse:
— Meglio avere una casa col tetto. Quando piove forte e per molto
tempo, l'acqua ci entra (indicò la tenda), e non sempre dura l'estate.
La mia presenza interruppe il dialogo. La donna volse su di me,
intruso, le sue pupille umide, dilatate, piene di investigazione
superba, che dicevano: «Perchè voi vi fermate a guardare gli zingari
mentre li guardo io?» e rivolta a loro:
— Prendete, — disse interrompendosi, — e offerse delle monete.
Sbucarono alcuni corpi scimmieschi di bambini, dalle pupille
fosforescenti; lunghe mani si tesero. Diedero una moneta ad ognuno.
— Grazie, — disse l'uomo in nome dei bambini.
— Buona sera, — ed ella s'allontanò lentamente.
*
La riconobbi allora. Ella era quella ciclista che spesse volte avea
veduto, maschilmente sola, sicura, lanciare, sotto l'impulso del bel
piede, la docile macchina leggera e oltrepassarmi. Nella sua mente, sì
certo, si deve formare questo nucleo di idee mentre fugge veloce. Oh,
perchè non è ella Saffo o Corinna per dare all'idea forma di verso?
«O corona marchionale, o corona del Rosario, che ogni sera la madre mi
fa recitare; o corona della virtù e del pudore; o corona di spine delle
caste parole e dei misurati gesti; o fiore inutile della verginità
in queste mie carni mature, andate al diavolo. Io busserò sino ad
infrangere la porta del prete e gli dirò: «Ma dammi la tua benedizione,
prete!» Se no, io, anche senza la tua benedizione, prete, fuggirò.
Fuggirò pur con lo zingaro orribile e feroce, pur che egli vinca la mia
paura e mi rapisca. Rapida correndo, io ho l'illusione di una fuga e
di un rapimento. Eppure dopo è necessario il ritorno! Oh, miseria mia
grande, dovere invocare il gelo e l'inverno perchè siano medicina alla
mia febbre!»
*
Fu l'altra sera, che per accorciare la via al ritorno dalla città,
io mi sono messo per il solitario viale dei pioppi che va alla selva
dei pini, e per cui già vidi scendere la piccola attrice. Il vento
del levante, inusitato e forte per l'ora del vespero, scompigliava
le verdissime chiome dei pioppi, onde mostrando il bianco dell'altra
pagina della foglia, parevano essi occhieggiare da ogni parte,
come tante pupille. Io fui d'un tratto colpito, come nella mia
mente improvviso apparisse l'unità della radice nelle due parole:
_lussureggiante_, detto dei pioppi; e _lussuria_, detta della piccola
attrice.
«Dove è andata la piccola Ninfa che fra di noi scendeva?» — chiedevano
i pioppi, e proseguivano fremendo: — «Oh, potere, come già delle
antiche Ninfe avveniva, stringerla e occultarla entro le nostre
cortecce!»
Ma cominciando a salire il viale, verso la casa del cantoniere,
appariva il mare.
Esso era verde e livido più che azzurro, e sotto l'impulso del gran
vento di levante, quel piano unito si rompeva in lunghe file di schiume
bianche, che ricadevano con fragore di armi guerriere.
La luna pendeva pallida su dal cielo. Terso occidente il cielo era di
fiamma. V'era nell'aria la lucentezza livida d'un temporale lontano.
Su lo spaldo della ferrata, dove più feriva il vento, quivi sorgeva,
nera, la figura di Imperia. La ricca gonna e i capelli le ventilavano
dietro. D'una mano reggeva la sottile macchina perchè il vento non la
sbattesse a terra; dell'altra teneva impugnato il berretto, onde la
fronte e tutto il viso — un viso forte, quasi maschile, ma lumeggiato
da due grandissime vertiginose pupille nere di donna — era esposto al
vento.
No, ella non contemplava i cavalloni del mare che di fianco correvano
come lancieri bianchi all'assalto, su per un gran verde piano: ella
non contemplava la grande luna d'agosto, sorta, che già ancor di sopra
era il sole (e aveva detto la luna col suo placido riso beffardo: «Una
volta al mese, o fratello sole, ci troviamo insieme a colorire, tu con
le fiamme d'oro, io col mio argento, questo incolore branco di formiche
con due gambe!»), non contemplava la casetta del cantoniere, asilo di
pace; bensì, come assorta, godeva della sferzata del vento, quasi esso
formasse su di lei una carezza brutale. «Oh, grande forza, portami
via tu!» E il vento la investiva, la penetrava, la offendeva, ed ella
pareva goderne, giacchè da quello spaldo non si tolse, ed io la vidi
ancora lassù che già era giunto presso la riva del mare, dove l'onda
dilagava orlata di spuma e poi scendeva col fremito della risacca.
*
Lungo la spiaggia del mare — magnifica strada lavorata dalle onde — è
la passeggiata vespertina, assai lieta e pittorica, specie nell'ora in
cui approdano i battelli della pesca, dalle vele rance, ornate di segni
strani e infantili, fatti per il riconoscimento: ma quella sera, a
cagione del forte vento, non c'era alcuno su la spiaggia, e i bragozzi
e le tartane avevano cercato rifugio nei piccoli porti vicini.
Però davanti a me camminavano, vincendo la forza del vento avverso, due
giovanette. Io ne conobbi subito una: era un'adolescente, quindicenne a
pena, figlia di onestissima e timorata famiglia, piccoli possidentucci
di provincia. Le gonnelline corte erano ancora del suo corredo; e
la madre e il padre, in quell'estate e per la prima volta, ma con
grandissimi riguardi, l'avevano condotta alle semplici festicciuole di
ballo su la spiaggia.
Sono feste assai alla buona: anzi un tempo si ballava sotto un tendone,
fatto come quello delle giostre; poi ci fu un imprenditore che pensò
di costruire un capannone di muratura. Ballonzoli per bambini; anzi è
curioso osservare certe testoline ricciute di maschietti che dondolano
tutti i loro ricci, agitano con gran pena le gambe nei minuscoli
calzoncini per voglia di ben ballare; ma il tempo di musica non lo
trovano; pestano e girano come i pigiatori in un tino, e così girando,
finiscono col trovarsi in un angolo, in fra un crocchio, o vanno a
dar del capo nel muro; allora, dopo essere stati alquanto attoniti,
o riprendono il loro ballo o scoppiano in pianto; ma le bambine della
stessa età intuiscono il tempo musicale con una sorprendente prestezza:
la nave, varata, nell'acqua galleggia; l'uccello, staccato dal nido,
vola; la donna, buttata nel ballo, danza subito a ritmo.
Quando le mamme conducono a letto i piccini, quel ballonzolo serale
serve per i grandi: un buon violino e un contrabasso alternano polche e
valzer: quello geme, questo fa zum-zum ogni tanto: i grilli tacciono,
ma per tutta la landa marina si diffonde il suono, e molti cuori fa
palpitare. Le servette poi non chiudono occhio e forse per ciò avviene
che aprano la finestra a chi vi fa assedio regolare. Qualche notte poi,
finito il ballonzolo, alcuni giovani accordano mandolini e chitarre e
vanno facendo la serenata che si prolunga — sì breve è la notte e sì
luminosa è l'aurora — sino a diventar mattinata.
Oh, mattinate di Bellaria, delizia delle serve e delle padrone! Vanno
per le dune i sonatori e fanno giorno, suonando. Quante volte fui
desto da quella voce che si staccava nella chiara notte: un mandolino
che batteva il suo ritmo d'argento, un flauto, un contrabasso, una
chitarra fors'anche. Spesso ho distinto i sonatori: erano vagheggini,
e buontemponi del luogo, i quali, se vissuti in altra età, avrebbero
lasciato ricordo del loro nome, come giullari e uomini di corte.
Questa gente insulsa e gaia come pur faceva palpitare la grande severa
notte! Adergersi le piante, sostare le stelle, rabbrividire le rame
pareano! Non essi i sonatori, ma un'ondata di vento misterioso pareva
accostare e allontanare quei suoni, nel modo stesso che un proiettore
può allontanare o accostare una luce. Poco io amo, meno comprendo la
musica; eppure in una notte quei suoni mi destarono: ripetevano un
motivo popolare di altri tempi; suoni precipitosi, a scrosci, grandinar
di suoni cui si alternava un piccolo lamento — sì bene, ricordo — un
dolce lamento che lo intonava il flauto, e dopo scrosciavano ancora
mandolino e chitarra. Sentii allora lagrime antiche che distillavano di
dentro, come fossero state di piombo liquefatto: «Ahi, giovinezza che
ti allontani: giovinezza che non sei più!»
Ma per le servette, ma per le padroncine manifestamente è altra cosa;
e voi siete sempre belle e novelle, o mattinate di Bellaria; e voi,
vagheggini e giullari, vi apprestate anche quest'anno a ben mattinare.
Dicevo dunque che in quei balli io avevo notato questa giovanetta.
La sua grazia non era pareggiata che dalla sua timidezza. Soltanto la
grazia dava indizio fisico della sua essenza muliebre. Finito il giro
— non ne stava giù uno, che fosse uno — si rifugiava come paurosa fra
il babbo e la mamma: non sapeva stringere la mano al ballerino: alle
domande rispondeva a pena con un fil di voce: «sissignore, nossignore»:
ma quando ballava era un incanto, così religiosamente ella ballava,
avvinta come un'edera al petto dell'uomo. Ogni moto del piede e della
persona era compiuto al ritmo come un atto devoto, con una intensità di
piacere da commuovere chi lei riguardasse con occhio profondo.
Oh, quale contrasto allora che la scopersi, in quel vespero, sola
con la compagna su la riva del mare! Evidentemente per lei in quella
stagione estiva si erano per la prima volta accese con nuovo splendore
e significazione le antichissime stelle del cielo, sbocciati le erano
i fiori, come nel maggio!
Ella dunque andava con la compagna lungo la via del deserto mare.
Il vento, battendo su le esili vesti, disegnava tutto quell'elegante
corpo di efebo; il piede nudo non curava le spume del mare: ma come
le splendevano gli occhi; come dilatate erano le pupille — già chine
e raccolte —; come le si era fatta turgida e forte la voce e le parole
squillanti, che il vento rapiva!
Quale affetto le inturgidiva la voce e quali parole ardite le rapiva
il vento? quale forza maturava questa adolescente? quali segreti ella
rivelava alla compagna?
Parole d'amore, di acerbo e nuovo amore, che ella confidava alla
compagna.
Al mio improvviso sopraggiungere, tacque: mi riconobbe: salutò con
rispetto.
*
Partì questa piccina in carrozza, il dì seguente. La carrozza era
piena di valigie: ella attendeva timida fra il babbo e la mamma. Tutta
vestita d'un abitino grigio quasi da educanda, era proprio lei quella
che avea veduta su la riva del mare?
— Si è divertita quest'anno, signorina?
— Sissignore.
— Tornerà un altr'anno?
— Se il babbo e la mamma lo vorranno, sissignore, — e nulla di più le
usciva di bocca.
Or va, torna alla casa tua, pudica, alle faccende domestiche. Attendi
l'ora della legge che suonerà e attendi l'amante legale. Ma strano è
come la natura abbia fretta e sia operosamente precoce. Essa, la gran
forza, aveva già ben maturata quell'adolescente per quell'istante, che
è fuggito e non tornerà più. Ella stessa, divenuta donna, non se ne
ricorderà più!
*
La pagina aperta della vita è bella: ma più bella è la pagina
sigillata. Eppure l'uomo, per quanto sia audace, non osa infrangere
questi suggelli, e anche questa è cosa ammirevole. A buon diritto Iside
sta perennemente velata.