--Mio Dio!... quanto calore!--esclamò dopo alcuni minuti--un

generale può cadere prigioniero sul campo al pari dell'infimo

soldato...

--Perdonate, signor Conte--riprese il Rota più calmo ma con nobile

accento--Garibaldi può cadere ferito, Garibaldi può cader morto

come l'ultimo de' suoi fantaccini, ma è impossibile, ve lo ripeto,

che si lasci prendere prigioniero.

L'enfasi di quella risposta rivelava per la prima volta al vecchio

legittimista il fiero carattere del suo protetto. Il Conte comprese di

aver a fare con uno di quegli spiriti liberali che hanno tempra

indomabile, e forse per la prima volta in sua vita egli ebbe a provare

un sentimento di ammirazione per un vero patriota.

Qualche volta i suoi impeti avevano del selvaggio, ma sempre erano

mossi da istinti generosi. Per creare sulla scena i suoi quadri

plastici, egli soffiava nella materia il suo spirito prepotente; come

il Dio della Genesi, egli urlava il suo _fiat_ alla terra ed alle

onde, agitava gli elementi, suscitava l'uomo dalla creta. Paolo Giorza

è una creatura del Rota. Il giovane maestro si infiammava alla

parola inebbriante del giovane coreografo. Vegliavano insieme le

notti. Questi declamava i suoi concetti, evocando nella camera deserta

i fantasmi del suo genio.--E intorno al pianoforte danzavano delle

silfidi ideali, ispirando al giovane compositore di armonia una musica

piena di moto e di lampi. Queste febbri dell'artista producevano il

miracolo. Le danzatrici della Scala, cui le apostrofi vivaci, e spesso

violente del Rota, mettevano terrore, alle prime rappresentazioni dei

suoi balli parevano a loro volta invasate dal fuoco sacro. Nella festa

del trionfo condiviso, esse acclamavano a lui, lo chiamavano il loro

buon genio, il loro Dio.

Ma gli impeti del Rota, i suoi eccessi quasi selvaggi non erano

soltanto occasionati dall'amore esuberante dell'arte. Più spesso,

erano un fiero disprezzo della viltà, una reazione contro la

prepotenza, una guerra alla ipocrisia; erano risentimenti infrenabili

e tremendi contro la perversità umana. Vi sono degli uomini che

paiono incaricati di rappresentare, nei confini della loro efficienza,

il braccio della legge naturale--e tale era il Rota. Un debole

oppresso dal forte, un impotente martoriato dalla brutalità, erano

spettacoli intollerabili a quella ingenua e irritabile natura.

Giungendo a Livorno per la ferrovia da Firenze, gli accadde una volta,

in prossimità della stazione, di vedere un facchino percuotere un

cavallo in modo sì spietato da suscitare la indignazione e il

ribrezzo di quanti erano là presenti. La povera bestia scalpitava

sotto le inumane battiture, ma, estenuata dalla fatica e impotente a

trascinare più oltre il carico enorme, non si avanzava di un passo.

Quella scena faceva orrore; ma nessuno dei passeggieri discesi dal

convoglio osava intromettersi fra l'aguzzino e la bestia. Il Rota non

potè contenersi, e volgendosi al facchino: come hai tu cuore, gli

disse, di tormentare in siffatta guisa una povera bestia che non ha

più fiato da reggersi? A quella ammonizione, il facchino

imbestialisce e risponde con un ghigno sinistro. Per brutale

rappresaglia, egli levò furiosamente la frusta, e col grosso del

manico menò un tal colpo alla testa del povero animale da lasciarlo

quasi tramortito.

--Mostro! cane! assassino!--urlò il Rota a quella vista--se tu osi

toccare anche una volta quella povera bestia, io ti mando all'inferno

con due palle di piombo nel cervello!--Così parlando, il Rota aveva

tratto un _revolver_ e lo aveva appuntato contro l'aguzzino, pronto a

vibrare il suo colpo se quegli avesse osato reagire.

Erano presenti alla scena parecchie centinaia di persone. Tutti i

cuori battevano per il Rota. In quel momento, in quella posa egli era

formidabile. Il facchino, colla bava alla bocca, pallido, minaccioso,

il suo enorme scudiscio sospeso sulla testa del cavallo, non poteva

distogliere lo sguardo da quella nobile e potente figura che lo

dominava, che imponeva ai suoi impeti brutali. Investito dalla

indignazione popolare, quello zotico imbestialito subiva la più

tremenda delle umiliazioni. Da' suoi occhi iniettati di sangue spirava

l'anelito feroce della reazione--egli avrebbe voluto, col suo sguardo

da basilisco, annientare il potente che gli stava dinanzi, od almeno,

immolare in presenza di lui, il povero animale, oggetto di tanta

commiserazione e di tanto interesse. Ma quell'uomo sanguinario non

ebbe il coraggio della propria malvagità--egli indovinava che il

menono atto di rappresaglia poteva essergli fatale. Comprendeva che

quel _revolver_ non era un lusso della minaccia--l'uomo che lo teneva

appuntato non era di quelli che promettono invano. Se la palla fosse

partita.... se quel vile aguzzino fosse rimasto sul terreno.... quale

orrore! non è vero?... Uccidere un uomo per difesa di un animale....

irragionevole!... E su questa intonazione, il mondo avrebbe

indubbiamente composto una litania di accuse e di contumelie

all'indirizzo dell'artista--tutti avrebbero esclamato la riprovazione

al pessimo soggetto, all'accattabrighe, al forsennato. E al Rota non

mancarono accuse siffatte. La morale dei prudenti, dei circospetti,

dei timidi, dei codardi--diciamolo pure--la morale della maggioranza,

non ha che fare cogli impeti generosi di questi caratteri interi e

robusti che obbediscono ciecamente agli istinti del bene. La mezza

virtù è l'antitesi più estrema della virtù intera. Rota

era violento, era terribile allorquando si trattava di schiacciare

l'ingiustizia e la prepotenza; Rota era mite come un fanciullo,

pietoso come una donna, allorquando la voce del dolore e dell'affetto

parlavano al suo cuore.

Nella prima giovinezza, egli ebbe a lottare duramente colla miseria. A

Milano, dove Giuseppe Verdi, prima di divenir celebre col _Nabucco_,

stette chiuso parecchi giorni nella propria camera per non possedere

un soprabito decente; in quella stessa Milano, Giuseppe Rota, il Verdi

della coreografia, per dare una tinta invernale a certi suoi calzoni

di tela russa, dovette immergerli in un bagno di inchiostro, e

attendere due giorni perchè si asciugassero, onde con quelli

presentarsi alle prove di un suo primo ballo. Egli si compiaceva

assaissimo nel ricordare codesto ed altri episodi della sua giovinezza

travagliata. Pochi artisti ebbero a lottare più crudelmente colla

fortuna, e pochissimi uscirono dalla lotta, com'egli n'è uscito,

coll'anima vergine di bassezze o di transazioni meno onorevoli. Col

mutarsi della fortuna egli rimase quale era stato ai tempi più

tribolati. Guadagnava da venti a cinquantamila lire all'anno, ed era

sempre il gioviale compagnone, l'artista spensierato, laborioso,

entusiasta. In teatro, non rari si incontrano gli individui che,

usciti dalle infime classi sociali, nati e vissuti per anni in povero

stato, o per mezzi straordinari di voce o per altro talento, finiscono

coll'arricchire considerevolmente. Una goffa albagia, una boria

insensata che si tradisce nello sfarzo delle vesti, nella grottesca

affettazione del linguaggio, del portamento, dei modi, caratterizza

ordinariamente questi _parvenus_ della scena. Rota divenne un signore

alla buona, senza vernice, senza pretese. Vestiva decentemente e nulla

più; era sempre, ne' suoi estri di buon umore, il birrichino di

Venezia, lo zingaro dei calli, il visionario della gondola.

A quell'ingegno originale e fecondo, a quell'energico e leale

carattere non potevano mancare i fanatici ammiratori e gli amici

devoti. Più tardi, ebbe anch'egli detrattori e persecutori

accaniti, ma in compenso vide crescere il numero degli amici. Questi

lo difesero con foga da partigiani. I critici più illuminati,

più indipendenti dalle brighe teatrali, lo compresero ed ammirarono

sempre--molti gli furono devoti constantemente, e fra questi il

Rovani, Paolo Ferrari, Emilio Treves, Colucci, Francesco Zappert,

Filippo Filippi, ed altri distinti. La giovane letteratura italiana

era tutta per lui. I pensatori, i romanzieri, gli amici dell'arte, in

lui riconoscevano un collega. Per essi il Rota non rappresentava

soltanto un coreografo, un creatore di danze e di fantasmogorie

seducenti; per gli uomini di gusto, per gli uomini illuminati, il Rota

era un poeta, un sublime maestro di tutte le arti belle.

Come tutti gli uomini di genio, Rota non sapeva speculare, non si

curava dei successi materiali. Egli era un vulcano in perpetua

eruzione: la sua lava era un torrente d'oro che spesso andava a

disperdersi nelle aride sabbie. Qual'era il pensiero agitatore, quale

era l'irresistibile movente della sua anima irrequieta?--Rota, il

principe della coreografia, il riformatore del dramma plastico,

l'autore del _Fallo_, del _Montecristo_, della _Cleopatra_, dei

_Bianchi e Neri_, della _Contessa di Egmont_, non aveva che un solo

desiderio, una aspirazione imperiosa, irresistibile, quella di

abbandonare il teatro, di rinunziare a quell'arte che gli aveva dato

una gloria, che lo aveva posto sul cammino delle ricchezze. Rota

voleva uscire dalla coreografia. Egli sentiva altamente la propria

missione, nè poteva rassegnarsi all'esercizio di un'arte, la quale,

a suo vedere, non presentava alcuna applicazione di utile sociale.

Visitando l'Inghilterra, la Germania, la Francia, penetrando col suo

occhio divinatore tutti i segreti dell'industria contemporanea, Rota

si sentiva umiliato di non poter espandere sovra un campo più serio

che non fosse il teatro, le molteplici facoltà del suo ingegno. La

sua mente creatrice si ribellava a costruire dei giuocatoli pel

sollazzo di un pubblico spensierato. Rota voleva prender parte al

movimento intellettuale del suo secolo con qualche cosa di serio, di

positivo; egli ambiva di stabilire la propria gloria sopra una solida

base; era stanco di dilettare, voleva beneficare. Però lo

chiamavano visionario, pazzo; tutti i mediocri lo derisero, si

ribellarono a lui. La sublime follia del sacrificio non è compresa

che dagli spiriti elevati. Questa aspirazione era prossima ad

effettuarsi. Nell'anno 1865, Rota era intento a costruire in Torino un

grandioso stabilimento di fotoscultura, di questa nuova arte importata

da lui in Italia, e dalla quale egli pareva attendersi dei risultati

meravigliosi.

Negli ultimi mesi, la vita del Rota era una febbre di azione. Egli si

affrettava al compimento de' suoi disegni artistici come fosse

incalzato da necessità ineluttabili. Questa forza segreta che lo

spingeva, che lo affannava, che non gli dava più requie, era il

presentimento della morte. Una tremenda malattia, di quelle che la

natura tiene in serbo per abbattere i forti, assalì il poeta della

coreografia e il visionario della fotoscultura nel massimo fervore

della sua attività intelligente. L'agonia del Rota fu lunga e

terribile; il martirio morale fu per lui più crudele, più atroce

del martirio fisico. Avendo conservato, negli aneliti supremi, la

più serena lucidità della mente, egli violentava tutte sue

facoltà nell'indagine di uno stratagemma che gli serbasse la vita.

La forza del male era pur troppo ineluttabile.--Due ore prima di

morire, il malato chiese di levarsi, e sorretto dai pietosi che lo

assistevano, si adagiò sovra una scranna e apparve più calmo,

più rassegnato. La fine della lotta era imminente. Ricoricato sul

letto, egli rifiutò ogni bevanda, ogni soccorso di scienza

medica--fece un gesto che voleva dire: silenzio!--e spirò

coll'indice al labbro, col sorriso nello sguardo.

Una nobile intelligenza, un forte carattere, un cuore generoso si è

spento col Rota. Il di lui nome sarà ben tosto obliato, in quanto

la coreografia non offra a' suoi cultori una gloria durevole; ma chi

lo conobbe serberà sempre una cara ricordanza di lui.

LA CASA DI VERDI A S. AGATA

Le case degli uomini illustri dovrebbero rimanere chiuse

inesorabilmente a quegli ospiti indiscreti che si chiamano

giornalisti; ma dacchè il maestro Verdi, obliando questo savio

consiglio si piacque ospitarmi e trattenermi parecchi giorni nella sua

villa a Sant'Agata presso Busseto, io non gli farò il torto di

supporre che, accordandomi tanto onore, egli contasse sulla mia

discretezza.

A tale riguardo non mi vanto migliore degli altri. E qual giornalista

avrebbe il coraggio civile di seppellire nel profondo dell'animo le

impressioni gradevoli, i piccoli ma interessanti segreti che a me fu

dato raccogliere durante il mio breve soggiorno alla villa?

D'altronde, non c'è scampo; i grandi artisti, come i re, come gli

imperatori, come i famosi capitani o ministri di Stato, non possono

sottrarsi alle investigazioni del pubblico; e poichè l'autore

della _Traviata_ e del _Don Carlo_ ha già preso il suo posto

caratteristico nella storia della musica italiana, egli deve pure

sottomettersi, buono o malgrado, alle violenze dei biografi, dei

commentatori e dei ritrattisti. Dopo tutto, non è poi gran male

che il biografo abbia conosciuta da vicino la sua.... vittima.

Da circa vent'anni io non aveva più veduto il maestro Verdi. Nel

1846, o nel 1847, mi era trovato con lui, in Milano, ad un desinare di

amici, e i tratti di quel volto pensoso e severo si erano impressi a

caratteri indelebili nella mia giovine fantasia. A quella mensa, fra

molti giornalisti, letterati, artisti e buontemponi di ogni specie,

sedeva anche il cav. Andrea Maffei, l'elegante traduttore di Schiller,

di Moore e di Goëthe, il virgiliano poeta i cui versi sono una

musica. In mezzo alla gaiezza chiassosa di noi tutti, il poeta ed il

maestro serbavano una taciturnità desolante. Sì l'uno che

l'altro parevano assorti in gravi pensieri; credo che a quell'epoca

fosse in gestazione lo spartito dei _Masnadieri_, che poi venne

rappresentato al teatro italiano di Londra.

Da quel giorno, come dissi, non ebbi più la fortuna di rivedere il

maestro, e questi pure, dopo pochi mesi di soggiorno a Milano,

abbandonò la città de' suoi primi trionfi, per non ritornarvi

che circa vent'anni dopo, vale a dire ai primi giorni del luglio 1868.

Nè la casa ove nacque, nè la villa deliziosa che il Verdi abita

di preferenza nelle sue vacanze di estate, fanno parte della grossa

borgata che si chiama Busseto. Ma se Busseto non ha l'onore di aver

dato i natali al più energico ed affascinante maestro dell'Italia

contemporanea, a maggior dritto può gloriarsi di aver fornita a lui

la prima educazione musicale, di aver compreso ed ammirato il di lui

genio nascente. La casa dove il Verdi nacque è discosta da Busseto

circa tre miglia. Io l'ho visitata con profonda commozione. Figuratevi

una specie di tugurio di pietre e di calce, quasi isolato in mezzo ad

una fertile pianura seminata di melica e di canapa. Si comprende come

un artista nato in quel luogo debba conservare per tutta la vita

l'amore dell'isolamento. A pochi passi dall'umile casicciuola, dove

oggi una buona massaia alla domenica vende il vino ai contadini delle

vicinanze, si estolle una chiesa di bella e maestosa architettura. In

quella chiesa, all'età di quindici anni, il giovane allievo della

scuola di Busseto suonava l'organo alla distesa, inebbriando la sua

fervida fantasia di mistiche ispirazioni. E dall'organo della chiesa

egli passava alla _spinetta_ della casa paterna, e tutto un mondo di

speranze, di illusioni, di sublimi delirî corteggiava il pallido

adolescente in quell'oasi angusta di abitazioni, perduta in un deserto

di campagne interminabili.

Mi fu mostrata la stanzetta dove abitava il fanciullo predestinato.

Più tardi, alla villa di Sant'Agata, vidi anche il primo strumento

sul quale si erano esercitate le sue dita infantili. Quella emerita

spinetta non ha più corde, ha smarrito il coperchio. La sua

tastiera somiglia alla mascella d'un cranio dai denti lunghi e

corrosi. Eppure, qual prezioso monumento! E quanti ricordi per

l'artista che ha versato sovr'essa le lagrime feconde di

un'adolescenza tormentata! Quante emozioni sublimi per chi la vede e

la interroga!

Ed io l'ho interrogata. Ho levato dalla tastiera uno dei martelletti

che lasciava intravedere delle cifre, ed ho potuto leggere delle

parole altrettanto ingenue che sublimi; delle parole che, mentre

rivelano un atto generoso di artefice, somigliano anche ad un

coscenzioso vaticinio. I miei lettori mi sapranno grado di vedere qui

riprodotta quella inscrizione nella sua testuale semplicità. Mi

parrebbe commettere una profanazione ritoccando pur una delle leggiere

inesattezze ortografiche che la rendono adorabile:

«_Da me Stefano Cavaletti fu fato di nuovo questi Saltarelli, e

impenati a Corame, e vi adatai la pedagliera che io ci ho regalato;

Come anche gratuitamente ci ho fato di nuovo li detti Saltarelli,

vedendo la buona disposizione che ha il giovinetto Giuseppe Verdi di

imparare a suonare questo istrumento, che questo mi basta per

esserne del tutto sodisfatto.--Anno domini 1821._»

Così questo buono ed arguto operaio che si chiamava Stefano

Cavaletti, indovinava gli istinti musicali del giovine, mostrandosi

meglio ispirato che nol fosse pochi anni dopo un egregio professore

del Conservatorio di Milano[1], il quale ebbe a rimandare il Verdi a

Busseto cou una patente di incapacità, che farà ridere i

posteri.

È d'uopo sapere che a Busseto esiste una specie di Istituto,

facente parte del Monte di Pietà, nel quale vengono educati

gratuitamente alla musica cinque o sei giovani del paese o d'altrove.

Gli è in grazia di codesto Istituto, che il Verdi, figlio di povero

ma onestissimo campagnuolo, potè iniziarsi agli studi dell'arte; e

quali fossero le sue disposizioni e come rapidi i progressi, lo

attestano i componimenti scritti da lui in età giovanissima. La

banda musicale di Busseto eseguisce ancora una brillante sinfonia

scritta dal Verdi all'età di dodici anni; prezioso frammento di

musica, che aggiunto a molti altri, costituisce il più bel

patrimonio artistico di quell'Istituto musicale.

Ma veniamo alla villa di Sant'Agata.--Anche questa è lontana da

Busseto circa due miglia; anche questa si trova pressochè isolata

in mezzo ad una vasta pianura. La chiesa che porta il nome della

Santa, e due o tre case da contadini formano il corteggio della ricca

ed elegante dimora del maestro.

La natura non ha donato a questi luoghi alcuna attrattiva. Il piano

è monotono e solo coperto da quella prosa di messi che rallegra la

cupidigia del colono, ma nulla dice alla fantasia del poeta. In mezzo

a quei lunghi filari di pioppi, che costeggiano una fossa povera

d'acque, a un tratto il vostro occhio rimane sorpreso e quasi

rattristato dalla vista di due salici piangenti che si addossano ad

una porta. Quei due alberi immani che forse altrove non produrrebbero

una impressione così viva, qui vi colpiscono lo spirito come una

esotica apparizione. La persona che ha fatto piantare quegli alberi

nulla o ben poco deve aver di comune, nel carattere e nelle abitudini

della vita, colle popolazioni della vasta pianura che avete percorsa.

L'abitatore della casa, che voi intravedete a poca distanza,

dev'essere un eccentrico personaggio--un artista, un poeta, un

pensatore, fors'anche un misantropo. Per accostarvi a quella porta vi

è d'uopo oltrepassare un ponte, il solo tratto di unione che

congiunga la dimora dell'artista a quella degli altri esseri

viventi.--Chi conosce di nome l'abitatore di quella casa, passandole

d'appresso in sul far della sera, si illude di udire, fra i rami di

quegli alberi mesti, sospirare la nenia funebre del _Trovatore_ o

l'ultimo anelito di una _Violetta_ moribonda. Voi comprendete,

appressandovi ai cancelli, che quella dev'essere la dimora di un genio

melanconico ed altero. Uno spesso filare di alberi difende la casa

dagli sguardi profani dal lato che prospetta la strada maestra, mentre

dal lato opposto il giardino si apre più luminoso a ridente fino

alla riva di un laghetto artificiale.

È lecito presagire che allorquando le recenti piantagioni avran

preso cogli anni più ampio sviluppo, le ombre e la tristezza

domineranno completamente quell'abitazione.

Al di là del giardino, attraversati da un lungo viale in cui

l'occhio si smarrisce, si estendono i vasti possedimenti del maestro,

sparsi di casuccie paesane, di cascinotti assai bene architettati. La

coltivazione rivela quell'arte perfetta che si apprende sui campi

stranieri, meno favoriti dalla natura. Lo spirito osservatore del

Verdi ha raccolto, per versarli su questo campo, tutti i progressi

della scienza agricola inglese e francese. Mentre i salici del

giardino, e i folti alberi, e i chioschi opachi, e il laghetto

tortuoso e melanconico ritraggono l'indole appassionata dell'artista,

la coltura di queste ampie campagne sembra invece riflettere la mente

ordinata dell'uomo, quel criterio pratico e positivo che nel Verdi,

caso piuttosto unico che raro, si trova accoppiato ad una fantasia

esuberante, ad un temperamento vivace ed irritabile.

Questo criterio pratico e positivo si manifesta più che mai

nell'architettura della casa, nella scelta dei mobili, in tutto ciò

che costituisce il confortabile e l'ordine interno della famiglia. Non

vi è che una sola parola, una parola musicale, a cui sia dato

esprimere quest'ordine meraviglioso, questo connubio fortunatissimo

dell'arte colle necessità materiali della vita--la parola

_armonia_. Il gusto più squisito e il calcolo più sapiente hanno

presieduto alla costruzione. Qui tutto è bello, tutto elegante e

semplicissimo, tutto risponde alle esigenze della salubrità e del

buon gusto. I miei lettori non esigeranno una minuta descrizione degli

appartamenti, degli addobbi, delle pitture. Credo dir tutto affermando

che l'abitazione è degna di un artista, il quale si è fatto gran

signore coi prodotti del suo ingegno.

Il maestro compone ordinariamente nella sua camera da letto--una

camera al piano terreno, spaziosa, piena d'aria e di luce,

ammobigliata con artistica profusione. Le finestre e le porte vetrate

danno sul giardino. Quivi un magnifico pianoforte, una libreria e uno

scrittoio massiccio di eccentrica forma che, dividendo la camera in

due compartimenti, esibisce allo sguardo una deliziosa varietà di

bozzetti, di statuette, di gingilli artistici. Al disopra del

pianoforte sta affisso il ritratto a olio del vecchio Barezzi, il vero

amico e mecenate del Verdi, al cui nome, alla cui effigie veneranda il

maestro professa una specie di culto[2].

La prima moglie sposata dal Verdi in età giovanissima era figlia di

quell'ottimo patriarca di Busseto; e non è qui il luogo di

ricordare quante memorie di affetti e di dolori, di lotte e di

sacrifizî si riuniscano a rendere sacro pel maestro il nome di un

così amato e benefico parente.

Nei silenzi della notte si partono da quella camera le armonie

sussultanti che erompono dal genio creatore. Là fu scritto il _Don

Carlo_; e questa opera colossale, che rivaleggia coi più insigni

capolavori del teatro francese, fu compiuta nel giro di sei mesi.

In altre delle stanze superiori mi fu additato il primo pianoforte che

sottentrò alla squallida spinetta da me più sopra descritta, e

alla cui apparizione poco mancò che l'entusiasta cultore dell'arte

non cadesse in svenimento per esuberanza di tripudio. E presso quel

pianoforte ho inteso narrare intorno alle prime composizioni teatrali

dell'illustre maestro, degli aneddoti piccanti, i quali contraddicono

alle comuni dicerie. Vi è ben poco di vero in ciò che si ripete

generalmente sulle circostanze che precedettero e accompagnarono le

rappresentazioni del _Nabucco_; ma io mi riserbo a narrare quella

istoria nei suoi più minuti particolari, allorquando pubblicherò

del Verdi una estesa biografia, accompagnata da un documento critico

di tutte le sue opere[3].

Per finirla collo schizzo della villa, dirò che in tutto quanto vi

corre all'occhio di animato e di inanimato, di mobile e di immobile,

tutto qui è bello, semplice, attraente. Come più sopra ho

affermato, nella villa di Sant'Agata c'è il lusso del gran signore

e il gusto eletto dell'artista di genio.

Libro serio · 第 5 / 7 段