XII.

Quella sera stessa, dopo cena, davanti alla tavola che la Lisa

sparecchiava lentamente, Luciano, Girolamo e Cesare Torralba sedevano

fumando un sigaro e sorseggiando il cognac. Giulio Frassini, inquieto,

ora passeggiava per la stanza sbirciando la Lisa, ora usciva in giardino

a godersi il fresco Il resto della comitiva era passato nel salotto

attiguo di dove venivano degli accordi di pianoforte.

I tre fratelli Torralba tacevano o scambiavano qualche frase

insignificante. Finchè s'era trattato di evocar insieme le rimembranze

comuni, la loro conversazione era stata calda e animata; esaurito questo

tema, essi avevano scoperto che il tempo, la lontananza, le diverse

abitudini avevano in modo straordinario allentati i vincoli della

parentela, cresciute le differenze originali che c'eran fra loro. Erano

come i congegni d'una macchina smontata da un pezzo e che non si riesce

più a combinare. E ora Luciano pensava alla sua Banca e a un sindacato

per la emissione di certi titoli e Girolamo si doleva seco medesimo

della coincidenza tra le nozze d'oro de' suoi genitori e la Mostra

bovina del suo collegio elettorale, onde a lui era stato impossibile

d'intervenire all'inaugurazione di quella Mostra e di pronunziarvi il

discorso d'apertura; Cesare in fine, il poeta della famiglia, concretava

nella sua mente il disegno di una grande istituzione da lui immaginata a

favore degli emigranti italiani agli Stati Uniti. Così era in tutti e

tre i fratelli, dissimulata forse, forse avvertita con un senso intimo

d'amarezza, la segreta impazienza di andarsene da Villarosa, di

rientrare ciascuno nella sua sfera d'attività, in un ambiente favorevole

alle proprie idee, ai propri interessi, alle proprie ambizioni.

Luciano fu il primo ad alzarsi in piedi e ad accostarsi all'uscio del

salotto.

— Chi è che suona? — chiese Girolamo reprimendo uno sbadiglio.

— L'Antonietta — rispose Luciano.

— È carina nostra nipote — disse Cesare. — Quando poi la paragono a

quelle due marionette dei figliuoli di nostra sorella Letizia.

Quì non c'erano dissidi possibili. Max e Fritz parevano a tutti due

caricature ridicole.

Girolamo gettò via il sigaro.

— E che muso avevano stasera! Sarà pel bagno involontario d'oggi che

sciupò loro un vestito e li costrinse a indossare lo _smoking_.

— Li costrinse? — esclamò Cesare. — Nemmen per sogno. Hanno portato con

sè un intero guardaroba... Ma la sera vestono sempre di nero, all'uso

inglese.

— Ebbene — propose Girolamo, — vogliamo assistere al concerto?

— _Faute de mieux_ — sospirò Luciano. — A Parigi ove della musica se ne

può sentire oltre il bisogno, io mi guardo bene dall'accompagnare mia

moglie, che, lei, si dà delle arie di artista.

— In quanto a me — confessò Cesare — di musica non capisco niente. Non

posso sentire una sonata senza correre involontariamente col pensiero a

quella scena del _Bourgeois gentilhomme_ di Molière, ove il professore

di filosofia combina, non so in quanti modi diversi, per istruzione di

M.r Jourdain, la frase _Belle marquise, vos beaux yeux me font mourir

d'amour_. Così, quando un maestro ha trovato un'idea musicale, ve la

ripete all'infinito condita in tutte le salse: _Belle marquise, vos

beaux yeux me font mourir d'amour... D'amour mourir me font, belle

marquise, vos beaux yeux... Vos yeux beaux d'amour me font, belle

marquise, mourir..._ E via di questo passo per una mezz'ora.

Luciano e Girolamo sorrisero per compiacenza. Era strano; questo loro

fratello che non aveva terminato i suoi studi, che dal Liceo, ove

scaldava le panche, era passato all'Istituto tecnico, e nemmeno

all'Istituto tecnico era riuscito a conseguire la sua licenza, pareva

conoscere a menadito una quantità di autori ch'essi, usciti entrambi

dall'Università con la loro brava laurea, conoscevano appena di nome...

Bah! Fors'era appunto per questo ch'egli non aveva fatto fortuna. Non è

l'erudizione letteraria quella che spinge avanti nel mondo.

Venne dal salotto un rumore d'applausi.

— Entriamo! — disse Girolamo. — Il concerto è finito.

— Entriamo pure — soggiunse Cesare. — Ma per vostra regola i concerti

non finiscono mai.

In fatti, prima che i tre fratelli avessero richiuso l'uscio dietro di

sè, l'Antonietta aveva attaccato un altro pezzo.

— Tss! — fece la signora Laura portandosi il dito alla bocca con una

vivacità inconsueta. E dalla fisonomia di lei come da quella dell'Angela

che le sedeva vicino traspariva un godimento intimo e schietto.

Non tutto però l'uditorio si trovava nelle stesse disposizioni d'animo.

Se il dottor Vignoni era in estasi e ritto accanto al pianoforte voltava

le pagine alla suonatrice, se la signora Cesira, la maestra comunale di

San Vito, affetta da uno strabismo che si esacerbava per ogni emozione

inconsueta pareva guardar fuori del mondo conosciuto, se il signor

Domenico Sarni, il farmacista, si leccava i baffi come per un buon

boccone mangiato, se Tullio nel suo entusiasmo per la cugina prorompeva

in continue esclamazioni ammirative, il commendatore Ercole, col

berretto calato sul naso, sonnecchiava sulla poltrona, l'Adele,

accostata la sedia alla tavola, sfogliava la _Tribuna_, la Letizia e i

figliuoli avevano un risolino sarcastico sul labbro, e la Marialì, poco

o punto curandosi dei successi pianistici della sua ragazza, mostrava

l'inquietudine della civetta la quale non sa persuadersi che nessuno si

occupi di lei.

— Cara, cara, cara!... Vieni quì che ti dia un bacio — gridò la signora

Laura dopo che l'Antonietta si fu fermata sulle ultime note del coro

d'introduzione della _Norma_.

— E un bacio anche a me! — soggiunse l'Angela. — Non foss'altro, pel

piacere che dài alla nonna.

— Torna al pianoforte — riprese la vecchia signora, che,

nell'eccitazione di quella sera, scordava i suoi reumatismi e si moveva

e gestiva come non s'era mossa e non aveva gestito da un pezzo. — C'è

tanta musica lì in quello scaffale.

— L'Antonietta legge a prima vista con grande facilità — sentenziò la

Letizia rivolgendosi a sua sorella Marialì, — ma spero che a casa la

farai studiare sul serio.

— A Firenze ha preso sei lezioni da Buonamici e poi non ha più voluto

saperne.

— Sfido! — protestò l'Antonietta. — Mi rimetteva agli esercizi.

— Naturale, i fondamenti ci vogliono.

— Lasciali discorrere e va al pianoforte — tornò a dire la signora

Laura.

Ma la Letizia non si diede per vinta.

— A Firenze almeno suonerà dell'altra roba. Quì a Villarosa avete ancora

le riduzioni d'opere teatrali ch'erano in voga quand'eravamo bambine

noi, e che son fatte per sciupar la mano di chi eseguisce e l'orecchio

di chi ascolta. Non lo rinnovate mai il vostro repertorio?

La Letizia poteva anche aver ragione, ma i suoi modi sprezzanti

riuscivano a irritar perfino la pazientissima Angela.

— Oh — ella rispose. — Lo sai che nessuna di noi tre e nessuno dei

nostri fratelli aveva disposizioni speciali per la musica... Da ragazze

strimpellavamo il pianoforte, ecco tutto... E quando son rimasta sola in

casa ho seguitato a strimpellarlo ripetendo le vecchie sonate che la

mamma riudiva volentieri... Ma ormai da anni e anni lo stromento non si

apriva più... La mamma non ci trovava più gusto... Ci voleva

l'Antonietta per fare il miracolo.

— Vuoi mettere il tocco dell'Antonietta col tuo? — saltò su la signora

Laura con la crudeltà con cui si parla alle persone che sacrificano la

loro vita per noi. — Sicuro, l'Antonietta ha fatto il miracolo... Ha

sentimento, ha espressione... Per merito suo ho risentito della musica

che va al cuore... Torna al pianoforte, Antonietta, e non badare agli

sproloqui di tua zia Letizia... Cerca le riduzioni della _Sonnambula_,

della _Lucrezia Borgia_, dei _Lombardi_, del _Trovatore_, del

_Rigoletto_, della _Traviata_, dell'_Aida_, del _Faust_.

La ragazza si mise a ridere.

— Ci sarebbe da tirare innanzi fino a domattina.

— Tira innanzi fin che puoi... Mi ringiovanisci di trent'anni.

— Vede, signora Laura — notò il dottor Vignoni — vede se non ho ragione

io quando sostengo che i suoi mali sono per una buona metà fatti

d'immaginazione, e che s'ella si sforzasse...

Ma le parole del medico richiamarono la valetudinaria ai consueti

piagnistei.

— Voi dite delle sciocchezze, Vignoni... Li aveste voi per un'ora i mali

che ho io, ve ne accorgereste... Ma ha ragione mio marito... Voi altri

medici non capite nulla.

Il commendatore Ercole si scosse, cacciò indietro il berretto che gli

copriva gli occhi, stirò le braccia e si guardò intorno.

— Oh, oh... qualcuno sonava, mi sembra.

— Era l'Antonietta — rispose la moglie. — Suona come un angelo.

— In fatti — ripigliò l'ex Prefetto — ho dormito meglio del solito... E

perchè non suona più?

Benchè a malincuore, l'Antonietta sedette di nuovo al pianoforte.

Ell'avrebbe voluto chiacchierare un poco con Tullio, avrebbe voluto

chiedergli se avesse finito il sonetto così ben iniziato durante la loro

passeggiata in giardino. E la infastidiva altresì che quella sera la sua

mamma lo avesse accaparrato per sè e ch'egli non sapesse liberarsene e

lasciasse al dottor Vignoni l'ufficio di voltarle le carte della musica,

ufficio che ragionevolmente spettava a lui, il cugino.

Era stata la Marialì che aveva fatto segno a Tullio di avvicinarsele, ed

egli s'era affrettato a ubbidirle, con quel segreto compiacimento che

gli uomini provano alla minima preferenza di una bella donna. E poi,

pensava Tullio, non era ella la mamma dell'Antonietta? Non doveva egli,

per questo solo, usare particolari riguardi?

Allorchè il docile nipote aveva accostato la sua seggiola a quella di

lei ella non gli aveva detto niente, s'era contentata di ringraziarlo

con un cenno amichevole e con uno di que' suoi sorrisi radiosi che

mettevano in mostra, fra due labbra rosee, una doppia fila di denti

candidi, uguali, perfetti. Indi s'era tirata alquanto nell'ombra, dietro

la poltrona della madre, e su quella poltrona posava la mano

scintillante d'anelli. La svelta, elegante persona si disegnava

mirabilmente nell'attillato vestito di seta grigia, a risvolti di

velluto nero, che un po' aperto sul davanti lasciava a nudo il collo

bianchissimo e il principio del seno; i capelli abbondanti, fini,

ricciuti, l'avvolgevano come d'un nimbo, e tutto intorno a lei si

spandeva un sottile profumo di viola. Tullio non poteva a meno di

paragonarla all'altre sue zie che si trovavano nella stanza; la

giunonica Letizia a cui non restava quasi più traccia dell'antica

avvenenza, l'esile Angela alla quale la vita d'infermiera aveva dato

quella tinta scialba, e quell'andatura dimessa che le suore acquistano

negli ospedali, la magra ed ossuta Adele, moglie dello zio Girolamo,

verde e fegatosa, quasi si fosse guastata irrimediabilmente lo stomaco a

sentire e a legger discorsi parlamentari. E poichè la nonna non entrava

nel conto, e la signora Cesira, quantunque giovine d'età, ci entrava

anche meno, Tullio era tratto a concludere che quella sera, nel salotto

di Villarosa non c'erano che due donne degne d'esser guardate,

l'Antonietta e la Marialì. E, sotto il rispetto puramente fisico, egli

non avrebbe saputo davvero a quale delle due, fra la madre e la

figliuola, spettasse la palma.

Dei confronti mentali che il suo vicino andava facendo la Marialì non si

curava nè punto nè poco: sentiva che in quel suo nipote aveva un

ammiratore di più, e ciò bastava a lusingare la sua vanità. Ella non

supponeva nemmeno che in quel momento l'Antonietta la considerava come

una rivale e che nel cuore, pur buono, della fanciulla s'andava

accumulando un astio segreto contro di lei che le insidiava le prime

dolcezze dell'amore; a' suoi occhi l'Antonietta era sempre una bimba e

non poteva fermar l'attenzione degli uomini... Il suo tempo sarebbe

venuto... molto più tardi.

Il commendatore Ercole s'era finito di svegliare e seguiva con un certo

interesse, sebbene con minore entusiasmo di sua moglie, le esercitazioni

musicali dell'Antonietta.

— Quindic'anni che non vado ad un'opera — egli borbottava.

— Son quasi venti — rettificò la signora Laura. — Da quando ci siam

seppelliti quì.

L'ex Prefetto, ch'era sdrajato sulla poltrona, si puntellò con le due

mani ai bracciuoli, e su su si levò a sedere con una particolare

espressione di maraviglia sul viso. Già nel dormiveglia di prima lo

aveva stupito la parlantina della consorte, ora lo stupiva in grado

molto maggiore l'udirla manifestare un'opinione contraria alla sua, lei

che delle opinioni non soleva avere che quelle degli altri, e che, sopra

tutto, non osava mai contraddire nè censurare il marito.

Comunque sia, prima che il vecchio autocrata aprisse la bocca per

reprimere questo tentativo d'emancipazione coniugale, la Letizia slanciò

una delle sue frecciatine.

— Avreste proprio bisogno di tornarci a teatro per riformare i vostri

gusti antidiluviani... Se verrete nell'inverno a Napoli, vi accompagnerò

io a sentir della musica che non sia una strimpellatura buona al più per

grattar gli orecchi.

— Lo so, lo so — ribattè il commendatore; — oggi la musica l'andate a

prendere di là dall'Alpi... Non c'è che Wagner al mondo. Tutti i maestri

italiani passati e presenti sono asini... E c'è da giurare che di cento

che vanno in solluchero per queste nenie tedesche novantanove non

capiscono niente.

Frattanto una singolare nervosità s'era impadronita dell'Antonietta che

non giungeva più al termine di nessuna sonata, ma dopo poche battute,

senza curarsi delle proteste dell'uditorio, ordinava a Vignoni di

spiegarle sul leggìo un nuovo quaderno.

Max e Fritz, inorriditi, s'erano tirati in un angolo e svolgevano un

album di fotografie, borbottando: — Par d'esser in una fiera di

villaggio.

Ora le agili dita della ragazza richiamarono sul pianoforte il patetico

lamento della «_Traviata_».

Addio del passato bei sogni ridenti.

— Oh — dichiarò Ercole Torralba — questo vogliamo sentirlo tutto.

— Mi ricordo quando lo cantava la Spezia — disse la signora Laura.

— E la Boccabadati?... L'abbiamo intesa a Livorno.

— E la Piccolomini?

— E la Patti?

— La Patti aveva più voce e più arte, ma la passione della Spezia non

l'aveva nessuna...

— Nessuna in quest'opera valeva la Boccabadati — replicò in tuono reciso

l'ex Prefetto.

— Per me la Spezia.

— Ma che? Ma che?

Era strano. In quella rievocazione di fatti che risalivano a oltre una

quarantina d'anni, i due vecchi, pur bisticciandosi, si sentivano più

vicini che abitualmente non fossero, sentivano che ognuno dei due

sarebbe stato più triste, più solo il giorno che l'altro fosse venuto a

mancare, sentivano ch'è una gran cosa l'esser vissuti insieme in un

tempo lontano del quale coloro che vi attorniano hanno appena una

confusa notizia.

«Addio del passato bei sogni ridenti.»

Per la decima volta la melodia diluita nella mediocre riduzione correva

sui tasti del pianoforte quando l'Antonietta cessò di sonare ad un

tratto e ruppe in un pianto dirotto.

— Cosa c'è? Cos'è stato?

La giovinetta balzò dalla seggiola, respinse sua madre e Tullio e il

dottor Vignoni e gli altri ch'erano accorsi, e singhiozzando buttò le

braccia al collo della zia Angela.

— Ma cos'hai, bimba? Spiegati.

— Non lo so — ella susurrò in modo da non essere intesa che dall'Angela.

— Vorrei morire anch'io come Violetta...

— Insomma che dice? Che ha?

— Niente, niente — ripeteva l'Angela. — Non agitarti, babbo, non ti

agitare, mamma... E non vi movete.

La Marialì sorrise.

— Nervi, nervi... Ci va soggetta... Passa subito...

— Antonietta, Antonietta! — supplicava Tullio, côlto da una vaga

inquietudine, fatta di rimorso e di vanità. Se il suo contegno di quella

sera non fosse stato estraneo al turbamento della cugina?

— Lasciala in pace — intimò la zia Angela. — La conduco io a respirare

una boccata d'aria.

— Sì, zia, mi conduci all'aperto... E dov'è il babbo?

— Già, dov'è Frassini?

— Ma! — disse Girolamo. — Prima era di là con noi, poi è uscito in

giardino.

— Meglio. Lo troveremo noi — ripigliò l'Angela cingendo col braccio la

vita dell'Antonietta e trascinandola seco. — No, no, è inutile che

nessuno ci accompagni.

Le due donne avevano appena rinchiuso dietro di sè la portiera a vetri,

quando un'ombra passò davanti a loro correndo, e gridando, rivolta a

qualcheduno che la inseguiva: — Smetta! Basta!...

In pari tempo un'altra ombra sbucò d'improvviso fuori d'una macchia

d'alberi, s'arrestò di botto, scomparve nuovamente nel folto delle

piante.

Pallidissime, la zia e la nipote s'erano fermate senz'articolar parola.

La prima a rompere il silenzio fu l'Antonietta.

— Rientriamo — ella disse con una calma che contrastava con

l'eccitazione di poco fa. — È inutile cercare il babbo ora.

— Perchè? — balbettò l'Angela.

— Oh! Credi che non l'abbia riconosciuto? Credi che non abbia

riconosciuta la Lisa?

E soggiunse, in uno scoppio di pianto: — Hai visto? La mamma è espansiva

con tutti gli uomini tranne col babbo... Lui, si perde dietro alle

serve!... Non ho ragione dì voler morire?

Nozze d'oro: romanzo · 第 19 / 44 题