— Tullio? — disse l'Antonietta che fu la prima a comparir in sala. —
No... noi non l'abbiamo incontrato.
— Ma di dove venite?... Da San Vito?
— Oh no... Dalla parte opposta... da una località che chiamano dei
_Platani_... Sai, zia Angela, dove c'è quel platano grande grande
circondato da altri minori... Ci si va voltando a destra della
fattoria...
— Vuoi che non sappia?
La ragazza continuò: — Il babbo, approfittando del cielo coperto, s'era
fermato per buttar giù uno schizzo... egli odia gli effetti di sole...
quando si levò il vento e convenne battere in ritirata... Appunto nel
ritorno c'imbattemmo in Max e Fritz che facevano una passeggiata in
_tandem_ senza una mèta fissa... Oh, furono d'una galanterìa perfetta...
Vollero a tutti i costi scender dal _tandem_ e camminare con noi... È
vero che non conoscevano bene la strada... E v'assicuro che non ci è
parsa una strada breve con quel po' po' di vento che soffiava e a volte
ci toglieva il respiro, a volte minacciava di rovesciarci. Sul più bello
è cominciata la pioggia e con la pioggia s'ebbe un cambiamento di scena.
Se prima eravamo avvolti da nembi di polvere, adesso eravamo accecati
dall'acqua, e l'acqua e la polvere mescolandosi insieme formavano per
terra uno strato di fango in cui il piede s'affondava sino alla
caviglia; se prima le mie sottane si gonfiavano come vele adesso mi si
appiccicavano, fradicie, intorno alle gambe impedendomi il passo; nè i
miei disgraziati cugini stavano meglio di me, con quel loro pesantissimo
_tandem_ da spingere innanzi nella mota e nelle pozzanghere.
— Non potevate ripararvi in un casolare, in un pagliajo? — Chiese la
Marialì.
— Oh sì... sarebbe convenuto internarsi nei campi e non ci si vedeva più
in là del naso... E poi Max e Fritz avevano una gran fretta d'arrivare e
piagnucolavano: — Che cosa dirà la mamma? — In confidenza... non c'è
mica la zia Letizia?... io propenderei a credere che un tantino di paura
quei giovinetti l'avessero... Bah!... Non c'è l'obbligo di nascere
eroi... Insomma, eccoci quì sani e salvi... Ma di Tullio nessuna
traccia... È evidente ch'egli ha preso la via di San Vito.
— In tal caso — osservò Luciano — la carrozza lo avrà raggiunto e lo
avrà raccolto... Egli andrà fino al paese con la signora Cesira e coi
suoi compagni e tornerà indietro solo con tutto comodo... Mi sembra che
possiamo principiar tranquillamente la nostra partita... Dunque, chi è
che fa il quarto? L'Adele o la Marialì?
— Se mi lasciaste in pace? — borbottò l'Adele che aveva deposto la
_Tribuna_ e stava spiegando _Il Capitan Fracassa_.
— Un momento e vengo io — disse la Marialì ch'era occupata ad aggiustar
la _toilette_ dell'Antonietta. — C'è la mia figliuola che, nella fretta
di scendere, non s'è neanche rasciugati i capelli nè agganciati i
bottoni del vestito.
— Ci accusano di gingillarci davanti allo specchio — replicò
l'Antonietta mal celando la sua impazienza. — Ho voluto mostrare che al
bisogno sappiamo far più presto degli uomini.
— A far più presto in questo modo c'è poca bravura — riprese la Marialì.
— Oh, ecco un altro reduce! — esclamò Cesare Torralba accennando a
Frassini che entrava con l'aria cupa d'un cospiratore e salutava appena
i presenti.
— Dunque — gli chiese pronta l'Antonietta svincolandosi da sua madre, —
non rimane proprio nessuna traccia?
Giulio Frassini sospirò: — Nessuna. L'acqua ha scancellato tutto... È
una fatalità. C'era qualcosa lì dentro, c'era un'idea, un simbolo.
Cesare non potè trattenersi dall'interrompere.
— Benedetto uomo! Lavora col sole come i semplici mortali.
Frassini guardò il cognato con profonda commiserazione.
— Il sole è buono pei mestieranti, pei virtuosi della forma. La vera
arte sdegna i contorni e il colore. Che cosa ci vuole per riprodurre i
contorni? L'abilità della mano. E pel colore? Una felice disposizione
dell'occhio. Qualità subalterne. L'essenziale sta nell'esprimere
l'inesprimibile, nell'afferrare l'inafferrabile. E questi si rivelano
assai meglio nell'ombra che nella luce.
Quì Giulio Frassini s'accorse che nessuno dei presenti era in grado
d'intender le sue teorie estetiche, e traversata rapidamente la sala
evitando di scontrarsi a faccia a faccia con l'Angela, si recò nel
salotto ove il fratello Luciano era entrato prima di lui e accendeva le
candele sul tavolino da gioco.
— Oh bravo! — disse costui. — Poichè quelle donne fanno le preziose,
scritturo te per il _whist_.
Ma la Marialì che s'affacciava in quel punto alla soglia dichiarò che in
quanto a lei era pronta.
— _Tant mieux._ In tal caso, non mancano che Cesare e Girolamo. Bisogna
chiamarli.
Girolamo, senza fretta, rispose all'appello, ma Cesare, impegnato in un
colloquio con Vignoni, fece pregare che lo dispensassero.
Luciano s'impazientì.
— Siamo da capo. Se Cesare diserta il campo, venga Frassini.
— Io! Io! — biascicò l'artista in compenso. — Per quello che so il
gioco, io!
— Non importa. Mettiti là... _Allons, vite!_
Appartati all'estremità della sala, il dottor Vignoni e Cesare Torralba
discorrevano di cose molto importanti, a giudicarne almeno dalla cura
che ponevano nel tener lontani i seccatori.
Il fatto si è che il dottore confidava a Cesare le sue apprensioni circa
allo stato dell'Angela, la quale scontava oggi l'attività esuberante
delle ultime settimane. Sulle prime s'era illuso anche lui, gli era
parso che l'entusiasmo con cui ella s'era accinta all'impresa di
raccoglier per poco intorno ai genitori la famiglia dispersa le avesse
recato un rifiorimento di gioventù; oggi egli era costretto a
ricredersi; notava in lei certi sintomi che lo impensierivano, temeva
che realmente ell'avesse abusato delle sue forze, che avesse raggiunto
quel limite oltre il quale la corda troppo tesa si spezza. Desiderava,
sperava ingannarsi; tuttavia era suo debito insistere perchè la
signorina fosse lasciata in riposo non per un'ora, non per qualche ora,
ma pel tempo necessario a rimettere in equilibrio i suoi nervi. D'altra
parte non ci poteva esser quiete per lei finch'ella non aveva neppure
una stanza propria, finchè per dormire, per raccogliersi non aveva che
quel misero andito tra le due camere del suo babbo e della sua mamma, i
quali, nell'inconscio egoismo dei vecchi e dei malati, la chiamavano
ogni momento, di giorno e di notte. Per ciò appunto egli, il dottore, si
rivolgeva alla persona di famiglia che gl'inspirava maggior fiducia e ne
invocava la efficace cooperazione. Eran parecchie le difficoltà da
vincere, e senza dubbio le più gravi erano quelle di persuadere la
signorina Angela e di trovar chi la sostituisse presso il commendatore e
presso la signora Laura. Per la camera....
— Oh, per la camera — interruppe Cesare — offro la mia.
— Ecco — ripigliò Vignoni — io avevo pensato a quella del signor
Tullio... È naturale che si scomodi lui, un giovinotto...
— No, no; la mia è più adattata. Io invece domanderò ospitalità a mio
nipote... Non si tratta che di due notti... Parto martedì mattina.
Il dottore non seppe nascondere l'impressione penosa prodottagli da
questo annunzio.
— Come mai?... Io che la credevo dei nostri per un pajo di mesi?
— Magari! — sospirò Cesare. — Non c'è rimedio... Tanto più urge
provvedere, perchè io sono pienamente del suo avviso e anzi la ringrazio
d'esser ricorso a me... Posso parlar subito con mia sorella... Ha
tastato il terreno?
— Le ho ripetuto a sazietà che deve riposarsi. Ma non si riesce a nulla
fin che non sia tornato il signor Tullio. — È lì che lo aspetta.
E il dottore segnò col dito l'Angela che al capo opposto della sala,
avviluppata nello sciallo, sedeva immobile presso una delle finestre,
con gli occhi intenti verso il giardino.
— Sembra tranquilla — disse Cesare Torralba.
Vignoni tentennò la testa. — È la stanchezza... In fatti, s'è decisa a
sedere... Ma provi a voler moverla di là... Vedrà come si ribella... Il
signor Tullio poteva ben risparmiarle questo motivo d'inquietudine.
— Deve però convenire che sono inquietudini assurde... Che pericoli ci
sono?
— Ah... nessuno.
Frattanto, preceduti dalla madre, scendevano dalle loro stanze i due
Alvarez. Indossavano lo _smoking_ coi risvolti di seta, erano pettinati,
lisciati, profumati come se fossero usciti allora dalle mani d'un
parrucchiere di via Toledo.
La Letizia si guardò intorno, non si curò del fratello Cesare e del
dottore ch'erano assorti nella loro conversazione, ma indirizzandosi
all'Angela, chiese: — E gli altri?
L'interrogata accennò al salotto attiguo, onde la Letizia s'avviò a
quello in compagnia dei figliuoli, la cui apparizione fu accolta da un
_oh_ tra ammirativo ed ironico.
Cesare toccò il braccio del medico.
— Sono due gran caricature que' miei nipoti.
Vignoni si contentò di sorridere.
Di là dai vetri si disegnò un'ombra, l'Angela balzò in piedi, la
portiera si spalancò con fracasso, e Tullio, gocciolante da tutte le
parti, si precipitò nella sala, gettò lungi da sè il cappello sformato,
gettò l'inutile ombrello e disse affannosamente:
— Ebbene?... Sono andato quasi fino a San Vito senza incontrar
nessuno... È tornata?
L'Angela non ebbe bisogno di rispondere, perchè parte di quelli che si
trovavano in salotto s'erano mossi al rumore, e l'Antonietta, dimentica
delle contumelie slanciatele dal cugino, fu la prima a presentarglisi e
a commiserarlo.
— Oh povero Tullio! In che stato! Sembri una fontana.
La similitudine non aveva nulla di offensivo, essendovi fontane che sono
capolavori d'arte, ma un uomo ch'è fradicio fino al midollo e cola acqua
dai capelli, dagli occhi, dalle narici non è tenuto ad avere una grande
equanimità, e Tullio cominciò già ad esser ferito dalla pietà
canzonatoria di colei per amor della quale egli aveva affrontato la
bufera. Anzi vedendola così asciutta mentr'egli era così bagnato gli
venne il dubbio d'essere stato preso in giro, e insinuò stizzosamente:
— A che gioco giochiamo?... Sarei per scommettere che non hai nemmeno
messo il naso fuori della porta.
— Questa è grossa! — esclamò l'Antonietta alzando le mani al cielo. —
Meno male che ho i miei testimoni... Max! Fritz!... Avanti!
I due giovinetti s'inoltrarono con la cautela di persone che non
volevano arrischiare un piediluvio nel lago che andava via via
formandosi intorno a Tullio.
— Rispondete subito — intimò l'Antonietta. — Ero o non ero una mezz'ora
fa in aperta campagna esposta alla pioggia ed al vento?
— Altro che esserci! — replicarono in coro i due Alvarez. — Eravamo
insieme.
Ma la constatazione del fatto, in luogo di calmare gli spiriti bollenti
di Tullio, rese il suo linguaggio più ostile e più provocante.
— Ah, eran quelli i tuoi cavalieri? — egli disse.
— Già. Ero col babbo, e nel ritorno si accompagnarono a noi Max e Fritz.
Che c'è di strano?
L'Angela, Cesare, il dottor Vignoni esortavano Tullio a smettere, ad
andarsi a spogliare, ch'era la cosa più urgente, ma egli aveva bisogno
di sfogar il suo malumore, e, con un profondo inchino all'Antonietta,
replicò:
— Anzi me ne congratulo tanto.. Specialmente se quei signorini erano in
punto e virgola come ora... Eravate in _smoking_, cari?
La Letizia Alvarez sfoderò gli artigli in difesa della prole.
— Che modi son questi?... Chi ti dà il diritto di assumere quell'aria di
superiorità verso i miei figliuoli?.. Se ti guardassi un po' nello
specchio vedresti come sei ridicolo...
— Non mai come quelle due teste da parrucchiere.
— Tullio! — supplicava l'Angela, mentre lo zio Cesare e il dottor
Vignoni lo prendevano ciascuno per un braccio e si sforzavano di tirarlo
verso la scala.
Inviperita, la Letizia si scagliava contro la sorella.
— Tu che sei la padrona di casa avresti l'obbligo d'insegnar la creanza
a chi non l'ha... Ma tu hai le tue preferenze, credi forse che non ce ne
siamo accorti?... L'Antonietta e Tullio, Tullio e l'Antonietta, non c'è
altri al mondo che loro.
L'Angela cercava di rispondere ma non trovava le parole, e si passava e
ripassava la mano sulla fronte come se fosse oppressa da un
intollerabile peso.
— Che c'entra l'Antonietta? — saltò su la Marialì intervenendo
improvvisamente nella discussione.
Quì Luciano Torralba che s'era staccato a malincuore dal tavolino del
_whist_ cercò di far valere la sua autorità di fratello maggiore.
— Volete finirla?
— A me lo dici? — rimbeccò la Letizia che non era in vena di
mansuetudine. — Dillo a tuo figlio. È lui che ha bisogno delle tue
lezioni.
Sul più bello s'aprì pian pianino l'uscio che dalla sala metteva nella
camera del Commendatore Ercole, e la Maddalena, insinuando la testa
nello spiraglio dei due battenti, chiamò:
— Signorina Angela! Signorina Angela!... Il padrone s'è svegliato (sfido
io con questo strepito!) e domanda di lei.
Nello stesso tempo si udì una forte scampanellata.
— E questa è la padrona — ripigliò la Maddalena. — Io non posso mica
esser da tutte le parti.
— E io — balbettò l'Angela ricadendo sulla sedia e stringendosi le
tempie fra le dita — io non ne posso più... Ah, come la sala gira!
Biascicò ancora poche parole incoerenti, allargò le braccia, protese in
avanti il capo ed il petto, e sarebbe stramazzata per terra se il dottor
Vignoni, che non l'aveva persa d'occhio mai, non fosse accorso a
sorreggerla.
— Dell'acqua!... Presto!... Dell'acqua!... E del ghiaccio!