VIII.

L'inno dei Lavoratori.

Non c'è dubbio; è stato il postino a spargere la voce che io sono un

«signore».

Quanto dispiacere mi abbia fatto questa rinomanza, non saprei dire: non

perchè non vorrei essere un signore, ma perchè non è vero, purtroppo!

Dunque, quando alcuno fra questa brava gente grida: «Guerra ai palazzi

e pace alle capanne», si rivolge anche a me? A me? Ma io vi mando

dal mio padrone di casa: andatelo a dire a lui! Adesso capisco perchè

quei piccoli favori, quello scambio di aiuti che i poveri si fanno tra

loro — e rendono così umana la vita — a me non si fanno se non dietro

pagamento!

Ho domandato una volta alla moglie del calzolaio, quel calzolaio che

tiene circolo aristocratico:

— Mi regala quel bel garofano?

E lei mi rispose:

— Vengo mai a domandar niente a casa sua?

Lo disse per ischerzo, lo so, perchè il garofano me lo diede, però uno

scherzo ammonitore per un'altra volta.

(Veramente non tutti questi poveri sono poveri: vi sono tanti che

hanno soltanto la truccatura del povero e mangiano sul palmo della

mano, perchè ciò è economico e poi illude gli altri con l'aspetto

dell'uguaglianza; ma hanno il denaro nascosto, la casetta, il piccolo

campo.)

Dunque io sono un signore! E non me n'ero mai accorto!

Anzi io sino a qualche tempo addietro ero convinto di essere uno

straordinario lavoratore, e mi addoloravo che ci guadagnassi così poco.

Se non che una volta che mi lamentavo di questo con un ricco e colto

israelita, ebbi da lui la spiegazione che meritavo.

Egli mi stava ad ascoltare col labbro composto ad un amaro sarcasmo

e mi pareva vedere in lui una di quelle severe nere teste bibliche,

che io avevo intravisto nei quadri antichi: quella testa, dall'abito

orientale, si era spostata sopra un impeccabile stifelius, ma

l'espressione era la stessa.

— Ma naturale, — disse alfine, — voi vi ostinate in un lusso che appena

i milionari si possono permettere.

— Quale?

— Ma l'arte pura, la filosofia, la poesia! Cose bellissime, ma prima

commerciate in stracchini o granaglie.

«Insolentia iudaeorum!» pensai fra me, e:

— «Ars severa, gaudium magnum!» — fu la mia risposta.

Ma l'aveva appena espressa, che mi sovvenni come il filosofo a cui è

attribuita questa sentenza era figlio di una regina.

Atteggiò il labbro ad amarezza maggiore e:

— Tenetevi il «gaudium magnum», — disse, — ma non lamentatevi.

Che umiliazione ricevere di queste lezioni alla mia età! che rancura

nell'accorgersi che la via è sbagliata quando il sole è già piegato al

tramonto.

Oh, gli detti ragione, solamente obbiettai che non era cosa agevole per

me cominciare il traffico degli stracchini.

— Più facile che non pensiate, — mi rispose seccamente.

Dal giorno che ebbi quel colloquio involontario col ricco ebreo, io mi

ero filosoficamente adattato alla mia povera condizione; e avevo capita

tutta la ragionevole antipatia del denaro per le mie tasche.

Ma non avrei mai supposto che mi aspettava l'estremo oltraggio di

passare per signore, che mi sarei trovato nella sgradevole condizione

che i poveri mi respingevano perchè mi stimavano ricco; come i ricchi

mi avevano respinto sentendo in me il non grato profumo della povertà.

Dunque un filosofo è condannato alla solitudine?

Del resto il postino è degno di scusa. Egli mi vede sulla sedia a

sdraio bere il caffè e gustare il fumo della pipa: egli invece, carico

come un alpino e grondante di sudore, deve correre per le dune a

distribuire la posta.

Egli fu costretto una volta dalla necessità del suo ufficio a

consegnarmi, mentre stavo così sdraiato, una lettera del valore

dichiarato di lire trecento.

Interrogai il suo sguardo, e il suo sguardo diceva così:

«Se nel mondo ci fosse giustizia, questa lettera dovrebbe passare nelle

mie tasche».

«Aspetta che ti voglio mortificare e convincere che anch'io sono un

lavoratore!», pensai allora tra me, e la mattina seguente ho collocato

attorno alla sedia a sdraio molti libri e scartafacci, e a pena sentii

il suo passo levai il capo da un pesante volume, e fissando il postino

con occhio assorto dietro le lenti:

— Gran fatica, mio caro! — dissi, battendo con la palma sulla pagina

aperta.

— Più fatica questa! — rispose senza rispetto, e si passò di coltello

la palma sulla fronte, e buttò via il sudore raccolto.

*

«Ignorante, — borbottai fra me con mal animo, — tu mi mostri quello

che si vede, e mi sbatti quasi in faccia il tuo sudore: io ti vorrei

mostrare quello che non si vede: vorrei che tu potessi contemplare la

sezione anatomica del cervello di un pensatore e quella del cervello di

un pari tuo, e anche i tuoi occhi miopi capirebbero chi ha lavorato di

più!»

Se non che per debito di giustizia subito dopo io mi domandai: «Ma sa,

questo buon uomo, se io leggo un protocollo di atti emarginati ovvero

medito sull'«Immortalità dell'anima» di Platone? E supponendo anche

che io potessi fargli capire che al mattino presto c'è un originale

che medita sull'«Immortalità dell'anima», potrà egli modificare il suo

giudizio su tutti quelli che godono il privilegio di stare in poltrona

e sorbire il caffè al fresco, e perciò tengono in riposo, non solo il

cervello, ma le braccia e le gambe?»

«E se anche egli sapesse che io medito su una pagina di Platone, non

può egli domandarmi: — A vantaggio di chi?»

Già, questo è ozio e non lavoro, _otium_ e non _negotium_, come

sapevano anche gli antichi romani. _Otium litteratorum!_

Che malinconia questo accordo di giudizi tra il ricco ebreo ed il

postino!

*

Eppure! Eppure no! Quando voi, lavoratori, cantate:

Su, fratelli, su, compagni

su venite in fitta schiera,

avete torto di guardarmi con occhio bieco, di non considerarmi come

vostro fratello nel lavoro umano, di stringere alleanza piuttosto

con certi parassiti della vita sociale che con me! Sappiate che a

me il pane nero piace più del bianco, rinuncio al palazzo e accetto

la capanna, purchè anche voi accettiate un raggio di questa idealità

spirituale, che è purificatrice e liberatrice. Soltanto per essa voi

vedrete sorgere il «sole dell'avvenire!»

*

E appunto a questa spiaggia venne una domenica una «fitta schiera» di

questo esercito del «Sole dell'Avvenire». Infatti essi inneggiavano al

detto Sole.

Questa schiera, come dava a veder l'aspetto, apparteneva nella

maggior parte ai lavoratori della terra e del mare, cioè ai lavoratori

delle cose necessarie. (Ogni persona assennata sa che vi sono anche

i «lavoratori delle cose non necessarie, e i lavoratori delle cose

dannose», benchè questi nomi non siano ufficialmente riconosciuti.

I lavoratori e le lavoratrici intorno al culto dell'idolo donna,

anche non geniale, appartengono a questa seconda categoria. Io li

semplificherei per lo meno; semplificherei gli eserciti mandarineschi

degli scribi e dei professionisti, ecc., ecc. Quest'opinione del

semplificare è — si intende — una conseguenza della mia grande

ignoranza in materia di sociologia. Le persone ignoranti o fanatiche,

piantano il chiodo in un'idea, fuori della quale non c'è salute. Il

parroco Kneipp vedeva la salvezza del genere umano nell'«acqua fredda»;

San Francesco nel buttar via l'orgoglio dal cuore come lo sfarzo dalla

persona; io nel verbo «semplificare», il quale verbo è il documento più

eloquente della mia inettitudine ad occuparmi di cose sociali, giacchè

se esiste una cosa certa nel divenire incerto degli uomini, è appunto

il verbo «complicare!» Oimè, come ti annebbi, sole dell'avvenire!)

Questi lavoratori della terra e del mare apparivano molto felici del

giorno concesso dal Signore per il riposo.

Venivano in «fitta schiera» con una fanfara alla testa, per inaugurare

il vessillo di una Società operaia ed ascoltare, di conseguenza, la

predica di un loro oratore d'occasione.

O buono e mite Amintore Galli, la musica del tuo inno non sarà proprio

bella, ma è terribile: almeno fa un effetto terribile. Quella nota che

cresce e poi si squarcia come un uragano nel verso:

La lanterna di Diogene · 第 13 / 35 题