Lasciato a sinistra un simulacro di capanna svizzera, camminavano lungo
un sentiero ghiajoso che costeggiava il lago.
L'Angela ch'era rimasta indietro con Cesare passò il braccio sotto
quello del fratello e abbassando la voce gli chiese: — Dunque? Come li
hai trovati?
— Chi?
— Oh bella! Il babbo e la mamma.
Cesare scosse il capo tristamente.
— Vecchi li ho trovati, assai vecchi.
— Pur troppo — sospirò l'Angela. — E ancora il babbo, se non fosse così
indebolito nella vista, non ci sarebbe male.. Ha la sua mente libera, la
sua energia... Anzi Vignoni dice ch'è un miracolo...
— Brontolerà...
— Brontola, sì... Poveretto! Bisogna perdonargli... Non sono stati
giusti con lui... E quegli occhi, quegli occhi! A ogni modo, egli ha i
visceri sani... Spero che camperà un pezzo... Mi dà più pensiero la
mamma ch'è ridotta un'ombra.
— Era sempre debole e malaticcia.
— È vero... Ma in questi ultimi tempi ha dato un crollo!... Pare
decrepita... E ha cinqu'anni meno del babbo... Tutto l'affatica, non
s'interessa di nulla...
L'Angela si sforzava invano di trattenere le lacrime.
Cesare la guardò con simpatia.
— Che vita di sacrificio ti tocca fare!
— No, no... Io vorrei che durasse sempre così... Il mio cruccio è...
Ma s'interruppe per rispondere alla Letizia che le domandava ove fossero
andate a finire le rose da cui la villa aveva preso il nome.
— Ce ne sono in quantità — rispose l'Angela — davanti alla casa. Non le
hai viste?
— Una volta ce n'erano da per tutto... anche quì sul lago...
— Quelle son morte tutte in un inverno rigido.
— Noi a Posilipo... — principiò la Letizia. E si diffuse a descrivere le
sue piantagioni di rose che fiorivano in ogni stagione.
Dall'altra parte del giardino Tullio e l'Antonietta, col fervore della
loro età, discorrevano dei più svariati argomenti.
E innanzi tutto l'Antonietta aveva manifestato al cugino la sua
ammirazione per l'_italianità_ che egli aveva saputo conservare vivendo
parte dell'anno a Parigi.
— Sì, sì — aveva risposto Tullio con vivacità; — io sono italiano e
voglio restare italiano... Tengo della povera mamma che aveva la
nostalgia dell'Italia... Ero bambino quando ci siamo trapiantati in
Francia, ma ricordo le lacrime della mamma il giorno della partenza... E
mai, mai s'è potuta avvezzare... Mai ha voluto rinunziare alla sua
lingua...
— Il tuo babbo, quello si è infranciosato.
— Fino a un certo punto, specie dopo il suo secondo matrimonio... Però
ha conservato la nazionalità italiana... E appena ha visto ch'io non
sarei andato d'accordo con la matrigna...
— Che donna è?
— Non è cattiva, ma è sempre matrigna... Insomma il babbo con me è stato
d'una grande condiscendenza, e prima ancora ch'io dovessi venire in
Italia a fare il volontariato m'ha permesso di finire i miei studi a
Pisa, e ormai si rassegna a lasciarmi di quà dalle Alpi.
— Quando facevi il volontariato a Livorno — disse l'Antonietta — io ero
in collegio a Firenze... Credo d'averti visto tre o quattro volte.
— Vestivi da collegiale.
— Che orrore!
— No... Eri tanto bellina anche così.
— Zitto!
— Ma ora sei infinitamente più bella.
— Basta!...
— Sei come doveva essere la tua mamma alla tua età.
— Oh, la mamma è molto più bella anche adesso.
— Tu hai un'espressione più dolce...
— Non fidarti.
— Che tesoro di cuginetta!
— Finiscila, o scappo.
— Provati.
— Chiamerò in ajuto Max e Fritz.
E accompagnò la minaccia con una sonora risata a cui Tullio fece eco di
cuore.
Ma ricompostasi a gravità ella mutò argomento.
— E vai a studiare ancora?
— Sempre si deve studiare a questo mondo.
— Che pedante!... E vai a studiare a Venezia?
— Sì, a quegli Archivi.
L'Antonietta arricciò il naso.
— Già io non capisco niente... Che cosa sono gli Archivi?... Una volta
si andò a Bologna... sai, il babbo è bolognese e sino ad alcuni anni
addietro aveva in quella città una vecchia zia che abitava in un palazzo
antico... Ebbene, l'anno prima ch'io entrassi in collegio, si andò a
Bologna con la mamma e col babbo... Una mattina, in casa appunto della
zia morta da pochi mesi, sciorinarono davanti al babbo, ch'era l'erede,
un fascio di carte gialle, polverose, intorno a cui volavano le
tignuole... Un signore calvo, in occhiali, non so se avvocato o notajo,
disse al babbo: — Queste sono carte dell'Archivio. — Il babbo,
spaventato, le respinse con la mano e disse a quel signore: — Guardi
lei, faccia lei. — ...Io da quel giorno ho pensato che l'Archivio sia un
luogo ove si conservano delle carte sudice e puzzolente...
— Fino a un certo punto non hai torto.
— E tu vai a studiare in un Archivio?... A sternutir tutto il giorno in
mezzo alle cartacce.... A me, per farmi sternutire, è bastato che
sciogliessero un pacco...
— Ah cara cuginetta mia, — replicò Tullio — gli è che in quelle cartacce
c'è anche qualche altra cosa... Senti, non ti son mai venute delle
curiosità retrospettive?
— Spiegati.
— Per esempio, quando visiti un monumento non t'è mai venuto il
desiderio di conoscerne le origini, le vicende?
— Sì, anche a noi, in Collegio, insegnavano le origini di Santa Maria
del Fiore, di Palazzo Vecchio...
— Ebbene, chi ve le insegnava come le sapeva queste cose?
— A me lo domandi?... Le sapeva, credo almeno... Sta a vedere che ci ha
insegnato delle corbellerie.
— Speriamo di no... Chi le insegnava si sarà appoggiato ai documenti...
Senza documenti non c'è storia.
— Che parole difficili!... Documenti, curiosità retrospettive...
— Mi canzoni, birichina?
— Tutt'altro... Ma che rapporto c'è?...
— Ce n'è moltissimo... Anche le scritture che si conservano negli
Archivi sono documenti del passato, ci permettono cioè di assicurarci se
certe cose sono avvenute e come sono avvenute.
— E a Venezia?
— Figurati centinaja e centinaja di stanze piene di buste d'alto in
basso, e in quelle buste chiuse le memorie di molti secoli, le memorie
di ciò che generazioni e generazioni d'uomini hanno operato, pensato,
sofferto; leggi, relazioni, sentenze, condanne, note di spese e note di
entrate, fogli aridi come le cifre che portano scritte e fogli
palpitanti come le glorie e i dolori che narrano;... eccoti gli Archivi
di Venezia, d'una città che fu per tanto tempo regina dei mari...
L'Antonietta pendeva estatica dalle labbra dell'eloquente cugino.
— Ora credo d'intendere anch'io... Se gli Archivi son così, è naturale
che uno vi si deva interessare... Ma c'è da spenderci dentro la vita....
— La vita?... Supposto che un uomo per cinquant'anni di fila perdesse
l'intera giornata sulle carte di quella colossale raccolta, egli, dopo
mezzo secolo, sarebbe appena al principio.
— Misericordia! — esclamò la ragazza inorridita. — Quand'è così, è
inutile sobbarcarsi all'impresa.
— Ma nessuno si sogna di compulsar tutto un Archivio... Si studia un
breve periodo; un singolo avvenimento, un solo incidente talvolta...
— Come pagherei di vederli questi famosi Archivi! — disse l'Antonietta.
— Vieni a Venezia... Ti accompagnerò io — riprese Tullio con calore.
— Eh no — ella soggiunse. — Il babbo non vuol più saperne di Venezia
dopo che gli hanno rifiutato un quadro all'Esposizione del 1895...
Peccato... Io sono entusiasta di Venezia.
— Ci sei stata dunque?
— Parecchi anni fa... Ero piccolina... Ma rammento perfettamente la
Chiesa di San Marco, la Piazza, il Palazzo Ducale, la Riva degli
Schiavoni, e una gita in gondola... Era un dopopranzo d'estate... con un
cielo limpido, con un'acqua chiara, tranquilla che pareva uno
specchio... E, in fatti, vi si riflettevano come in uno specchio le case
e i palazzi... Che magnificenza!
— Ah se tu venissi a Venezia quando ci son io, vorrei condurti a spasso
per tutti i canali della città.
— Magari! — disse l'Antonietta saltando per l'allegrezza. — Oh... che
c'è?
E fece per alzar la mano, ma Tullio la prevenne, e delicatamente tolse
dai capelli della cugina una foglia di platano ingiallita agli orli che
vi si era posata.
— «Da' bei rami scendea» — egli principiò.
— Oh, è un verso?
— Sicuro.
— Tuo?
— No, d'uno che valeva meglio di me, Messer Francesco Petrarca.
E riprese a declamare:
Da' bei rami scendea,
Dolce nella memoria.
Una pioggia di fior sovra il suo grembo...
— Quella non era che una foglia — interruppe l'Antonietta.
— Fa lo stesso.
Tullio continuò:
Ed ella si sedea
Umile in tanta gloria...
— Chi, _ella_?
— Laura, l'amante di Petrarca.
— Sua moglie?
— No, veramente. Era moglie d'un altro.
— Che vergogna.... Però — soggiunse l'Antonietta con un sorriso
malizioso — dev'essere un gran piacere il sentirsi recitar dei versi
fatti in proprio onore.
— Vuoi che ne faccia io per te?
— Tu?... Sei poeta?
— Si diventa per l'occasione.
Camminarono un tratto in silenzio. E in silenzio passarono accanto al
cedro del Libano piantato dal nonno, il famoso cedro che Tullio s'era
proposto di mostrare alla cugina e di cui non si ricordavano più nè
l'uno nè l'altra. Di là dagli alberi che andavano via via spogliandosi
si vedeva lo scintillìo del lago.
L'Antonietta battè palma a palma.
— Ecco l'acqua.
E affrettò il passo. Ma poichè Tullio non la seguiva si fermò sui due
piedi. E guardandolo chiese:
— O che hai? Che vai borbottando?
— Senti! — egli disse con aria inspirata.
Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare...
— Versi? — domandò di nuovo l'Antonietta in tono dubitativo.
— Sì — rispose Tullio. — Ma non farmi perdere il filo.
E ripetè:
«Vorrei fossimo soli in mezzo al mare...
— Bellissimo! — mormorò l'Antonietta in un soffio mentre pendeva dalle
labbra del vate, non ben sicuro che l'estro gli durasse sino alla fine.
«Sopra uno schifo
ripigliò Tullio. Ma non parve contento dello _schifo_, e corresse:
«Sopra un naviglio dalla bianca prora...
A questo punto l'Antonietta andò in brodo di giuggiole e non seppe darne
migliore dimostrazione che quella di ripetere anch'ella i due versi:
«Vorrei fossimo insieme in mezzo al mare,
Sopra un naviglio dalla bianca prora...
— E poi?
Tullio s'impazientì.
— E poi? Credi che fare un sonetto sia come sorbire un ovo?
— Ah, è un sonetto?
— Avrebbe l'intenzione di essere un sonetto — confermò il cugino. — Ma è
un'impresa seria... Occorrono quattordici versi e finora non ne ho
improvvisati che due.
— Se potessi ajutarti? — insinuò timidamente l'Antonietta.
Tullio sorrise.
— Oh sì, brava, un sonetto in collaborazione.
E andava masticando:
«Sotto un limpido ciel... sotto un limpido ciel.
— Se ti fa male, smetti — disse la giovinetta pietosa.
«Sotto un limpido ciel, soli nell'ora
Che fra rosei vapor la luna appare,
declamò Tullio trionfante.
— Oh Tullio! — proruppe l'Antonietta non trovando parole per esprimere
il suo entusiasmo.
Senonchè Tullio era ripiombato nello scoraggiamento. Certo quella era
una quartina, ma ne occorreva una seconda. E dopo la quartina
occorrevano due terzine.
Il poeta estemporaneo s'era fermato e l'Antonietta ne aveva imitato
l'esempio, e ora guardava lui, ora guardava uno stuolo di formiche che
attraversavano obliquamente il sentiero.
Visto però che l'inspirazione tardava a venire, Tullio riprese a moversi
a passi lenti.
Egli borbottava:
«Vorrei fossimo soli in mezzo al mare,
Sopra un naviglio dalla bianca prora;
Sotto un limpido ciel, soli nell'ora
Che tra rosei vapor la luna appare.»
E da capo:
«Vorrei... vorrei...
Per fortuna, a questo punto, Tullio Torralba fu invasato dal Nume. E
afferrando la mano dell'Antonietta che lo seguiva come un cagnolino
declamò quasi tutto d'un fiato:
«A un'isoletta ti vorrei portare
Ove fiorisse primavera ognora,
E vorrei dirti: Sei la mia signora,
Ti starò notte e giorno ad adorare.»
— No, no, è troppo — esclamò l'Antonietta commossa fino alle lacrime. E
ne' suoi occhi c'era tanta ammirazione quanta non n'ebbe mai quella
civetta a freddo di Madonna Laura pel suo Petrarca nè quel pezzo in
ghiaccio teologico di Beatrice per Dante Allighieri.
— Vedi — spiegò Tullio — qualche volta per trovar l'estro bisogna
rifarsi da capo, come chi prende la rincorsa per un salto. Ora mancano
le due terzine.
— Ma ora devi riposarti — supplicò l'Antonietta con affettuosa
sollecitudine. — Già potrebbe bastare così.
— Brava! Un sonetto senza terzine... Tal quale una carrozza a cui
manchino le due ruote davanti.
Senz'accorgersene erano arrivati in vista della terrazza ove gli altri
della brigata li avevano preceduti da qualche minuto.