La carrozza che doveva riportare il dottor Locresi alla stazione di San
Vito era ferma davanti alla scalinata, e il celebre clinico, aitante
della persona malgrado i suoi sessantacinque anni, stava accommiatandosi
da quelli della famiglia (a eccezione dei due vecchi Torralba c'erano
tutti) che facevano cerchio intorno a lui nella sala d'ingresso.
— A parer mio è scongiurato il pericolo — egli ripeteva — e non è
nemmeno probabile una ricaduta se non si rinnovano le condizioni che
hanno prodotto la crisi. Certo occorrono grandi riguardi nella
convalescenza. Le risparmino qualunque emozione, non stiano mai in
troppi nella sua camera, non la lascino parlar troppo, non la
contraddicano... La trattino un poco come si tratta una puerpera.
Poichè in quel momento gli sali al naso un acuto odore di muschio, il
dottor Locresi fece un sorrisetto e continuò: — E appunto come dalle
puerpere, niente profumi...
I due Alvarez, i quali dopo un sonno ristoratore s'erano lavati,
pettinati e vestiti con la solita cura, arrossirono sentendosi in colpa
e si tirarono in disparte; ma la Marialì finse di credere che
l'allusione potesse colpire anche lei, e toltosi dal seno un innocente
mazzetto di gaggíe lo porse con garbo civettuolo a Locresi.
— È l'unico profumo che ho addosso e ne faccio volentieri il sacrificio;
lo accetta?
Un lampo giovanile passò negli occhi del vecchio scienziato che in altri
tempi non era stato sordo ai dolci inviti d'amore. Egli infilò il
mazzolino nell'occhiello del soprabito, e stringendo nella larga mano
muscolosa le piccole dita affusolate da cui veniva l'offerta — Questo
non avrebbe fatto male a nessuno — rispose — ma fa troppo bene a me
perchè io non lo accetti con gratitudine.
— Quando torna, dottore? — domandò Cesare Torralba.
— È poi necessario ch'io torni? — chiese, alla sua volta, Locresi. — Il
nostro bravo Vignoni...
— No — interruppe questi. — Una sua seconda visita mi sembrerebbe molto
opportuna.
— Torni, torni — soggiunse la Marialì.
E gli altri insistettero anch'essi: — Torni, torni.
Dopo aver consultato il suo taccuino, Locresi ripigliò: — Prima di
giovedì è impossibile...
— Giovedì dunque — disse la Marialì. — Ci trova ancora...
— Come? È sulle mosse?
— Siamo tutti sulle mosse — spiegò Cesare. — Io però non abbandonerò
Villarosa fin che mia sorella non sia ristabilita.
— E neppur io — affermò con enfasi Tullio.
L'Antonietta si avvicinò carezzevole alla sua mamma. — Anche noi
resteremo, non è vero?
Invece la Letizia Alvarez e Luciano e Girolamo, se le cose prendevano
una buona piega, sarebbero dovuti partir prestissimo. Anzi Luciano non
era nemmeno sicuro di rimanere fino a Giovedì.
Di là dalla portiera il cocchiere fece un segno con la frusta.
— È tardi? — chiese Cesare Torralba insinuando la testa fra i due
battenti.
— No — rispose Piero — ma nello stato in cui sono le strade non si può
correr troppo.
— In tal caso, buon giorno a tutti — disse Locresi. E scambiate le
ultime strette di mano, scese frettoloso la scalinata e si cacciò nel
_coupé_.
— A giovedì — gli gridarono dietro, mentre la carrozza si metteva in
movimento, ed egli, abbassato a mezzo il vetro dello sportello, salutava
con replicati cenni del capo.
Indi il crocchio si sciolse. La Marialì e l'Antonietta entrarono nelle
stanze del commendatore Ercole e della signora Laura; Cesare e il dottor
Vignoni tornarono dall'Angela; Luciano, Girolamo e l'Adele si ritirarono
per attendere alla loro corrispondenza; la Letizia e i due figliuoli,
ancora tutti rimescolati dalle peripezie della notte, pensarono bene di
salir nelle loro camere per riposarsi; Giulio Frassini, che aveva già
fermato l'attenzione sopra un _motivo grigio_ degno del suo pennello,
andò a piantare il suo cavalletto presso una finestra del primo piano,
luogo propizio per aver ogni momento notizie della cognata.
Tullio intanto scese in giardino con l'idea di fare una camminata fuor
della villa malgrado il cattivo tempo; poi, giunto al cancello, si
arretrò spaventato dal fango della strada maestra, e rimase a passeggiar
su e giù davanti alla casa, sulla ghiaja minuta che pareva sgretolarsi e
fondersi sotto i suoi piedi. Era stato sino a poco addietro così in
angustie per la zia Angela che avrebbe dovuto esser lieto delle
assicurazioni esplicite di Locresi; e certo _di queste_ era lieto, ma
ora egli sentiva rinascere in sè un'altra pena, un altro cruccio; come
chi non si libera da un sogno angoscioso che per ricadere in una diversa
ma non men triste realtà. Gli tornava alla mente il suo ultimo colloquio
con l'Antonietta; gli risonavano all'orecchio gli amari sarcasmi ch'egli
le aveva slanciati a proposito dei due Alvarez, e non sapeva capacitarsi
che i suoi rapporti con la cugina dovessero, di punto in bianco, essersi
mutati a quel modo... Non eran trascorsi che due giorni, e nel giardino
pieno di fragranza e pieno di sole le loro anime s'erano intese, i loro
cuori s'erano promessi; e jeri, jeri invece l'Antonietta lo aveva
rispinto con quella sua dichiarazione di donna seria e matura che
rinunzia all'amore e al matrimonio... Per il padre, diceva lei... Ma
perchè? Il padre non era nè vecchio, nè infermo, era un _mattoide_
tranquillo, infatuato d'un'arte che nessuno capiva. Che poteva fargli
l'Antonietta? È vero, Giulio Frassini non aveva conforti dalla moglie,
sempre in traccia di nuovi galanti (e quì Tullio arrossiva rammentando
la vampata di desiderio che gli si era accesa in corpo al cospetto della
bella quadagenaria); ma correva pur voce che il marito si procurasse
anch'egli le sue distrazioni, e da quando in quà il libertinaggio dei
parenti è motivo sufficiente al sacrifizio delle figliuole? No, no; era
necessario che Tullio avesse con l'Antonietta una spiegazione più ampia,
ch'egli le strappasse di bocca le ragioni effettive della sua
condotta... S'ella era capricciosa, volubile, se le sue simpatie si
trasformavano in ripugnanze dall'oggi al domani, aveva l'obbligo di
confessarlo; egli avrebbe chinato il capo, perdonando forse,
allontanandosi certo per sempre; ma così no, così non doveva finire.
Rientrato in casa con questi propositi, Tullio ebbe la fortuna
d'imbattersi subito nell'Antonietta che usciva dalle camere dei nonni
per recarsi dall'Angela.
— Dove vai?
— Dalla zia — ella rispose.
— Non c'è lo zio Cesare?
— Vado a dargli il cambio.
— Aspetta... Vengo anch'io.
— Non troppi in una volta... Hai sentito Locresi?
— Troppi?... Saremo in due.
— Meglio che tu venga più tardi... Arrivederci.
Tullio le sbarrò il cammino.
— Un momento!
E assicuratosi che non c'era nessuno, ripigliò a voce bassa: — Ieri, a
due riprese, ci siamo dette delle cose aspre...
— Ieri?... Mi pare un secolo... C'è passata di mezzo la malattia della
zia.
— Ora la zia sta meglio e possiamo ben ricordare — notò il giovine. E
ripetè: — delle cose aspre.
— _Tu_ le hai dette — interruppe l'Antonietta arrossendo lievemente. —
Ma figurati s'io te ne serbo rancore.
Tullio s'irritò della calma con cui ella gli parlava; s'irritò di quel
suo atteggiarsi a regina offesa e clemente.
— Può essere che il mio linguaggio fosse più acre nella forma — egli
rispose. — Il tuo era assai più grave nella sostanza... Perchè
distruggere quello che tu stessa avevi edificato?... Ti rammenti,
Sabato?
Ella s'imporporò in viso.
— Rammento, sì.
— Ti burlavi di me allora?
— Oh Tullio — ella supplicò giungendo le mani.
— E se non ti burlavi, vuol dire che tu muti idea come muti vestito...
Pensa, Sabato, jer l'altro... Io avrei ben diritto di saper quel ch'è
accaduto in ventiquattr'ore...
— Ma Tullio — replicò l'Antonietta — ho pur cercato di persuaderti...
— Se non hai migliori ragioni? Quelli eran pretesti...
— Non lo credere, Tullio... È la verità... Tu non puoi intendere...
— Precisamente — egli insistè. — Non _posso_ intendere... E _voglio_
esser messo in grado d'intendere... Mi sembra di non aver pretese
eccessive... Parla!...
— Non ora, non ora — pregava l'Antonietta guardandosi intorno. — Siamo
soli per miracolo.
— Quando dunque?
— Oh Dio! Presto... Fra qualche giorno... Quando saremo proprio
tranquilli sul conto della zia Angela... Lasciami, via... Ecco, han
sonato al cancello... Visite, sicuramente... Ma oggi i nonni non
ricevono nessuno... Bisogna avvertire la mamma... È appunto di là, dai
nonni... Me lo fai tu questo piacere... Io salgo dalla zia Angela... Sii
buono, Tullio... Oh, anche tu sei molto cambiato da Sabato — ella
concluse con quell'arte soprafina che hanno le donne di metter dalla
parte del torto chi discute con loro.
Riuscita così a liberarsi, infilò la scala, mentre Tullio rimaneva lì
con un palmo di naso, sapendone quanto prima e pure ammansato dal calore
di quello sguardo, dalla carezza di quella voce il cui eco gli vibrava
ancora nell'anima.
Su, nell'andito del primo piano, Giulio Frassini, seduto dinanzi al suo
cavalletto, chiamò la figliuola per mostrarle il suo schizzo.
— Se riesce, lo destino alla zia Angela... Credi che lo accetterà?
— Perchè non dovrebbe accettarlo?
— Già non glielo offro se non è degno di lei... Che te ne pare?
L'Antonietta si schermiva.
— Non me ne intendo, io.
— Falsa modestia... Credi forse che se ne intendano gli accademici?... O
quei barbassori dei giurì di Venezia e di Monaco che rifiutano i miei
quadri?... Sono gli artisti di professione quelli che non se ne
intendono, guastati come sono dai loro preconcetti... Sentiamo... C'è il
_grigio_?
Che ci fosse il grigio non c'era dubbio, perchè anzi non c'era altro che
quello. E la ragazza non poteva non riconoscerlo.
— Quando c'è il grigio — ripigliò Frassini con una logica inappuntabile
— non ci può non esser _l'effetto del grigio_... Mancherà qualche
pennellata.
L'Antonietta si abbrancava a questa tavola di salvezza. — Ecco, bisogna
vederlo finito.
— Sempre relativamente però — ribattè il pittore le cui teorie
contraddicevano all'idea del _finito_. — Sempre relativamente. Che cosa
c'è di finito a questo mondo?... Guarda quel cielo... Una nuvola e poi
un'altra... e poi ogni nuvola cambia d'aspetto... Dar l'idea di ciò ch'è
perpetuamente mutabile con segni che non mutano mai... ecco il cruccio
dell'artista... se l'artista c'è... Ma quanti ce ne sono?
— Povero babbo! — pensava l'Antonietta rinunziando a seguir lo
svolgimento delle complicate teorie paterne. — Povero babbo!
Era persuasa anch'ella ch'egli fosse un cervello malato; e pure avrebbe
voluto aver torto, avrebbe voluto veder uscire dalle mani di lui il
capolavoro da tanto tempo promesso; vederlo trionfare de' suoi
dileggiatori e de' suoi nemici... Ah, quand'egli non fosse più un
debole, un perseguitato, ella non avrebbe più sentito il dovere di
sacrificarsi interamente a lui, di soffocare le proprie inclinazioni, di
spezzare il proprio avvenire.
Giulio Frassini accennò alla camera dell'Angela che si apriva in quella
saletta d'ingresso.
— Seguita bene — egli disse.
— Spero... Ora vado...
— Sì — ripetè Frassini. — Seguita bene... Lo so da Vignoni ch'è passato
dianzi di quì... È andato a riposarsi una mezz'oretta non so dove... Non
ha chiuso occhio in tutta la notte...
— È una gran fortuna aver un medico così premuroso — esclamò
l'Antonietta. — Se la zia guarisce è merito suo.
Frassini tentennò la testa.
— Noi gli dobbiamo certo molta riconoscenza. Ma il merito principale non
è suo...
— O di chi dunque?
— Sei tu che l'hai salvata!
— Io?
— Tu, tu... E hai fatto opera santa... Non c'è che lei in questa casa...
come non ci sei che tu nella nostra... se pur la nostra può dirsi una
casa...
Il pittore aveva deposto i pennelli e la tavolozza, e alzatosi in piedi
aveva cinto con un braccio la vita della figliuola quasi a difenderla da
un rapitore invisibile. I suoi occhi la covavano con un amore geloso,
egoista, esclusivo.
L'Antonietta scoppiò in singhiozzi.
— Antonietta, Antonietta, perchè piangi? — gridò Frassini fuori di sè.
— Non è nulla, non ci badare — ella rispose frenandosi. — Sono i miei
nervi... Dopo tante emozioni... Non è nulla... Dalla zia mi quieto
subito.
— Vuoi presentarti dalla zia così?
La ragazza s'asciugò in fretta gli occhi e si sforzò di sorridere.
— Ecco, la crisi è passata... Lavora, babbo, lavora...
Egli la baciò in fronte e l'accompagnò fino all'uscio della camera
dell'Angela, senza entrare.
— Dille che m'informo sempre di lei e che la saluterò domani...