Il vino del prete.
Mi hanno assicurato che l'arciprete della vicina parrocchia è
possessore di una cantina di buono e onesto vino. Andai alla pieve,
adunque.
La prima volta, però, che turbai col martello il silenzio di quella
grande e vetusta dimora, apparve ad una inferriata una faccia scarna,
e ad una finestrina più in su, un'altra faccia pingue; ma l'una era
più arcigna dell'altra; e tutte e due erano vecchie: le vecchie serve.
«Prete? vino?» domandarono: non ne sapevano nulla. Io insistetti, e
allora venne fuori il prete in persona.
Anche lui non ne sapeva che poco intorno all'affare del vino: bensì il
suo uomo sapeva, ma questi — per allora — era fuori. Dissi il mio nome,
da dove venivo, chi mi aveva mandato, e allora fui introdotto nella
casa, e poi nella cantina.
Questo prete fabbrica con passione di enologo vini buoni d'uva; ma
egli deve essere temperato bevitore: nerboruto, adusto, alto, nero,
ha varcato i sessanta, ma ne dimostra assai meno. La sua voce è quella
dell'uomo savio, cioè mansueta, lenta, profonda.
Io mi presentai per quello che sono, cioè per professore o, come mi
piace dire, perchè è più semplice, per maestro di scuola.
— E dove, di grazia?
— A Milano.
A questo nome mandò un'esclamazione e fece l'atto di chi odora un vento
infido; il mio ufficio e il mio luogo di provenienza non mi parvero
una raccomandazione; oh, lo capii subito, e mi dispiacque, perchè se
svelai al prete il mio mestiere, fu per essere accolto bene. Il far la
scuola è un sacerdozio — almeno così dicono. — Dunque io e il prete
eravamo colleghi e, si sa, fra colleghi si usano (non sempre però)
delle gentilezze, anche nei prezzi.
Capii subito che il signor arciprete non mi considerava niente affatto
per collega. «Allora, già che ti ho detto chi sono, voglio farti sapere
che io sono convinto di essere un collega» — pensai —, e mi misi a
ragionare del sacerdozio della scuola con un entusiasmo che certo non è
nella mia convinzione, almeno per ciò che l'esperienza mi ha insegnato.
Il prete ascoltava e diceva: — Sì, sì, va bene! — e poi con tuono
paterno, mettendomi la mano su la spalla, così spiegò il suo pensiero:
— Con tutte queste belle teorie, la conseguenza però sa quale è? Che la
santa ubbidienza non c'è più! — e stringendo le labbra, girò gli occhi
qua e là in cerca della Santa Ubbidienza. — Veda, — aggiunse, — altro
è soccorrere il nostro simile, come ha detto Cristo, nostro Signore,
e altro è montare la testa a chi l'ha già calda; son due cose diverse,
mio caro; il servo vuol fare il padrone, il sottomesso vuol criticare
il capo, i contadini vogliono vestire come i signori, chi ha una casa
domanda un palazzo. Crede lei che il mondo possa andar bene così? Io
dico di no! Badi bene, io parlo per quello che vedo qui. Può darsi che
a Milano si abbiano altre viste.
E dal suono della voce si capiva chiaro questo pensiero: «E ora basta
di discorsi vecchi come il cucco!»
Ed i o non ribattei: il discorso del prete era giusto, dal suo punto di
vista. Vero è che quelli che la pensano in modo diametralmente opposto
al suo, ragionano bene anch'essi dal loro punto di vista. Gli uni
tirano a destra, gli altri a sinistra, così come fa fare il maestro di
ginnastica con la corda per l'esercizio ai ragazzi. La conseguenza di
questi sforzi, opposti e contrarii, è la immobilità. Il sole che sta
molto in alto e può serenamente giudicare, vede che la immobilità è
l'effetto del convulso agitarsi degli uomini. Ma forse, per gli uomini,
come pei ragazzi, tutto si riduce ad un esercizio di ginnastica.
*
Le case dei preti, specie in campagna, hanno una loro fisonomia di
riposata pace e di continuo benessere. Quella del prete in discorso
dominava piacevolmente il paesaggio circostante ed io ne feci grande
elogio.
— Sono qui da trent'anni, — rispose, — e ho sempre goduto, grazie a
Dio, buona salute. Se vuol vedere la casa di sopra, venga pure, oh
venga pure! Pare più grande di quello che è. Per rimetterla un poco
a nuovo bisognerebbe spenderci del denaro. Una volta, sì, era una
parrocchia che rendeva; ma adesso!
Egli mi precedette: erano grandi stanze scialbe con pochi, pesanti
mobili — cassapanche, canterani, tracantoni — i quali, se fossero stati
smossi, avrebbero fatto piangere lacrime di polvere e di calcinaccio
alle pareti: erano antichi fiori defunti, e poi mummificati davanti a
teste dolci e chine di varie Madonne. Rimaneva sospeso, però, nell'aria
chiusa, il melanconico odore della viola e del garofano morto. Due
quadri di marina, del tempo del Seicento, rappresentavano l'alta poppa
di alcuno caravelle con le vele latine tutte spiegate e turgide sul
rigonfio flutto e glauco. Di fronte un bambin Gesù apriva le braccia
come per dire alla mamma sua: «Lasciami andare su la bella barca; io mi
annoio, mamma, nella casa del prete!»
— Oh, la bella libreria, oh, i bei libri antichi! — esclamai vedendo
alcuni grandi scaffali. Mi accostai, ma una forte grata chiudeva i
libri.
Disse:
— Son del defunto parroco che era un dantista. Quando morì, lasciò non
so quanti chili di carta scritta, che era tutto un commento di Dante.
Gli eredi, gente ignorante qui di campagna, credevano di avere il
tesoro. Volevano fare una permuta con due tornature di terra! (Il prete
a questo ricordo ridea pure a scosse). E ce ne volle a far capire che
quella carta scritta valeva meno della carta pulita. «Ma se ci ha messo
tutta la vita!» dicevano. «Ma se tutta la vita ha avuto, poveruomo, la
testa per intrigo!» Me l'han cavata proprio fuori di bocca! Tuttavia,
tanto hanno detto, tanto fatto, che ho comperato questa libreria.
— E il manoscritto?
— Mah! — e accennò lontano. — Avrebbe fatto meglio ad occuparsi della
parrocchia, avrebbe fatto.... — concluse serio, serio.
Io fissavo fra la grata curiosamente: Un volume portava questa scritta
in oro: «Dante Alighieri, Vita nova d'amore».
(Un profumo di gigli lontani, allora mi fece tremare il core, e chinai
il capo).
— Bisognerebbe andare a trovar la chiave, — disse il prete, vedendomi
così fermo tuttavia e immaginando il mio desiderio di esaminare quei
libri.
— Per carità, non s'incomodi.
— Sì, sarà per un'altra volta.
— Vi sono libri di valore?
— Qualche stampa antica ci dev'essere, ma di argomento profano, —
rispose. — Ma guarda qui! ma guarda qui, le maledette bestie! — e il
prete col dito ossuto mi indicò, entro la grata, due piccole trappole
dove erano alcuni topolini morti, ed uno ancor vivo che saltava.
— Muori di disperata morte! — gli gridò il prete. — Che non si possa
salvar niente da queste bestie!
— Ne fan del guasto, i topi?
— Eh, altro che! un po' per volta se li mangiano tutti questi poveri
libri. Bisognerebbe aver tempo per pulirli ad uno ad uno, ma chi ha
tempo?
Ci movemmo ancora.
Grandi pareti scialbe — dico — su cui la pioggia, filtrando, avea
disegnato strani arabeschi e continenti nuovi; e così la polvere,
stratificandosi in tutta pace su le cornici e su le modanature dei
mobili neri, aveva prodotto certi effetti di chiaroscuro, non privi
d'arte.
— Bello, signor arciprete, — esclamai.
— Ma che bello! È tanto che ho in mente di metter via tutta questa
anticaglia e comperare un po' di roba nuova!
*
Per una scaletta segreta il prete mi ricondusse ancora nella cucina,
dove le due vecchie si erano rifugiate e mi volgevano le balusche
pupille bianche; indi mi precedette nella tinaia.
Questa era ben lucida, ma non per effetto dell'acqua: anzi, a giudicare
dal buon vino, quivi, come sul rugoso volto del sacerdote, come su
quello delle due serve, come sui pavimenti, l'acqua non era passata
che parsimoniosamente. In grande copia invece l'acqua doveva esser
passata per l'orto; l'acqua che zampillava giovane, argentina, canora
come voce di ninfa da un tubo di pozzo artesiano. Bello, dunque, l'orto
e ricco di melanzane, di pomidori, di finocchi e di sedani interrati.
Più bello ancora era l'apiario, dipinta a colori smaglianti: giallo,
rosso, bianco; odore di miele e quasi di incenso, di basilico e di
maggiorana, murmure sordo delle nere api. Ma bellissimo poi sorgeva un
olmo poderoso, degno di essere consacrato ad Ercole; cui verde da un
lato abbracciava una splendente edera dai vivaci corimbi; dall'altra
parte cingeva, serpendo, una forte vite; e tra il fogliame e i corimbi
pendevano grappoli, color d'ambra purissima.
— Io le voglio far sentire questo moscato, e mi dirà poi se è buono, —
disse il prete. — Ce n'è poco più, e glielo voglio far sentire — e così
dicendo tolse dalla tasca un coltellino e, allungandosi sulla già lunga
persona, accuratamente recise un grappolo e me lo porse. — Siamo agli
ultimi d'agosto, e senta come è matura! — sclamò con soddisfazione.
Assaggiai: l'acino grosso si spaccò, e il dolce liquore si sparse nella
bocca a gran letizia e frescura delle papille gustatone, mentre il
grappolo non era scarso di gioia ai nervi dell'olfatto: onde io quella
ricca e dolcissima quiete contemplando, non potei vincere me stesso
e sentii fiorire entro il mio cuore molte e antiche parole di poetica
lode intorno all'_ocio religiosorum_. Ma il vecchio prete che non era
amico, evidentemente, della poetica e della retorica, alle mie prime
frasi enfatiche, mi guardò con strani occhi investigatori, come farebbe
un medico che ascolta improvviso venir fuori il discorso di un povero
svanito di mente. Compresi subito dà quello sguardo il mio errore:
repressi le parole alate che volevano sgorgar fuori; ricondussi quelle
che erano uscite a parlare dell'olmo stupendo, gloria di Dio.
— E di chi lo cura, — mi aggiunse, emendando, il prete, — perchè i
tordi arrosto non vengono giù dal cielo. Bisogna andarli a cacciare.
Del resto questo olmo si direbbe proprio un olmo magico. Perchè lei
doveva venir qui, appunto a quest'ora, due sere fa a sentire. Era
un passereto! Sul calar del sole le passere vi si raccoglievano a
centinaia (a centinaia, dico!) e facevano a chi cantava meglio: erano
tutti occhietti e testoline fuor dalle frasche: la gente si fermava a
sentire fin su la strada. Allora sa che cosa ho io pensato? Ho pensato
di prenderle tutte in una bella volta. Preparo ben bene le mie reti
e tutto era pronto per incappellar l'olmo, quando, che è? che non è?
Proprio quella sera che le aspettavo, le passere non vengono; l'albero
rimane muto; nemmeno una passera è capitata.
— Il diavolo, signor arciprete! — dico io, e credetti dire bene; ma ero
destinato quel giorno a non indovinarne una.
— Ma che il diavolo! Scimunito! («Scimunito» non me lo disse, ma lo
si lesse chiaro nel suo volto). Il diavolo ha ben altro da fare! Un
barbagianni, un gufo è stato! Ci deve essere un barbagianni, un gufo
lassù! Le passere hanno sentito l'odore, capisce lei? Sono fuggite: ma
chi può — e sforzava la vecchie pupille entro il fogliame — andarlo a
scovare in quella selva?
O rondini, o tortore, o uccelli della Vernia, che intorno a Santo
Francesco facevate nembo e festoso canto, ed egli vi chiamava sorelle
e fratelli «vi lodava e vi accomiatava ai punti estremi della terra, e
verso settentrione e verso ponente, e dove il sole nasce e dove muore,
affinchè la vostra voce canora, gloria di Dio, diffondeste, o quanto
pochi sono in terra uomini metafisici e spirituali! E Iddio ha donato
a tutti una divina anima immortale?
*
Mentre a questo pensavo, suonarono molti e lieti saluti al reverendo;
e insieme a quei saluti una schiera di signore entrò pel cancello, ad
una, ad una.
Precedevano due vecchie dame, assai degne e composte, e dietro venivano
due signorine.
Il prete, come le vide ed udì, spalancò le braccia ospitalmente, e col
saluto di meraviglia e di festa: — Oh, la mia signora marchesa, che
bella improvvisata! Lei, — disse piano e in fretta a me, — s'accomodi
col mio uomo che è tornato, — e mosse verso la ospite desiderata.
Io allora andai dal suo uomo, il quale dall'aspetto doveva essere
sagrestano e cantiniere ad un tempo, mi combinai con lui e pagai.
(Buona regola, signor arciprete, far pagare subito certe persone. Certe
persone, metafisiche e spirituali, non si ricordano mai degli umili
loro doveri terreni, quando non lo fanno apposta).
Dunque io pagai e il sagrestano mi diede la ricevuta.
*
Le vecchie dame e le marchesine (non mi erano volti nuovi) facevano
frattanto un gran chiacchierio, facevan loro il passereto, ma con molto
consumo di _erre_ nasale e nobilesco e con molte sfumature toscane,
come è costume della nostra nobiltà, la quale, o è educata in Firenze,
o quivi ha parenti o temporanea dimora. La voce del prete, nello
sforzo di adattarsi ad espressioni galanti e festose, stonava. Le due
vecchie Perpetue intanto si affrettavano, acciabattando, a portar fuori
seggiole, ed ammannire un po' di ristoro.
— Dio, e Imperia dove sarà rimasta? — gemette a un tratto la vecchia
marchesa guardandosi attorno.
— Era avanti di noi con la bicicletta, — disse una sorella.
— Quel velocipede, signor arciprete, — sospirò ancora la marchesa, — è
la mia disperazione.
Il prete invocò con gli occhi il Signore contro la nequizia dei tempi
e contro il velocipede in ispecie, poi così parlò:
— Quando le dico, signora marchesa, che monsignor vescovo ha dovuto
con pubblica lettera pastorale vietare l'uso di questo velocipede ai
sacerdoti, dico tutto.
Questa volta fu la marchesa a levare gli occhi al cielo.
Io, vedendo che il prete non pensava o non credeva conveniente
presentarmi alle dame, decisi di andarmene.
A dire la verità, lì per lì mi bruciò un poco che il signor arciprete
applicasse anche su me la teoria della separazione delle classi
sociali. Ma poi, pensandoci meglio, «E nella vita sociale, — dissi
a me stesso, — dove si insegna il dogma della fratellanza, non è lo
stesso? Le classi sociali si mescolano qualche volta con le falde,
o coi gomiti dei loro abiti, con certe frasi di prammatica, ma col
cuore?.... E allora che vale? Meglio in tale caso essere sinceri
come il prete (sempre supponendo che l'abbia fatto apposta)». Salutai
dunque: il prete si levò, prendendolo pel picciuolo, il nicchio; gli
occhi delle dame mi seguirono sino alla bicicletta; ma quando fui fuor
del cancello, non visto, non potei a meno di fermarmi, e allora ben
sentii la marchesa che diceva:
— Anche queste qui (cioè le due marchesine) adesso vorrebbero la
bicicletta.
— Sì, mammina! — sospirò l'una delle signorine.
— Sì, mammina! — sospirò l'altra. — Ma noi saremo più ubbidienti di
Imperia.
— Le sente, signor arciprete? le sente? Ad Imperia ho dovuto concedere,
— disse la marchesa. — Essa ha trent'anni ormai.
— Donna Maria Anna, donna Adriana, sentite, — disse il prete alle
giovani con la voce di chi sta per ingoiare un dolce e segreto frutto:
— io voglio dare loro una bella bicicletta, una vera bicicletta....
— Sì, sì, signor arciprete.
— Quando, — proseguì egli levando la mano che benedice, — quando
verranno qui a prendere il consenso. Lo sposo, ecco la bicicletta.
Fu una delusione.
— Oh, non ci si pensa più! — sospirò una sorella.
— Non ci si pensa più, ormai, — ripetè l'altra, — ed è ben per questo
che mamma ci dovrebbe dare almeno la bicicletta come ad Imperia.