Tullio che aveva più pratica guidava l'Antonietta pei meandri del
giardino.
— È bello, sai, il giardino... Quando il padre del nonno comprò
Villarosa, una sessantina d'anni fa, intorno alla casa non c'erano che
praterie. Venne quì un bravo ingegnere da Milano, piantò alberi, tracciò
viali e sentieri, scavò un lago, alzò dei monticelli di terreno,
trasformò insomma tutto quanto da cima a fondo... Poi si doveva
rifabbricar la casa, ma la spesa era troppo forte e si rimandò l'opera
ad altri tempi... Intanto il padre del nonno morì... Perchè ridi?
— Rido a sentirti parlare di fatti avvenuti sessant'anni addietro, come
se tu fossi stato presente...
— Io dico quello che ho inteso dalla zia Angela...
— Ma non c'era neppur lei allora...
— No certo; ma ha raccolto i discorsi del nonno e dello zio Luigi
ch'erano in grado di ricordarsi di tutto.
— Sessant'anni! — ripetè l'Antonietta compresa dell'importanza di questa
cifra. — Pare impossibile che vi sia della gente la quale abbia più di
sessant'anni. Fra noi due...
— Fra noi due di poco si passa i quaranta.
— Che disgrazia diventar vecchi! — sospirò l'Antonietta. — Perdere i
denti, perdere i capelli, metter le grinze... Brr... Mi fanno peccato i
poveri vecchi.
Poi saltando di palo in frasca soggiunse in tuono misterioso: — Ora
sembra che il pericolo sia passato, ma io avevo una gran paura che i
nostri cugini volessero venir con noi.
— Max e Fritz! — esclamò Tullio con una risata.
— Sì. Non li trovi noiosi?
— Altro che noiosi!... Intollerabili sono... Già per me son belli e
giudicati... Son due cretini.
— O Tullio, come corri!... Tal quale come lo zio Cesare ch'è un po'
cattivo con quei due nipoti.
— Mi piace lo zio... Non ha peli sulla lingua... E che ragione ha! Basta
guardarli quei nostri cugini. Con quelle loro faccie scialbe, con quei
capelli impomatati, e quegli anelli al dito, e quei solini e quelle
cravatte!... Dove metti i profumi che portano addosso e con cui
appestano l'aria?... In fine hanno la manìa delle collezioni...
— È un modo d'occuparsi.
— Sì, il modo degli oziosi e degli stupidi.
— Quello ch'è certo è che sono molto affezionati tra loro.
— Al punto di non poter distaccarsi mai... nemmeno quando vanno in
bicicletta... Non è una seria e schietta affezione di fratelli, codesta;
è una smorfia, un'ostentazione, un'infermità...
— Via, tu esageri.
— Io, cara mia, detesto tutto quello ch'è manierato ed artificioso. A me
piacciono le persone naturali, spontanee, come una certa signorina che
ho in questo momento al mio fianco.
L'Antonietta divenne rossa.
— Adulatore!
— Chè? Non adulo mai, io... È piuttosto la signorina che, per eccesso di
modestia, non vuol riconoscere i propri meriti.
Dietro gli alberi si sentirono dei passi e delle voci.
— Antonietta! Tullio!
— Siamo quì, siamo quì — risposero i ragazzi.
— Perchè non venite con noi?
Tullio spiegò: — Faccio vedere all'Antonietta il cedro del Libano
piantato dal nonno... Se voi andate dalla parte della capanna svizzera
c'incontreremo sulla terrazza che guarda il lago.
— Signor Tullio, se vuol fare una partita di boccie?
— Più tardi.
Quello che aveva parlato ultimo era il dottore Vignoni, che, lasciati il
commendatore Ercole e la signora Laura, s'era unito all'Angela, alla
Letizia, all'Adele, alla Marialì, a Cesare Torralba e a Giulio Frassini.
La Marialì, come soleva, se l'era accaparrato per sè, e a fianco di lui
procedeva di alcuni passi gli altri. Non bello, non elegante e d'un
aspetto che mostrava più de' suoi quarantacinqu'anni, il dottore non
poteva aver nulla di seducente per una donnina mondana qual'era la
Marialì; ma ella non si lasciava scappare nessuna occasione di
esercitare il suo fascino sugli uomini d'ogni specie e d'ogni ordine
sociale. Si divertiva a vederli a poco a poco turbarsi, e, a un suo
sguardo, a un suo sorriso, impallidire o accendersi in volto, si
divertiva a sorprendere nei loro occhi, nella loro voce il fremito
dell'ammirazione e del desiderio.
Ora ella dava appena retta all'Angela che le gridava dietro:
— Ti rammenti, Marialì, le nostre corse per questo viale?... Ti rammenti
che quì si faceva la ginnastica?... C'erano gli anelli, le parallele,
l'altalena, il trapezio...
— E perchè non ci son più? — disse distrattamente la Marialì seguitando
a camminare e a discorrere col Vignoni.
— O chi fa la ginnastica ormai a Villarosa? — ribattè l'Angela. — Se non
la faccio io!
La Marialì non replicò nulla. Ella pensava ai molti che quand'ella era
ragazza le avevano fatto la corte lì in quel giardino negli autunni di
Villarosa; compagni d'Università de' suoi fratelli, vice-segretari di
Prefettura, tenentini imberbi usciti appena dall'Accademia militare. Già
non si varcava il cancello di Villarosa senza innamorarsi di Marialì...
Di parecchi l'era sfuggito il nome, d'alcuni non sapeva più nè dove
fossero nè che cosa facessero: quasi tutti si confondevano nella schiera
infinita de' suoi ammiratori, prima e dopo del matrimonio, di quattro o
cinque soltanto l'eran note le successive vicende. Uno era salito in
alto; era professore, era celebre; uno era a capo d'una grande
industria; un terzo, uno dei tenentini, era morto capitano ad Abba
Carima, morto da eroe... dicevano... Due, che avevano addirittura
chiesto la sua mano e ch'ell'aveva respinti, per consolarsi, s'erano
sposati di lì a poco ed eran rimasti vedovi... Poi c'era stato
Frassini... Quello lo aveva voluto lei... Perchè lo aveva voluto?
Bisogna ben confessarlo; l'aveva voluto perch'egli s'era permesso di
fare il sentimentale con l'Angela... Ah, come presto la Marialì era
riuscita a tirarlo a sè!... Come se l'era visto cadere ai piedi proprio
nel viale che percorrevano adesso, e prenderle le mani e baciargliele, e
supplicarla di perdonargli se dov'era lei egli aveva potuto aver occhi
per un'altra!... Che parlantina aveva Frassini in quel giorno!... Lei,
lei sola egli amava, e certo l'aveva amata anche quando credeva di amar
sua sorella; lei, lei sola poteva esser la compagna della sua vita,
l'inspiratrice del suo genio. Le offriva la sua mano, il suo cuore,
tutto sè stesso; sarebbero stati felici; ell'avrebbe avuto un'unica
rivale, l'arte. E l'arte, grazie al cielo, a lui era lecito trattarla da
gran signore, senza piegarsi ai gusti della folla, cercando solo
d'incarnare il proprio ideale, perchè egli era agiato, perchè aveva una
zia straricca di cui era l'unico erede... Insomma, meno d'un anno dopo,
ell'era la signora Frassini... Era stata una cattiva azione verso sua
sorella Angela?... Ma no, ma no... L'Angela sarebbe stata infelicissima
con Giulio Frassini, non si sarebbe _distratta_, avrebbe preso sul serio
tutte le ubbie di quel nevrostenico, di quel mattoide... Via, ell'aveva
reso un servizio all'Angela rubandole l'innamorato... A ognuno il suo
compito... La Marialì era nata per far girar la testa ai giovani,
l'Angela per badare ai vecchi, per vegliar sulla casa. E mentre a lei,
alla Marialì, era necessario di avere un marito, e Frassini era meglio
di nessuno, l'Angela doveva stimarsi assai più contenta di esser rimasta
zitella.
Non è a credersi che mentre la Marialì faceva queste savie
considerazioni che tranquillavano pienamente la sua coscienza, ella
cessasse di alimentare la conversazione col dottore.
E con la sua vocina dolce e armoniosa lo interrogava sulla sua vita,
sulla sua famiglia, e gli diceva queste cose sbalorditive:
— Sa che qualche volta ho sognato un idillio? Esser moglie d'un medico
condotto anzichè d'un artista; chiudere il mio orizzonte entro le pareti
d'una modesta abitazione di campagna anzichè andar sempre in giro pel
mondo; occuparmi dell'orto, delle galline, dei fiori, preparare un buon
pranzetto a quel povero diavolo che affatica da mattina a sera,
accompagnarlo ogni tanto nelle sue visite agli ammalati...
Il medico la guardava incredulo.
— Parlo sul serio — ella riprese, mentre con la punta del piedino
irreprensibilmente calzato cacciava davanti a sè le pine secche che
ingombravano il viale.
Dietro di lei la Letizia, sempre pronta alla critica, diceva alla
sorella Angela: — Non è mica tenuto bene il giardino... Questi viali
dovrebbero spazzarli due o tre volte al giorno.
— Occorrerebbe un personale più numeroso — obbiettò l'Angela. — E il
babbo non intende aumentare la spesa... Per quello che lo gode lui il
giardino... Nessuno lo gode... Anch'io sto delle settimane senza
venirci..... Non posso..... non ho tempo... E in ogni caso, di questa
stagione, con gli alberi che si spogliano bisogna rassegnarsi a trovar
le foglie secche per terra.
La Letizia tentennava la testa.
— Sarà... Tuttavia si vede troppo che il giardino è lasciato andare...
Quì per esempio par d'essere in un bosco.
— Che rimedio c'è?... Vorresti abbatter le piante?
— No, ma diradarle quà e là... È quello che abbiamo fatto noi a Posilipo
sotto la direzione d'un ingegnere olandese.
Giulio Frassini protestò.
— A Posilipo non avete di queste piante d'alto fusto vecchie di oltre a
mezzo secolo... Già non c'è di peggio dei giardini agguagliati,
pettinati, lisciati come se uscissero dalle mani di un parrucchiere.
Fidatevi della natura. Essa è sempre pittoresca.
A sentirlo parlare con insolita animazione, e sostenere idee che
s'accordavano con le sue, l'Angela si tinse d'un fuggitivo rossore. Le
parve che si risvegliasse intorno a lei un'eco d'altri tempi, le parve
che per un istante Frassini tornasse l'uomo di vent'anni addietro,
l'uomo a cui ella non aveva saputo serbar rancore nemmeno dopo esserne
stata indegnamente trattata.
Invero, già da un pezzo, ella non lo amava più. Quello che chiamano
amore s'era spento a grado a grado in lei dopo il primo disinganno
ch'ell'aveva accolto senza scatti, senza disperazioni rumorose, ma che
appunto per questo aveva agito come un lento corrosivo sulla sua anima.
Ciò ch'ella provava per Giulio Frassini era una compassione triste;
compassione pel suo aspetto precocemente invecchiato, per le sue grinze,
pei suoi capelli radi e grigi, per la sua andatura stanca, compassione
per la sua misera vita conjugale, pel suo ingegno sciupato, per la
vanità della sua opera artistica. Forse anche in giovinezza il suo
ingegno non era che un fuoco fatuo; ma chi sa, con un'altra moglie?...
— E perchè non vai con Cesare a visitare le foreste vergini
dell'America? — domandò ironicamente la Marialì a suo marito, fermandosi
di botto, e agitando con la punta dell'ombrellino un mucchio di foglie
secche.
Cesare sorrise.
— Dove abito io non ci son che foreste di case... Più in là, più in
là...
Giulio Frassini si avvicinò a sua moglie.
— Vuoi che andiamo insieme in America?
— A trovar Cesare?
— A Nuova York?... No, no, di là non si farebbe che passare... Quei
miliardari mi sono odiosi.
— Fra le pelli rosse allora?
— Meglio le pelli rosse dei _yankees_.
— _Merci bien, mon cher_... Io resterò con Cesare fin che tu andrai in
cerca dei selvaggi e delle foreste.
— Di quà — disse l'Angela. — Dobbiamo incontrarci con Tullio e
l'Antonietta sulla terrazza.
E ponendosi in capofila prese una viottola ombrosa che con leggero
declivio scendeva verso il lago.
— Oh, ecco il famoso ponte — esclamò la Marialì.
Era un ponticello di legno che traversava un ruscello minuscolo derivato
dal lago. La Marialì si ricordava che su quel ponte, _in illo tempore_,
uno de' suoi primi vagheggini le aveva rubato un bacio.
— Ed ecco la piccola darsena... E il nostro canotto dov'è?
— È tirato in secco... Non lo vedi?
— È sempre quello? È sempre il nostro? Il _Calatafimi_?
— Sì.. Ma nessuno l'adopera.
Erano tutti sul ponte. Le assi scricchiolavano.
La Letizia diede l'allarme.
— Oh, oh non è mica solido il vostro ponte. E si affrettò a mettere il
piede in terra ferma.
— Per sicuro è sicuro — dichiarò l'Angela. — Ho fatto cambiar qualche
asse anche quest'anno.
— Rifarlo di pianta bisogna — ribattè la Letizia. — Lo so per pratica
quello ch'esige la manutenzione d'un giardino.
— Ma non c'è ombra di pericolo — disse il dottore che s'era indugiato a
esaminare tanto il piano quanto i due parapetti del ponte in questione.