XIV.

— E ora che dirò a Tullio? — ella chiedeva a sè stessa uscendo

dall'oratorio.

Ciò ch'ell'aveva udito, ciò ch'ell'aveva visto avrebbe dovuto

raffermarla nel convincimento ch'era necessario di provveder subito

all'avvenire dell'Antonietta. E pur ella sentiva che Giulio Frassini

aveva detto il vero; sola tavola di salvezza per lui era la sua

figliuola.

E la vinceva una pietà immensa di quel povero cervello sconvolto in cui

vaghe aspirazioni al bene lottavano con gl'istinti più volgari e più

bassi e ove la coscienza del proprio decadimento non escludeva i fumi

dell'orgoglio e i sogni ambiziosi di grandezza e di gloria.

Poteva ella, che lo aveva amato, contribuire alla sua rovina? Spingerlo

a qualche passo estremo? Al suicidio forse? Ma, d'altra parte,

l'Antonietta non meritava di esser felice a ogni costo? Non era una

colpa imperdonabile il lasciarla fra una madre corrotta e un padre

abbrutito?... E s'ella e Tullio s'amavano, era lecito sacrificarli,

impedir loro di vivere insieme, di farsi una famiglia gioconda, sana,

virtuosa?

Combattuta tra pensieri diversi, l'Angela avrebbe volentieri ritardato

il suo colloquio col nipote, ma poich'ella gli aveva mandato a dire per

mezzo del giardiniere che l'aspettasse sulla terrazza sentì che non

l'era lecito farlo aspettare invano e s'avviò a quella volta, prendendo,

per giungervi più presto, un sentiero che rasentava l'orto e dall'orto

era diviso da un'alta e fitta siepe di bosso. Senonchè, dopo una

trentina di passi, la colpì un suono di voci, ch'ella tosto riconobbe

per quelle di suo fratello deputato e di sua sorella Alvarez. Desiderosa

d'evitar incontri che l'arrestassero sul suo cammino, ella era sul punto

di sgattajolare per una viottola laterale, quando s'accorse che le due

voci venivano di là dalla siepe e ch'ella poteva tirare innanzi non

vista e non disturbata.

Infervorati in una conversazione vivace, la Letizia e Girolamo parlavano

basso; non tanto però che alcune frasi non giungessero distinte

all'orecchio dell'Angela.

— Con quella sua aria di santa s'ingegna — diceva la Letizia.

E Girolamo borbottava un assenso in cui l'Angela colse questa frase: —

Il testamento dello zio Luigi...

— Sarà lo stesso ora — replicava l'Alvarez. — Tutta la disponibile sarà

per lei... È inutile; con la vostra apatia...

L'onorevole protestò: — La nostra?... E tu?... E Luciano?... E la

Marialì?

Con la morte nell'anima, l'Angela si cacciò nel fitto degli alberi,

dimentica della mèta che s'era prefissa, non d'altro bramosa che di

togliersi da quel luogo nefasto, ove il suo mal genio l'aveva condotta,

ove una forza maggiore di lei l'aveva inchiodata per qualche secondo...

Erano questi dunque i pensieri che, nel giorno delle nozze d'oro de'

suoi genitori, occupavano la mente di sua sorella Letizia e di suo

fratello Girolamo? Per questo ell'aveva raccolto la famiglia dispersa?

Per questo aveva scritto tante lettere, prodigato tante cure, speso

tanto danaro? Per questo, per sentir discutere di testamenti e di

eredità, per sentirsi accusar d'ignobili intrighi, di macchinazioni

venali? E chi sa? O in un altro angolo del giardino, o su in casa, la

Marialì e Giulio Frassini, Luciano e l'Adele, riuniti in conciliabolo,

manifestavano la stessa opinione sul conto suo... E Cesare?... Oh,

Cesare lo avrebbero lasciato in disparte come complice probabile della

sorella. Non era stato anch'egli favorito dallo zio Luigi?

Il contrasto fra la realtà e le apparenze, fra la bassezza rivelata dal

colloquio ch'ell'aveva sorpreso e lo spettacolo di pietà filiale, di

tenerezza paterna che di lì a poco si sarebbe svolto sotto ai suoi

occhi, offendeva l'Angela in ciò ch'ell'aveva di più intimo e sacro, le

faceva chiedere a sè medesima com'ell'avrebbe potuto, a sì breve

intervallo, trovarsi faccia a faccia co' suoi denigratori, e stringer

loro la mano e sorridere...

Un rumore di passi interruppe le sue meditazioni dolorose.

— Chi è? — ella gridò dando un passo indietro.

Curvandosi e rimovendo i rami e le fronde, Tullio sbucò da una macchia

di sempreverdi.

— Sono io, zia... Quanta brina su queste piante!

E nel dir così si scoteva come un cane appena uscito dall'acqua.

Indi riprese: — Il giardiniere mi fece la tua ambasciata... Ma ti ho

attesa e non venivi... Non ho avuto pazienza... Ma cos'hai?... Sei

pallida...

— Non ci badare... È il freddo, è l'ora... Ho dormito poco.

— Sei tutta fradicia — disse Tullio passando il braccio sotto quello

della zia. — Andiamo verso la terrazza... c'è il sole...

— Sì, andiamo dove c'è il sole... Ma non verso la terrazza... verso casa

ormai — ella rispose tirandolo dall'altra parte. — Di quà, di quà...

— Come credi.

Uscendo dal bosco, sbucarono sopra un largo sentiero coperto di ghiaja

umida che luccicava ai raggi del sole.

— Ebbene? Volevi parlarmi? — cominciò l'Angela.

— Io?... Sì... Ma tu pure...

— Parla, parla — ella insistè. Ell'era in preda a un'eccitazione

febbrile, le sue labbra tremavano, ogni suo movimento era convulso.

Tullio seguitava a interrogarla con lo sguardo.

— Perchè mi guardi così? — diss'ella infastidita da quell'insistenza. —

Non voglio esser squadrata dalla testa ai piedi come una bestia rara.

Ma ella mutò subito intonazione, e fissando in volto al nipote i suoi

occhi limpidi e dolci: — Senti, Tullio — ella esclamò — ho bisogno che

tu sii buono, che tu sii leale, ho bisogno d'aver fede in te.

— Perchè questo preambolo, zia?... T'ho dato motivo della mia sincerità?

— No... finora.

— Dunque?... Non hai nient'altro da dirmi?... Niente da parte

dell'Antonietta?

La faccia dell'Angela, che alla luce del languido sole d'Ottobre

appariva ancora più bianca e più smorta, si colorì di un fuggitivo

incarnato.

— Le vuoi bene davvero? — ella chiese in un soffio.

— Se voglio bene all'Antonietta?... E me lo domandi?

— Che specie di bene? — ripigliò la zia. — S'è quello che si vuole ad

una parente, sii cortese con lei, sii affettuoso, espansivo... ma che

non ti sfugga nessuna di quelle parole che possono turbare una fanciulla

inesperta.

— E s'è un bene diverso?

Memore del discorso tenutole da Giulio Frassini, l'Angela dominò la sua

emozione.

— Bada, Tullio, sei molto giovine. Sei in un'età che si lascia spesso

ingannare dalle apparenze e non è in grado di distinguere una simpatia

passeggera da un affetto profondo... Dà tempo al tempo... Interroga te

stesso nel silenzio, nella solitudine... lontano da _lei_... Sì... anzi

se tu dessi retta alla zia, partiresti da Villarosa dopo la cerimonia...

— Mi scacci! — proruppe il giovine con amarezza.

— Oh Tullio... puoi credere che la zia Angela ti scacci?... Partiresti

oggi per tornar di quì a poco, quando Villarosa fosse rientrata nella

solita quiete... Ti confideresti meco, e se tu non avessi mutato

pensiero nell'intervallo, allora... chi sa?

— Ch'io parta senz'aver riparlato con l'Antonietta? — ribattè Tullio

punto persuaso delle ragioni dell'Angela. — Ch'io parta senz'aver avuto

la chiave di certe contraddizioni inesplicabili? Ah no, zia, non lo

sperare... È da jersera, e ci ho almanaccato tutta la notte... Oggi poi

trovo cambiata anche te, che, invece d'ajutarmi, mi scoraggi... Tu sei

stata a tu per tu con l'Antonietta; che ti disse?... Che aveva

jersera?... Perchè si alzò dal pianoforte a quel modo!... Perchè mi

respinse con tanta durezza?

L'Angela cercava invano di schermirsi da quell'incalzar di domande, che

Tullio rinnovava con insistenza sempre maggiore.

— Nervi... Noi donne siamo nervose... La musica poi ci agita, ci

esalta... S'era stancata, ecco...

— Ma che ti disse di me?

— Nulla.

— Oh, è impossibile..

— Sei presuntuoso, Tullio, sei vano... Vuoi proprio che l'Antonietta non

abbia altro in mente?... Per quello che tu badavi a lei jersera!

Appena l'Angela si fu lasciata scappar questa frase ella se ne pentì, ma

era tardi.

Imporporandosi in viso come se l'allusione sibillina avesse destato in

lui un rimorso, Tullio balbettò:

— Ella suonava, io ascoltavo...

— Tu ascoltavi la Marialì... Tu eri incantato ad ammirare la Marialì —

replicò l'Angela, ormai non più padrona di sè.

— La zia?

Le labbra dell'Angela si atteggiarono a un amaro sorriso.

— Sì, una zia come me... Ma per la Marialì gli anni non passano, ma la

Marialì è una di quelle che, anche senza volerlo, fanno girar la testa

agli uomini.

— La mamma dell'Antonietta! — ripetè Tullio. — E tu supponevi?... E

l'Antonietta ha supposto?

Ora toccò all'Angela di arrossire fino alla radice dei capelli. Come

aveva potuto tenere un discorso simile? Come aveva potuto scagliarsi con

tanta acrimonia contro la propria sorella? E tradirsi con Tullio? E

fargli balenar l'idea che l'Antonietta fosse gelosa della madre?...

Ella, la savia, la buona, la rassegnata, ubbidiva dunque a non sopiti

rancori, cedeva al risentimento d'un'offesa vecchia già di vent'anni? E

così nè prendendo risolutamente sotto il suo patrocinio l'amore dei due

nipoti, nè risolutamente adoperandosi per soffocarlo nel nascere, ella

non riusciva ad altro che a portar nell'animo di Tullio lo scompiglio,

la confusione ch'erano nell'animo suo.

Mentre, nell'agitazione crescente di chi s'accorge d'aver perduto la

bussola, ella s'affannava a correggere, a mitigare il senso delle sue

parole, Tullio si dichiarava in colpa, dava ragione all'Antonietta.

— È giusto... Jersera ho avuto anch'io uno strano contegno... Ma ne farò

ammenda onorevole... Ne domanderò perdono in ginocchio...

— No, Tullio, non far sciocchezze — supplicava l'Angela.

Egli non le dava retta.

— Ora mi spiego... Ah zia cattiva che pretendevi di non sapere!...

— Se ti giuro che non so niente...

— Non ti credo.

Ella cercava d'impietosirlo.

— Abbi misericordia, Tullio, non mi tormentare... Vedi come sono

abbattuta questa mattina... Ha fatto impressione anche a te il primo

momento.

Tullio ebbe un po' di rimorso.

— È vero... Sei pallida... Cos'hai?

— Eh, i nodi vengono al pettine... Mi sono tanto affaticata nei giorni

scorsi... E oggi ancora, quando penso alle brighe infinite che avrò...

alla responsabilità che pesa su me...

— Povera zia, senza di te le nozze d'oro non si celebravano..

A lei salivano le lacrime agli occhi.

— Sì, la ho voluta io questa festa... Mi pareva così bello riunir ancora

una volta l'intera famiglia intorno ai nostri vecchi...

— E ci sei riuscita.

— Son riuscita — ella ripetè con voce sorda chinando il capo. — Ma oggi

è la giornata campale e non vedo l'ora, non vedo l'ora che sia questa

sera... Ho sempre paura...

Nozze d'oro: romanzo · 第 21 / 44 题