Splende il sol dell'avvenir

è di un effetto indiscutibile.

Questo effetto poi era quella domenica moltiplicato per la stranezza

del vestire di quella moltitudine. Con quel sole ardente, tutti erano

vestiti di saia nera: i più avevano di setino nero anche la camicia, e

su quel nero spiccavano i bracciali rossi e le cravatte rosse.

Quella tinta lugubre nella gioia del giorno estivo, mi richiamò alla

mente la «Compagnia della morte» con cui si nominò una schiera alla

battaglia di Legnano. In quella truce e fiera assisa anche volti miti,

come quelli del barbiere e del buon postino — erano anch'essi nella

«fitta schiera» — acquistavano una espressione formidabile.

Inoltre, — oh, stranezza per gente che protesta contro la disciplina

militare! — essi marciavano con fiero passo militare!

Io mi fermai sul ciglio della via e fissai la schiera che passava: ma

lo sguardo del postino si incrociò col mio, e balenò questa domanda:

«Non ti facciamo adesso paura, o ricco?»

Lasciamo stare il «ricco»; quanto alla paura, a me personalmente, no.

A che varrebbe leggere Platone in greco per diventare filosofo, se si

deve poi aver paura? Un filosofo, o amico, sorpreso da un tacchino,

potrà essere spaventato; non mai da una evoluzione dell'esercito umano,

che solitamente fa come quello del coro: «Partiam, partiam!», ma in

realtà non fa altro che segnare il passo, o, se cammina, ripete il suo

giro dietro le scene.

Per fare realmente paura non a me, bada bene, o postino, ma ai

veramente ricchi, bisognerebbe che rimaneste sempre «in fitta schiera»,

ma lo vedi? ecco qualcuno di voi che si stacca, ecco l'individuo che

esce dalla collettività anonima e poco dopo appare accampato contro

di essa. _I transfughi!_ tu dici, con giusto disdegno. Lo so, _i

transfughi_! Ma essi si sono posti in alto sul piedestallo della

ricchezza e sorridono al pugno chiuso e levato della folla.

Rimane, sì, la fitta schiera; ma solo dei miserabili, della materia

greggia, la quale elabora, stimola, frusta se stessa, e ne fa venir

fuori l'individuo, per fatale necessità di natura, contro ciò che è

tassativamente prescritto nell'Inno dei lavoratori!

Per fare paura veramente bisognerebbe che quella specie di furore

e di fanatismo non durasse soltanto il tempo che squilla l'inno di

Amintore Galli o tuona la voce del catechista, ma durasse più a lungo:

informasse ogni atto della vostra vita.

Invece nei giorni che non portate la montura nera con la filettatura

rossa, voi subite le necessità della vita come un egoista borghese:

tu, onesto lavoratore della barba e della parrucca, fai la parola

dolce nel radere il doppio mento del ricco avventore: tu, onesto

pescatore, porti di preferenza il tuo cestello di pesce alla casa di

quel possidente che ti pagherà senza tirare sul prezzo: tu, placido

oste, non hai rimorso di coscienza a preparare, anche per i compagni,

le miscele anti-igieniche del tuo vino: tu, postino, sei più gentile

nel consegnare le lettere al ricco, che darà in fine di stagione cinque

lire di mancia. Persuadetevi, non siete ancora abbastanza evoluti!

*

Io sono entrato umilmente col mio abito bianco fra i vostri abiti neri

nella sala dove l'oratore teneva la sua conferenza. Un forte odore

umano esalava da quei corpi, come un gas, e quelle parole parevano

scoppi di fulminante per accendere quel gas.

Parlava un giovane avvocato civilmente vestito.

Io ascoltai attentamente. Ma come il buon enologo distingue il vino

artefatto dal vino sano; come l'acuto critico distingue le onde dello

stile commosso per la tempesta della passione, dalla salsa bianca

_bechamelle_, con cui si coprono gli insulsi avanzi del convito

intellettuale degli altri; così io sentivo in quel discorso sopratutto

la preoccupazione di parlare il linguaggio della passione fino a

toccarne il vertice con questa frase risolutiva ed anarchica: «Abolite

tutti gli uomini armati di denaro, di scienza e di intelligenza!»

O lavoratori, vestiti di nero, quando io sentii il disperato, furibondo

vostro grido entusiastico, che accolse quelle parole, sorrisi.

«È scoppio di rabbia impotente, — mormorai fra me, — giacchè voi in

realtà non avrete mai il coraggio di eseguire quest'ordine. Ci vuole

altro che le braccia valide, e l'arma in tasca, o il piccone! E nè

anche il vostro oratore oserebbe in caso di vera guerra, dare un tale

ordine, perchè non è eseguibile; perchè il primo a saltare in aria

sarebbe lui. Perciò egli è un falso profeta».

Questo pensiero soddisfece la mia ragione. Ma subito dopo la stessa

ragione insorse e mi disse: «Se quegli è un falso profeta, monta tu

su la tribuna e parla. Se i veri profeti si accontentano di sorridere

filosoficamente, quale meraviglia se il falso profeta è ascoltato?»

È facile tranquillare la propria coscienza col dire: «Questa massa è

bruta e brutta e perciò non darebbe ascolto alle tue egregie parole»,

come è facile uccidere l'animale dicendo col fisiologo: «esso ha meno

sensibilità!» Ma è poi vero?

«Ma non sai tu, o orgoglioso, che chi ha sete, beve anche l'acqua

infetta; e chi ha fame, mangia anche le materie luride? E chi sente

l'enorme, inafferrabile oppressione sociale applaude a qualunque

bestemmia pur che abbia sembianza di mezzo liberatore? Tu critichi

e deridi il falso profeta. Ebbene, monta tu sul tavolo e parla: O

lavoratori, se il mio abito è bianco mentre il vostro è nero, io non

sono un ricco, non sono un privilegiato! Ascoltatemi! Privilegiati

sono gli anonimi che voi vedete appena di sfuggita e a cui, pur troppo,

fate reverenza! Questi privilegiati sono così potenti e sicuri che di

voi non si preoccupano: essi formano il cocchio, il quale è convinto

che sarà sempre sopportato dalle ruote; e le ruote siete voi! Noi,

che leggiamo Platone in greco — come può attestare il postino — e

vestiamo di candore l'anima e le membra, siamo le molle che cerchiamo

di attutire gli urti fra il peso crudele del carro e i sobbalzi

delle ruote infelici. Otteniamo per ora che gli individui che stanno

sul cocchio, siano più umani e pesino meno; togliamo intanto dalla

vita i bari che mettono in circolazione i falsi valori; acquistiamo,

tutti, migliore coscienza; riformiamo l'inutile scuola dell'alfabeto,

semplifichiamo e miglioriamo la vita! Dopo, il resto verrà da sè, quale

esso sia: quale voi vorrete».

*

Perchè io non ho parlato così?

Perchè a fare il profeta vero è difficile, e perciò bisogna scusare se

vi sono molti falsi profeti.

— È vero che mettono in prigione a cantare:

Su venite in fitta schiera?

così mi chiese un bambino, invocandomi come arbitro in una questione

avuta con i suoi coetanei: se mettono o no in prigione a cantare

l'«Inno dei lavoratori». Mi dichiarai incompetente. «Però fate una

cosa, bambini miei; quando vedete venire i carabinieri, mettetevi tutti

sull'angolo della via a cantare, e così si vedrà».

La proposta, benchè ardita, piacque. Di fatto appena spuntano i

pennacchi rossi e turchini, ecco s'alza il coro argentino, squillante:

alcune vocine tremano dalla paura; i carabinieri si fanno più grandi;

dei due, ce n'è uno così grosso e grasso che nel suo ventre può

contenere due almeno di quei piccini. Alcuni di costoro s'appiattano

dietro la siepe: da quel nascondiglio, non vedenti e non veduti, la

voce ha vibrazioni di gaiezza suprema. È la voluttà dell'estremo

rischio: essere acciuffati come nella favola dell'orco! Macchè! i

carabinieri non si sono voltati, nè meno un segno di tacere! Parlavano

fra loro, e seguitarono a parlare.

Che mortificazione, poveri piccini!

*

Col garzone del barbiere, che è un buon figliuolo, mi sono permesso

la libertà della critica su la moda della camicia di satino nero che

portano i compagni.

— Capirà, — mi disse, — che una cravatta rossa sul nero produce altro

effetto che sul bianco. E poi una camicia nera fa il suo servizio

finchè si vuole.

Erano due buoni argomenti, benchè il secondo poco convenisse ad uno che

maneggia il sapone per dovere — almeno — professionale. Gli feci ancora

osservare l'effigie dei due santi barbuti e capelluti che egli porta

sospesi in forma di grosse medaglie alla catena dell'orologio.

— Trova da dire anche su Carlo Marx e su Enrico Ferri?

— Ma no; soltanto ti faccio notare che sarebbe un bel pericolo per la

classe dei barbieri se nella società futura si dovesse adottare questa

moda. Anche la classe dei lavandai.... — stavo per soggiungere pensando

alle camicie nere.

Ma egli mi osservò che il rasoio poteva servire anche per altri usi

oltre a quello di radere la barba. Queste goffe facezie io me le sono

permesse col barbiere, perchè è un buon figliuolo, come ho detto.

Invece con un altro suo compagno, che aveva la camicia nera e ci

trovammo accanto dal tabaccaio, io non osai fare motto.

Era una figura sbilenca e torva, e domandò al tabaccaio un toscano.

Ma per tagliarlo in due egli non si valse della tagliola che era sul

banco; ma con calma levò di tasca il coltello, aprì la lunga lama a

molla e contemplando il livido acciaio, «Questa sanguisuga ci vuole!»

disse con intenzione; e tagliò il toscano.

Il mio sentimento di vero profeta gli aveva preso subito il polso come

una tanaglia e fatta cadere l'arma maledetta; ma la mia mano non si era

mossa nè meno.

Anche senza ricordare i geniali studi del Lombroso, capii subito che

a dirgli una parola come gli andava detta, si correva il rischio di

mutare il proprio ventre in un cuscinetto per quello spillo.

E tacqui.

Mi sdegnai col mio silenzio, eppure tacqui. Fare il vero profeta è cosa

difficilissima.

*

La domenica, ad ora ben tarda, cessano i canti con sollievo delle

Muse, ed i grilli riprendono l'impero della notte serena. I lavoratori

ritornano non «alle risaie ed alle miniere» (che qui non sono), ma ai

loro campi, ben fertili.

Io, per questi contadini di Romagna, aggiungerei una strofa, all'«Inno

dei lavoratori» nella quale fosse raccomandata la solerzia e la

passione per i lavori agricoli.

Queste due qualità non sono in eccesso.

Ciò si potrebbe benevolmente spiegare come un'esagerata venerazione

per la madre Terra (per quanto essa faccia capire che il colpo di

vanga non è per lei un'ingiuria ma una carezza); oppure come una

tacita deliberazione che è inutile aumentare il reddito del terreno

a vantaggio del proprietario (mentre ad essi, lavoratori, basta

quel tanto che la terra produce, senza molta fatica); oppure perchè

consumando troppo tempo nel meditare sull'ingiustizia di dovere essi

fare il contadino, questa meditazione induce a lavorare di mala voglia.

Certo — mentre queste cose avvengono — la terra si fa dura ed ispida; i

buoi dimagrano; le gramigne ingrassano; il letame diventa meno letame,

ma tutta la casa si muta in letame.

Ciò mi dispiace perchè io farei cambio tanto volentieri del mio

appartamento a Milano con parecchie di quelle case coloniche; e poi

perchè sono un entusiasta del lavoro della terra.

«Ah, non volete lavorare con passione, signori lavoratori della

terra? Vi leggeremo le «Bucoliche» di Virgilio e «I Giorni e le

Opere» di Esiodo, dove quell'antico vate dice al fratello: «lavora,

stolto Perse!» Ma non è rimedio efficace. Vi collocheremo un libro

sull'aratro, come consigliò un ministro. Peggio, perchè così si legge

male e si ara anche più male!

Il rimedio vero è questo: «Vi secca guidare l'aratro? Invertiamo le

parti: lo guideremo noi e voi andate negli uffici a tenere in ordine i

registri. Quanto a nobiltà di lavoro, essere bravo contadino equivale

per lo meno ad un titolo di dottore».

Sì, tutto ciò è ben detto, ma chi in questa nostra nazione, in cui

troppi sono gli aspiranti all'impiego, risponderebbe all'appello?

Lucio Quinzio Cincinnato, _dictator ab aratro_, appartiene alla

leggenda; e lo stolto Perse forse era un ozioso perchè invidiava il

fratello Esiodo, che faceva il poeta.

Confessiamolo: è facile, meditando su di una poltrona con la pipa

in bocca, scrivere la ricetta che curi le disarmonie della vita; e

più facile è cogliere il lato ridicolo dei fenomeni umani. La vera

filosofia è meglio rappresentata dall'indice posto su le labbra: il

silenzio!

*

Però la mia ammirazione per un podere, davanti a cui mi avviene di

passare sovente, giunge a così alto grado che ne sono commosso. Chi

sia il proprietario, non so; ma il contadino dev'essere una persona

degna del più grande encomio. Il suo campo non ha bisogno di confine:

si distingue come una persona pulita fra gente sudicia. Un filare di

viti, erette sul filo metallico, profondamente pampineo, ingemmato

di grappoli perlacei ed amaranto, si dilunga accanto all'altro filare

del podere confinante, i cui tralci, come braccia stanche ed inerti,

cadono a terra. Su la presa del terreno, scuro, profondamente smosso e

senza una stoppia, s'erge il candore de' buoi aranti, nè manca alcuna

leggiadra pianta di ornamento attorno alla casa: la siepe è rasa e

folta con alberelli di melagrano; l'aia sgombra, i pagliai densi.

*

Sì, io vorrei essere come uno di quei re che si trovano nei racconti,

i quali andavano soli, sotto altro sembiante, visitando il loro reame.

Essi erano dei veri rappresentanti della Provvidenza, e giungevano

sempre in tempo per sorprendere il lupo nell'atto che sta per

abbrancare l'agnello; per strappare con mano sicura il sipario della

menzogna e mostrare la Verità che gira il suo umile arcolaio, come la

Margherita del «Fausto».

Oh, mia anima infantile, come fremevi di gioia quando il re svelava ad

un tratto il suo incognito! La giustizia sorrideva presso il trono di

Dio, e il diritto divino dei re mi appariva come la cosa più bella e

naturale del mondo.

Alla lettura di queste fiabe di re-provvidenza io devo il mio

sentimento monarchico. Ma da quando i re non viaggiano più in

incognito; da quando non fanno più strage di uomini malvagi; da quando

il loro potere è delegato ad una gerarchia di persone dai nomi ignoti,

il mio sentimento di fedeltà monarchica si è molto intiepidito.

Ebbene: se non re alla maniera antica, vorrei essere ministro

alla maniera moderna. Io credo che un ministro possa decorosamente

presentarsi in incognito ed abbia tanta autorità, da distribuire

un'onorificenza anche fuori delle consuetudini e delle gerarchie.

Questa splendida idea di fare, ad esempio, «cavaliere del lavoro»

il villano, sorrise ieri mattina con giovanile entusiasmo alla mia

fantasia.

Ieri la trasparenza azzurra della breve notte di estate non ebbe

interruzione di luce, giacchè tra il cadere ed il sorgere del sole,

si accese nel cielo la più bella luna che mai l'agosto abbia veduto

nascere (dopo quelle descritte da Virgilio).

Conviene sapere che io ero rimasto sino alle tre dopo la mezzanotte

alla città vicina, dove è un grande ritrovo mondano, e in esso un

casìno che porta un titolo molto onorevole e signorile. Nelle ore

piccole vi si lavora al macao, al trenta e quaranta e specialmente alla

_roulette_.

Quella notte funzionava la _roulette_. Anche in questo esercizio del

giuoco il sesso femminile era in soprannumero. E mentre l'uomo — una

fila rigida di grandi sparati — serbava una impassibilità che parea

compostezza; la donna invece appariva incomposta. I monili, le carni,

le chiare lievi vesti, le pupille brillavano di un fascino ardente e

divoratore, contro cui la virtù ha bisogno di tutte le sue corazze.

Ogni tanto una di quelle mani che pareano scolpite nel pallido corallo

s'avanzava per deporre o ritirare la pila dei gettoni. Oh, fragile

essere insaziabile e bellissimo! Io mi meravigliai che tutta quella

gente non si vergognasse di essere sorpresa da me in quella operazione

del giuocare, perchè molti erano a me noti, molti erano professionisti,

cavalieri e funzionari pubblici. Ma la loro pupilla, che s'abbattè con

la mia per un attimo, si meravigliò specialmente per la mia meraviglia.

Quest'orgia notturna era celebrata nel più religioso silenzio,

interrotto ogni tanto dalle lente solenni parole del biscazziere:

— «Messieurs, faites votre jeu. Rien ne va plus. Le jeu est fait!»

— e sempre così; la pallina corre, scende, si ferma: un soffio

impercettibile di sospiro represso, che usciva alfine, era la sola

manifestazione dell'angoscia o della gioia.

Il rastrelletto raccoglie, con la rapidità di una mano rapace, i

gettoni: ricca messe, più ricca di quella che la terra può maturare

in un anno nel campicello del pio colono. Indi si comincia da capo

con voce monotona: — «Messieurs, faites votre jeu,» ecc.; e gli occhi

talora spiavano con paura se dalle vetrate appariva la luce di Febo

Apolline.

Ebbene, è così: nella vita sono molte camere segrete, ove bari e

biscazzieri di ben altra natura che questi qui alla _roulette_, mettono

in circolazione i falsi valori. Oh, schiera nera coi bracciali rossi,

qui appari, ed invadi!

Macchè! gli uni e gli altri si inseguono perennemente, come i fantocci

delle giostre, senza toccarsi.

*

Lasciai dopo breve ora quel ritrovo, e mutati gli abiti e toltomi con

abbondante acqua — come una purificazione — il contatto di quel luogo,

montai in bicicletta e ripresi la via del bianco, caro mio romitaggio.

L'alba rugiadosa già elevava in oriente i padiglioni di porpora.

Ma dopo un'ora di corsa, ecco io ero davanti al podere di quel

villano solerte. In fondo al campo dilungavano i bianchi, enormi buoi

ruminanti. Gli umili tamarischi, allineati in siepe, parevano al lento

osservatore muoversi a ritmo alla brezza mattutina: leggiadrissima

pianta nostra del mare. E la chioma tonda di un eccelso pino parea che

si incendiasse di sole come se le resine che gemono dalle sue vene

avessero più di ogni altra pianta sentito la fiamma e la virtù del

sole.

Un podere così ben tenuto è cosa nobile come un'opera d'arte, è

inspiratore come un canto di nobile poeta.

««Vieni, uomo veramente utile, che io ti fregi dell'onorificenza di

cavaliere!»

Ma forse questo è scarso premio e giustizia inadeguata. Se fra quei

giocatori notturni ci fosse il tuo padrone, oh, come un antico favoloso

re-provvidenza rivolgerebbe volentieri le sorti di entrambi!

Manifestai questa bella idea di fare cavaliere del lavoro il contadino

valente al signor Pasqualino, uomo di molta pratica mondana e che ha un

bel posto nel giornalismo politico, ma egli si affrettò a smorzare il

mio entusiasmo con un discorso molto assennato: io intanto non sarei

riuscito mai ministro (questo lo sapevo da un pezzo), secondariamente

una simile nomina sarebbe stata contraria alla _praticità_. Questo

pure io sapevo, ma conservo le mie idee in proposito, cioè che è

necessario rompere il cerchio fatale della così detta _praticità_. Se

no ripeteremo in eterno il motto di Tiberio, imperatore.

L'imperatore Tiberio, ogni volta che usciva dalla curia — che sarebbe

come dire il Parlamento dei nostri tempi — era solito esprimersi così

ai senatori prosternati davanti a lui: «Oh, homines ad servitutem

paratos!» Lo diceva in greco, che era la lingua elegante di quei tempi.

Egli proferiva una feroce verità garbatamente, ed essi potevano fingere

di non comprendere.

La lanterna di Diogene · 第 14 / 35 题