La quaglia e il Nirvana.
La casa del cantoniere. Quasi tutti i vesperi le mie gambe mi portano
là, verso la piccola pineta, lungo il bell'argine della via ferrata,
da cui si domina il mare lì presso, ed il monte da lontano; ma quando
arrivo alla casa del cantoniere, mi fermo. Non è che io mi voglia
fermare: è come un _imperativo categorico_ di questo terribile orologio
dell'anima che ho dentro di me, e squilla la fermata davanti alla casa
del cantoniere. Quella piccola casetta ride nell'eremo del paesaggio; e
quella stazione quieta, accanto a quel binario (umile e pur congiunto
ramo di quell'immenso sistema nervoso che fascia la terra con doppia
sbarra d'acciaio), mi seduce più di una sontuosa villa.
Io non so che cosa pensi di me quella famigliuola del cantoniere,
vedendo questo intruso, fermo lì, fuori del recinto, e che fissa, e sta
immobile: mi potrebbero ragionevolmente domandare: «Ma si può sapere
che cosa cercate qui?» Invece non mi hanno domandato mai niente e mi
lasciano guardare. Un bimbo — lo scorgeva dal vano della finestra a
piano terreno — indicava pur me con insistenza alla madre sua, come a
dire: «C'è di fuori quello lì!» Quattro occhi di giovanette, apparendo
e scomparendo dall'uscio, come testoline di rondini dal nido, devono
aver compiuto una specie di indagine sul mio conto.
Avranno pensato: «Chi sarà? Uno che si vuole buttare sotto il treno?
No, perchè sono molti giorni che egli si ferma qui: i treni passano ed
egli non si è ancora ammazzato. Un vagabondo, un ladruncolo? Nemmeno,
perchè non ne ha l'aspettò. Chi potrà mai essere? Eh, chi può essere?»
Le vidi scoppiare in una risata di cuore, poi si ritrassero in casa;
parlarono e anche la madre sorrise, assentendo. La risposta era trovata
al quesito:
— Un matto!
Così è forse: a chi percorre la dura via della Saviezza, ad un certo
punto avviene di essere entrato nei regni della Pazzia. Spiegato così
il mio incognito, nelle sere susseguenti il riso delle donne si mutava
al mio apparire in sorriso fuggevole di pietà: il bimbo bensì seguitava
ad indicarmi.
Così grandi, solenni, eloquenti erano le tacite cose all'intorno, così
profondo era il senso di umiltà e di annientamento entro di me, che io
cominciai ad acquistare un nuovo senso e, palpitando, a tremare come se
la natura mi avesse rivelato il suo essere profondo.
Una stradicciuola saliva sino al passaggio a livello della via ferrata,
con due spalliere di pioppi; ma così aerei, così verdi e azzurri,
così palpitanti pur nell'aria senza vento, che pareva linguaggio come
di foglie che una Sibilla avesse animate della sua verità. Al di là
della ferrata, la via scendeva ancora perdendosi fra le dune del mare,
coperte di lieve peluria di prato, dove il sole stendeva su ardenti
tinte di croco. Più lontana la breve selva dei pini.
La casetta del cantoniere sorgeva presso il cominciar di quei pioppi;
e c'erano intorno tutte le cose buone che sono necessarie a chi deve
vivere lontano dagli altri uomini: un piccolo forno per cuocere il
pane, una catasta di marruche secche, il pozzo con le mastelle del
bucato, alcuni filari di uva già nereggiante, quanto bastasse a fare
un po' di vinello per la famigliuola. Davanti, in un rettangoletto
di terra, germogliava l'insalata tenera, e, sopra sostegni di canne,
gli utili pomidori si pompeggiavano nel loro rosso. Accanto al muro,
ristretto da cannucce per frenarne il troppo rigoglio, il rosmarino
(_ros maris_, cioè «rugiada del mare») superbamente fioriva; fioriva
il basilico che assorbe l'odor dell'estate, e molte rame di limoncella
gareggiavano d'altezza con le mirice.
Sì: io sorpresi me stesso dire a me stesso: «Ma che cosa sto a cercare
più nella vita? Ma a quale scopo mi sono insino a questi giorni tanto
affaticato nel mio peregrinaggio terrestre? Ma non sarei felice io qui?
Io sono seccato a morte di dover ritornare fra poco ad essere dottore,
professore, elettore, libero schiavo! Ecco: sventolare la bandiera a
questi piccoli treni, non veloci, salutando reverentemente la vita che
passa; e godere intanto questa solitudine, questa santissima quiete,
dalla quale passerei senza avvedermene, senza contrasto, a più sicura
pace, sepolto qui, presso questo mare, con una scritta che io vorrei
dettata così: «Exaudiam vocem maris»: ecco la felicità, e altro non
chiedo».
Lo so! Se io manifestassi questo desiderio a questa famiglia di
cantonieri, ben mi direbbero «pazzo» e senza ritegno. Queste ragazze,
forse, sarebbero più contente se potessero andare ad abitare in una
tumultuosa via di Torino o di Milano; e il loro padre avrebbe bisogno,
per la compiuta estrinsecazione della sua anima, di passare almeno
un paio d'ore per giorno in una taverna e quivi discutere de' suoi
diritti con altri ferrovieri. Lo so: ma so che vi è nell'umanità un
numero (e forse più grande che non supponiamo) di uomini che se lo
potessero, e potessero vincere la superstizione di quella che si dice
civiltà e la paura della scomunica che i grandi sacerdoti del progresso
lancerebbero, uguale pensiero formerebbero di quello che io penso.
Che altro furono i buddisti della sacra India? Che altro furono gli
asceti cristiani, vilipesi dai trenta tiranni del libero pensiero? Che
altro sono molti fra i suicidi del tempo nostro? Degli scioperanti
dalla vita sociale: dei disertori di questa miserevole milizia: dei
ribelli che non vogliono più recitare la farsa: degli stanchi dello
spettacolo dei bussolotti: dei facchini tediati del peso. Ma questo
genere di sciopero è biasimato da tutti.
Il Nirvana, la narcosi dell'anima che si addormenta nell'immobilità e
nella contemplazione, _ist verboten_, anche in Italia. E poi, come si
potrebbe? Ai nostri orecchi il tram batte la sua furibonda campana;
l'officina urla; l'uomo politico arringa davanti al suo baraccone.
Il rifugio nel Nirvana è diventato impossibile! Onde è che molti,
giunti alla disperazione, si appigliano al partito di farsi saltare le
cervella, avvertendo semplicemente il signor questore che sono «stanchi
della vita». Dunque niente Nirvana, niente assorbimento nel seno
di Brama! Ubbidiamo alle leggi della tirannide sociale e facciamoci
cantonieri. Questo è un eremitaggio permesso. Giacchè non è l'idillio
che io domando a te, casetta bianca, non è lo stupido «il tuo cuore e
una capanna», ma la santa quiete e l'oblio che io chiedo a te, casetta
bianca!
Sì, anche senza Nirvana, io avrei — potendo — sùbito e con festa
accettato di mutare la mia sorte; e del ridicolo del mondo mi sarei
dato minor pensiero che del sibilo del vento. Del mondo? Quattro
individui che vi conoscono di persona e due di nome. Miserie! Lasciate
che dicano!... E lì, davanti a quella casetta, io fabbricavo la mia
felicità di romito, di un Robinson Crosuè in mezzo alla gente, come
il bambino giocando con la barchetta sogna il mare, o con la spada di
latta si finge e sogna la gloriosa terribile guerra! Quale cura pel
sistema nervoso non sapere più chi è ministro, abolire il colletto,
ignorare l'esistenza dei giornali, non dovere più sputar dolce e
ingoiare amaro!
*
Oimè, tutte queste ricostruzioni furono sconvolte in un momento. Ora
dirò come ciò avvenne:
Perchè dalla via ferrata — percorrendo il tratto da me percorso —
venne un dì ingrandendo una cosa bianca: era lei, la donna piccola,
misteriosa. Quella donna l'avevo sorpresa altre volte nei giorni prima;
ma non nei ritrovi, non in alcun crocchio: bensì sola, sempre sola, in
giro per la campagna deserta, sotto il sole del mezzogiorno.
*
Molte volte io mi ero fermato per vederla passare, perchè ella era ben
strana! Un volto scialbo, glabro, con due labbra sprezzanti, due grandi
attoniti occhi, fissi davanti a sè.
Andava scalza e trascinava con moto serpentino certi abiti negletti
e cadenti, come persona che si è più coperta che vestita. Così senza
calze e in pianelle per la campagna, difendeva il capo ed il volto con
un sontuoso cappello alla moda, che teneva le veci di ombrello; perchè
dalle falde larghissime cadevano in disordine densi e preziosi veli per
ogni lato, candidi ed azzurri, come se mostruosi e artefici ragni vi
avessero intessute le enormi loro tele.
Magra, piccina ella era: di indefinibile età giovane.
Ma dove avevo io mai veduto costei prima d'allora? Eppure io l'ho
veduta.
Ne domandai a qualcuno dei giovani che hanno per mestiere di scovare
le donne: ma non ne sapevano nulla; anzi non l'avevano notata, tanto
vivea solitaria. Ma un giorno che si fermò dal parrucchiere, il cui
garzone, quello che porta Carlo Marx alla catena, accumula per le
circostanze anche il mestiere dell'orologiaio (si fermò a riprendere
il suo orologio), io mi accostai per sentire il suono della sua voce.
Era una voce calda, esercitata, profonda. «Oh, una lira basta!» aveva
detto: levò da un borsellino, tanto minuscolo per quanto grande era il
cappello, la moneta, la squadrò con gli occhi grandi di miope, la buttò
lì e s'allontanò seccata.
Ma io già udii quella voce in grida di Valchiria, in gemiti di cavalla
nitrente, io vidi quella zingara già vestita da regina, quella piccola
figura già la ammirai sollevarsi, contorcersi sotto il soffio della
passione. Dove?
Sul palcoscenico.
Quel minuscolo piede, allora senza calze, difeso da una ciabatta
di pezza, che pareva compiacersi nell'insolentire contro la polvere
bianca, sollevandola a nembi (disprezzo agli altri, incenso a sè?),
dunque vidi calzato di sottile, eretto coturno?
Ma come mai un'attrice di grido, una dea dell'Olimpo, qui? in
quest'angolo di terra, ignoto alle guide ed alla geografia?
*
Non ci pensavo più da tempo, quando vidi — dunque — venire avanti per
la via da me percorsa, lungo la ferrata, quella piccola personcina
stravagante e voluttuosa, col piede scalzo e il gran cappello coi veli.
Avanzò, passò, con gli occhi fissi avanti, col volto pallido su cui
pareva evaporare l'ombra di un tedio interiore.
Per tre giorni ella percorse il detto cammino, e come giungeva davanti
alla casa del cantoniere, il suo occhio non si volgeva a guardare
alcuna cosa. Nè la casetta del cantoniere, nè la mia umile persona
furono credute degne di uno sguardo. Invano il rosmarino mandò il
suo profumo, invano le viole a ciocche occhieggiavano a lei. Se ella
si fosse fermata a contemplare quell'idillica dimora, avrei forse
trovato modo di cominciare qualche discorso, chè molto avrei avuto
caro di sentire con quali pensieri ragionava questa celebre interprete
delle passioni. Ma non ne fu mai nulla! Giunta alla casetta del
cantoniere, scendeva per il viale dei pioppi, e ad ognuno dei lenti
passi saltellanti a ritmo corrispondeva un moto e un fremito della sua
persona, e perchè non lo dire? corrispondeva un fremito entro di me.
La attesi al quarto vespero, ma non comparve più e non più la rividi.
Bensì la rividi con gli occhi della mente: rividi i suoi magnifici
ritratti nelle vetrine dei grandi negozi, vidi le stampe, i giornali
che con vaporose e sospirate parole narravano le sue avventure. Oh,
la pudica morale ben può leggere quelle avventure! Quella leggiadra
istriona fu vittima di illustri passioni; fece olocausto di sè, arse in
molte fiamme; la delicata sperimentò molte colpe, per poter poi rendere
al vivo su la scena gli sdegni, i baci, i sussulti della nevròsi
terribile.
Troppo fremevano gli alti pioppi, troppo io fremeva entro di me per
non confermarmi nell'opinione che ella non fosse la famosa imitatrice
dei grandi spasimi della voluttà e dell'amore. Portava il suo corpo
le tracce del faticoso lavoro. «Bene, o donna, dimmi per confessione
sincera, quale è il segreto della tua anima — quale è la tua segreta
coscienza!» così io, filosofo, avrei voluto chiedere a lei, come già
altre volte ho chiesto al sole, al mare, al fiore: «ditemi, o sole,
o mare, quale è l'anima vostra». No, ipocrita, io non dico tutta la
verità; io avrei voluto anche chiedere: «Concedi — o divina — che io
pure gusti il sapore delle carni che vestono la tua anima, e di cui già
altri saziasti». Anima? coscienza? pensiero? ombra di tedio interiore?
Ma no! Tu sei come il sole che appare, come la terra che feta, tu sei
forza soltanto, e immane. Ma anima non sei! ma che tedio! che passione!
che coscienza! Sei forza: ecco che cosa tu sei.
Invano è l'eremo, invano è il Nirvana, invano sta il chiostro.
Mettevano i monaci antichi le scolte armate attorno alle mura dei
conventi: ma Venere ride e penetra. Ed il Beato Angelico, da te,
Venere, toglie i volti soavi, e frate Guido toglie dal canto liturgico
le note d'amore, e frate Francesco celebra le cose create, e lauda pur
sempre te, demoniaca, forza terribile! Disperato Origene si deturpa;
s'assorbe il deriso Simone sull'alta colonna. Crollano i conventi
dei trappisti e dei buddisti quando tu appari: crollano i sistemi
dei filosofi, quando tu ridi! Romba per te il lavoro umano e suona
l'officina; l'epopea e la tragedia marciano all'epilogo sanguinoso, e
tu col plauso e col canto ne segni il ritmo, o fatale! Ecco Polifemo,
il mostro, che si nutre di uomini; eppure — quando Galatea appare sul
campo del mare — piange come un fanciullo e cerca su la zampogna umili
suoni; ecco Priamo che il sangue dei figli buoni e del grande popolo
trova giustamente versato per te, stupida Elena; ecco lo stoicismo
sublime del Leopardi che sfuma come nebbia al sole; e di questo asceta
moderno, vivrà mirabile nei versi il grido di spasimo quando Venere si
compiace di toccare le misere carni con la sua pietra infernale. Oh,
miseria dell'uomo! «Va dunque, o stoltissimo, — dissi a me medesimo
rincasando, — va e poniti al lavoro e componi un libro di filosofia
nuova in cui le ragioni dell'essere siano spiegate come effetto di
questa forza immanente, multiforme ed una in tutte le età. Questo sì,
è il vero determinismo storico. Ciò già fecero altri filosofi! Ebbene,
ritorna da capo».
*
Oh, stoltissimo, in verità, perchè rincasando accigliato e turbato per
questi nuovi pensieri, mi abbattei nel signor capitano.
Egli quella sera fumava sereno contro la luna nova, la quale disegnava
una placida falce sottile in fondo al cielo azzurro; e le due punte
della falce si congiungevano in un esile, quasi invisibile cerchio
d'oro.
Mi ricordai subito delle sue teorie sul genio della donna! Ed io che
andavo tormentandomi col «determinismo storico», e con «la forza
immane»! Ma certamente la piccola attrice è una geniale od una
genialoide. Certo anche, su quel lido deserto, essa è una quaglia
sperduta. E il signor capitano a' suoi begli anni e nel mio caso
specifico, invece di tante fantasie e chiacchiere, si sarebbe portata
a casa quella saporitissima quaglia.
Come ciò è più semplice e più igienico!