Se l'Angela Torralba aveva dormito poco nelle notti precedenti, quella
notte ella dormì ancora meno. Gl'incidenti della sera, riaprendo nel suo
cuore piaghe ch'ella credeva rimarginate, sconcertando disegni che
sorridevano alla sua fantasia, avevano avvelenato per lei la gioia di
quella festa di famiglia. Ella non sapeva che cosa più l'avesse ferita:
o la civetteria incorreggibile della Marialì, o il libertinaggio volgare
di Giulio Frassini, o la leggerezza di Tullio, che, pur volendo bene
all'Antonietta (bisognava esser ciechi per non accorgersene) non si
vergognava di far lo smorfioso con la madre di lei. E come le suonavano
all'orecchio le parole della nipote: _la mamma è espansiva con tutti gli
uomini tranne col babbo... Lui si perde dietro le serve!_ Che luce
gettavano sulla vita coniugale di sua sorella e di suo cognato!
Passavano gli anni e la Marialì era sempre la stessa, sempre giovine,
sempre bella, sempre affascinante... e sempre viziosa... Ma egli, oh
quanto s'era mutato! L'artista si rodeva ormai nella sua impotenza,
l'uomo era abbrutito... Ah forse con un'altra donna non sarebbe stato
così!
Pur l'Angela capiva che non c'era più modo di salvar nè l'uomo nè
l'artista; e in ogni caso che mezzi aveva ella per tentare quest'opera?
Ma l'Antonietta, quella sì doveva esser ancora possibile di salvarla, di
toglierla dall'ambiente corrotto ov'ella viveva. Bastava trovarle un
marito degno di lei... Tullio? Sicuro, Tullio, quest'era il compagno che
fino a iersera l'Angela destinava in cuor suo alla nipote, pregustando
la gioia delle prossime nozze, accarezzando con voluttà l'idea della
famigliola che, per riconoscenza, sarebbe venuta spesso a Villarosa, vi
avrebbe portato un soffio d'amore e di giovinezza... Ora però la sua
fede era scossa... Chi le diceva che Tullio fosse disposto a sposarsi?
Chi le diceva ch'egli non fosse uno dei tanti damerini che scherzano
volentieri con una ragazza, che la lusingano e poi la piantano lì?... E
l'Antonietta? O che c'erano prove positive ch'ella fosse innamorata sul
serio di Tullio?... Degl'indizi, sì, in quantità, ma delle prove?...
Iersera, in giardino, l'Angela si proponeva di strapparle una
confessione esplicita, ma l'episodio grottesco della Lisa e di Frassini
aveva mandato ogni cosa all'aria... Dunque?... Dunque il bel castello di
carte non si reggeva, e le balde speranze concepite dall'Angela Torralba
impallidivano al punto di non esser che un pio desiderio.
Se nonchè, ostinato, indomabile, il desiderio rianimava a poco a poco le
speranze, rianimava la volontà, persuadeva l'Angela della necessità di
moversi, di agire, di conoscere a fondo i sentimenti dei due cugini.
Perchè se quelli si amavano davvero, sarebbe stato facile di togliere i
malintesi fra loro, di superar gli altri ostacoli che certo si sarebbero
incontrati per via.
Ed ecco che quì le si affacciavano nuove difficoltà. Il colloquio con
ciascuno dei due nipoti, che sarebbe stato in condizioni normali la più
agevol cosa del mondo, come, quando averlo, oggi, con la casa piena
d'ospiti, con la giornata densa di occupazioni? Avrebbe l'Angela avuto
un ritaglio di tempo per sè?
All'alba forse, quando tutti ancora posavano. Ed ella, rivoltandosi fra
le coltri, aspettava l'alba con impazienza. Al primo raggio di luce che
penetrasse attraverso le imposte sarebbe balzata dal letto, avrebbe
ordinato alla Maddalena di vigilar sui padroni, sarebbe salita da
Tullio. Sì, ell'avrebbe parlato a Tullio pel primo, tanto più che
dall'Antonietta ella non poteva andare; l'Antonietta dormiva con la
Marialì la quale non aveva voluto saperne d'intimità coniugali. La
camera che la zia aveva allestita per la nipotina, la camera
ov'ell'aveva fatto portare le più belle rose del giardino, era occupata
invece da Giulio Frassini. Ironie della sorte!
Quando le parve giunto il momento, l'Angela si alzò, a tastoni,
senz'accender il lume, senza far rumore. Ma i suoi genitori avevano il
sonno leggero e si destarono tutti e due. Da destra e da sinistra ella
sentì chiamarsi:
— Angela! Angela!
Ella dovette recarsi nell'una e nell'altra camera, dar una ragione
qualunque del perchè fosse mezzo vestita, persuadere i due vecchi a
starsene tranquilli nel loro letto e non pensar neanche di muoversi fin
che non fosse tornata lei.
Così ella perdette un'ora buona, e allorchè finalmente uscì nella sala
era giorno fatto.
— Tu sta attenta al babbo e alla mamma — ella disse alla Maddalena
ch'era in piedi da un pezzo. — Io devo parlare a mio nipote Tullio. Non
l'hai mica visto scendere?
— No; ma ho sentito uno scalpiccìo per le scale... Non so se fosse il
signor Tullio; però qualcheduno in giardino c'è sicuramente...
Dalla cucina sbucò Giacomo, il servo.
— Il signor Tullio?... Saranno dieci minuti ch'è sceso... E non è stato
il primo...
— Tutti così mattinieri?
— Tutti no... Ma la signora Letizia e il signor Girolamo passeggiavano
insieme davanti alla casa poco dopo le sei e mezzo... E ora che ci
penso, il primo dev'esser stato il signor Giulio... Non è però uscito
con loro... Credo sia in salotto... Se vuole che lo avverta.
— No — disse bruscamente l'Angela. E soggiunse: — Nessuno ha preso il
caffè e latte?
— Dalle sette mezzo in poi la prima colazione sarà pronta per chi la
desidera — replicò Giacomo. — Non si poteva immaginarsi che quei signori
si alzassero al canto del gallo... Del resto, per lei il caffè ci
sarebbe...
— Lo prenderò più tardi.
E imbacuccandosi nello sciallo fece per aprir la portiera che dava in
giardino.
Una voce maschile chiamò: — Angela!
Era Giulio Frassini.
Ella, che pur era stata avvertita della presenza del cognato, trasalì e
s'imporporò in viso.
— Addio, Giulio... Scusa se ti lascio... Devo dar qualche ordine al
giardiniere.
— Non posso accompagnarti? — egli chiese umile, quasi supplichevole. —
Non posso dirti una parola?
Come respingerlo? Ella fece uno sforzo e rispose:
— Vieni pure... Ma capisci bene che son piena di faccende.
— Non ti tratterrò a lungo — ribattè Giulio, mentre, a fianco
dell'Angela, scendeva la scalinata.
— Che cosa penserai di me? — egli disse a bassa voce, col tuono di chi
si sente già condannato e accetta la propria condanna.
Ella tentò di schermirsi.
— Perchè mi rivolgi questa domanda?
— Dopo quello che hai visto iersera...
Sempre più inquieta e nervosa, l'Angela lo pregò di desistere. — Non
t'intendo... Non ho visto niente.
— Oh non lo dire... Che lo dica l'Antonietta è naturale... per non far
arrossire suo padre.
— E tu hai parlato di questo con la tua figliuola?
— No... questa volta no.
L'Angela lo guardò con un'espressione tra severa e dolente.
— _Questa volta?_ — ella ripetè.
Egli taceva seguendola a capo chino.
Passarono dinanzi all'oratorio che sorgeva, semplice e bianco, accanto
alla casa. Proprio allora ne usciva un lavorante reggendo una scala a
piuoli; dietro di lui Bortolo, il giardiniere, che si levò
rispettosamente il berretto.
— Com'è mattiniera, padroncina!
— Oh, appunto di te cercavo — ella disse avvicinandosi a lui nella sua
impazienza di troncare il colloquio con Frassini. — Hai visto mio nipote
Tullio?
— Sissignora. Credo sia andato di là.
E accompagnò la parola con un gesto della mano.
— Verso il lago?
— Appunto.
— Lo raggiungerò.
— Non vuole dar prima una capatina in chiesa?... Sentirà come odora...
Ho spogliato tutte l'ajole per infiorarne l'altare.
— Ma... mi dispiacerebbe che intanto passasse Tullio.
— Non dubiti... Vado io da quella parte... per preparar l'aranciera...
chè domani o doman l'altro penso di metter le piante al sicuro... Il
barometro è abbassato.
— Durasse almeno per oggi il bel tempo!
— Speriamo che per oggi durerà... C'è appena qualche nuvola laggiù.
E mentre l'Angela s'affacciava alla porta spalancata dell'oratorio, il
giardiniere soggiunse:
— Tutto è in ordine. Veda come son lucidi i banchi, il pavimento, i
vetri delle finestre... Ieri s'è fatto un _repulisti_ generale...
Davanti ci sono le due poltrone pel commendatore e per la padrona.
L'Angela si decise ad entrare. Bortolo chiese licenza.
— Se mi permette...
— Va, va, e che Tullio m'aspetti sulla terrazza.
Tre dei Torralba dormivano l'ultimo sonno sotto le pietre di quel
tempietto domestico: il signor Luciano, padre del commendatore Ercole,
il signor Luigi, fratello di questo, e il giovine Manlio. E lì sotto,
fra non molto, l'Angela avrebbe composto i suoi parenti, e anch'ella, in
un giorno che si augurava non troppo lontano, sarebbe discesa a
raggiungerli.
Per quelli della sua famiglia che vi riposavano ormai, pegli altri che
vi avrebbero riposato fra poco, l'Angela amava il piccolo oratorio,
sebbene, tranne al Natale e alla Pasqua, non vi si celebrassero funzioni
religiose; chè il suo babbo non era punto osservante delle pratiche del
culto, e la sua mamma, debole e malaticcia, era naturalmente dispensata
da quanto potesse recarle la più lieve fatica. Ella, l'Angela, se
qualche domenica voleva ascoltar la messa, andava alla chiesa di San
Vito, e schermendosi dal prender posto nelle prime file destinate alle
persone notabili del luogo, sedeva in mezzo ai contadini che tutti la
conoscevano e l'avevano cara. Poich'ella intendeva così la religione:
piuttosto che un complesso di dogmi e di riti, un'elevazione dell'anima,
verso l'inconoscibile, un livellamento delle disuguaglianze sociali
nella scambievole simpatia che ravvicina gli uomini in nome delle gioje
e dei dolori comuni.
A ogni modo, nel cuore della donna resta sempre qualche cosa delle
credenze e delle consuetudini antiche, ed era stata lei, l'Angela, che
aveva insistito perchè in questa solenne occasione l'oratorio della
villa s'aprisse e una benedizione di sacerdote scendesse sul capo dei
suoi genitori.
Un'ombra discreta avvolgeva ancora il tempio silenzioso e raccolto; solo
in alto un pallido raggio di sole penetrava fra gl'interstizi di due
tende e lambiva la vôlta. Dall'altare ov'erano due coppe di rose si
spandeva intorno un'acuta fragranza... come al giorno delle nozze di
Marialì.
Come al giorno delle nozze!... A ciò pensava in quel momento Giulio
Frassini che l'Angela credeva fosse rimasto in giardino e che invece era
dietro di lei, ritto, immobile, appoggiato a uno degli stipiti della
porta.
Di nuovo egli la chiamò a nome: — Angela!
Ella si scosse. — Mi hai fatto paura.
— Rose, rose! — egli borbottò. — Quante ce n'erano anche la mattina del
mio matrimonio!... E sarebbe pur stato meglio che la terra mi si fosse
sprofondata sotto i piedi!
— Insomma, Giulio — interruppe l'Angela. — Che discorsi son questi?
Frassini ripigliò: — Te ne scongiuro, non mi sfuggire. Ho bisogno d'uno
sfogo... ho bisogno di spiegarti...
L'Angela era sui carboni ardenti.
— Ma se non ti chiedo nessuna spiegazione... Ma se non ho tempo... Via,
sii ragionevole, lasciami...
Egli le sbarrava l'uscita.
— Cinque minuti, concedimi cinque minuti.. Di quì, se passa Tullio,...
perchè tu cercavi Tullio, non è vero?... di quì lo vediamo.
— A che prò, Dio buono? — diceva l'Angela attorcendo convulsamente il
fazzoletto alle dita.
Giulio Frassini abbassò la voce.
— È stata _lei_ che m'ha ridotto così... Perch'io non disturbassi le sue
galanterie, perchè non fossi che un marito d'apparenza, s'è compiaciuta
del mio abbrutimento, ha gettato fra le mie braccia le sue serve, le sue
cameriere...
— Ma basta! — supplicava l'Angela coprendosi il viso con le palme e
vergognandosi per lui e per sè.
Egli non le diede retta.
— E quando son caduto nel laccio — egli seguitò — _ella_ bandì ogni
ritegno... portò in trionfo i suoi amanti sotto i miei occhi... E s'io
mi ribellavo, _ella_ diceva: — Mi curo io forse di quel che tu fai? —
Cento volte io, il marito, mi sono umiliato. — Sì, ho anch'io le mie
colpe... perdoniamoci a vicenda... ricominciamo da capo... riprendiamo a
volerci bene. — _Ella_ alzava le spalle e continuava a respingermi...
Non più una carezza, non un bacio...
Il linguaggio di Giulio Frassini scompigliava tutte le idee, offendeva
tutti i pudori dell'Angela, ormai invecchiata nell'austerità
verginale... Che sozzura il mondo, che sozzura la vita!
— Sei vile! — ella balbettò.
— Non lo nego... Oh da un pezzo... Quella donna mi ha stregato... fin da
quando per lei ne ho abbandonata un'altra... ho abbandonato te... Perchè
non t'ho sposata, Angela?
E fece per prenderle la mano.
Ma ella si ritrasse bruscamente, livida, contraffatta, con un sorriso
amaro sul labbro.
— Se Marialì ti vedesse!...
— Oh non sarebbe gelosa... Mai non sono riuscito ad ingelosirla.
— E vorresti ora... per mezzo mio?... Levati di là... Lasciami passare.
Egli la tratteneva col gesto, con la voce, con l'umile preghiera degli
occhi.
— Ancora un minuto... Non interpretar male ogni mia parola... Ascolta...
Allorchè l'Antonietta è rientrata in casa...
— Ebbene? domandò ansiosa l'Angela come pacificata a quel nome. — Non è
stata un freno per voi?
Giulio Frassini ebbe un istante d'esitazione.
— Sì, forse la Marialì è meno sfacciata.
— Ma tu, tu?
— Ma verso di me sempre gli stessi rigori.
L'Angela battè i piedi impaziente.
— Che me ne importa? Credi ch'io t'abbia domandato questo?... Tu, a quel
che sembra, se pur c'è l'Antonietta, non ti confondi.
— È stata una fatalità... Ho perso la testa... È _lei_... sempre _lei_
che me la fa perdere... Perchè chiudermi la sua porta?... Perchè mutar
la disposizione che tu avevi data alle nostre camere?
— In nome di Dio, finiscila — esclamò l'Angela. — Mi fate schifo, tu e
la Marialì... E l'Antonietta mi fa pietà... Era ben meglio sposarla
appena uscita di collegio.
La fisonomia di Giulio Frassini si atteggiò a un'espressione di
sgomento.
— Tu pure mi parli del suo matrimonio, tu pure?... E anch'io a volte ci
penso... e vorrei spogliarmi d'ogni egoismo e trovare un giovine che
fosse degno di lei.
— Ah sì? — disse l'Angela con uno slancio improvviso di simpatia che
contrastava col tuono ironico, tagliente di prima. E stava per
comunicare al cognato la sua idea di unire l'Antonietta e Tullio, ma
Frassini mutò subito tono.
— Di lì a poco invece — egli ripigliò con veemenza — sento che non è
possibile, sento che se c'è per me una tavola di salvezza è la mia
figliuola... Ella mi compatisce, ella mi perdona... ella mi ajuterà a
ricuperare la mia dignità, il dominio su me stesso... Ella che non
deride la mia arte, il mio genio, mi ajuterà a dar forma alle visioni
della mia fantasia... Perchè c'è della roba quì dentro — e si picchiò la
fronte — a dispetto dei critici, a dispetto dei giurì che rifiutano i
miei quadri... Oh, mi renderanno giustizia... Ma che non mi portino via
l'Antonietta... Quella sarebbe la mia sentenza di morte come artista e
come uomo... M'intendi, Angela?... O l'Antonietta resta con me, o...
Non terminò la frase, non aspettò la risposta, fece un gesto disperato e
scappò via, piantando l'Angela più turbata, più confusa che mai.