XXVIII.

Il giorno seguente giunse a Villarosa un telegramma di Locresi il quale

si scusava di non poter venire il giovedì come aveva promesso, essendo

chiamato all'estero da ragioni urgentissime. Sarebbe stato di ritorno

fra una settimana, ma, considerando che la guarigione della signorina

Torralba era già bene avviata, egli sperava che la sua presenza non

fosse più necessaria. In ogni caso, se c'era bisogno di lui, pregava di

telegrafargli a Milano.

— Questa volta dichiaro ch'è un brav'uomo — disse il commendatore

Ercole, fregandosi le mani. — Capisce che la sua visita è inutile e ce

la risparmia.

La Marialì dissimulò a fatica il suo dispetto. Ella aveva tenuto per

fermo che Locresi sarebbe tornato, se non per sua sorella, per lei, e la

disinvoltura con cui egli rinunziava alla gita le pareva una suprema

impertinenza. Non ch'ell'avesse pel vecchio dottore alcun trasporto

speciale, ma quell'uomo che portava seco le abitudini e per così dire il

profumo d'una grande città, quell'uomo ch'era stato pronto a rendere

omaggio alla sua grazia e alla sua bellezza le aveva fatto l'effetto

d'un raggio di luce nel cielo grigio di Villarosa, ove ormai ell'era

ridotta a dover accettare le sole galanterie di don Antonio. Anche

Vignoni, intimidito forse dalla gelosia della moglie, si teneva in

prudente riserbo, e in quanto a suo nipote Tullio al quale ell'aveva

fatto girar la testa una sera.... via, povero ragazzo.... bisognava

lasciarlo in pace.... almeno per riguardo alla parentela...

E la Marialì cominciò ad agitare il pensiero della partenza. Se suo

marito e sua figlia volevano restare, padronissimi; ella non intendeva

di finir l'autunno così. E passava in rassegna le amiche che avrebbe

potuto raggiungere: una sul lago di Como, una seconda a Belgirate sul

Lago Maggiore, una terza a Varese, una quarta a Cava dei Tirreni... No,

da questa non sarebbe andata; se no, per creanza, avrebbe dovuto fare

una tappa dagli Alvarez a Posilipo, e di sua sorella Letizia e de' suoi

nipoti Max e Fritz ella ne aveva fin sopra i capelli. Dunque sarebbe

rimasta nell'Alta Italia, salvo a decidersi per un luogo o per l'altro,

dopo attinte informazioni sulla compagnia che vi avrebbe trovata.

Intanto nel pomeriggio del giovedì partirono gli Alvarez per Napoli,

Girolamo e l'Adele per Roma.

Naturalmente presero commiato anche dall'Angela alla quale il dottor

Vignoni aveva per la prima volta dato licenza d'alzarsi per un pajo

d'ore. Povera Angela! Com'era pallida e debole! Come il suo corpo esile,

come il suo viso affilato si perdevano nell'ampia poltrona ov'era

distesa, fra i guanciali a cui ella appoggiava la testa e il dorso,

sotto le coperte di lana onde aveva avviluppate le gambe.

Max e Fritz baciarono la mano alla zia che non potè a meno di storcer la

bocca ed il naso. — Quel muschio, quel muschio!

— Ti giuro che oggi non si son profumati — disse la Letizia mentre

faceva segno ai figliuoli di ritirarsi.

— Se cambiassero profumo! — biascicò l'Angela.

— Sai... i ragazzi hanno le loro fissazioni... Per me uso la violetta.

— Io — dichiarò l'Adele — mi contento dell'acqua di Colonia.

— Tornerete presto? — chiese l'Angela.

— Io almeno ritornerò prima che finisca l'inverno — rispose Girolamo. —

Ma alla buona stagione dovresti venir tu col babbo e la mamma a Roma ed

a Napoli... Credo che con un piccolo sforzo anche loro potrebbero

intraprender questo viaggio.

La Letizia e l'Adele assentirono.

L'Angela tentennò il capo.

— Nè io nè loro.. ormai... Siamo destinati a finir quì.

E soggiunse fissando gli occhi in volto alla Letizia e a Girolamo: —

Tocca a voi piuttosto a venir quì per sorvegliare i vostri interessi...

Ell'abbassò la voce: — E per impedire ch'io influisca sul testamento dei

nostri vecchi.

Dominando la sua emozione per queste parole inattese, Girolamo esclamò:

— Chi può sospettare una cosa simile?

Ma la Letizia illividì. Superstiziosa com'era, ella non riflettè che sua

sorella poteva aver sorpreso il colloquio di lei con Girolamo; si figurò

che l'Angela le avesse letto i pensieri nella lucidità che precede la

morte, ebbe il terrore di chi è dinanzi ad un giudice a cui nulla si può

nascondere. E non seppe che balbettare: — Che dici, Angela... che dici?

— Voi l'avete sospettata — ripigliò questa senza perdere la sua calma. —

Non lo negare, Girolamo... E tu, Letizia, non mi guardare in quel

modo... Non c'è nulla di straordinario... Vi ho sentiti con questi

orecchi... per caso... Siate pur sicuri che non avrei voluto sentirvi...

domenica mattina, presto... Eravate nell'orto.

— Io non c'ero — interruppe l'Adele cedendo a un istinto d'autodifesa.

— Non ho detto che tu ci fossi... Oh, mi ha fatto tanto male...

Troppo altera per umiliarsi, troppo turbata per accampare una

giustificazione plausibile, la Letizia si mordeva il labbro in silenzio;

Girolamo invece tirò fuori dei cavilli da legulejo.

— Con una frase si condanna chiunque... Non puoi aver udito che una

frase staccata...

— Tss! — fece l'Angela portando il dito alla bocca. — Non torturarti il

cervello a pensar delle scuse... Dimentichiamo... È meglio... Io non vi

serbo rancore.... E forse dovevo tacere.... Perdonatemi anche voi...

— Forse dovevo tacere — ripetè più tardi la convalescente a suo fratello

Cesare, riferendogli il discorso tenuto alla Letizia e a Girolamo. — Ma

le parole mi son salite alle labbra mio malgrado.

Si voltò verso la Maddalena che aveva finito di riattizzare il fuoco nel

caminetto. — Ajutami un po' a mettermi a sedere. E rassettami i

guanciali... Così... Grazie... Ora vattene pure, e se qualcheduno ti

domanda se ho compagnia, rispondi che c'è il signor Cesare e che abbiamo

da parlare insieme... Guarda, Cesare, lì ci dev'essere una sedia...

Quella appunto... Accostala...

Nozze d'oro: romanzo · 第 37 / 44 题