L'inno dei Lavoratori.
Non c'è dubbio; è stato il postino a spargere la voce che io sono un
«signore».
Quanto dispiacere mi abbia fatto questa rinomanza, non saprei dire: non
perchè non vorrei essere un signore, ma perchè non è vero, purtroppo!
Dunque, quando alcuno fra questa brava gente grida: «Guerra ai palazzi
e pace alle capanne», si rivolge anche a me? A me? Ma io vi mando
dal mio padrone di casa: andatelo a dire a lui! Adesso capisco perchè
quei piccoli favori, quello scambio di aiuti che i poveri si fanno tra
loro — e rendono così umana la vita — a me non si fanno se non dietro
pagamento!
Ho domandato una volta alla moglie del calzolaio, quel calzolaio che
tiene circolo aristocratico:
— Mi regala quel bel garofano?
E lei mi rispose:
— Vengo mai a domandar niente a casa sua?
Lo disse per ischerzo, lo so, perchè il garofano me lo diede, però uno
scherzo ammonitore per un'altra volta.
(Veramente non tutti questi poveri sono poveri: vi sono tanti che
hanno soltanto la truccatura del povero e mangiano sul palmo della
mano, perchè ciò è economico e poi illude gli altri con l'aspetto
dell'uguaglianza; ma hanno il denaro nascosto, la casetta, il piccolo
campo.)
Dunque io sono un signore! E non me n'ero mai accorto!
Anzi io sino a qualche tempo addietro ero convinto di essere uno
straordinario lavoratore, e mi addoloravo che ci guadagnassi così poco.
Se non che una volta che mi lamentavo di questo con un ricco e colto
israelita, ebbi da lui la spiegazione che meritavo.
Egli mi stava ad ascoltare col labbro composto ad un amaro sarcasmo
e mi pareva vedere in lui una di quelle severe nere teste bibliche,
che io avevo intravisto nei quadri antichi: quella testa, dall'abito
orientale, si era spostata sopra un impeccabile stifelius, ma
l'espressione era la stessa.
— Ma naturale, — disse alfine, — voi vi ostinate in un lusso che appena
i milionari si possono permettere.
— Quale?
— Ma l'arte pura, la filosofia, la poesia! Cose bellissime, ma prima
commerciate in stracchini o granaglie.
«Insolentia iudaeorum!» pensai fra me, e:
— «Ars severa, gaudium magnum!» — fu la mia risposta.
Ma l'aveva appena espressa, che mi sovvenni come il filosofo a cui è
attribuita questa sentenza era figlio di una regina.
Atteggiò il labbro ad amarezza maggiore e:
— Tenetevi il «gaudium magnum», — disse, — ma non lamentatevi.
Che umiliazione ricevere di queste lezioni alla mia età! che rancura
nell'accorgersi che la via è sbagliata quando il sole è già piegato al
tramonto.
Oh, gli detti ragione, solamente obbiettai che non era cosa agevole per
me cominciare il traffico degli stracchini.
— Più facile che non pensiate, — mi rispose seccamente.
Dal giorno che ebbi quel colloquio involontario col ricco ebreo, io mi
ero filosoficamente adattato alla mia povera condizione; e avevo capita
tutta la ragionevole antipatia del denaro per le mie tasche.
Ma non avrei mai supposto che mi aspettava l'estremo oltraggio di
passare per signore, che mi sarei trovato nella sgradevole condizione
che i poveri mi respingevano perchè mi stimavano ricco; come i ricchi
mi avevano respinto sentendo in me il non grato profumo della povertà.
Dunque un filosofo è condannato alla solitudine?
Del resto il postino è degno di scusa. Egli mi vede sulla sedia a
sdraio bere il caffè e gustare il fumo della pipa: egli invece, carico
come un alpino e grondante di sudore, deve correre per le dune a
distribuire la posta.
Egli fu costretto una volta dalla necessità del suo ufficio a
consegnarmi, mentre stavo così sdraiato, una lettera del valore
dichiarato di lire trecento.
Interrogai il suo sguardo, e il suo sguardo diceva così:
«Se nel mondo ci fosse giustizia, questa lettera dovrebbe passare nelle
mie tasche».
«Aspetta che ti voglio mortificare e convincere che anch'io sono un
lavoratore!», pensai allora tra me, e la mattina seguente ho collocato
attorno alla sedia a sdraio molti libri e scartafacci, e a pena sentii
il suo passo levai il capo da un pesante volume, e fissando il postino
con occhio assorto dietro le lenti:
— Gran fatica, mio caro! — dissi, battendo con la palma sulla pagina
aperta.
— Più fatica questa! — rispose senza rispetto, e si passò di coltello
la palma sulla fronte, e buttò via il sudore raccolto.
*
«Ignorante, — borbottai fra me con mal animo, — tu mi mostri quello
che si vede, e mi sbatti quasi in faccia il tuo sudore: io ti vorrei
mostrare quello che non si vede: vorrei che tu potessi contemplare la
sezione anatomica del cervello di un pensatore e quella del cervello di
un pari tuo, e anche i tuoi occhi miopi capirebbero chi ha lavorato di
più!»
Se non che per debito di giustizia subito dopo io mi domandai: «Ma sa,
questo buon uomo, se io leggo un protocollo di atti emarginati ovvero
medito sull'«Immortalità dell'anima» di Platone? E supponendo anche
che io potessi fargli capire che al mattino presto c'è un originale
che medita sull'«Immortalità dell'anima», potrà egli modificare il suo
giudizio su tutti quelli che godono il privilegio di stare in poltrona
e sorbire il caffè al fresco, e perciò tengono in riposo, non solo il
cervello, ma le braccia e le gambe?»
«E se anche egli sapesse che io medito su una pagina di Platone, non
può egli domandarmi: — A vantaggio di chi?»
Già, questo è ozio e non lavoro, _otium_ e non _negotium_, come
sapevano anche gli antichi romani. _Otium litteratorum!_
Che malinconia questo accordo di giudizi tra il ricco ebreo ed il
postino!
*
Eppure! Eppure no! Quando voi, lavoratori, cantate:
Su, fratelli, su, compagni
su venite in fitta schiera,
avete torto di guardarmi con occhio bieco, di non considerarmi come
vostro fratello nel lavoro umano, di stringere alleanza piuttosto
con certi parassiti della vita sociale che con me! Sappiate che a
me il pane nero piace più del bianco, rinuncio al palazzo e accetto
la capanna, purchè anche voi accettiate un raggio di questa idealità
spirituale, che è purificatrice e liberatrice. Soltanto per essa voi
vedrete sorgere il «sole dell'avvenire!»
*
E appunto a questa spiaggia venne una domenica una «fitta schiera» di
questo esercito del «Sole dell'Avvenire». Infatti essi inneggiavano al
detto Sole.
Questa schiera, come dava a veder l'aspetto, apparteneva nella
maggior parte ai lavoratori della terra e del mare, cioè ai lavoratori
delle cose necessarie. (Ogni persona assennata sa che vi sono anche
i «lavoratori delle cose non necessarie, e i lavoratori delle cose
dannose», benchè questi nomi non siano ufficialmente riconosciuti.
I lavoratori e le lavoratrici intorno al culto dell'idolo donna,
anche non geniale, appartengono a questa seconda categoria. Io li
semplificherei per lo meno; semplificherei gli eserciti mandarineschi
degli scribi e dei professionisti, ecc., ecc. Quest'opinione del
semplificare è — si intende — una conseguenza della mia grande
ignoranza in materia di sociologia. Le persone ignoranti o fanatiche,
piantano il chiodo in un'idea, fuori della quale non c'è salute. Il
parroco Kneipp vedeva la salvezza del genere umano nell'«acqua fredda»;
San Francesco nel buttar via l'orgoglio dal cuore come lo sfarzo dalla
persona; io nel verbo «semplificare», il quale verbo è il documento più
eloquente della mia inettitudine ad occuparmi di cose sociali, giacchè
se esiste una cosa certa nel divenire incerto degli uomini, è appunto
il verbo «complicare!» Oimè, come ti annebbi, sole dell'avvenire!)
Questi lavoratori della terra e del mare apparivano molto felici del
giorno concesso dal Signore per il riposo.
Venivano in «fitta schiera» con una fanfara alla testa, per inaugurare
il vessillo di una Società operaia ed ascoltare, di conseguenza, la
predica di un loro oratore d'occasione.
O buono e mite Amintore Galli, la musica del tuo inno non sarà proprio
bella, ma è terribile: almeno fa un effetto terribile. Quella nota che
cresce e poi si squarcia come un uragano nel verso: