È curioso come la voce ingrandisca nei cimiteri, così grande anzi
diventa che si finisce col tacere. Entrai, ed ho camminato su e giù
per quel campo desolato, scarso di tavole funerarie e di erbacce. Però
quel lezzo di bosso che stagna nell'aria chiusa e calda, quelle due
file di cipressi fitti che si urtano a formare una dolorosa croce, sono
soffocanti: si respira meglio presso al mare.
O marmorea come il famedio di Milano, o artistica come il cimitero di
Pisa, o adorna come un camposanto inglese, o abbandonata come è pur
codesta, in verità la scelta dell'ultima dimora da cui non è lecito
fare San Martino o San Michele, non è allegra. Non vi sarebbe che fare
il becchino per acquistare l'abitudine del luogo. Troppo sole ha la
vita per adattarsi alle tenebre! La cosa più semplice era dopo tutto
non nascere. Sì, questo è pessimismo, lo so. Ma ho letto anche — e lo
credo — che chi è ottimista ha una circonvoluzione cerebrale di meno.
— Buona donna, venite qua, — e la chiamai. — Ditemi un po', di questi
Pascoli di cui qui sono le lapidi, ce n'è rimasto vivo qualcuno?
— Ce n'è uno di questi Pascoli: ma ha abbandonato il paese da tanto
tempo e sta lontano, lontano, chi sa dove!
— E sapete che mestiere fa?
— Oh, — disse con grande significazione, — lui è uno che ha avuto
giudizio, sì, lui! Ha un posto che sta sopra a tutti.
— Questi sono i Re, la mia donna.
La donna crollò il capo:
— È un posto, per farvi capire, che comanda sopra tutte le scuole.
— Ho sentito dire che lui non viene più a San Mauro, perchè voi di San
Mauro siete gente cattiva.
La donna crollò ancora il capo e fece diniego forte con la mano:
— Miga, miga! L'è un'altra storia che non si può raccontare.
Bisognerebbe che quelli che sono qui — e indicava i morti che erano in
sua custodia — potessero parlare. E invece non parlano niente. Forse
avrebbero caro di confessare: ma qui stanno tutti buoni e zitti anche
senza nessuno che li badi; invece quand'erano vivi! Ma ci dev'essere
uno lassù che fa la cappata!
E segnava anche lei l'immobile cielo.
*
Il piccolo libretto di _Myricae_ è nato qui, — pensai, — in questo
campo del riposo senza risveglio e quelle piccole canzoni in origine
non furono scritte per le dame e pei letterati, ma per consolare e
placare le ombre dei cari morti. Il buon Dio Pan molto lodò quel canto,
nato col sapore di questi campi vicini, dove molta storia riposa; e
allora insegnò al giovane poeta il secreto dell'anima del pesco che
fiorisce; della rondine che svola; della campanella che squilla sul
colle selvaggio; insegnò quali suoni convengano alla luce del sole
che tramonta o dell'alba che aggioga i buoi nel caldo estate. Distinse
per lui l'anima del pino, dell'olivo, del cipresso. Sì, Dio Pan questo
insegnò, ma non per le dame o i letterati, ma perchè celebrando la vita
delle cose, della rondine, del cipresso, dell'insetto, insomma di tutti
i figli della terra, più umili e negletti, potesse parere al poeta
che quelli pure che stanno sotto la terra avessero intendimento, onde
dicessero: «Grazie, figliuolo, grazie, fratello, della dolce canzone».
Così nacquero _Myricae_, olezzanti e vivi fiori, a Dio Pan carissimi.
Questi fiori hanno avuto fortuna al di là di ogni aspettazione. Bisogna
pur dimostrare che qualche volta c'è giustizia a questo mondo! «La
fortuna, — e Dio Pan sorrideva e parlava col rombo delle melodiose
cicale, festanti a coro nel grande silenzio, — la fortuna fa come il
baro nel giuoco: fa vincere qualche volta, per allettare gli altri.
«Sì, sì, ebbero fortuna _Myricae_! Era esso un tempo un libriccino
piccino, sconosciuto; conosciuto solo agli amici che sospiravano al
sospiro e fremevano al pianto. Ma poi il volume diventò grande, e i
bottegai che tengono nelle loro vetrine i grandi fiori di carta e di
seta, furono lusingati un po' per volta di questo fiorellino vivo e
vero, di questo arbusto gentile di _Myricae_. Ma prima non lo volevano
per ferro vecchio. Oh, dopo che festa gli fecero! gli comperarono
perfino una toilette di gran moda, in sullo stile antico del
Cinquecento! Povere _Myricae_, figlie dei campi e care al Dio Pan, come
si trovano però a disagio oggidì in quella acconciatura artificiosa,
esse così naturali! Che vuoi? Convenne seguire la moda, figliuolo mio».
Così mi parlò il Dio Pan.
— Non viene più a trovarvi, o Dio Pan, il buon poeta che cantò
_Myricae_? — io chiesi.
«Poco, figliuolo, — rombavano le cicale in nome del Dio Pan, — poco
e di rado. Che vuoi? La Fama offre oggidì grandi ricevimenti nel suo
_Grand Hotel_; ed egli non può esimersi più dall'intervenirvi. Ella
inoltre lo affatica con molte commissioni, alle quali è fatica dir
sempre di no. Credi, figliuolo, — rombavano le cicale forte forte
sul mezzodì, — la fama degli uomini ha i suoi inconvenienti. Pensa:
Giovanni Pascoli un tempo componeva in ghirlande questi odorosi fiori
di _Myricae_ affinchè confortassero le tombe del padre e della madre; e
gli amici, leggendo, esclamassero, come esclamavano in fatti: «Quanto
dolore!» Questo egli cercò; non d'acquistare fama. Ma il pubblico che
dà il danaro per costruire il grande _Hôtel_ della Fama, solitamente
non crede (e non ha tutti i torti!) che da terribile verità possa
generarsi opera d'arte. Finzione, finzione, bella finzione, leggiadro
strazio, eleganti lagrime, tale è il mestiere del poeta: e perciò
solo applaude: e tu vieni allora alla ribalta, o poeta, e inchinati
sorridendo, e poi il pubblico ti domanderà: «Che cosa state facendo
adesso, poeta? A quando un nuovo libro che ci faccia divertire con
nuove lagrime, anche più belle?»
Non è facile incontrare il gusto del pubblico, ma una volta incontrato,
esso è esigente ed è d'obbligo una certa produzione regolare. Che si
direbbe di una rispettabile ditta che rispondesse agli avventori suoi:
«Quest'anno non abbiamo produzione»?; ma si rivolgerebbero ad altra
ditta in concorrenza.
*
Cantavano le cicale melodiose e Dio Pan seguitava dicendo: «Ad un altro
poeta, che fu compagno e amico del Pascoli, io ho insegnato, come a lui
insegnai, i segreti della terra e del cielo, del fiore e dell'errante
uccellino. Questi, a differenza di quello, non diffuse il gemito
della morte nelle sue canzoni, ma il voluttuoso, lieto inno d'amore.
Biancofiore la bionda, ride per tutte le sue tenui carte. Ma gli uomini
non l'udirono: essi non hanno distinto il canto del rosignolo.
«Di chi parlate, voi, Dio Pan?
«Ricordati di Severino Ferrari!
«Oimè, egli è infermo, Dio Pan, e mal noto agli uomini, — risposi io.
«Ben lo so. Ma impara che non sempre ciò che piace agli uomini piace
anche agli Dei».
Allora palpitarono per la grande campagna questi versi:
O Biancofiore, i tuoi riccioli d'oro
come belli dormian sopra il tuo sen!
Bianco seno di latte ove serpendo
roseo va il sangue con mite vigor,
van due fragranti rose alte crescendo;
sotto la manca le fiorisce il cuor[2].
*
Quando quel dì tornai a casa, la minestra era fredda, ma Dio Pan, il
vecchio canoro che va errando pei campi, mi aveva insegnato mirabili
cose nel canto delle sue cicale.