I biografi malvolenti, e innanzi tutti quell'ignorantissimo erudito

che era il Fetis, non paghi di aver tentato coi più infelici

sofismi della critica di demolire il talento e la gloria dell'illustre

maestro italiano, si piacquero altresì di dipingerlo nel fisico e

nel morale sotto l'aspetto di un selvaggio, starei per dire d'un

orso[4]. Nulla di più sciocco della caricatura che pretende falsare

un'effigie.

Il maestro Verdi contava allora[5] cinquantasei anni. Alto della

persona, snello, vigoroso, dotato di una ferrea salute, come d'una

ferrea energia di carattere, egli prometteva un'eterna virilità.

Venti anni prima, quando mi ero trovato con lui a Milano, tutto

l'assieme della sua persona presentava dei sintomi allarmanti. Se a

quei tempi la gracile struttura delle sue membra, il viso pallido, le

guancie scarne e l'occhio incavato potevano suggerire dei pronostici

sinistri, oggi nell'aspetto di lui voi non trovate che la floridezza e

la solidità dei predestinati a lunga carriera.

E come la persona, così anche lo spirito ed il carattere del Verdi

hanno subìto una trasformazione favorevole. Non si può essere

più elastici alle impressioni, più cordiali, più espansivi.

Qual differenza fra il mio commensale taciturno dell'anno 1846 e il

mio ospite vivace e qualche volta giovialissimo dell'anno 1868! Ho

conosciuto degli artisti, i quali, dopo essere stati nella loro

giovinezza spensieratamente prodighi di gaiezza e di affabilità,

più tardi, sotto la vernice della gloria e delle onorificenze, si

resero opachi e quasi intrattabili. Si direbbe che il Verdi, passando

per una carriera di trionfi, abbia invece deposta ad ogni tappa una

parte di quella scabra corteccia che gli era propria nei giovani anni.

La villa di Sant'Agata forma ancora pel maestro Verdi il soggiorno di

predilezione. Quivi la sua attività prodigiosa di corpo e di

spirito può svolgersi più liberamente che altrove. Alle cinque

del mattino egli percorre i viali del parco, visita i campi e le

masserie, si divaga navigando il laghetto in un piccolo battello che

egli conduce e dirige da abile pilota[6]. Non un momento di sosta. Per

riposarsi dalla musica, il Verdi ricorre alla poesia; per temperare le

forti emozioni di questa e di quella, egli si rifugia nella storia e

nella filosofia. Non vi è ramo dello scibile umano a cui la sua

mente inquieta e avida di coltura, non si getti con trasporto.

Una moglie dotata delle più squisite doti di cuore e di mente,

colta del pari che amabile, la signora Giuseppina Strepponi[7] divide

con quest'uomo di tempera antica, con questo artista privilegiato, i

sereni travagli della villa. L'armonia regna nei due cuori, e questa

armonia produce nella casa l'ordine e il benessere.

Frattanto da ogni parte del mondo civilizzato giungono lettere e

telegrammi alla villa che domandano spartiti, che proferiscono

compensi incredibili, che promettono onori e trionfi.--Potrà egli,

il maestro Verdi, resistere lungo tempo a tante seduzioni di denaro e

di gloria?[8]--Ciò che io ritengo impossibile è che l'autore del

_Don Carlo_ possa imporre alle effervescenze del proprio genio, a quel

bisogno prepotente di espansione che tuttora lo agita e lo spinge. Il

vulcano ha le sue intermittenze, le sue tregue, ma il fuoco latente o

tosto o tardi deve erompere.

Molte altre cose potrei aggiungere intorno al carattere, alle

abitudini, al modo di vivere dell'illustre compositore. Ma io mi

arresto qui, persuaso e convinto di avere già troppo ecceduto nelle

indiscrezioni. Se il maestro Verdi non vorrà perdonami di aver con

tanta indiscretezza violati i segreti del suo domicilio, io farò

pubblicamente le mie vendette pubblicando quanto in oggi sopprimo. Or

bene; invitateli a pranzo questi ciarlieri di giornalisti!--e

all'indomani vedrete riprodotta in una appendice biografica la lista

dei piatti e dei vini che apparvero sulla vostra mensa, e l'Europa

sarà informata qualmente voi preferiate il _gigot_ di montone

all'arrosto di vitello, il barolo vecchio al _bordeaux_, le fragole al

latte piuttosto che al sugo di limone--e i critici illustri, dopo due

o tre secoli, si renderanno autorevoli disotterrando questa preziosa

notizia, che voi prendevate il caffè senza zucchero, e facevate,

dopo il pasto, un enorme consumo di stuzzicadenti.

NOTE

ALLA BIOGRAFIA DI A. MARIANI

[1] Il maestro Verdi ebbe molti denigratori accaniti. È la sorte di

tutti gli artisti di genio ai quali arride il successo. Un editore

milanese, che andava debitore de' suoi primi lucri al _Nabucco_,

all'_Attila_ ed ai _Masnadieri_, si vendicò della sua poca

accortezza nell'aver lacerato un contratto di dieci spartiti che gli

promettevano un milione, stipendiando quattro o cinque letterati non

tutti famelici od abbietti, per muovere al trionfante maestro una

guerra altrettanto ridicola che impotente. Taluni di questi critici

fecero ammenda dei loro spropositi; altri, i più gaglioffi, si

mantennero impenitenti. Per coonestare la transazione, i ravveduti

asserirono che il Verdi, dopo il _Macbhet_ e la _Luisa Miller_, si

era trasformato. Altri credettero avvertire una seconda ed un terza

trasformazione all'apparire dei _Vespri Siciliani_. Si fece gran

consumo di parole su tale argomento, Ora, per nostro avviso, una

trasformazione non può essere che progresso o regresso. Osereste

voi asserire che il Verdi del _Nabucco_ e del _Rigoletto_ non

pareggi il Verdi del _Don Carlos_ e dell'_Aida_? Tanto varrebbe dire

che nel _Barbiere_ e nella _Semiramide_ il genio di Rossini si

palesi meno completamente che nel _Guglielmo Tel_. Prestare un

colorito speciale a ciascuna opera, a seconda dei luoghi, delle

situazioni e delle passioni che si svolgono nel dramma, questo non

vuol dire trasformarsi, ma obbedire alle leggi più ovvie

dell'arte.

Percorrendo le vie infinite dell'arte, un genio può produrre i

_Promessi Sposi_ e l'_Adelchi_, la _Lucrezia Borgia_ e la _Linda_;

ma sempre e in ciascuna delle sue molteplici manifestazioni, egli

verrà rivelando necessariamente quella potenza di

individualità che è la vera e l'unica luce delle sue

creazioni. Ogni artista che miri a rivelarsi ne' suoi aspetti

multiformi, può soggiacere a qualche istante di debolezza o a

qualche momentaneo perturbamento, può esporre quandochessia

taluno de' suoi profili caratteristici meno attraenti e riescire in

tali casi meno accetto alle moltitudini od agli uomini di gusto: ma

ognun vede, mettendo a riscontro il _Nabucco_ e l'_Aida_, la

_Traviata_ e il _Don Carlos_, che tra questi spartiti non corre

veruna differenza essenziale fuor quella voluta dal diverso

carattere dei temi e degli svolgimenti drammatici.

Dire che il Verdi, dall'una all'altra opera, apparisca trasformato,

è un giuoco rettorico della critica imbarazzata o rintuzzata dai

successi. Non si può chiamare trasformazione ciò che in

realtà non è pel genio che la rivelazione progressiva dei suoi

molteplici aspetti.

[2] Angelina Bosio, allieva dell'egregio maestro Venceslao Cattaneo di

Milano, primeggiò fra le cantanti che illustrarono le scene

italiane nei due decenni che corsero dal 1848 al 1868. Cantò a

Parigi, a Londra, a Pietroburgo, con grande successo. Ella nutrì

sempre pel suo primo maestro, che tutt'ora insegna a Milano l'arte

squisita dei buoni tempi, i sensi della più affettuosa

riconoscenza.

[3] Angelo Boracchi fu davvero un intelligente ed audacissimo

impresario. Non ebbe fortuna e morì povero. Negli ultimi suoi

giorni, si piaceva di scrivere epigrammi, relativi all'arte, alla

letteratura ed alla politica. Ne ebbe di argutissimi e abbastanza

corretti nella forma. Peccato che nessuno li abbia raccolti e

pubblicati!

[4] A rettificare le inesatte dicerie che si sparsero sul mio conto, e

ad agevolare il cómpito de' miei futuri biografi, narrerò qui

sfacciatamente e colla maggior schiettezza, quale è stata la mia

carriera di cantante. Prima di produrmi sulle scene, io aveva

studiato o finto di studiare a Pavia, sotto la direzione di un

maestro Valentini, i primi rudimenti della musica; quindi,

nell'Istituto Tadini di Lovere, avevo appreso a raschiare di mal

garbo il contrabasso, e a vociare nelle chiese della provincia

Bergamasca i motetti del Mayr e del Bonari. I miei esperimenti

musicali si chiusero a Lovere con una farsa abbastanza comica, vale

a dire con un grottesco concerto da me organizzato nella gran sala

dello Stabilimento Tadini nel luglio del 1845. A tale concerto fa

allusione il Donizetti in una sua lettera alla signora Basoni,

inserita nell'epistolario stampato in appendice a quell'interessante

volume di _Notizie e Documenti_ che fu edito a Bergamo nel settembre

del 1875, Gli abitanti di Lovere non hanno ancora obliato quella

_esecuzione_, alla quale presero parte tre cantori girovaghi da

piazza, da me reclutati a Brescia e presentati al mio buon pubblico

quali artisti di cartello. Quella notte corsero delle sassate per le

vie. Da Lovere passai a Milano, dove attesi a darmi buon tempo in

compagnia delle più matte brigate; ma al cominciare del verno,

presi risolutamente il partito di sfidare i cimenti della scena e

segnai un contratto di cinque anni coll'impresario Boracchi in

qualità dì primo baritono assoluto. La mia prima campagna

teatrale si compì a Lodi trionfalmente nella stagione

carnevalesca. Il bravo maestro Sanelli impiegò una pazienza da

martire a farmi apprendere la bella parte di Lorenzino de' Medici

della sua _Luisa Strozzi_. La sera del mio _debut_, accorsero da

Pavia e da Milano molti de' miei ex-colleghi di studio e di

baldorie. Il teatro era zeppo, e al mio apparire sulla scena, il

baccano degli applausi e dei viva fu tale da provocare un insolito

intervento di poliziotti. La mia voce era bella, intonata, sicura.

Io cantava di lena, abbandonandomi al mio buon istinto musicale,

senza risparmio di polmoni. A Lodi contava molti amici, oltre quelli

venuti espressamente da fuori per sorreggere i miei primi passi

nell'_ardua_ _carriera_. Circolavano sul conto mio le più strane

novelle. Nei palchi e nella platea si narravano ridendo i bizzarri

episodi della mia avventurosa giovinezza, e il pubblico godeva

nell'applaudirmi. Vi ebbero altresì, durante la stagione, risse e

duelli per cagion mia, sciabolate e colpi di bastone. Nello stesso

anno cantai al Carcano di Milano, e un episodio che si riferisce a

quella stagione teatrale lo si può leggere nel presente volume,

laddove è narrata la biografia di Angelo Mariani. Uscito dopo

lunga malattia dalla Casa di Salute, l'impresario Boracchi mi

mandò a Piacenza e quindi a Codogno per cantare nell'_Attila_ la

parte di Ezio. Nell'una e nell'altra città rimase viva per molti

anni la memoria delle eccentriche mie gesta. È ben vero che amici

troppo zelanti si incaricarono di attribuirmi delle stravaganze

inventate di loro fantasia; pure, fra molti altri, precisamente

storico il è fatto ch'io partii da Codogno e scesi all'albergo

dell'Àncora a Milano nel teatrale costume di Ezio, colla daga

alla cintura e il grand'elmo a cresta rossa sulla testa. Nel

carnovale seguente (anno 1848) la rivoluzione mi colse a Piacenza

malato. Nel libro che si intitola _Memorie politiche di un

baritono_, ho narrato le strane peripezie che mi travolsero fino al

carnovale dell'anno seguente: allorquando, trabalzato a Firenze dai

fati politici, dovetti nuovamente ritornare al teatro per campare la

vita. Cantai ad Arezzo nel _Nabucco_ con esito entusiastico. La fama

delle mie avventure mi aveva preceduto in quella città: i miei

amici mi avevano accompagnato con lettere commendatizie, dove io era

dipinto quale uno dei più gloriosi eroi della rivoluzione

lombarda. Imaginate quale accoglienza mi venne fatta dal buon popolo

Aretino, in un'epoca come quella! Nelle anzidette _Memorie

politiche di un baritono_ ho narrato i singolari e talvolta

burleschi casi del mio soggiorno in Arezzo, e le non meno bizzarre

avventure del viaggio che io intrapresi più tardi alla volta di

Chieti; viaggio che mi condusse, dopo lunghe e forzose divagazioni,

sotto le mura di Roma, dove caddi in potere delle truppe francesi

che mi trassero prigioniero all'isola di Santa Margherita e quindi a

Bastia. Dopo quattro mesi di durissima prigionia, in quest'ultima

città io potei riprendere la carriera teatrale, aggregandomi alla

nomade compagnia di un certo Bellagrandi che dall'Africa aveva

trapiantato le sue tende sulle spiaggia côrse. Rimasi dunque e

cantai durante una lunga stagione di sei mesi al teatro di Bastia.

Quivi, da ogni ceto di cittadini raccolsi testimonianze di simpatia

e di affetto che io non potrò mai obbliare. Uno de' miei

protettori più generosi, il signor Antonio Limmarola, mi fornì

più tardi, a stagione compiuta, il denaro perchè mi recassi a

Parigi, e potei di tal guisa abbandonare nel marzo dell'anno 1850

quell'isola ospitale per trasferirmi decorosamente alla capitale

della Francia. Là trovai parecchi amici e compagni di

università; artisti e buontemponi italiani, i quali, sotto vesta

di emigrati politici, si davano bel tempo declamando con enfasi

intermittente contro la tirannide austriaca. Dopo un mese di

soggiorno a Parigi, mi aggregai ad una compagnia lirica formata

dalla prima donna signora Antonietta Montenegro, e dopo aver

percorso parecchie città della Francia cantando disperatamente

ogni sera, le opere più accette di Donizetti e di Verdi, mi

ridussi di nuovo a Parigi, dove rimasi inoperoso un paio di mesi a

dilapidare i miei pochi risparmi.

Un agente teatrale milanese, che più tardi divenne un celebre

impresario, mi volle seco a Rouen dove si era formata sotto la sua

direzione una compagnia elettissima di cantanti, destinata a

percorrere i principali teatri di Francia e di altre provincie

estere. Quel drappello di artisti si componeva dei due celebri

tenori Napoleone Moriani e Antonio Giulini, delle prime donne Sofia

Vera, Antonietta Viola, Rossetti Sikorsca, Sofia Didiee-Nantier e

d'altri cantori quasi esordienti che in seguito divennero famosi. Mi

vennero affidate le parti comiche. Ripensando a quei tempi, oggi mi

avviene spesso di meravigliarmi della spensierata gaiezza che io

metteva nel rappresentare al cospetto del pubblico i personaggi di

Marchese di Bois-Fleury, di dottor Malatesta, di Dulcamara, di

Figaro e di don Basilio. Fatto è, che una volta slanciato sul

palco scenico, io mi investiva sifattamente dell'umorismo musicale

di Donizetti e di Rossini, da riuscire un attore comico esilerante e

inappuntabile. E questo dico senz'ombra di orgoglio; perocchè ai

miei successi da istrione io ci tengo pochissimo, e quasi mi

vergogno di ricordarli. Travestirsi da buffo o da buffone, svisarsi

col nero di fumo e col carminio, far delle grinze, gesticolare e

contorcersi per far ridere il pubblico, mi è sempre apparso

qualche cosa che tocca da vicino la prostituzione. Da Rouen passai

colla truppa condotta dal Lorini a Lion, a Chalons e in altre

città della Francia fino a quando, scioltasi la compagnia al

cadere dell'anno, feci ritorno a Parigi, e a quel teatro italiano mi

produssi la sera del Due Dicembre, cantando la parte di Carlo V

nell'_Ernani_, al fianco della Cruvelli, del tenore Calzolari e del

basso Belletti. Quel mio _debut_ non inglorioso ebbe luogo, come

ognuno vede, alla data del colpo di Stato. Il giorno seguente,

Parigi fece un vano tentativo di rivoluzione, al quale tennero

dietro dei gravi perturbamenti. Il teatro italiano rimase chiuso per

alcune settimane ed io mi sciolsi dal contratto. Nel marzo del 1852,

adunai a mie spese e a tutto mio rischio, un drappello di artisti,

per _exploiter_ i teatri della provincia. Le rappresentazioni della

mia _truppa_, costituita di circa 30 artisti di canto e di suono,

cominciarono a Poitiors e si chiusero a Limoges. Fu una campagna che

durò quattro o cinque mesi--e quante peripezie! quanti disgusti!

quante lotte!--Ne uscii netto con un guadagno di circa duecento

lire, le quali mi bastarono appena per trasferirmi a Nizza, dove mi

chiamava un contratto di sei mesi coll'impresario di quel teatro. In

quella città cominciai ad avvedermi che la mia voce accennava a

deperire. Nullameno, dal pubblico ebbi cortese accoglienza e

l'impresario mi rinnovò il contratto per l'anno successivo. Nella

stagione estiva, un violinista non oscuro, il quale aveva già

percorsa l'intera Europa lasciando dietro i suoi passi una striscia

luminosa di debiti, mi volle seco in un giro artistico nel

mezzogiorno della Francia. Quel suonatore dalla fisonomia

mefistofelica mi trascinò in un pelago di guai. A Nimes caddi

malato, e di là a pochi mesi, tornando a Nizza per riprendere a

quel teatro il mio impiego di primo baritono, dovetti per impotenza

di voce, supplicare l'impresario a volermi surrogare con altro

artista più valido. Io rimasi a Nizza fino al termine della

stagione, sciupando gli ultimi aneliti della mia povera voce

avariata nella esecuzione di qualche parte comica o secondaria.

Nelle varie riprese della mia carriera intermittente, non mi era mai

accaduto di sentirmi trapassare l'orecchio dal sinistro stridore dei

fischi. Questa soddisfazione, che solo mancava a completare la mia

biografia teatrale, l'ebbi a Milano di là a cinque mesi,

clamorosa, spietata, degna di me. Il teatro Carcano, che era stato

nel 1847 il mio campo di Marengo, si tramutava otto anni dopo nel

mio Waterloo. I fischi, le grida, le contumelie che mi investirono

mentro io adunava invano gli ultimi residui delle mie note

agonizzanti per cantare nel _Templario_ la parte eroica di Briano,

mi intimarono di cedere le armi. All'indomani della sconfitta, io

presi risolutamente il partito di abdicare, e confesso che deponendo

i titoli di baritono assoluto e di cantante disponibile, mi parve di

rifarmi uomo, di ricostituirmi cittadino. L'ottimo Rovani, ch'io non

conosceva di persona, narrando nella Appendice della _Gazzetta di

Milano_ quel mio primo ed ultimo fiasco, con quella squisitezza che

era la luce simpatica di ogni suo scritto, si rallegrava che io

abbandonassi la scena promettendomi degli allori più invidiabili

nel campo delle lettere. Da quel giorno divenni scrittore--e ho

scritto molto, ho scritto troppo, e molto ancora dovrò scrivere

prima di toccare la meta _ospitale_ che l'Italia promette a chi

lavora onestamente colle forze dell'intelletto.

[5] Era chiamato il _Re dei tenori_; e davvero Napoleone Moriani fu

artista di canto sotto ogni aspetto eminentissimo. Nacque nel 1806,

morì nel 1878 in Firenze sua patria. Prima di darsi al teatro,

aveva compiuti gli studi legali all'Università di Pisa. E fu in

quella città che il Moriani strinse amicizia col giovane e allora

latente poeta Giuseppe Giusti, il quale più tardi gli dedicò

uno de' suoi stupendi carmi satirici, dove sono rammentati i _dolci

tempi di Pisa_,

Quando di notte per la via maestra

I duo _teco_ vociando e la romanza

Prendea diletto di chiamar la ganza

Alla finestra, ecc., ecc.

Napoleone Moriani emerse specialmente nelle opere del Donizetti. Fu

nella _Lucia_ un Edgardo idealmente patetico e sublime, nella

_Borgia_ un Gennaro così appassionato, che in udire dal suo

labbro le parole del terzetto _O madre mia_, ecc., ecc., erano ben

pochi gli spettatori che non si commovessero al pianto. In molti

romanzi inglesi o francesi vien ricordato il Moriani; Balzac e

Giorgio Sand accennano a lui ed al fascino ch'egli esercitava colla

soavità della voce e colla espressione del canto. Dopo aver

percorso trionfalmente i principali teatri di Europa, idolatrato

dalle masse, onorato da insigni maestri e letterati non che da

principi e sovrani, quando la voce gli venne meno e vide per colpa

non sua dissipati in sterili acquisti i suoi guadagni, non

isdegnò applicare la propria attività alle speculazioni

commerciali ed alle industrie. In questa seconda fase, in verità

poco luminosa e talvolta angosciata della sua esistenza, l'onesto e

intelligente cittadino si elevò all'altezza dell'artista. Io

posseggo parecchie lettere a me dirette ne' suoi ultimi anni. Le

ultime parole ch'egli mi rivolse da Firenze furono un atto di

protezione in favore di un giovane poeta ch'egli riteneva

predestinato a nobile carriera. Moriani amava i poeti--e non era

egli, ai tempi suoi gloriosi il poeta del canto e dell'amore?

[6] Il teatro Carcano fu per anni parecchi, segnatamente all'epoca

degli impresari Boracchi, Rovaglia e Crivelli, un campo di

tumultuose manifestazioni, alle quali non era estranea la politica.

Avveniva talvolta che le proteste contro uno spettacolo mal riuscito

od uggioso, per qualche latente istigazione dei partiti agitatori,

si chiudessero coll'invasione del palco scenico, con pioggie di

patate, di torsi di cavoli, di bicchieri e d'altri più rovinosi

proiettili. Ad una infelicissima esecuzione dello _Stabat Mater_ di

Rossini il pubblico infranse tutti i vetri delle lampade, mandò

in frantumi gli specchi che ornavano l'atrio, e spinse la violenza

riottosa fino a strappare gli stipiti aderenti alla porta

d'ingresso.

[7] Il famigerato poliziotto Bolza amava la musica. Egli fece educare

al canto una sua figlia, la quale riuscì eccellente prima donna,

e percorse lunga e trionfale carriera sotto il nome di Ponti

Dall'Armi. Un'altra figlia del Bolza andò sposa al maestro

Alberto Mazzucato, musicista profondo, eccellente critico, e agli

ultimi della sua vita Direttore del R. Conservatorio di Milano.

[8] I _Baccanti_ vennero acquistati dalla Casa editrice Ricordi, e

uscirono stampati nell'anno 1847. Il maestro, in segno di

riconoscenza, dedicò lo spartito al baritono che si era fatto

imprigionare per amor suo. I martiri.... hanno sempre un compenso.

[9] Una mezza dozzina di maestri impotenti, relegati nei

Conservatorî a digerire la loro ambizione rientrata; un'altra

mezza dozzina di critici pretenziosi e venali, oltrecchè ottusi

ad ogni estetica che parli alla fantasia ed al cuore, si son fatti

banditori in Italia di una maniera d'arte che è dell'arte vera la

negazione. Una casa editrice di Milano, vagheggiando il patriotico

disegno di sconfiggere il gran maestro contemporaneo, le cui opere

fecero trionfalmente il giro del mondo, comperò e fece

rappresentare in Italia le opere del Wagner, spendendo somme ingenti

per farle applaudire e portar a cielo da un certo pubblico. Si

inventarono le assurde parole: _arte dell'avvenire_, _arte

aristocratica_, ecc., ecc. Si credette che l'assurdo, il mostruoso;

l'incomprensibile potesse quandochessia surrogare il semplice e il

bello. L'autore del _Tanäusher_ ottenne a Bologna una apoteosi, e

onoranze quasi identiche, se non maggiori, vennero rese nella

istessa città ad un giovane maestro indisciplinato e scorretto,

la cui prima opera _I Goti_ appena meritava l'indulgenza delle tre

rappresentazioni pragmatiche. Giornalisti compiacenti o stipendiati

profittarono delle replicate mistificazioni per confondere i

criterî del pubblico. Ma il pubblico, questo sublime ignorante

che ne sa più dei critici; questo ente impressionabile e fiero

della propria indipendenza; questo arbitro dell'arte, che comprese

Rossini, che si estasiò ai patetici canti del Catanese, che da

trenta e più anni palpita e freme pel fascino della musica di

Verdi, il pubblico d'Italia infine, non si lasciò imporre dalle

ciurmerie. L'_arte dell'avvenire_ è già ripudiata; se tratto

tratto essa manda ancora qualche sprazzo di fatua luce nei teatri o

nelle sale dei Conservatorî, sono sprazzi che somigliano agli

ultimi boati di un cratere prossimo a spegnersi. È però

doloroso che taluni giovani musicisti, allucinati dagli effimeri

successi del Wagner, sbalorditi pel trionfo dei _Goti_, siensi

lasciati buono o malgrado trascinare sulle barbare orme. Più

doloroso, che questo perturbamento di criterî estetici abbia

interrotto in Italia quella catena di capolavori pei quali pareva

dovesse eternamente verdeggiare la fronda del nostro primato

musicale.

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