che il Mariani avrebbe aderito ad assumere alla Scala la direzione
dell'opera l'_Africana_, parve destarsi un serio allarme fra i
professori dell'orchestra. Si temette che il valente e famoso
maestro venisse ad impadronirsi per sempre del seggio ambito da
molti. Per scongiurare il pericolo, i più intriganti si fecero
dattorno al Mazzucato e colle belle, colle buone, lo indussero ad
abbandonare il letto ed a riprendere la sua bacchetta da direttore.
La storia del teatro è una trama di bassi intrighi. E vi è chi
chiama il teatro il tempio dell'arte.
[11] Vanitoso, come tutti i favoriti dalla natura e i corteggiati dal
mondo, il Mariani più che alla sua fama di musicista, teneva a
quella di grande patriota e di politico chiaroveggente. Narrava
piacevolmente certe sue storielle non sempre verosimili, dov'egli
figurava da eroe o da martire, secondo l'occasione. Si diceva amico
intimo di Imperatori, di Re, di alti personaggi diplomatici; a
questi aveva dato consigli di moderazione e di saggezza, ad un altro
aveva suggerito dei piani di battaglia. Allorquando, nel 1859, si
seppe che Napoleone III, alla testa di duecentomila francesi,
scendeva in Italia per muover guerra agli austriaci, il Mariani
andava ripetendo agli amici che di quell'avvenimento poco o punto si
meravigliava, comecchè egli ne fosse già prevenuto
segretamente da un _alto personaggio_.--E chi era l'alto
personaggio?--Diamine! ci vuol tanto a indovinarlo? Egli stesso....
il mio _amico Luigi_.»--E qui, si faceva a narrare che trovandosi
egli nella precedente primavera a Parigi, avea nel gran viale dei
Champs-Elisées, incontrato una mattina un elegantissimo _tilbury_
guidato dall'Imperatore. Questi, al vedere il suo _vecchio amico di
Rimini_, aveva repentinamente trattenuti i cavalli, e accennatogli
di accostarsi. Naturalmente, il Mariani obbedisce, si accosta alla
carrozza, col cappello in mano.--Via! bando ai complimenti, copriti
il capo! gli dice l'imperatore con accento cordialissimo--so che sei
a Parigi da due giorni e non ebbi ancora l'onore di una tua
visita--Sire... Maestà....--Via! perchè oggi non mi tratti da
amico?... È vero, oggi io mi chiamo imperatore dei francesi, ma
tu sei l'imperatore delle orchestre.... Alle corte!... Se
l'imperatore dei francesi può esserti utile in qualche cosa, non
hai che a profferire una parola.--Sire, risponde allora il Mariani
con voce supplichevole, per me non chiedo nulla, ma voi potreste far
molto per la mia povera Italia....--Per esempio? domanda
l'imperatore.--Per esempio.... dar la mano al Piemonte, intimar
guerra all'Austria, e liberarci dall'orrendo giogo che ci pesa sul
capo.--Non chiedi altro? esclama l'imperatore.--Null'altro,
Sire.--Ebbene, ti prometto che alla primavera del 1859 la tua Italia
sarà liberata dall'Alpi all'Adriatico; ma bada, veh! silenzio per
ora! su queste parole, il principe diè una sferzata ai cavalli--e
il Mariani.... tornò in Italia di lì a pochi giorni per
riprendere il suo seggio al Carlo Felice.--Questo aneddoto,
tuttochè ripetuto spesso dal Mariani, con stranissime varianti,
incontrava degli increduli, ma egli lo narrava con tanto garbo, che
nessuno osava fargli delle obbiezioni, e taluni gli rendevano anzi
vivissime grazie di avere colle sue franche parole esercitata sulla
politica di Napoleone una influenza sì favorevole alle sorti
italiane.
[12] Quella che da venti anni suol chiamarsi in Italia _arte_
dell'avvenire, non è che un vano attentato contro il buon gusto e
contro il senso comune. Ora, non è a credersi che simili
attentati possano mai riuscire. Converrebbe che la fibra umana si
mutasse, converrebbe che le tendenze più nobili dello spirito e
le aspirazioni verso il bello si spegnessero affatto. Dal caos
momentaneo, prodotto da un fenomenale straripamento di ciurmeria e
di grulleria altolocata uscirà quando meno lo si attende, il Nume
novello, che separerà le acque dall'_humo_ e la luce dalle
tenebre. I ranocchi torneranno al pantano, e gli uccelli
riprenderanno nell'etere sereno i loro canti melodiosi.
NOTE
ALLA BIOGRAFIA DI G. PACINI
[1] Dei giornalisti non è a far meraviglia; a certe epoche costoro
si rimbalzano l'uno all'altro delle frasi, senza darsi la pena di
riflettere un istante per vedere quanto vi sia in esse di vero o di
assurdo. È piuttosto a stupire che i giovani maestri, e fra
questi anche i più colti ed esperti dell'effetto teatrale,
mostrino tanto abborrimento per la cabaletta; la quale non è, in
ultima analisi, che un ritmo musicale molto atto ad esprimere le
concitazioni ed i sussulti della passione. Si pretende da certi
barbassori della critica che la cabaletta ripugni al gusto odierno
del pubblico. Nulla di più falso. Nelle due opere più
fortunate del Gomes, _Guarany_ e _Salvator Rosa_, i punti più
culminanti del successo furono segnati dalle cabalette dei duetti a
soprano e tenore. Alla prima rappresentazione della _Fosca_, il
pubblico della Scala cominciò a riscuotersi e ad applaudire con
entusiasmo ai primi accenni della cabaletta: _Cara città natia_.
Qualche cosa che arieggia la cabaletta è il canto. _O dolce
voluttà_, del Marchetti; ed è là che gli spettatori paiono
elettrizzarsi, e in ogni teatro dove si rappresenta il _Ruy Blas_,
quel frammento lirico lo si vuol ripetuto. Dove fu dato il _Papà
Martin_ del Cagnoni, la cabaletta a tenore e soprano ottenne sempre
gli onori della replica, E quanti esempi potremmo accumulare! Non
è egli vero che alla riproduzione di molte opere antiche e troppo
spesso riprodotte in ogni città, avviene spesso che il pubblico
dia una solenne smentita ai sistematici denigratori della cabaletta?
Sovveniamoci dei _Puritani_ e dell'_Anna Bolena_, ricomparsi alla
Scala recentemente. Nell'antica e troppo obliata opera del
Donizetti, il tenore Gayarre trovò il suo punto di successo nel
brillante ritmo dell'aria: _Ah! così nei dì ridenti_, tanto da
doverlo ripetere ogni sera fra le ovazioni più clamorose.
Malgrado questi fatti, i giornalisti non cesseranno di ripetere la
loro frase, e i maestri sapienti, per rispetto all'assurda diceria,
si guarderanno bene dal solleticare l'orecchio del _volgo idiota_
con un ritmo che indubbiamente suol colorire di tanta luce il
melodramma. Così avverrà che molte opere non prive di pregi
sprofonderanno per _omnia sæcula_ nella dissolvente ammirazione
dei dotti.
[2] Qui si allude alle antiche carceri attigue al Palazzo di Polizia
in contrada di Santa Margherita.
[3] Si vuole che una nordica principessa, la quale a Milano si rese
celebre per la sua avvenenza, pel suo spirito, per le sue
profusioni, per molte belle doti di mente e di cuore, nel copioso
elenco de' suoi amanti fortunati inscrivesse anche il Pacini.
Sarebbe vano indagare quanto vi sia stato di vero in tale diceria;
pure da essa ebbe origine quella specie di animosità che il
pubblico milanese dimostrò al Pacini in più occasioni,
fischiando con irriverenza spietata parecchie sue opere ben riuscite
altrove e non vuote di pregi. Non è raro il caso che un
pettegolezzo da salotto od una indiscrezione da alcova influiscano
sovra un successo teatrale. Giovò a taluni artisti, ad altri
nocque la fama di stalloni valenti; la _bestia pubblico_ ha degli
strani, inesplicabili capricci.
[4] La _Saffo_ non ottenne mai a Parigi un successo completo. La
egregia Sannazzaro volle farsene interprete al teatro degli Italiani
verso l'anno 1853, ma anche quest'ultima prova noa valse a rendere
accetto lo spartito al pubblico francese. Vuolsi avvertire che la
bella e appassionata interprete del capolavoro di Pacini accusava
fino d'allora un sensibile deperimento de' suoi mezzi vocali. Le
prime opere del Pacini ebbero all'estero miglior fortuna. _Gli Arabi
nelle Gallie_ e _Gli ultimi giorni di Pompei_ ottennero al loro
apparire una voga mondiale. Pure, _Gli Arabi nelle Gallie_,
riprodotti a Parigi verso l'anno 1868 per ordine di Napoleone III,
parvero una cosa sbiadita, e la famosa aria _Di quelle trombe al
suono_, che al giovane Bonaparte esulante era apparsa anni addietro
piena di fuoco marziale, alla vigilia di Sédan produsse l'effetto
di una nenia funebre.
[5] Salvatore Cammarano fu, dopo il Romani, il più abile poeta
librettista dell'epoca che trascorse dal Rossini al Verdi. Era
napolitano; la sua fervida fantasia, l'ottimo cuore esuberante di
affetti, la varia coltura, l'innato buon gusto, erano doti più
che sufficienti per fare di lui uno splendido poeta lirico, da
mettersi a paro coi più illustri d'Italia. _Dovette_ darsi al
_libretto_ per musica, tanto da campare la vita; ciò che vuol
dire abdicazione completa della propria individualità,
sacrifizio, suicidio. Ne' suoi melodrammi rifulgono a tratti i raggi
della sua bella intelligenza. Fu superiore al Romani nella potenza
creatrice, e lo vinse altresì nella varietà degli intrecci
drammatici e nella concitazione degli effetti scenici; qualche volta
gli si accostò nella fluidezza del verso e nella espressiva
chiarezza dello stile. La _Saffo_, la _Lucia_, la _Maria di Rohan_,
la _Luisa Miller_, la _Vestale_, gli _Orazi e Curiazî_, la
_Battaglia di Legnano_, vanno annoverate fra i suoi migliori
libretti. Soggiacque anch'egli alla sorte comune a tutti i poeti del
melodramma; si bisticciò coi maestri, vide i suoi versi deturpati
e sconciati da mani sacrileghe. Visse povero, melanconico, infelice;
non raccogliendo dal suo ingegno subordinato e manomesso, che la
critica acerba degli invidiosi e le ingiuste recriminazioni dei
musicisti fischiati. (Veggasi il _Libro azzurro_, di prossima
pubblicazione).
[6] Nella solenne commemorazione funebre celebratasi a Lucca in onore
del defunto maestro, si eseguirono i seguenti pezzi:
1.° Gran marcia a banda ed orchestra, sopra motivi tratti dalle
composizioni di Pacini.
2.° Messa da _Requiem_ a quattro voci e grande orchestra
scritta dall'illustre defunto.
3.° Altra marcia a banda ed orchestra.
4.° Elogio funebre letto dall'illustre signor Vincenzo Sartini,
professore di filosofia al R. Liceo di Lucca.
5.° Assoluzione a quattro voci ed orchestra, composta dallo
stesso Pacini.
Il servizio musicale era affidato alla Cappella del Municipio e
diretta dal maestro Fortunato Maggi. Varî altri professori e
dilettanti del paese e delle vicine città di Pisa e di Pescia si
prestarono gratuitamente alla solenne cerimonia musicale.
NOTE
ALLA BIOGRAFIA DI GUSTAVO MODENA
[1] In teatro ho veduto degli orrori. Qualche volta il pubblico, anche
quello dei teatri meglio frequentati, diventa canaglia. Tengo nota
di molti scandali avvenuti sotto i miei occhi a Milano ed altrove.
Mi limiterò a citarne uno solo, che dopo quello delle fischiate e
delle invettive toccate a quell'insigne letterato italiano che
portava il nome di Ugo Foscolo, vuol essere annoverato fra i più
mostruosi. Era promessa al vecchio teatro Re la rappresentazione di
un nuovo dramma intitolato: _L'indomani dell'ebbro_, e n'era autore
quel bravo e modesto Giacometti, il quale, per molti anni, sotto i
rigori della dominazione austriaca, non aveva mai cessato di tener
fermo a scrivere pel teatro. Il dramma doveva avere sette atti, o
sette quadri, che si voglia. La gente era accorsa numerosa. Si alza
il sipario--la scena rappresenta una bettola, qualche cosa di
somigliante ad un _assommoir_, dove operai e popolani d'ogni risma
stanno bivaccando. Il protagonista non tarda a comparire. Si
comprende. È un marito della classe lavoratrice, forse un buon
marito, un buon padre famiglia, che viene a spendere nell'orgia dei
bevitori il salario della settimana. Lo spettacolo della bettola non
è molto attraente. Gli attori, mezzo ebbri, si presentano
scamiciati e parlano un linguaggio che si accosta molto a quello
usato dallo Zola nel suo celebre romanzo cui la Francia ha fatto
l'onore di oltre settanta edizioni. Non si tratta che di un prologo;
all'autore necessita di far ubbriacare il suo protagonista; il vero
dramma dovrà svolgerai nell'atto seguente, dove comincieranno a
rivelarsi le inevitabili conseguenze del vizio. Ma quel milliajo di
spettatori azzimati e guantati, che vorrebbero darsi l'aria di
pubblico intelligente, alle prime scene del prologo si danno a
bisbigliare e a battere i piedi; ed ecco, in meno che io nol dica,
sollevarsi il rumorìo con un crescendo sì assordante, che gli
attori debbono ritirarsi, e il sipario vien calato a precipizio come
si trattasse di coprire un abbominio. La rappresentazione
dell'ignoto dramma non venne ripresa nè quella sera, nè più
mai. Il pubblico gustò per un istante quella che suol essere la
sua maggiore felicità, infliggendo un oltraggio ed un dolore ad
un uomo d'ingegno; unica rappresaglia, unica soddisfazione che il
teatro consenta alla canaglia degli idioti. Povero Giacometti! E
forse, il suo concetto sociale precedeva di trent'anni quello dello
Zola, e il suo _Assommoir_ era per avventura colorito di un verismo
del pari efficace e indubbiamente meno _vacchesco_. Mi si perdoni la
triviale espressione; l'ho imparata in quel volume, altrettanto
famoso che ributtante.
[2] Il teatro drammatico italiano deve molto ad Alamanno Morelli. Non
pago di insegnare coll'esempio, questo egregio attore, che in molte
parti rivaleggiò coi più illustri tanto nel dramma serio come
nella commedia goldoniana, si adoperò mai sempre alla creazione
di una compagnia-modello, riunendo i migliori artisti dispersi nelle
innumerevoli compagnie italiane. I suoi sforzi furono coronati, ed
egli potè ottenere ciò che al Modena fu ostinatamente conteso
dalla persecuzione governativa e dall'odio dei partiti politici.
NOTE ALLA BIOGRAFIA
LA CASA DI VERDI A SANT'AGATA
[1] Il professore che diede il voto sfavorevole pel quale il Verdi fu
respinto dal Conservatorio, era quel bravo Angeleri, che pel corso
di parecchi anni insegnò agli alunni dell'Istituto musicale di
Milano l'arte di suonar il pianoforte. Il Verdi, sempre equo e
modesto ne' suoi apprezzamenti, ricorda questo fatto senza rancore,
e parlandone meco, parve intendesse a giustificare in certa guisa lo
strano verdetto. L'Angeleri aveva un suo metodo speciale di educare
gli allievi, metodo eccellentissimo, a giudicarne dai risultati.
Egli amava dunque di dar lezione a quei soli che non avessero ancora
attinto alla scuola di altri maestri. Il Verdi, presentandosi a lui
per dargli un saggio della sua abilità sul pianoforte, appariva
per avventura troppo viziato dagli insegnamenti avuti a Busseto,
perchè l'altro volesse darsi la briga di ricominciare ad
istruirlo. Era questione di meccanismo; e forse il brav'uomo,
vedendo il giovinetto leggere di primo tratto la musica ed eseguirla
sul pianoforte a dispetto delle regole, disperava ottenere da lui
quella subordinazione e quella pazienza che si volevano per mutar
metodo. Così stando le cose, viene alquanto a temperarsi la
meraviglia che oggi si desta al pensare che il futuro autore del
_Nabucco_, della _Traviata_, del _Don Carlos_ e d'altri venti
spartiti improntati delle orme del genio, si vide chiusa in faccia
la porta del Conservatorio. E facciam voti che l'egual caso avvenga,
oggi specialmente, a tutti i giovani predestinati da Dio alle grandi
creazioni dell'arte.
[2] Vi è molto di erroneo nelle dicerie che corrono relative
all'appoggio che il Verdi ebbe da un ingegnere anni sono notissimo a
Milano, quando si trattò di far rappresentare per la prima volta
il _Nabucco_ alla Scala. Anche in quella occasione, i maggiori
sacrifizii vennero compiuti dal Barezzi. All'anzidetto ingegnere
(brav'uomo, del resto) il Verdi si mostrò nullameno devotissimo,
dedicando a lui il suo splendido spartito.
[3] Veggasi il _Libro azzurro_.
[4] Il Fetis, inebetito dalla costante sua mania di denigrare il
celebre maestro italiano, che schiacciava le sue critiche assurde e
biliose cogli incessanti trionfi dello sue opere, fece del Verdi,
nel _Dizionario biografico dei musicisti_, un
ritratto compassionevole, inventando col suo maltalento una
fisonomia che è la negazione più sguaiata del vero. «Il est
evident (scrive il Fétis) que jamais phisionomie de compositeur
ne fut moins révélatrice de talent. Cet exterieur glacé;
cette impassibilité de traits et de l'attitude, ces levres
minces, cet ensemble d'acier, peuvent bien indiquer l'intelligence;
un diplomate pourrait bien être caché là-dessous; mais
personne n'y pourrait découvrir les mouvements passionés de
l'âme, qui seuls président à la création des belles
oeuvres du plus emouvant des arts.» Abbiamo trascritto questo
breve tratto, per mostrare quanto il (partito preso) e la fatua
ostilità poterono allucinare un biografo che ottenne, mentre
visse, fama di egregio scrittore di cose musicali. La profondità
e la intensità dello sguardo, le linee della fronte altera e
pensosa, i subitanei moti delle sopracciglia, delle nari e del
labbro, ad ognuno che getti una occhiata anche fuggitiva sulle
sembianze del Verdi rivelano tutta la potenza del suo grande
intelletto, e quella energia di sentimenti che fanno di lui lo
Shakespeare dell'opera musicale.
[5] La mia prima visita a Sant'Agata data dal 1867. Io era andato dal
Verdi per eseguire dei rappezzi al libretto _La forza del destino_,
che l'illustre maestro pose in scena l'anno dopo al teatro della
Scala. Più tardi tornai replicatamente alla Villa mentre era in
gestazione l'_Aida_.
[6] In quel laghetto poco mancò che il Verdi e la sua ottima
signora perdessero la vita di là a pochi mesi. Mentr'essi, in sul
far della sera, scorrevano a diporto sulle acque, il battello,
urtato da un tronco d'albero sporgente dalla riva, si capovolse, e i
due navigatori caddero e si sommersero. Il pericolo fu grave; se
immediatamente non fossero accorse sul luogo alcune persone che per
caso si trovavano a poca distanza, qual sciagura irreparabile!
[7] La signora Giuseppina Strepponi fu egregia cantante, ed emerse fra
le più celebri prime donne che calcarono le scene della Scala dal
1839 in appresso. Era una _Lucia_ insuperabile e una adorabile
Elvira nei _Puritani_; riusciva ugualmente nelle parti di sentimento
come nelle parti comiche, e noi ricordiamo con qual brio ella
cantasse a lato del Ronconi, insuperabile Dulcamara, la briosa parte
di Adina nell'_Elisir d'amore_. La Strepponi fu la prima interprete
della parte di Abigaille nel _Nabucco_, e il Verdi la conobbe a
quell'epoca, vale a dire nell'anno 1842, quando per la prima volta
fu dato alla Scala il biblico spartito che gli aperse il cammino
della gloria. Alle doti esimie della cantante, quella che oggi è
la moglie del grande maestro, accoppia una coltura di spirito, quale
difficilmente si riscontra nelle donne di condizione più elevata.
Ella parla e scrive perfettamente tutte le lingue d'Europa, e
versata in ogni ramo di letteratura e di scienza, giudica d'ogni
cosa con rettissimo criterio ed ottimo gusto.
[8] Colla _Aida_ e colla _Messa di requiem_, il Verdi ha chiuso
splendidamente la sua carriera di musicista. È indubitabile che
un nuovo spartito di lui equivarrebbe ad un nuovo trionfo dell'arte
musicale italiana; ma quando si pensa al grande consumo di
vitalità che si richiede ad un uomo di genio per ogni creazione,
ci vien meno il coraggio di unire la nostra alle incessanti
insistenze di chi vorrebbe spingere il Verdi a nuove fatiche.
All'autore dell'_Aida_ nulla più rimane da conquistare. Egli ha
raggiunto quanto un artista può desiderare sulla terra; gloria,
ricchezza, affetti leali e devozioni sincere. Un solo augurio noi
dunque dobbiamo indirizzargli dal cuore: sano e lungo riposo sugli
allori mietuti.
FINE DELLE NOTE.
INDICE
Prefazione Pag. 5
BIOGRAFIE
Angelo Mariani, Pag. 9
Giovanni Pacini, » 49
Gustavo Modena, » 77
Giuseppe Rota, » 125
La Casa di Verdi a Sant'Agata, » 151
NOTE
Angelo Mariani, Pag. 169
Giovanni Pacini, » 186
Gustavo Modena, » 191
La Casa di Verdi a Sant'Agata, » 194
MILANO--TIP. EDITRICE LOMBARDA--MILANO
_Opere in corso d'Associazione:_
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_di G. PERRAULT_
__Illustrato con 40 grandi quadri.__
Ogni fascicolo L. __1,50__--L'Opera intiera L. __18.__
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G. DORÉ
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G. EBERS
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