La villa dell'uomo felice.
Nell'occasione di un pranzo ospitale io avevo avuto incarico di trovare
delle pesche, di quelle così dette cotogne, le quali dovevano servire
per un fritto o per una crostata di frutta, non ricordo bene; ma
ricordo che l'ingiunzione di portare a casa di quelle pesche era stata
perentoria: «e che siano belle, mi raccomando».
Ora in quell'estate, nella nostra regione, il raccolto delle pesche
era stato scarsissimo: ma io dovevo trovare di quelle pesche. Potevo
bensì tornare a casa a mani vuote dicendo che pesche non c'erano; ma
quando una donna ha detto che vuole pesche, pesche bisogna trovare per
aver quella pace, che oggi è fra i _desiderata_ dei popoli e delle
nazioni, ma che pur tuttavia è gran fatica ottenere nelle semplici
organizzazioni delle famiglie.
I carretti dei fruttaiuoli, fermi all'ombria, presso la posta, avevano
cesti colmi di pere superbe, di susine ambrate, di uva luglia, di fichi
primaticci a prezzi ridicoli; ma pesche non ce ne erano se non piccole
e brutte, e care un occhio.
Io spiegai della mia necessità di aver pesche. Ma i fruttaiuoli
dicevano che pesche come io volevo non ne avrei trovate a girare
anche per tutti i poderi d'intorno. Allora un bel signore che sedeva
all'ombria egli pure e ripassava in pace la sua corrispondenza, quando
sentì quei rivenditori che affermavano non trovarsi pesche all'intorno,
levò la testa e disse ad uno di loro:
— No, carino, nel mio orto, se ci vieni, le pesche ce le trovi.
— Nel suo orto, — fece colui alzando il braccio e movendolo per l'aria,
— bella novità che nel suo orto ci sono le persiche! Ma mi dica un
poco, signor Isidoro, che cosa le viene a costare quest'anno una
persica? — e gli alzò l'indice, indicante una pesca sola, davanti al
naso.
— Pezzi d'ignoranti! — e il signore che si chiamava Isidoro, disse
_ignoranti_ con quattro «a», quindi procedettero le sue parole dicendo:
— Guarda lì, come parla! La volete sempre dal cielo la roba, voi.
Lasciano questi villani porci gli alberi da frutta abbandonati a tutti
i pidocchi, a tutte le muffe, e poi si lamentano se non c'è mele,
susine, albicocche, pesche, fichi; quando poi ce n'è, vendono la roba
a due soldi il chilo; se non la vendono, la danno alla scrofa.
— Se no va a male! Meglio che andare a male, — disse il villano.
— Vanno a male perchè siete più bestie delle bestie, — tuonò il signor
Isidoro. — Se non c'è roba, — e si rivolgeva con voce più pacata a
noi, — si lamentano; se ce n'è troppa, la rinviliscono a quel modo.
Con una terra benedetta come la nostra! E intanto l'Italia importa
dalla California per migliaia e migliaia di frutta conservate in
cassette, e i nostri soldi vanno in America a comperar frutta. Ah, fate
i socialisti, — e si rivolgeva ancora al villano. — Il socialismo ve
lo darei io, — e accennava all'atto che fece Ulisse su le spalle di
Tersite, — gente infingarda e stupida, che non avete che la prepotenza!
E questi qui, — e sbattè con la mano sui fogli dei giornali, — vi danno
ragione, e c'è chi dice anche che il contadino italiano è intelligente!
Degli ignoranti siete! Pellagra e acqua marcia, vi sta bene. Voi volete
il pane fino? la minestra buona con la carne? Guadagnatevela, figli di
cani. Quel povero diavolo di...., — fece il nome di un proprietario, —
ha speso cinquemila lire a far la casa nuova al suo mezzadro. Dopo sei
mesi era peggio del porcile. Non c'è che la pellagra che vi guarisce.
Dopo questo sfogo il signor Isidoro diede in una bella risata; quelli
se ne andarono piuttosto mogi, borbottando, e il signor Isidoro,
che indovinò le parole di quel borbottare, mandò dietro il resto del
carlino e disse:
— Ah, boia di signori, eh? Boia di villani, dico io!
Riaccese il sigaro e disse a me:
— A quella gente va bene dire quello che va detto, se no alzano
la cresta. Infingardi, ignoranti che non hanno di buono se non la
prepotenza. Dove trovano il tenero, però; perchè con me non c'è da far
niente. E poi si lamentano della miseria! I miei contadini mangiano
pane e bevono vino tutto l'anno, però! Lei, se vuole pesche, gliele
manderò io a casa; lasci fare a me.
E due ore dopo un garzoncello mi portava un cestino di balle pesche
cotogne.
Per questa occasione ho conosciuto il signor Isidoro.
*
Il quale è un forte e bell'uomo ancora: e la salute e la lietezza
parlano eloquentemente da tutta la sua persona.
Non si creda però da questo suo squarcio di eloquenza che egli sia
iroso: egli è placidissimo. Certe notizie della vita politica che fanno
fremere me o mi fanno uscire in sarcasmi, provocano nel signor Isidoro
un sorriso pieno di saggezza, che dimostra il perfetto equilibrio del
suo sistema nervoso.
Una mattina venne alla borgata a ritirare la posta ed era in compagnia
di una leggiadra signorina con le belle ciglia brune modestamente
inchinate, e di un'altra signorina con occhiali a stanghetta e capelli
di capecchio, tirati su la nuca: tutti e tre erano in bicicletta. Mai
più avrei supposto che quella brunettina fosse la sua figliuola, e
quasi stavo per congratularmi con lui come di cavaliere galante.
— È mia figlia, veramente, — disse, ma ci volle la presentazione e il
sentir lei chiamar «babbo», perchè ogni dubbio scomparisse. L'altra,
la compagna, era la governante tedesca, ed allora mi spiegai perchè
il signor Isidoro ritirasse regolarmente dalla posta la «Gartenlaube»,
che, senza aprire, metteva in tasca. Quella governante tedesca non so
quanto valesse nell'insegnare il paterno idioma, nè quanto profitto ne
traesse la scolara; bensì valeva molto a far risaltare la grazia della
fanciulla.
— Ma quanti anni ha lei, signor Isidoro? — domandai. — Io, a far molto,
glie ne davo quaranta.
— Ce ne aggiunga altri otto: e noti poi che di figliuole ne ho un'altra
che ha già marito, perciò sono anche nonno: ho poi due figliuoli: il
più grande è già laureato in chimica agraria: l'ultimo fa il liceo ed
è con me qui in campagna: mi sono sposato giovane; e non me ne pento:
certe cose, se si fanno, bisogna farle presto.
*
Orbene, il signor Isidoro mi fece ripetuti inviti di recarmi a vedere
la sua casa al mare: — non dico «villa», — aggiungeva, — perchè si
tratta di una fabbrica molto modesta: c'è però qualche cosa che le
potrà piacere.
Andai dunque un vespero alla villa di questo uomo felice. Egli mi venne
incontro festosamente.
Noi procedemmo per un dritto vialetto di ontani, così folti e alti, che
il sole vi feriva appena; e l'occhio riposava in quel silenzioso verde:
finchè sboccammo nel piazzale davanti alla villetta.
Dove essa dava ombra, la signorina, da me conosciuta, con alcune
sue compagne attendeva all'elegante giuoco degli archetti. Qui la
conversazione e la sosta furono brevi: indi il signor Isidoro mi
condusse in giro pel suo tenimento.
Questo piccolo tenimento rappresentava, appunto appunto, quello che io
vorrei avere, e non ho. Così è! Spesso io mi sono sognato di possedere
presso il mare una casetta adorna: io dico presso il mare, non soltanto
perchè molto amo il mare, ma perchè due cose mi piacciono che sono in
antitesi: stare fermo e viaggiare. Ora il mare, aperto davanti a me, mi
pare una strada la quale conduca in giro per tutto il mondo e conduca
anche nell'azzurro del sogno e del cielo. Vorrei avere una casetta
adorna e piccola, «parva sed apta mihi», (Oh, felice te, Lodovico
Ariosto!), con intorno un po' di terra coltivata, assai bene, come con
religione. Spesso ho sognato di levarmi nel mattino già luminoso, e in
cambio dei libri e della penna, ho sognato di prendere il rastrello e
la forbice del potatore. Io non ho voluto, nè meno nel sogno, una villa
grande e fastosa: un mausoleo di marmi che mi mortifichi col suo lusso,
un inutile giardino. Le piante che dànno il frutto hanno anch'esse il
loro fiore al loro tempo. Tale, come io vagheggiava nell'illusione del
sogno, era la villa utile di quell'uomo felice. Il frutteto, la vigna,
il prato avevano il loro posto e si sentiva come la giocondità delle
piante che vivevano la loro vita beata e feconda. Le piante sono, in
verità, come filtri del veleno dell'aria: ma io le considero ancora
come filtri del veleno della vita sociale.
— Bello! — esclamai.
— Sì, bello, — ripetè il signor Isidoro, — e tanto più se lei
considera che pochi anni addietro qui non erano che monti di arena:
le pianticelle erano inesorabilmente uccise l'inverno dal vento del
mare. Qualunque altro avrebbe disperato di riuscire; ma mio babbo non
disperò.
— E suo babbo che ha creato questo giardino?
— Mio babbo, appunto. Egli si era innamorato di questo luogo, e si
era messo in testa di ricavarne un giardino: mio padre fu sempre così:
messa in testa una cosa, la voleva vedere finita. L'inverno, con dei
furiani terribili, attaccava il cavallo e veniva qui a coprire le
sue piante con la premura di una madre che ha paura che i figli siano
scoperti nel letto. Ma le piante morivano lo stesso. Allora, contro il
mare, cominciò a costruire quel grande bastione di sabbia che vede là,
ed a piantarci delle marruche. Anche quelle non volevano vivere, finchè
una pianta cominciò ad aiutare l'altra, e venne su una bella selva
alta: eccola.
Era una boscaglia aspra, irta di selvagge marruche, che salivano e
coprivano un alto riparo a difesa del mare.
— Quando ci soffia il vento per davvero, — disse il mio ospite, — deve
sentire che musica! Bene: queste piante selvatiche furono la difesa
delle piante gentili. Ora noi ricaviamo da quella piccola vigna quasi
due castellate d'uva: non è un gran vino, ma sapido, frizzante, proprio
fatto per bere qui, l'estate.
— E il suo signor padre, — io chiesi, — è ancora in vita?
— E in gamba, oltre che in vita! Vede quell'uomo là? (nel frutteto
c'era un vecchio che io avevo giudicato per il contadino): quello è mio
padre!
*
Adunque in quella villa vi erano tre generazioni: esse, dal vecchio che
lavorava la terra alla signorina che era abbonata alla «Gartenlaube»,
bene potevano rappresentare la storia evolutiva di quella famiglia.
Questa seconda parte del mio pensiero la ritenni per me, e non riferii
che la prima parte con parole di alto elogio.
— E quando viene il bambino della mia maggiore, allora c'è anche la
quarta generazione, — concluse sorridendo il signor Isidoro.
*
Quando uscii dalla villa, mi abbattei in un certo tale che fa da
mediatore, e conosce vita e miracoli di tutta la gente che è qui. Gli
domandai dunque se quella famiglia del signor Isidoro era ricca.
— Lo sono diventati, — mi rispose. — Quel vecchio che pare ancora un
contadino (a me pareva nobile come l'antico Laerte, padre di Ulisse,
nel fiorente pometo) quello è il nonno grande. Lui da giovane ne
aveva quanto ne ho qui su la mano: ma dormire, dormiva poco; e quando
dormiva, sognava quello che doveva fare il giorno. Girava per le fiere,
si metteva in mezzo ai contratti, sempre con l'orecchio alzato, chè
se c'era un affare buono, il primo a sentirne l'odore era lui. Per le
cose della terra, pel bestiame, bravo poi! E così, un po' per volta, ha
fatto fortuna; e cominciò a speculare sul valore di queste arene, che
allora si compravano per niente, e oggi lei sa quel che costano. Quando
si è fatta fortuna, può accadere una delle due: o i figli consumano
e sciupano quello che il loro padre ha messo da parte, e allora gira
la ruota e si comincia da capo; o i figli buttano bene e si diventa
signori. Il signor Isidoro è anche più bravo del padre: ha fatto in
fretta a mettere insieme le migliaia; il merito più grande però è del
vecchio che ha saputo piantarsi coi primi scudi.
Io ho chiesto al mio interlocutore se il vecchio sapeva leggere il
libro dell'«Immortalità dell'anima» di Platone.
— Nè leggere, nè scrivere, — rispose. — Anzi per ricordarsi faceva dei
segni. Doveva riscuotere da un fabbro? disegnava una tenaglia; doveva
trattare con un medico? disegnava una croce; e così via.
Il sensale proseguiva a parlare. Ma io ero assorto in ben altro:
«Evidentemente, — pensavo, — per farsi una villa, non pare che sia
necessaria la lettura dell'«Immortalità dell'anima» di Platone».