— E ora che dirò a Tullio? — ella chiedeva a sè stessa uscendo
dall'oratorio.
Ciò ch'ell'aveva udito, ciò ch'ell'aveva visto avrebbe dovuto
raffermarla nel convincimento ch'era necessario di provveder subito
all'avvenire dell'Antonietta. E pur ella sentiva che Giulio Frassini
aveva detto il vero; sola tavola di salvezza per lui era la sua
figliuola.
E la vinceva una pietà immensa di quel povero cervello sconvolto in cui
vaghe aspirazioni al bene lottavano con gl'istinti più volgari e più
bassi e ove la coscienza del proprio decadimento non escludeva i fumi
dell'orgoglio e i sogni ambiziosi di grandezza e di gloria.
Poteva ella, che lo aveva amato, contribuire alla sua rovina? Spingerlo
a qualche passo estremo? Al suicidio forse? Ma, d'altra parte,
l'Antonietta non meritava di esser felice a ogni costo? Non era una
colpa imperdonabile il lasciarla fra una madre corrotta e un padre
abbrutito?... E s'ella e Tullio s'amavano, era lecito sacrificarli,
impedir loro di vivere insieme, di farsi una famiglia gioconda, sana,
virtuosa?
Combattuta tra pensieri diversi, l'Angela avrebbe volentieri ritardato
il suo colloquio col nipote, ma poich'ella gli aveva mandato a dire per
mezzo del giardiniere che l'aspettasse sulla terrazza sentì che non
l'era lecito farlo aspettare invano e s'avviò a quella volta, prendendo,
per giungervi più presto, un sentiero che rasentava l'orto e dall'orto
era diviso da un'alta e fitta siepe di bosso. Senonchè, dopo una
trentina di passi, la colpì un suono di voci, ch'ella tosto riconobbe
per quelle di suo fratello deputato e di sua sorella Alvarez. Desiderosa
d'evitar incontri che l'arrestassero sul suo cammino, ella era sul punto
di sgattajolare per una viottola laterale, quando s'accorse che le due
voci venivano di là dalla siepe e ch'ella poteva tirare innanzi non
vista e non disturbata.
Infervorati in una conversazione vivace, la Letizia e Girolamo parlavano
basso; non tanto però che alcune frasi non giungessero distinte
all'orecchio dell'Angela.
— Con quella sua aria di santa s'ingegna — diceva la Letizia.
E Girolamo borbottava un assenso in cui l'Angela colse questa frase: —
Il testamento dello zio Luigi...
— Sarà lo stesso ora — replicava l'Alvarez. — Tutta la disponibile sarà
per lei... È inutile; con la vostra apatia...
L'onorevole protestò: — La nostra?... E tu?... E Luciano?... E la
Marialì?
Con la morte nell'anima, l'Angela si cacciò nel fitto degli alberi,
dimentica della mèta che s'era prefissa, non d'altro bramosa che di
togliersi da quel luogo nefasto, ove il suo mal genio l'aveva condotta,
ove una forza maggiore di lei l'aveva inchiodata per qualche secondo...
Erano questi dunque i pensieri che, nel giorno delle nozze d'oro de'
suoi genitori, occupavano la mente di sua sorella Letizia e di suo
fratello Girolamo? Per questo ell'aveva raccolto la famiglia dispersa?
Per questo aveva scritto tante lettere, prodigato tante cure, speso
tanto danaro? Per questo, per sentir discutere di testamenti e di
eredità, per sentirsi accusar d'ignobili intrighi, di macchinazioni
venali? E chi sa? O in un altro angolo del giardino, o su in casa, la
Marialì e Giulio Frassini, Luciano e l'Adele, riuniti in conciliabolo,
manifestavano la stessa opinione sul conto suo... E Cesare?... Oh,
Cesare lo avrebbero lasciato in disparte come complice probabile della
sorella. Non era stato anch'egli favorito dallo zio Luigi?
Il contrasto fra la realtà e le apparenze, fra la bassezza rivelata dal
colloquio ch'ell'aveva sorpreso e lo spettacolo di pietà filiale, di
tenerezza paterna che di lì a poco si sarebbe svolto sotto ai suoi
occhi, offendeva l'Angela in ciò ch'ell'aveva di più intimo e sacro, le
faceva chiedere a sè medesima com'ell'avrebbe potuto, a sì breve
intervallo, trovarsi faccia a faccia co' suoi denigratori, e stringer
loro la mano e sorridere...
Un rumore di passi interruppe le sue meditazioni dolorose.
— Chi è? — ella gridò dando un passo indietro.
Curvandosi e rimovendo i rami e le fronde, Tullio sbucò da una macchia
di sempreverdi.
— Sono io, zia... Quanta brina su queste piante!
E nel dir così si scoteva come un cane appena uscito dall'acqua.
Indi riprese: — Il giardiniere mi fece la tua ambasciata... Ma ti ho
attesa e non venivi... Non ho avuto pazienza... Ma cos'hai?... Sei
pallida...
— Non ci badare... È il freddo, è l'ora... Ho dormito poco.
— Sei tutta fradicia — disse Tullio passando il braccio sotto quello
della zia. — Andiamo verso la terrazza... c'è il sole...
— Sì, andiamo dove c'è il sole... Ma non verso la terrazza... verso casa
ormai — ella rispose tirandolo dall'altra parte. — Di quà, di quà...
— Come credi.
Uscendo dal bosco, sbucarono sopra un largo sentiero coperto di ghiaja
umida che luccicava ai raggi del sole.
— Ebbene? Volevi parlarmi? — cominciò l'Angela.
— Io?... Sì... Ma tu pure...
— Parla, parla — ella insistè. Ell'era in preda a un'eccitazione
febbrile, le sue labbra tremavano, ogni suo movimento era convulso.
Tullio seguitava a interrogarla con lo sguardo.
— Perchè mi guardi così? — diss'ella infastidita da quell'insistenza. —
Non voglio esser squadrata dalla testa ai piedi come una bestia rara.
Ma ella mutò subito intonazione, e fissando in volto al nipote i suoi
occhi limpidi e dolci: — Senti, Tullio — ella esclamò — ho bisogno che
tu sii buono, che tu sii leale, ho bisogno d'aver fede in te.
— Perchè questo preambolo, zia?... T'ho dato motivo della mia sincerità?
— No... finora.
— Dunque?... Non hai nient'altro da dirmi?... Niente da parte
dell'Antonietta?
La faccia dell'Angela, che alla luce del languido sole d'Ottobre
appariva ancora più bianca e più smorta, si colorì di un fuggitivo
incarnato.
— Le vuoi bene davvero? — ella chiese in un soffio.
— Se voglio bene all'Antonietta?... E me lo domandi?
— Che specie di bene? — ripigliò la zia. — S'è quello che si vuole ad
una parente, sii cortese con lei, sii affettuoso, espansivo... ma che
non ti sfugga nessuna di quelle parole che possono turbare una fanciulla
inesperta.
— E s'è un bene diverso?
Memore del discorso tenutole da Giulio Frassini, l'Angela dominò la sua
emozione.
— Bada, Tullio, sei molto giovine. Sei in un'età che si lascia spesso
ingannare dalle apparenze e non è in grado di distinguere una simpatia
passeggera da un affetto profondo... Dà tempo al tempo... Interroga te
stesso nel silenzio, nella solitudine... lontano da _lei_... Sì... anzi
se tu dessi retta alla zia, partiresti da Villarosa dopo la cerimonia...
— Mi scacci! — proruppe il giovine con amarezza.
— Oh Tullio... puoi credere che la zia Angela ti scacci?... Partiresti
oggi per tornar di quì a poco, quando Villarosa fosse rientrata nella
solita quiete... Ti confideresti meco, e se tu non avessi mutato
pensiero nell'intervallo, allora... chi sa?
— Ch'io parta senz'aver riparlato con l'Antonietta? — ribattè Tullio
punto persuaso delle ragioni dell'Angela. — Ch'io parta senz'aver avuto
la chiave di certe contraddizioni inesplicabili? Ah no, zia, non lo
sperare... È da jersera, e ci ho almanaccato tutta la notte... Oggi poi
trovo cambiata anche te, che, invece d'ajutarmi, mi scoraggi... Tu sei
stata a tu per tu con l'Antonietta; che ti disse?... Che aveva
jersera?... Perchè si alzò dal pianoforte a quel modo!... Perchè mi
respinse con tanta durezza?
L'Angela cercava invano di schermirsi da quell'incalzar di domande, che
Tullio rinnovava con insistenza sempre maggiore.
— Nervi... Noi donne siamo nervose... La musica poi ci agita, ci
esalta... S'era stancata, ecco...
— Ma che ti disse di me?
— Nulla.
— Oh, è impossibile..
— Sei presuntuoso, Tullio, sei vano... Vuoi proprio che l'Antonietta non
abbia altro in mente?... Per quello che tu badavi a lei jersera!
Appena l'Angela si fu lasciata scappar questa frase ella se ne pentì, ma
era tardi.
Imporporandosi in viso come se l'allusione sibillina avesse destato in
lui un rimorso, Tullio balbettò:
— Ella suonava, io ascoltavo...
— Tu ascoltavi la Marialì... Tu eri incantato ad ammirare la Marialì —
replicò l'Angela, ormai non più padrona di sè.
— La zia?
Le labbra dell'Angela si atteggiarono a un amaro sorriso.
— Sì, una zia come me... Ma per la Marialì gli anni non passano, ma la
Marialì è una di quelle che, anche senza volerlo, fanno girar la testa
agli uomini.
— La mamma dell'Antonietta! — ripetè Tullio. — E tu supponevi?... E
l'Antonietta ha supposto?
Ora toccò all'Angela di arrossire fino alla radice dei capelli. Come
aveva potuto tenere un discorso simile? Come aveva potuto scagliarsi con
tanta acrimonia contro la propria sorella? E tradirsi con Tullio? E
fargli balenar l'idea che l'Antonietta fosse gelosa della madre?...
Ella, la savia, la buona, la rassegnata, ubbidiva dunque a non sopiti
rancori, cedeva al risentimento d'un'offesa vecchia già di vent'anni? E
così nè prendendo risolutamente sotto il suo patrocinio l'amore dei due
nipoti, nè risolutamente adoperandosi per soffocarlo nel nascere, ella
non riusciva ad altro che a portar nell'animo di Tullio lo scompiglio,
la confusione ch'erano nell'animo suo.
Mentre, nell'agitazione crescente di chi s'accorge d'aver perduto la
bussola, ella s'affannava a correggere, a mitigare il senso delle sue
parole, Tullio si dichiarava in colpa, dava ragione all'Antonietta.
— È giusto... Jersera ho avuto anch'io uno strano contegno... Ma ne farò
ammenda onorevole... Ne domanderò perdono in ginocchio...
— No, Tullio, non far sciocchezze — supplicava l'Angela.
Egli non le dava retta.
— Ora mi spiego... Ah zia cattiva che pretendevi di non sapere!...
— Se ti giuro che non so niente...
— Non ti credo.
Ella cercava d'impietosirlo.
— Abbi misericordia, Tullio, non mi tormentare... Vedi come sono
abbattuta questa mattina... Ha fatto impressione anche a te il primo
momento.
Tullio ebbe un po' di rimorso.
— È vero... Sei pallida... Cos'hai?
— Eh, i nodi vengono al pettine... Mi sono tanto affaticata nei giorni
scorsi... E oggi ancora, quando penso alle brighe infinite che avrò...
alla responsabilità che pesa su me...
— Povera zia, senza di te le nozze d'oro non si celebravano..
A lei salivano le lacrime agli occhi.
— Sì, la ho voluta io questa festa... Mi pareva così bello riunir ancora
una volta l'intera famiglia intorno ai nostri vecchi...
— E ci sei riuscita.
— Son riuscita — ella ripetè con voce sorda chinando il capo. — Ma oggi
è la giornata campale e non vedo l'ora, non vedo l'ora che sia questa
sera... Ho sempre paura...