generale può cadere prigioniero sul campo al pari dell'infimo
soldato...
--Perdonate, signor Conte--riprese il Rota più calmo ma con nobile
accento--Garibaldi può cadere ferito, Garibaldi può cader morto
come l'ultimo de' suoi fantaccini, ma è impossibile, ve lo ripeto,
che si lasci prendere prigioniero.
L'enfasi di quella risposta rivelava per la prima volta al vecchio
legittimista il fiero carattere del suo protetto. Il Conte comprese di
aver a fare con uno di quegli spiriti liberali che hanno tempra
indomabile, e forse per la prima volta in sua vita egli ebbe a provare
un sentimento di ammirazione per un vero patriota.
Qualche volta i suoi impeti avevano del selvaggio, ma sempre erano
mossi da istinti generosi. Per creare sulla scena i suoi quadri
plastici, egli soffiava nella materia il suo spirito prepotente; come
il Dio della Genesi, egli urlava il suo _fiat_ alla terra ed alle
onde, agitava gli elementi, suscitava l'uomo dalla creta. Paolo Giorza
è una creatura del Rota. Il giovane maestro si infiammava alla
parola inebbriante del giovane coreografo. Vegliavano insieme le
notti. Questi declamava i suoi concetti, evocando nella camera deserta
i fantasmi del suo genio.--E intorno al pianoforte danzavano delle
silfidi ideali, ispirando al giovane compositore di armonia una musica
piena di moto e di lampi. Queste febbri dell'artista producevano il
miracolo. Le danzatrici della Scala, cui le apostrofi vivaci, e spesso
violente del Rota, mettevano terrore, alle prime rappresentazioni dei
suoi balli parevano a loro volta invasate dal fuoco sacro. Nella festa
del trionfo condiviso, esse acclamavano a lui, lo chiamavano il loro
buon genio, il loro Dio.
Ma gli impeti del Rota, i suoi eccessi quasi selvaggi non erano
soltanto occasionati dall'amore esuberante dell'arte. Più spesso,
erano un fiero disprezzo della viltà, una reazione contro la
prepotenza, una guerra alla ipocrisia; erano risentimenti infrenabili
e tremendi contro la perversità umana. Vi sono degli uomini che
paiono incaricati di rappresentare, nei confini della loro efficienza,
il braccio della legge naturale--e tale era il Rota. Un debole
oppresso dal forte, un impotente martoriato dalla brutalità, erano
spettacoli intollerabili a quella ingenua e irritabile natura.
Giungendo a Livorno per la ferrovia da Firenze, gli accadde una volta,
in prossimità della stazione, di vedere un facchino percuotere un
cavallo in modo sì spietato da suscitare la indignazione e il
ribrezzo di quanti erano là presenti. La povera bestia scalpitava
sotto le inumane battiture, ma, estenuata dalla fatica e impotente a
trascinare più oltre il carico enorme, non si avanzava di un passo.
Quella scena faceva orrore; ma nessuno dei passeggieri discesi dal
convoglio osava intromettersi fra l'aguzzino e la bestia. Il Rota non
potè contenersi, e volgendosi al facchino: come hai tu cuore, gli
disse, di tormentare in siffatta guisa una povera bestia che non ha
più fiato da reggersi? A quella ammonizione, il facchino
imbestialisce e risponde con un ghigno sinistro. Per brutale
rappresaglia, egli levò furiosamente la frusta, e col grosso del
manico menò un tal colpo alla testa del povero animale da lasciarlo
quasi tramortito.
--Mostro! cane! assassino!--urlò il Rota a quella vista--se tu osi
toccare anche una volta quella povera bestia, io ti mando all'inferno
con due palle di piombo nel cervello!--Così parlando, il Rota aveva
tratto un _revolver_ e lo aveva appuntato contro l'aguzzino, pronto a
vibrare il suo colpo se quegli avesse osato reagire.
Erano presenti alla scena parecchie centinaia di persone. Tutti i
cuori battevano per il Rota. In quel momento, in quella posa egli era
formidabile. Il facchino, colla bava alla bocca, pallido, minaccioso,
il suo enorme scudiscio sospeso sulla testa del cavallo, non poteva
distogliere lo sguardo da quella nobile e potente figura che lo
dominava, che imponeva ai suoi impeti brutali. Investito dalla
indignazione popolare, quello zotico imbestialito subiva la più
tremenda delle umiliazioni. Da' suoi occhi iniettati di sangue spirava
l'anelito feroce della reazione--egli avrebbe voluto, col suo sguardo
da basilisco, annientare il potente che gli stava dinanzi, od almeno,
immolare in presenza di lui, il povero animale, oggetto di tanta
commiserazione e di tanto interesse. Ma quell'uomo sanguinario non
ebbe il coraggio della propria malvagità--egli indovinava che il
menono atto di rappresaglia poteva essergli fatale. Comprendeva che
quel _revolver_ non era un lusso della minaccia--l'uomo che lo teneva
appuntato non era di quelli che promettono invano. Se la palla fosse
partita.... se quel vile aguzzino fosse rimasto sul terreno.... quale
orrore! non è vero?... Uccidere un uomo per difesa di un animale....
irragionevole!... E su questa intonazione, il mondo avrebbe
indubbiamente composto una litania di accuse e di contumelie
all'indirizzo dell'artista--tutti avrebbero esclamato la riprovazione
al pessimo soggetto, all'accattabrighe, al forsennato. E al Rota non
mancarono accuse siffatte. La morale dei prudenti, dei circospetti,
dei timidi, dei codardi--diciamolo pure--la morale della maggioranza,
non ha che fare cogli impeti generosi di questi caratteri interi e
robusti che obbediscono ciecamente agli istinti del bene. La mezza
virtù è l'antitesi più estrema della virtù intera. Rota
era violento, era terribile allorquando si trattava di schiacciare
l'ingiustizia e la prepotenza; Rota era mite come un fanciullo,
pietoso come una donna, allorquando la voce del dolore e dell'affetto
parlavano al suo cuore.
Nella prima giovinezza, egli ebbe a lottare duramente colla miseria. A
Milano, dove Giuseppe Verdi, prima di divenir celebre col _Nabucco_,
stette chiuso parecchi giorni nella propria camera per non possedere
un soprabito decente; in quella stessa Milano, Giuseppe Rota, il Verdi
della coreografia, per dare una tinta invernale a certi suoi calzoni
di tela russa, dovette immergerli in un bagno di inchiostro, e
attendere due giorni perchè si asciugassero, onde con quelli
presentarsi alle prove di un suo primo ballo. Egli si compiaceva
assaissimo nel ricordare codesto ed altri episodi della sua giovinezza
travagliata. Pochi artisti ebbero a lottare più crudelmente colla
fortuna, e pochissimi uscirono dalla lotta, com'egli n'è uscito,
coll'anima vergine di bassezze o di transazioni meno onorevoli. Col
mutarsi della fortuna egli rimase quale era stato ai tempi più
tribolati. Guadagnava da venti a cinquantamila lire all'anno, ed era
sempre il gioviale compagnone, l'artista spensierato, laborioso,
entusiasta. In teatro, non rari si incontrano gli individui che,
usciti dalle infime classi sociali, nati e vissuti per anni in povero
stato, o per mezzi straordinari di voce o per altro talento, finiscono
coll'arricchire considerevolmente. Una goffa albagia, una boria
insensata che si tradisce nello sfarzo delle vesti, nella grottesca
affettazione del linguaggio, del portamento, dei modi, caratterizza
ordinariamente questi _parvenus_ della scena. Rota divenne un signore
alla buona, senza vernice, senza pretese. Vestiva decentemente e nulla
più; era sempre, ne' suoi estri di buon umore, il birrichino di
Venezia, lo zingaro dei calli, il visionario della gondola.
A quell'ingegno originale e fecondo, a quell'energico e leale
carattere non potevano mancare i fanatici ammiratori e gli amici
devoti. Più tardi, ebbe anch'egli detrattori e persecutori
accaniti, ma in compenso vide crescere il numero degli amici. Questi
lo difesero con foga da partigiani. I critici più illuminati,
più indipendenti dalle brighe teatrali, lo compresero ed ammirarono
sempre--molti gli furono devoti constantemente, e fra questi il
Rovani, Paolo Ferrari, Emilio Treves, Colucci, Francesco Zappert,
Filippo Filippi, ed altri distinti. La giovane letteratura italiana
era tutta per lui. I pensatori, i romanzieri, gli amici dell'arte, in
lui riconoscevano un collega. Per essi il Rota non rappresentava
soltanto un coreografo, un creatore di danze e di fantasmogorie
seducenti; per gli uomini di gusto, per gli uomini illuminati, il Rota
era un poeta, un sublime maestro di tutte le arti belle.
Come tutti gli uomini di genio, Rota non sapeva speculare, non si
curava dei successi materiali. Egli era un vulcano in perpetua
eruzione: la sua lava era un torrente d'oro che spesso andava a
disperdersi nelle aride sabbie. Qual'era il pensiero agitatore, quale
era l'irresistibile movente della sua anima irrequieta?--Rota, il
principe della coreografia, il riformatore del dramma plastico,
l'autore del _Fallo_, del _Montecristo_, della _Cleopatra_, dei
_Bianchi e Neri_, della _Contessa di Egmont_, non aveva che un solo
desiderio, una aspirazione imperiosa, irresistibile, quella di
abbandonare il teatro, di rinunziare a quell'arte che gli aveva dato
una gloria, che lo aveva posto sul cammino delle ricchezze. Rota
voleva uscire dalla coreografia. Egli sentiva altamente la propria
missione, nè poteva rassegnarsi all'esercizio di un'arte, la quale,
a suo vedere, non presentava alcuna applicazione di utile sociale.
Visitando l'Inghilterra, la Germania, la Francia, penetrando col suo
occhio divinatore tutti i segreti dell'industria contemporanea, Rota
si sentiva umiliato di non poter espandere sovra un campo più serio
che non fosse il teatro, le molteplici facoltà del suo ingegno. La
sua mente creatrice si ribellava a costruire dei giuocatoli pel
sollazzo di un pubblico spensierato. Rota voleva prender parte al
movimento intellettuale del suo secolo con qualche cosa di serio, di
positivo; egli ambiva di stabilire la propria gloria sopra una solida
base; era stanco di dilettare, voleva beneficare. Però lo
chiamavano visionario, pazzo; tutti i mediocri lo derisero, si
ribellarono a lui. La sublime follia del sacrificio non è compresa
che dagli spiriti elevati. Questa aspirazione era prossima ad
effettuarsi. Nell'anno 1865, Rota era intento a costruire in Torino un
grandioso stabilimento di fotoscultura, di questa nuova arte importata
da lui in Italia, e dalla quale egli pareva attendersi dei risultati
meravigliosi.
Negli ultimi mesi, la vita del Rota era una febbre di azione. Egli si
affrettava al compimento de' suoi disegni artistici come fosse
incalzato da necessità ineluttabili. Questa forza segreta che lo
spingeva, che lo affannava, che non gli dava più requie, era il
presentimento della morte. Una tremenda malattia, di quelle che la
natura tiene in serbo per abbattere i forti, assalì il poeta della
coreografia e il visionario della fotoscultura nel massimo fervore
della sua attività intelligente. L'agonia del Rota fu lunga e
terribile; il martirio morale fu per lui più crudele, più atroce
del martirio fisico. Avendo conservato, negli aneliti supremi, la
più serena lucidità della mente, egli violentava tutte sue
facoltà nell'indagine di uno stratagemma che gli serbasse la vita.
La forza del male era pur troppo ineluttabile.--Due ore prima di
morire, il malato chiese di levarsi, e sorretto dai pietosi che lo
assistevano, si adagiò sovra una scranna e apparve più calmo,
più rassegnato. La fine della lotta era imminente. Ricoricato sul
letto, egli rifiutò ogni bevanda, ogni soccorso di scienza
medica--fece un gesto che voleva dire: silenzio!--e spirò
coll'indice al labbro, col sorriso nello sguardo.
Una nobile intelligenza, un forte carattere, un cuore generoso si è
spento col Rota. Il di lui nome sarà ben tosto obliato, in quanto
la coreografia non offra a' suoi cultori una gloria durevole; ma chi
lo conobbe serberà sempre una cara ricordanza di lui.
LA CASA DI VERDI A S. AGATA
Le case degli uomini illustri dovrebbero rimanere chiuse
inesorabilmente a quegli ospiti indiscreti che si chiamano
giornalisti; ma dacchè il maestro Verdi, obliando questo savio
consiglio si piacque ospitarmi e trattenermi parecchi giorni nella sua
villa a Sant'Agata presso Busseto, io non gli farò il torto di
supporre che, accordandomi tanto onore, egli contasse sulla mia
discretezza.
A tale riguardo non mi vanto migliore degli altri. E qual giornalista
avrebbe il coraggio civile di seppellire nel profondo dell'animo le
impressioni gradevoli, i piccoli ma interessanti segreti che a me fu
dato raccogliere durante il mio breve soggiorno alla villa?
D'altronde, non c'è scampo; i grandi artisti, come i re, come gli
imperatori, come i famosi capitani o ministri di Stato, non possono
sottrarsi alle investigazioni del pubblico; e poichè l'autore
della _Traviata_ e del _Don Carlo_ ha già preso il suo posto
caratteristico nella storia della musica italiana, egli deve pure
sottomettersi, buono o malgrado, alle violenze dei biografi, dei
commentatori e dei ritrattisti. Dopo tutto, non è poi gran male
che il biografo abbia conosciuta da vicino la sua.... vittima.
Da circa vent'anni io non aveva più veduto il maestro Verdi. Nel
1846, o nel 1847, mi era trovato con lui, in Milano, ad un desinare di
amici, e i tratti di quel volto pensoso e severo si erano impressi a
caratteri indelebili nella mia giovine fantasia. A quella mensa, fra
molti giornalisti, letterati, artisti e buontemponi di ogni specie,
sedeva anche il cav. Andrea Maffei, l'elegante traduttore di Schiller,
di Moore e di Goëthe, il virgiliano poeta i cui versi sono una
musica. In mezzo alla gaiezza chiassosa di noi tutti, il poeta ed il
maestro serbavano una taciturnità desolante. Sì l'uno che
l'altro parevano assorti in gravi pensieri; credo che a quell'epoca
fosse in gestazione lo spartito dei _Masnadieri_, che poi venne
rappresentato al teatro italiano di Londra.
Da quel giorno, come dissi, non ebbi più la fortuna di rivedere il
maestro, e questi pure, dopo pochi mesi di soggiorno a Milano,
abbandonò la città de' suoi primi trionfi, per non ritornarvi
che circa vent'anni dopo, vale a dire ai primi giorni del luglio 1868.
Nè la casa ove nacque, nè la villa deliziosa che il Verdi abita
di preferenza nelle sue vacanze di estate, fanno parte della grossa
borgata che si chiama Busseto. Ma se Busseto non ha l'onore di aver
dato i natali al più energico ed affascinante maestro dell'Italia
contemporanea, a maggior dritto può gloriarsi di aver fornita a lui
la prima educazione musicale, di aver compreso ed ammirato il di lui
genio nascente. La casa dove il Verdi nacque è discosta da Busseto
circa tre miglia. Io l'ho visitata con profonda commozione. Figuratevi
una specie di tugurio di pietre e di calce, quasi isolato in mezzo ad
una fertile pianura seminata di melica e di canapa. Si comprende come
un artista nato in quel luogo debba conservare per tutta la vita
l'amore dell'isolamento. A pochi passi dall'umile casicciuola, dove
oggi una buona massaia alla domenica vende il vino ai contadini delle
vicinanze, si estolle una chiesa di bella e maestosa architettura. In
quella chiesa, all'età di quindici anni, il giovane allievo della
scuola di Busseto suonava l'organo alla distesa, inebbriando la sua
fervida fantasia di mistiche ispirazioni. E dall'organo della chiesa
egli passava alla _spinetta_ della casa paterna, e tutto un mondo di
speranze, di illusioni, di sublimi delirî corteggiava il pallido
adolescente in quell'oasi angusta di abitazioni, perduta in un deserto
di campagne interminabili.
Mi fu mostrata la stanzetta dove abitava il fanciullo predestinato.
Più tardi, alla villa di Sant'Agata, vidi anche il primo strumento
sul quale si erano esercitate le sue dita infantili. Quella emerita
spinetta non ha più corde, ha smarrito il coperchio. La sua
tastiera somiglia alla mascella d'un cranio dai denti lunghi e
corrosi. Eppure, qual prezioso monumento! E quanti ricordi per
l'artista che ha versato sovr'essa le lagrime feconde di
un'adolescenza tormentata! Quante emozioni sublimi per chi la vede e
la interroga!
Ed io l'ho interrogata. Ho levato dalla tastiera uno dei martelletti
che lasciava intravedere delle cifre, ed ho potuto leggere delle
parole altrettanto ingenue che sublimi; delle parole che, mentre
rivelano un atto generoso di artefice, somigliano anche ad un
coscenzioso vaticinio. I miei lettori mi sapranno grado di vedere qui
riprodotta quella inscrizione nella sua testuale semplicità. Mi
parrebbe commettere una profanazione ritoccando pur una delle leggiere
inesattezze ortografiche che la rendono adorabile:
«_Da me Stefano Cavaletti fu fato di nuovo questi Saltarelli, e
impenati a Corame, e vi adatai la pedagliera che io ci ho regalato;
Come anche gratuitamente ci ho fato di nuovo li detti Saltarelli,
vedendo la buona disposizione che ha il giovinetto Giuseppe Verdi di
imparare a suonare questo istrumento, che questo mi basta per
esserne del tutto sodisfatto.--Anno domini 1821._»
Così questo buono ed arguto operaio che si chiamava Stefano
Cavaletti, indovinava gli istinti musicali del giovine, mostrandosi
meglio ispirato che nol fosse pochi anni dopo un egregio professore
del Conservatorio di Milano[1], il quale ebbe a rimandare il Verdi a
Busseto cou una patente di incapacità, che farà ridere i
posteri.
È d'uopo sapere che a Busseto esiste una specie di Istituto,
facente parte del Monte di Pietà, nel quale vengono educati
gratuitamente alla musica cinque o sei giovani del paese o d'altrove.
Gli è in grazia di codesto Istituto, che il Verdi, figlio di povero
ma onestissimo campagnuolo, potè iniziarsi agli studi dell'arte; e
quali fossero le sue disposizioni e come rapidi i progressi, lo
attestano i componimenti scritti da lui in età giovanissima. La
banda musicale di Busseto eseguisce ancora una brillante sinfonia
scritta dal Verdi all'età di dodici anni; prezioso frammento di
musica, che aggiunto a molti altri, costituisce il più bel
patrimonio artistico di quell'Istituto musicale.
Ma veniamo alla villa di Sant'Agata.--Anche questa è lontana da
Busseto circa due miglia; anche questa si trova pressochè isolata
in mezzo ad una vasta pianura. La chiesa che porta il nome della
Santa, e due o tre case da contadini formano il corteggio della ricca
ed elegante dimora del maestro.
La natura non ha donato a questi luoghi alcuna attrattiva. Il piano
è monotono e solo coperto da quella prosa di messi che rallegra la
cupidigia del colono, ma nulla dice alla fantasia del poeta. In mezzo
a quei lunghi filari di pioppi, che costeggiano una fossa povera
d'acque, a un tratto il vostro occhio rimane sorpreso e quasi
rattristato dalla vista di due salici piangenti che si addossano ad
una porta. Quei due alberi immani che forse altrove non produrrebbero
una impressione così viva, qui vi colpiscono lo spirito come una
esotica apparizione. La persona che ha fatto piantare quegli alberi
nulla o ben poco deve aver di comune, nel carattere e nelle abitudini
della vita, colle popolazioni della vasta pianura che avete percorsa.
L'abitatore della casa, che voi intravedete a poca distanza,
dev'essere un eccentrico personaggio--un artista, un poeta, un
pensatore, fors'anche un misantropo. Per accostarvi a quella porta vi
è d'uopo oltrepassare un ponte, il solo tratto di unione che
congiunga la dimora dell'artista a quella degli altri esseri
viventi.--Chi conosce di nome l'abitatore di quella casa, passandole
d'appresso in sul far della sera, si illude di udire, fra i rami di
quegli alberi mesti, sospirare la nenia funebre del _Trovatore_ o
l'ultimo anelito di una _Violetta_ moribonda. Voi comprendete,
appressandovi ai cancelli, che quella dev'essere la dimora di un genio
melanconico ed altero. Uno spesso filare di alberi difende la casa
dagli sguardi profani dal lato che prospetta la strada maestra, mentre
dal lato opposto il giardino si apre più luminoso a ridente fino
alla riva di un laghetto artificiale.
È lecito presagire che allorquando le recenti piantagioni avran
preso cogli anni più ampio sviluppo, le ombre e la tristezza
domineranno completamente quell'abitazione.
Al di là del giardino, attraversati da un lungo viale in cui
l'occhio si smarrisce, si estendono i vasti possedimenti del maestro,
sparsi di casuccie paesane, di cascinotti assai bene architettati. La
coltivazione rivela quell'arte perfetta che si apprende sui campi
stranieri, meno favoriti dalla natura. Lo spirito osservatore del
Verdi ha raccolto, per versarli su questo campo, tutti i progressi
della scienza agricola inglese e francese. Mentre i salici del
giardino, e i folti alberi, e i chioschi opachi, e il laghetto
tortuoso e melanconico ritraggono l'indole appassionata dell'artista,
la coltura di queste ampie campagne sembra invece riflettere la mente
ordinata dell'uomo, quel criterio pratico e positivo che nel Verdi,
caso piuttosto unico che raro, si trova accoppiato ad una fantasia
esuberante, ad un temperamento vivace ed irritabile.
Questo criterio pratico e positivo si manifesta più che mai
nell'architettura della casa, nella scelta dei mobili, in tutto ciò
che costituisce il confortabile e l'ordine interno della famiglia. Non
vi è che una sola parola, una parola musicale, a cui sia dato
esprimere quest'ordine meraviglioso, questo connubio fortunatissimo
dell'arte colle necessità materiali della vita--la parola
_armonia_. Il gusto più squisito e il calcolo più sapiente hanno
presieduto alla costruzione. Qui tutto è bello, tutto elegante e
semplicissimo, tutto risponde alle esigenze della salubrità e del
buon gusto. I miei lettori non esigeranno una minuta descrizione degli
appartamenti, degli addobbi, delle pitture. Credo dir tutto affermando
che l'abitazione è degna di un artista, il quale si è fatto gran
signore coi prodotti del suo ingegno.
Il maestro compone ordinariamente nella sua camera da letto--una
camera al piano terreno, spaziosa, piena d'aria e di luce,
ammobigliata con artistica profusione. Le finestre e le porte vetrate
danno sul giardino. Quivi un magnifico pianoforte, una libreria e uno
scrittoio massiccio di eccentrica forma che, dividendo la camera in
due compartimenti, esibisce allo sguardo una deliziosa varietà di
bozzetti, di statuette, di gingilli artistici. Al disopra del
pianoforte sta affisso il ritratto a olio del vecchio Barezzi, il vero
amico e mecenate del Verdi, al cui nome, alla cui effigie veneranda il
maestro professa una specie di culto[2].
La prima moglie sposata dal Verdi in età giovanissima era figlia di
quell'ottimo patriarca di Busseto; e non è qui il luogo di
ricordare quante memorie di affetti e di dolori, di lotte e di
sacrifizî si riuniscano a rendere sacro pel maestro il nome di un
così amato e benefico parente.
Nei silenzi della notte si partono da quella camera le armonie
sussultanti che erompono dal genio creatore. Là fu scritto il _Don
Carlo_; e questa opera colossale, che rivaleggia coi più insigni
capolavori del teatro francese, fu compiuta nel giro di sei mesi.
In altre delle stanze superiori mi fu additato il primo pianoforte che
sottentrò alla squallida spinetta da me più sopra descritta, e
alla cui apparizione poco mancò che l'entusiasta cultore dell'arte
non cadesse in svenimento per esuberanza di tripudio. E presso quel
pianoforte ho inteso narrare intorno alle prime composizioni teatrali
dell'illustre maestro, degli aneddoti piccanti, i quali contraddicono
alle comuni dicerie. Vi è ben poco di vero in ciò che si ripete
generalmente sulle circostanze che precedettero e accompagnarono le
rappresentazioni del _Nabucco_; ma io mi riserbo a narrare quella
istoria nei suoi più minuti particolari, allorquando pubblicherò
del Verdi una estesa biografia, accompagnata da un documento critico
di tutte le sue opere[3].
Per finirla collo schizzo della villa, dirò che in tutto quanto vi
corre all'occhio di animato e di inanimato, di mobile e di immobile,
tutto qui è bello, semplice, attraente. Come più sopra ho
affermato, nella villa di Sant'Agata c'è il lusso del gran signore
e il gusto eletto dell'artista di genio.