XXV.

La carrozza che doveva riportare il dottor Locresi alla stazione di San

Vito era ferma davanti alla scalinata, e il celebre clinico, aitante

della persona malgrado i suoi sessantacinque anni, stava accommiatandosi

da quelli della famiglia (a eccezione dei due vecchi Torralba c'erano

tutti) che facevano cerchio intorno a lui nella sala d'ingresso.

— A parer mio è scongiurato il pericolo — egli ripeteva — e non è

nemmeno probabile una ricaduta se non si rinnovano le condizioni che

hanno prodotto la crisi. Certo occorrono grandi riguardi nella

convalescenza. Le risparmino qualunque emozione, non stiano mai in

troppi nella sua camera, non la lascino parlar troppo, non la

contraddicano... La trattino un poco come si tratta una puerpera.

Poichè in quel momento gli sali al naso un acuto odore di muschio, il

dottor Locresi fece un sorrisetto e continuò: — E appunto come dalle

puerpere, niente profumi...

I due Alvarez, i quali dopo un sonno ristoratore s'erano lavati,

pettinati e vestiti con la solita cura, arrossirono sentendosi in colpa

e si tirarono in disparte; ma la Marialì finse di credere che

l'allusione potesse colpire anche lei, e toltosi dal seno un innocente

mazzetto di gaggíe lo porse con garbo civettuolo a Locresi.

— È l'unico profumo che ho addosso e ne faccio volentieri il sacrificio;

lo accetta?

Un lampo giovanile passò negli occhi del vecchio scienziato che in altri

tempi non era stato sordo ai dolci inviti d'amore. Egli infilò il

mazzolino nell'occhiello del soprabito, e stringendo nella larga mano

muscolosa le piccole dita affusolate da cui veniva l'offerta — Questo

non avrebbe fatto male a nessuno — rispose — ma fa troppo bene a me

perchè io non lo accetti con gratitudine.

— Quando torna, dottore? — domandò Cesare Torralba.

— È poi necessario ch'io torni? — chiese, alla sua volta, Locresi. — Il

nostro bravo Vignoni...

— No — interruppe questi. — Una sua seconda visita mi sembrerebbe molto

opportuna.

— Torni, torni — soggiunse la Marialì.

E gli altri insistettero anch'essi: — Torni, torni.

Dopo aver consultato il suo taccuino, Locresi ripigliò: — Prima di

giovedì è impossibile...

— Giovedì dunque — disse la Marialì. — Ci trova ancora...

— Come? È sulle mosse?

— Siamo tutti sulle mosse — spiegò Cesare. — Io però non abbandonerò

Villarosa fin che mia sorella non sia ristabilita.

— E neppur io — affermò con enfasi Tullio.

L'Antonietta si avvicinò carezzevole alla sua mamma. — Anche noi

resteremo, non è vero?

Invece la Letizia Alvarez e Luciano e Girolamo, se le cose prendevano

una buona piega, sarebbero dovuti partir prestissimo. Anzi Luciano non

era nemmeno sicuro di rimanere fino a Giovedì.

Di là dalla portiera il cocchiere fece un segno con la frusta.

— È tardi? — chiese Cesare Torralba insinuando la testa fra i due

battenti.

— No — rispose Piero — ma nello stato in cui sono le strade non si può

correr troppo.

— In tal caso, buon giorno a tutti — disse Locresi. E scambiate le

ultime strette di mano, scese frettoloso la scalinata e si cacciò nel

_coupé_.

— A giovedì — gli gridarono dietro, mentre la carrozza si metteva in

movimento, ed egli, abbassato a mezzo il vetro dello sportello, salutava

con replicati cenni del capo.

Indi il crocchio si sciolse. La Marialì e l'Antonietta entrarono nelle

stanze del commendatore Ercole e della signora Laura; Cesare e il dottor

Vignoni tornarono dall'Angela; Luciano, Girolamo e l'Adele si ritirarono

per attendere alla loro corrispondenza; la Letizia e i due figliuoli,

ancora tutti rimescolati dalle peripezie della notte, pensarono bene di

salir nelle loro camere per riposarsi; Giulio Frassini, che aveva già

fermato l'attenzione sopra un _motivo grigio_ degno del suo pennello,

andò a piantare il suo cavalletto presso una finestra del primo piano,

luogo propizio per aver ogni momento notizie della cognata.

Tullio intanto scese in giardino con l'idea di fare una camminata fuor

della villa malgrado il cattivo tempo; poi, giunto al cancello, si

arretrò spaventato dal fango della strada maestra, e rimase a passeggiar

su e giù davanti alla casa, sulla ghiaja minuta che pareva sgretolarsi e

fondersi sotto i suoi piedi. Era stato sino a poco addietro così in

angustie per la zia Angela che avrebbe dovuto esser lieto delle

assicurazioni esplicite di Locresi; e certo _di queste_ era lieto, ma

ora egli sentiva rinascere in sè un'altra pena, un altro cruccio; come

chi non si libera da un sogno angoscioso che per ricadere in una diversa

ma non men triste realtà. Gli tornava alla mente il suo ultimo colloquio

con l'Antonietta; gli risonavano all'orecchio gli amari sarcasmi ch'egli

le aveva slanciati a proposito dei due Alvarez, e non sapeva capacitarsi

che i suoi rapporti con la cugina dovessero, di punto in bianco, essersi

mutati a quel modo... Non eran trascorsi che due giorni, e nel giardino

pieno di fragranza e pieno di sole le loro anime s'erano intese, i loro

cuori s'erano promessi; e jeri, jeri invece l'Antonietta lo aveva

rispinto con quella sua dichiarazione di donna seria e matura che

rinunzia all'amore e al matrimonio... Per il padre, diceva lei... Ma

perchè? Il padre non era nè vecchio, nè infermo, era un _mattoide_

tranquillo, infatuato d'un'arte che nessuno capiva. Che poteva fargli

l'Antonietta? È vero, Giulio Frassini non aveva conforti dalla moglie,

sempre in traccia di nuovi galanti (e quì Tullio arrossiva rammentando

la vampata di desiderio che gli si era accesa in corpo al cospetto della

bella quadagenaria); ma correva pur voce che il marito si procurasse

anch'egli le sue distrazioni, e da quando in quà il libertinaggio dei

parenti è motivo sufficiente al sacrifizio delle figliuole? No, no; era

necessario che Tullio avesse con l'Antonietta una spiegazione più ampia,

ch'egli le strappasse di bocca le ragioni effettive della sua

condotta... S'ella era capricciosa, volubile, se le sue simpatie si

trasformavano in ripugnanze dall'oggi al domani, aveva l'obbligo di

confessarlo; egli avrebbe chinato il capo, perdonando forse,

allontanandosi certo per sempre; ma così no, così non doveva finire.

Rientrato in casa con questi propositi, Tullio ebbe la fortuna

d'imbattersi subito nell'Antonietta che usciva dalle camere dei nonni

per recarsi dall'Angela.

— Dove vai?

— Dalla zia — ella rispose.

— Non c'è lo zio Cesare?

— Vado a dargli il cambio.

— Aspetta... Vengo anch'io.

— Non troppi in una volta... Hai sentito Locresi?

— Troppi?... Saremo in due.

— Meglio che tu venga più tardi... Arrivederci.

Tullio le sbarrò il cammino.

— Un momento!

E assicuratosi che non c'era nessuno, ripigliò a voce bassa: — Ieri, a

due riprese, ci siamo dette delle cose aspre...

— Ieri?... Mi pare un secolo... C'è passata di mezzo la malattia della

zia.

— Ora la zia sta meglio e possiamo ben ricordare — notò il giovine. E

ripetè: — delle cose aspre.

— _Tu_ le hai dette — interruppe l'Antonietta arrossendo lievemente. —

Ma figurati s'io te ne serbo rancore.

Tullio s'irritò della calma con cui ella gli parlava; s'irritò di quel

suo atteggiarsi a regina offesa e clemente.

— Può essere che il mio linguaggio fosse più acre nella forma — egli

rispose. — Il tuo era assai più grave nella sostanza... Perchè

distruggere quello che tu stessa avevi edificato?... Ti rammenti,

Sabato?

Ella s'imporporò in viso.

— Rammento, sì.

— Ti burlavi di me allora?

— Oh Tullio — ella supplicò giungendo le mani.

— E se non ti burlavi, vuol dire che tu muti idea come muti vestito...

Pensa, Sabato, jer l'altro... Io avrei ben diritto di saper quel ch'è

accaduto in ventiquattr'ore...

— Ma Tullio — replicò l'Antonietta — ho pur cercato di persuaderti...

— Se non hai migliori ragioni? Quelli eran pretesti...

— Non lo credere, Tullio... È la verità... Tu non puoi intendere...

— Precisamente — egli insistè. — Non _posso_ intendere... E _voglio_

esser messo in grado d'intendere... Mi sembra di non aver pretese

eccessive... Parla!...

— Non ora, non ora — pregava l'Antonietta guardandosi intorno. — Siamo

soli per miracolo.

— Quando dunque?

— Oh Dio! Presto... Fra qualche giorno... Quando saremo proprio

tranquilli sul conto della zia Angela... Lasciami, via... Ecco, han

sonato al cancello... Visite, sicuramente... Ma oggi i nonni non

ricevono nessuno... Bisogna avvertire la mamma... È appunto di là, dai

nonni... Me lo fai tu questo piacere... Io salgo dalla zia Angela... Sii

buono, Tullio... Oh, anche tu sei molto cambiato da Sabato — ella

concluse con quell'arte soprafina che hanno le donne di metter dalla

parte del torto chi discute con loro.

Riuscita così a liberarsi, infilò la scala, mentre Tullio rimaneva lì

con un palmo di naso, sapendone quanto prima e pure ammansato dal calore

di quello sguardo, dalla carezza di quella voce il cui eco gli vibrava

ancora nell'anima.

Su, nell'andito del primo piano, Giulio Frassini, seduto dinanzi al suo

cavalletto, chiamò la figliuola per mostrarle il suo schizzo.

— Se riesce, lo destino alla zia Angela... Credi che lo accetterà?

— Perchè non dovrebbe accettarlo?

— Già non glielo offro se non è degno di lei... Che te ne pare?

L'Antonietta si schermiva.

— Non me ne intendo, io.

— Falsa modestia... Credi forse che se ne intendano gli accademici?... O

quei barbassori dei giurì di Venezia e di Monaco che rifiutano i miei

quadri?... Sono gli artisti di professione quelli che non se ne

intendono, guastati come sono dai loro preconcetti... Sentiamo... C'è il

_grigio_?

Che ci fosse il grigio non c'era dubbio, perchè anzi non c'era altro che

quello. E la ragazza non poteva non riconoscerlo.

— Quando c'è il grigio — ripigliò Frassini con una logica inappuntabile

— non ci può non esser _l'effetto del grigio_... Mancherà qualche

pennellata.

L'Antonietta si abbrancava a questa tavola di salvezza. — Ecco, bisogna

vederlo finito.

— Sempre relativamente però — ribattè il pittore le cui teorie

contraddicevano all'idea del _finito_. — Sempre relativamente. Che cosa

c'è di finito a questo mondo?... Guarda quel cielo... Una nuvola e poi

un'altra... e poi ogni nuvola cambia d'aspetto... Dar l'idea di ciò ch'è

perpetuamente mutabile con segni che non mutano mai... ecco il cruccio

dell'artista... se l'artista c'è... Ma quanti ce ne sono?

— Povero babbo! — pensava l'Antonietta rinunziando a seguir lo

svolgimento delle complicate teorie paterne. — Povero babbo!

Era persuasa anch'ella ch'egli fosse un cervello malato; e pure avrebbe

voluto aver torto, avrebbe voluto veder uscire dalle mani di lui il

capolavoro da tanto tempo promesso; vederlo trionfare de' suoi

dileggiatori e de' suoi nemici... Ah, quand'egli non fosse più un

debole, un perseguitato, ella non avrebbe più sentito il dovere di

sacrificarsi interamente a lui, di soffocare le proprie inclinazioni, di

spezzare il proprio avvenire.

Giulio Frassini accennò alla camera dell'Angela che si apriva in quella

saletta d'ingresso.

— Seguita bene — egli disse.

— Spero... Ora vado...

— Sì — ripetè Frassini. — Seguita bene... Lo so da Vignoni ch'è passato

dianzi di quì... È andato a riposarsi una mezz'oretta non so dove... Non

ha chiuso occhio in tutta la notte...

— È una gran fortuna aver un medico così premuroso — esclamò

l'Antonietta. — Se la zia guarisce è merito suo.

Frassini tentennò la testa.

— Noi gli dobbiamo certo molta riconoscenza. Ma il merito principale non

è suo...

— O di chi dunque?

— Sei tu che l'hai salvata!

— Io?

— Tu, tu... E hai fatto opera santa... Non c'è che lei in questa casa...

come non ci sei che tu nella nostra... se pur la nostra può dirsi una

casa...

Il pittore aveva deposto i pennelli e la tavolozza, e alzatosi in piedi

aveva cinto con un braccio la vita della figliuola quasi a difenderla da

un rapitore invisibile. I suoi occhi la covavano con un amore geloso,

egoista, esclusivo.

L'Antonietta scoppiò in singhiozzi.

— Antonietta, Antonietta, perchè piangi? — gridò Frassini fuori di sè.

— Non è nulla, non ci badare — ella rispose frenandosi. — Sono i miei

nervi... Dopo tante emozioni... Non è nulla... Dalla zia mi quieto

subito.

— Vuoi presentarti dalla zia così?

La ragazza s'asciugò in fretta gli occhi e si sforzò di sorridere.

— Ecco, la crisi è passata... Lavora, babbo, lavora...

Egli la baciò in fronte e l'accompagnò fino all'uscio della camera

dell'Angela, senza entrare.

— Dille che m'informo sempre di lei e che la saluterò domani...

Nozze d'oro: romanzo · 第 34 / 44 题