Il camposanto ove nacquero le “Myricae„.
Ieri a mezzodì mi sono perduto — senza alcuna meta prefissa — nel sole
e nel verde. La bicicletta si era fatta automatica, ed io andavo come
un sonnambulo.
L'invisibile Dio Pan, quel vecchio tutto a nodi e bitorzoli, a
quell'ora soffia su le canne della zampogna o siringa, che già fu Ninfa
da lui molto amata; ma il suo canto è soltanto udito dalle cicale che
tengono bordone alle rime del vecchio Nume.
È inutile: gli uomini oramai non sentono più la voce degli dei, nè
antichi, nè nuovi.
Quand'ecco io vidi davanti a me molte piante di colore e di forma
dolente, disposte in forma di croce: erano i cipressi di un cimitero;
e allora mi sono ricordato delle parole del carbonaio che appunto è
del borgo a cui appartiene quel cimitero: «Il nostro Pascoli — aveva
egli detto — adesso è un poeta di fama mondiale». Egli avea detto così
proprio, in quel suo ben rude dialetto, mentre versava dal sacco il
carbone, e quella luce di rinomanza si riverberava molto riccamente
anche su quel borgo di calzolai, che è San Mauro, ed un pochetto anche
su la sua fuliggine.
— Gli volete dunque bene voi di San Mauro a Giovanni Pascoli?
— A _Zvanèin_?... (e fece un gesto da toccare, alto come egli era, il
tetto della piccola casa). — Anno, quando venne da noi, gli si andò
incontro con la banda. Peccato che venga poco di spesso!
(«Va là, buon'anima di popolo, — pensai fra me, — tu sei ancora quella
che conservi una certa verginità»).
Or dunque, ritornandomi a mente le parole del carbonaio, e già che
il caso mi vi aveva condotto, volli andare a vedere il cimitero ove
riposano i morti di quella povera famiglia dei Pascoli, cui un delitto
privò del padre, e altre fosse furono poi spalancate; a cui Giovanni,
figlio e fratello, elevò più tardi un così nobile monumento espiatorio
di dolorosi canti. I vecchi contadini di questa terra ben si ricordano
ancora del signor Ruggero Pascoli, il quale era di professione fattore
o ministro di una grande tenuta principesca, e ne dicono ancora assai
bene: egli morì assassinato nell'agosto del 1867. Tornava a casa
dalla fiera e portava delle pupe o bambole per le sue figliuoline. Una
fucilata a tradimento lo trapassò a morte; e fu la cavallina storna
che lo portò morto a casa, chè era pronto, per la virtuosa sposa, il
desinare. Lo chiamarono, ma non scendeva dal baroccino. La dea Temi ha
troppi cartafacci ed ha messo questo crimine, insieme con tanti altri
rimasti impuniti, nel suo archivio; ma nel popolo, di quel delitto
ancor si ragiona, e se ne fa alcuna chiosa.
Mi ricordai allora di Perpetua che diceva al pauroso Don Abbondio:
«Le schioppettate non si danno come confetti: e guai se questi
cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano». Dicea però Don
Abbondio: «Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena,
Dio liberi! l'arcivescovo me la leverebbe?» Sì! dice bene Perpetua; ma
Don Abbondio dice, forse, meglio. I cani feroci — è inutile illuderci
— mordono. Se ciò non fanno sempre, è perchè non sempre possono.
Mi venne anche alla memoria un libretto di ricordanze «della propria
vita», che scrisse un vecchio prete, il quale fu veramente uomo di
santa e semplice vita. Egli, appunto in quell'anno 1867, era curato di
quel borgo, e a pagina 157 del suo libretto[1], racconta la morte di
Ruggero Pascoli con queste parole: «.... è da sapere che potei ridurre
in un sol corpo i terreni della parrocchia (sparsi qua e là in mezzo
alla grandiosa tenuta, detta della T....) per via di una permutazione
con altri terreni di proprietà dello stesso signor principe. Era
ministro di essa tenuta il signor Ruggero Pascoli. Questo mio amico
e compare, era l'uomo più fortunato e più felice ch'io m'abbia
conosciuto al mondo. Ministro della vasta tenuta, godeva di questo la
confidenza e la protezione. Avea una moglie amorosissima di lui (per
nome Caterina Vincenzi), la quale egli tanto riamava quanto immaginare
non si potrebbe: anche avea sette figliuoli, tutti pieni d'ingegno e
fiorenti di sanità, quattro dei quali teneva in Urbino nel collegio
degli Scolopi. Era riverito ed amato, nonchè dai coloni della tenuta,
da quanti il conoscevano: onde non avrebbe potuto desiderare miglior
condizione di quella in che era posto. Ma che? tanta felicità in uno
istante svanì. Il giorno 10 di agosto 1867, verso le ore sei dopo il
mezzodì, mentre tutto solo egli faceva ritorno a casa dalla fiera,
fu colpito da un'archibugiata che lo lasciò freddo cadavere entro
la carrozza. Poco tempo appresso morì la sua figliuola primogenita,
Margherita; poi il fratello di questa, Luigi; poi la moglie (certamente
di crepacuore), e finalmente, dopo alcuni anni, Giacomo, già
ammogliato, il figliuol maggiore dei maschi. Ed ecco dispersa, anzi
direi quasi, scomparsa dal mondo, una famiglia che parea fosse giunta
al colmo dell'umana felicità».
Nè il buon prete vi aggiunge chiosa.
Questo prete, come si comprende da questo passo, era un purista. Tanto
fanatico anzi egli era dell'aureo Trecento, che dopo Iddio e la Vergine
avrebbe tenuta accesa una lampada votiva al Cavalca, al Passavanti,
all'autor dei Fioretti, se non fosse stata empietà. Io lo ricordo
questo prete dalla semplice vita perchè nella mia puerizia fui qualche
tempo sotto la sua disciplina. Fu uomo di grande carità evangelica e
morì ottantenne e poverissimo, or non è molto. Nel tempo che in queste
terre dominavano i legati pontifici egli era in odore di liberale.
Calunnie! Egli amava la Patria attraverso gli autori del Trecento.
Era una patria infantile e dolce come un periodo del Cavalca! Egli la
cullava fra le sue braccia, egli l'adorava come si adora il Bambino
Gesù! Oh che terrore, povero prete, quando s'avvide che al Bambino Gesù
spuntavano i baffi, cioè quando s'avvide che la Patria non era più in
fasce, non pargoleggiava più, camminava da sè e la lingua Italiana
del Cavalca si era trasformata nella prosa di Alessandro Manzoni.
Alessandro Manzoni nelle scuole? Ma dove si andrà a finire, signore
Iddio! No! la curia gli amareggiò con gratuita crudeltà la vita serena.
Monsignor il vescovo gli sottrasse a torto Dante e il Petrarca. Egli
non era un liberale. Era una piccola anima, paurosa della grande vita
umana, che per lui era termine equivalente ad una grande malvagità
umana. Era per lui la vita una disarmonia fatale, ed egli rifuggiva
in cerca di armonia o di bontà entro un fioretto di San Francesco. O
quanto mi sdegnai leggendo in quelle sue ricordanze questa narrazione
fredda dell'omicidio del signor Ruggero Pascoli! Non un fremito, non
una parola di maledizione o ribellione per così barbaro misfatto.
Ma come fui in quel cimitero l'animo mio si mutò stranamente. Il
misterioso canto del Dio Pan, il ritmo grande e uniforme delle cicale,
le molte tombe ripetevano insieme: «Se così è scritto nel libro del
mistero, perchè ribellarci? Preghiamo, piuttosto». Ed io sentii che
ogni imprecazione era morta in me e che la mia anima era diventata come
l'anima di quell'antico prete. Preghiamo piuttosto.
E il libro di _Myricae_ non è una preghiera moderna?
*
Or ecco come entrai nel cimitero: un lungo viale campestre si partiva
dalla via maestra ed io voltavo per quello, quando mi avvenne di
oltrepassare una donna che procedeva lenta, e domandai:
— Buona donna, è aperto il camposanto?
— Ci ho le chiavi io, — mi rispose agitando un grosso mazzo di chiavi,
— e vado proprio nel camposanto a far l'erba.
«Ecco una fortuna, — dissi fra me, — anzi troppa fortuna! Quando io
busso alle porte degli uomini, le trovo solitamente chiuse; ma per
questa ho trovato la portinaia e le chiavi su la strada medesima. Vero
è che in questo caso un antico romano avrebbe fatto uno scongiuro!»
Giunsi al sagrato.
Due colonne di granito sostengono un frontone di greve architettura,
mezzo in rovina; e sovrasta un portico cadente, tutto incrostato di
lapidi. Sul frontone, in grandi lettere romane, era scritto: «Sancta
et salutaris est cogitatio pro defunctis exorare». — Il _salutaris_
lasciamolo là, — dissi mentalmente.
La mia venuta turbò molte schiere di lucertole, che su quelle lapidi,
come su buona pesta, facevano scorribande. L'afa era grande come
grande era il silenzio; e le scritte mortuarie, stampate e affisse
su le pareti di una cappelletta, si staccavano, si accartocciavano e
si confondevano lente, così come la memoria degli uomini del pari si
accartoccia e, un po' per volta, si stacca.
Intanto è venuta la portinaia; mette la chiave nella toppa della porta
e tira, tira il lungo chiavistello esterno.
— Oh, che diamine, la mia donna, non siete buona ad aprire? e i morti
come fanno quand'essi arrivano?
Mi rispose:
— Sappia prima di tutto che d'estate muoiono in pochi in questo paese;
e poi adesso i morti entrano dal cancello nuovo, che è più in su.
Questo cimitero serve anche per Savignano.