Verso mattina il dottor Vignoni si decise finalmente ad abbandonare per
poco il capezzale dell'ammalata e a portarne di persona le notizie al
commendatore Ercole e alla signora Laura che lo avevan fatto già
chiamare più volte. Non cantava vittoria; un nuovo aggravamento era
sempre possibile; una gran vigilanza era sempre necessaria; ma
nell'ultima parte della notte molto si era ottenuto; la signorina Angela
mostrava ormai di conoscere, di sentire, d'intendere, e solo l'estrema
debolezza le impediva di rispondere alle parole che l'erano indirizzate.
Ora ella riposava, e questo sonno tranquillo, tanto diverso dal letargo
di prima, apriva l'adito alle maggiori speranze. Nondimeno Vignoni
aspettava con impazienza il verdetto di Locresi.
— E se non fosse a Milano? — obbiettò l'ex Prefetto. — Se non potesse
venire?
— A Milano dev'essere — replicò il medico. — Le sue vacanze se le prende
dalla metà di Agosto alla metà di Settembre... Potrebb'essere
momentaneamente fuori di città per un consulto. In ogni modo avrà
ricevuto il nostro dispaccio e telegraferà, perchè quando egli si
assenta lascia sempre l'ordine di fargli proseguire i telegrammi che
arrivan per lui, e risponde a tutti... Del resto, io preferivo Locresi,
ma se non venisse, ci sarebbe il Fabiolo di Bologna.
Il commendatore si turbò.
— Quello non si muove per meno di mille lire... Eh, ho avuto occasione
di conoscerlo sin da quando ero Prefetto, non per me, grazie a Dio... In
fin dei conti, a che cosa servono questi consulti?.. A dar la polvere
negli occhi... Noi abbiamo fiducia in lei, e se, come pare, c'è' un
miglioramento progressivo...
Ma Vignoni insistè. Il consulto era una garanzia e per la famiglia e pel
medico curante, ed egli, pur grato della fiducia, voleva sentir
l'opinione d'un collega che avesse più autorità e più esperienza di lui.
— Bene, bene — concluse il commendatore, — se viene Locresi non c'è
nulla da dire. Se no, riparleremo.
Meno inquieti per la figliuola, i due vecchi Torralba avrebbero preteso
che il dottore si trattenesse da loro, ascoltasse con pazienza le loro
lamentazioni, suggerisse nuovi rimedi ai loro disturbi. La signora Laura
specialmente non la finiva più. Le fatiche di quei giorni avevano
esacerbato i suoi mali; lo spavento preso per l'Angela aveva fatto il
resto... Non aveva un punto della persona che non le dolesse... Ahi,
ahi, ahi!... E l'Angela sola aveva pratica, sapeva vestirla, spogliarla,
farle il massaggio, darle in tempo le sue pillole, le sue polverine...
Povera Angela!... Se pur guariva, chi sa quando sarebbe stata in grado
di ripigliare i suoi uffici?... Intanto le sorelle sarebbero partite...
Per quello che si curavano dei genitori!... E poi non avevano la mano
leggera... Neanche la Maddalena l'aveva... Era così goffa,
impacciata!... Bisognava assolutamente che del massaggio se ne
incaricasse lui, Vignoni, come nei primi tempi... O che non le dava
retta?... E sonnecchiava?... Bravo, Vignoni, bravissimo!... I vecchi
sono buoni pel camposanto, non è vero?
Occorse al dottore una bella dose di diplomazia per calmar la querula
signora, e per indurre lei e il marito a starsene in letto tranquilli e
a cercar di dormire sino a giorno fatto.
La Maddalena accompagnò il medico fuori della stanza.
— Va meglio, proprio?
— Ora va meglio. Speriamo che duri.
— Dio lo voglia! — soggiunse la cameriera. — Non solo per lei ch'è una
santa, ma per tutti... Se muore la signorina Angela, il caso più
fortunato che possa toccare ai padroni è di morire anche loro... Se ne
accorgeranno, se ne accorgeranno... E non la tenevano mica nel conto che
merita, sa... La tormentavano... Sono, uno per un verso e l'altra per
l'altro, due temperamenti difficili...
— Sono vecchi, mia cara, e a una certa età...
— Adesso poi — continuò la Maddalena accingendosi ad aprir le imposte —
se non c'è chi prenda il timone mi dirà lei come si tira innanzi... Il
commendatore fa di tratto in tratto la voce grossa, strapazza questo e
quello, minaccia punizioni e licenziamenti; ma tra perchè ci vede poco,
tra perchè va perdendo la memoria non può sognarsi di essere ubbidito e
di governar la casa; la signora è un automa e non si occupa che della
sua salute... Era la signorina Angela che, con la sua quiete, pensava a
tutto, disponeva tutto. Anche per l'assistenza ci vuole una regola...
Stanotte non s'è coricato nessuno, e per una notte tanto, passi... Ma in
seguito?... Bisognerà darsi il cambio, bisognerà che si sappia chi deve
dormire e chi deve vegliare...
— È naturale — rispose Vignoni — e per metter ordine a questa faccenda
dell'assistenza son quà io... Come medico, ho diritto d'ingerirmene...
Pel rimanente non ho voce in capitolo.
E, portandosi una mano alla bocca per nascondere uno sbadiglio,
s'accostò alla finestra.
L'alba era fredda e triste. Non pioveva più ma il cielo era plumbeo e
l'aria satura di umidità; era cessato il vento, ma di tratto in tratto
gli alberi, scossi come da un brivido di febbre, rigettavano con un
rumore di piccole cascatelle l'acqua raccolta nel cavo dei rami. E dai
rami si staccavano, con l'inerzia di cose morte, ad una ad una le
foglie, e tacite e lente andavano ad aggiungersi a quelle che
infracidivano a piedi dei tronchi o che il turbine aveva disperse quà e
là. Sull'aiole devastate i virgulti, gli steli ed i fiori si fondevano
con la terra in una grigia poltiglia; solo in un punto alcune dalie
rosse giacenti in mezzo ai fusti abbattuti mettevano una nota più viva,
come di sangue rappreso.
— Che nottaccia è stata! — esclamò Vignoni. — E oggi avremo poco di
meglio.
— Vuol credere — riprese la Maddalena — che proprio nel cuor della
notte, quando pioveva a secchie rovescie, il signor Giulio si divertiva
a passeggiare in giardino?
— Eh via!
— Positivo. Sarà rientrato da un'ora, aprendo la portiera con tanto
fracasso che il padrone mi ha ordinato di andar subito a vedere cos'era
accaduto. Era lui, il signor Giulio, può immaginarsi in che stato. — Un
po' di pioggia fa bene — egli mi disse prevenendo le mie osservazioni.
Pover uomo! Bisogna compatirlo. Non ha il cervello a posto.
— Doveva sposare la signorina Angela, non è vero?
— Sì, e la sorella gliel'ha portato via.
— Non è stata una gran perdita...
— Eh, se avesse sposato la signorina Angela non si sarebbe ridotto
così... Era un giovine a modo, lui, ma _quella donna_ è stata la sua
rovina.
— Chi sa poi...
— Gli uomini la difendono sempre — protestò, stizzita la Maddalena. —
Una svergognata...
— Tss, tss! — fece il medico che subiva suo malgrado il fascino della
Marialì. Si riavvicinò alla finestra e disse abbottonandosi la
giacchetta: —
— Il termometro dev'essersi abbassato di parecchi gradi... Bisognerà
riscaldare... almeno le stanze del commendatore e della signora Laura e
quella ove c'è la signorina... C'è stufa lassù?
— C'è un caminetto che lascia il freddo che trova.
— Alla peggio servirà per cambiar l'aria... Anche in questa sala c'è un
odore di chiuso!
— E figuriamoci quì! — soggiunse la cameriera mentre spalancava l'uscio
del salotto da pranzo.
Ma si tirò due passi indietro, respinta dal fumo e dal puzzo.
— Misericordia!... C'è da morire asfissiati... Hanno lasciato spegnere
il lume... Già se non viene qualcheduno ad aiutarci...
E la Maddalena corse in cucina chiamando: — Giacomo! Lisa! Marianna!
Dal salotto da pranzo intanto si levarono due _oh_ strascicati come di
persone che si svegliano a fatica, e il dottor Vignoni vide agitarsi nel
fondo due ombre che avanzandosi poi fino sulla soglia presero le forme
dei due giovinetti Alvarez. Pallidi in viso, gli occhi gonfii e
cerchiati di turchino, i capelli arruffati, le vesti in disordine (essi,
i maestri dell'eleganza!) si fregavano le palpebre, si passavano e
ripassavano la mano sulle tempie pesanti, e parevano non capir bene nè
in che luogo fossero nè perchè vi fossero.
Fritz fu il primo ad aprir la bocca.
— Oh diavolo! Abbiamo dormito!
Max si lamentava: — È curioso... Tutto mi gira intorno... E il capo mi
martella orribilmente.
— Anche a me — disse Fritz. — Mi sembra d'aver il mal di mare.
E Max riprese: — Appunto... Come poi siamo quì?...
— Non ricordi? — replicò Fritz. — Ci aveva mandati la mamma pel caso che
potesse occorrer l'opera nostra.
Max finalmente si raccapezzò.
— Ah sì... è vero... E in causa della zia Angela.
E riconoscendo il dottore gli si rivolse per chiedergli: — Come sta la
zia?
— Non ci son guai — rispose Vignoni. — Speriamo che si rimetterà... E
loro due, signorini, vadano pure a letto, che la loro presenza non è
necessaria... Se vedessero che cera hanno!
Questa constatazione medica del loro pallore non valse certo a tinger in
roseo le gote dei due Alvarez. Più smorti in viso che mai, essi si
strinsero addosso a Vignoni balbettando: — Ci trova in cattivo stato,
dottore? Ma che cosa crede che sia?
Vignoni si mise a ridere. — Per carità, non si allarmino... Hanno il
capo ingombro e lo stomaco sconvolto perchè non si sono accorti che il
lume si spegneva e hanno dormito in un'atmosfera viziata... Due ore di
sonno nella loro camera, fra le loro lenzuola di bucato, basteranno a
rimetterli interamente... Vadano, vadano... Sono le sei e un quarto..
Alle nove saranno freschi come rose e in grado di rendersi utili.
Li accompagnò sino a piedi della scala, e vistili salir con bastante
disinvoltura andò in cucina a vedere se ci fosse un caffè pronto. Era
proprio sfinito.
Una contadinotta di mezza età, magra ed arzilla, con un fazzoletto rosso
avvolto intorno ai capelli, gli disse, voltandosi dai fornelli:
— Buon giorno, dottore. Se ha pazienza un minuto glielo verso io.
— Ah siete voi, Giuditta — esclamò Vignoni che aveva riconosciuto la
moglie del giardiniere. — Brava! Siete venuta a dare una mano...
— Sfido! — interruppe la donna. — Se non ci si ajuta in questi
momenti... E si tratta della signorina Angela!... Si figuri chi non si
getterebbe nel fuoco!... Ma siamo in porto, non è vero?
— Magari! Non m'arrischio a dir tanto... Spero bene, ecco tutto.
— Io ho fede che la Madonna la salverà — ripigliò la Giuditta, ritirando
il bricco dal fornello. E gridò verso la sbrattacucina di dove veniva un
tintinnio di porcellane acciottolate: — Ehi, c'è una chicchera pulita ed
asciutta?
— Sicuro — rispose una voce squillante. E un braccio ritondetto e nudo
fino al gomito porse la chicchera richiesta.
— È l'Eufemia, la nipote dell'ortolano che sta rigovernando le stoviglie
— spiegò la Giuditta. — La Marianna e la Lisa non si reggevano sulle
gambe e sono andate a buttarsi sul letto.
— Troppo giusto... Anche quelli di là avrebbero diritto di riposare
un'oretta — soggiunse il medico alludendo a Giacomo e alla Maddalena,
intenti a spazzare e spolverare l'attiguo salotto da pranzo.
— Presto sarà quì Bortolo — disse la Giuditta. — Ha voluto far prima un
giro in giardino per verificare i guasti prodotti dal temporale... E poi
manderanno qualcheduno dalla fattoria...
— Tanto meglio... Ma non è deposto questo caffè?
— Cercavo la zuccheriera.
Il dottore fece un segno negativo col capo.
— Niente zucchero.
— Allora, eccomi quà — ripigliò la Giuditta, riempiendo fino all'orlo la
tazza. — Sarà troppo leggero.
Vignoni aspirò voluttuosamente l'aroma che si sprigionava dalla tazza
fumante, e dopo aver bevuto due sorsi dichiarò: — Va benissimo...
Pretendono che sia un veleno, ma basta il profumo per rintonare i nervi.
— E che bisogno... — principiò la donna.
— Zitto! — interruppe il dottore. — C'è gente di là, e mi par d'aver
sentito pronunziare il mio nome.
— Ora lo cercheremo — diceva una voce maschile.
— Quest'è Bortolo — osservò la Giuditta tendendo l'orecchio.
— Era quì un momento fa — replicava un'altra voce, quella della
Maddalena.
A rischio di bruciarsi la lingua e il palato, Vignoni vuotò in un colpo
la tazza, la posò sulla tavola e corse in sala.
— Sono quì ancora. Che c'è?... Ah, un telegramma...
— Viene da Milano — disse il procaccia.
— Lo so, lo so — rispose tranquillamente il dottore ammaestrato
dall'esperienza a non chiedere l'osservanza del segreto telegrafico ai
piccoli uffici dei paesi di campagna. Dopo aver spiegato il foglio e
lettone il contenuto, trasse un respiro di soddisfazione, e riprese,
dirigendo la parola alla Maddalena: — Quel medico che abbiamo chiamato a
consulto arriverà a San Vito con la corsa delle 11¾; gli andrò incontro
io alla stazione... Ma che la carrozza sia pronta per le 10... Così,
cammin facendo, mi fermerò dieci minuti a casa mia.
Diede un'occhiata a Bortolo e al procaccia ch'erano inzaccherati fino al
colletto della camicia, e soggiunse in tono interrogativo: — Strade
pessime, non è vero?
— Un orrore.
— Impossibile servirsi della bicicletta?
— Impossibile.
— Pazienza! Tenterò più tardi, a piedi — sospirò Vignoni che doveva far
due o tre visite nei dintorni.
Firmò la ricevuta del telegramma e risalì dalla sua ammalata.